venerdì 18 maggio 2018

#SalTo18 - Ilaria Tuti racconta il suo "Fiori sopra l'Inferno" al Caffè Letterario


Protagonista all’ultima fiera del libro di Francoforte, Ilaria Tuti, non poteva certo mancare al Salone di Torino. Un successo incredibile il suo, che con un esordio folgorante, nel thriller più atteso di quest’anno, ha portato alla ribalta due donne, protagonista e autrice, in soli cinque mesi dall’uscita di Fiori sopra l’inferno (che abbiamo recensito qui).  

Al Salone, a indagare i motivi e di questo successo e la scrittura dell’autrice è intervenuta Alessia Gazzola, che ha subito precisato i motivi di questo amore letterario: 
«Nella scrittura di Ilaria trovo quello che cerco in una scrittura, emozioni e odori e soprattutto c’è un personaggio, quello di Teresa Battaglia, commissario in là con gli anni, che colpisce molto. Vive una sua battaglia con un problema del suo corpo che può minare passato e futuro. È un personaggio molto complesso, una donna che ci appare dura, perché indossa una corazza, ma via via questo personaggio diventa altro, e svela la sua fragilità».
Sulla costruzione del personaggio ecco cosa ha raccontato Ilaria Tuti al numeroso pubblico presente: 
«Questo romanzo sta avendo fortuna, grazie ad un percorso meraviglioso. Un esordio che è un sogno realizzato. Il successo è dovuto al personaggio, che sta piacendo, questo un po’ non me lo aspettavo, perché non ho voluto smussare nessun angolo del suo carattere e se magari per le donne questo non è un problema, il consenso degli uomini mi stupisce. Forse colpisce la sua normalità all’interno di un thriller, Teresa è una donna quasi sessantenne, già matura con un proprio carattere, ha avuto un passato doloroso e nasce come un personaggio non vincente dall’inizio, alle prese con il suo peso e il diabete, questo la fa sentire perdente dall’inizio. Poi nel romanzo ci sarà una nuova grande difficoltà che verrà fuori. Non è un personaggio studiato a tavolino, ha un carattere difficile, ma questa difficoltà arriva dal dolore ancorato in lei e da una professione in un mondo maschile». 
In un mondo totalmente maschile e con un lavoro complicato come il suo non è facile mantenere la giusta distanza

«Come professionista, per farsi riconoscere nel ruolo, deve sempre giocare tra empatia con la sua squadra e distanza. Il suo cognome invece è un piccolo omaggio che ho fatto alla fotografa Letizia Battaglia, che si è cambiata la vita a 40 anni, un po’ come me che a 40 anni ho scritto un romanzo e nel mio piccolo mi sono cambiata la vita. La Battaglia si rifugia nella fotografia in un momento buio della sua vita, per uscire fuori da un matrimonio sbagliato e mantenere i suoi figli. In parte ho voluto costruire la mia Teresa con la sua forza. Per il resto mi sono ispirata a donne normalissime con fragilità e forza di rimettersi in gioco, di svegliarsi al mattino stanche ma felici; l’ho sporcata di vita e normalità».
Il rapporto particolare che lega questo personaggio ad un altro, all’interno del romanzo, incuriosisce Alessia Gazzola, che le chiede di approfondire questo aspetto: 
«Pur essendo questo romanzo con delle atmosfere oscure lei ha una sua ironia, una sua saggezza senza tempo che la solleva da queste atmosfere, in particolare con l’ispettore Marini, anche perché avendo io un debole nella dinamica allievo-maestro, che qui è anche invertito e non ha nessun sentimentalismo, riesce in pieno ad alleggerire l’atmosfera».
Ilaria Tuti spiega così questo rapporto, lasciandosi sfuggire che avrà un seguito nel secondo romanzo: 
«Massimo Marini è più giovane di Teresa, approda in questo piccolo centro scappando, non si sa perché, dalla grande città e nel suo rapporto con Teresa sbaglia tutto dall’inizio. Cercando il commissario Battaglia in un uomo, proprio davanti a lei che non aspetta altro per demolire i ragazzi della sua squadra. Massimo è completamente impreparato al luogo, anche vestito in maniera sbagliata. Marini un po’ l’ho studiato, inizialmente era una spalla, poi quando ho iniziato a scrivere di loro due le battute sono uscite in maniera naturale, un po’ di debole ce l’ha per lei, cerca la sua approvazione e alla fine forse riesce anche a stamparle un sorriso. Nelle mie idee future ci sarà più spazio al loro rapporto».
Poi c’è il serial killer, vera novità di questo libro, che ha delle dinamiche molto particolari: 
«Pensando a questa storia avevo la protagonista già pronta, dovevo trovare però un antagonista interessante per me, e dovevo far appassionare il lettore, quindi non volevo proporre il solito serial killer, e ho pensato e se fosse in qualche modo un serial killer empatico? Ho dovuto studiare e come sempre la realtà ti offre tantissimi spunti e leggendo tanti testi di psicologia criminale, ho costruito, attraverso gli studi, sulla deprivazione affettiva, studi condotti da René A. Spitz negli anni Cinquanta, in bambini anche piccolissimi. E lì ho trovato la scintilla che poteva innescare tutta la storia, trovando il mio killer che in fin dei conti è un sopravvissuto».
E forse uno dei merito del romanzo, e di conseguenza uno dei motivi del suo successo è proprio nell’accendere una luce sul killer.

Un protagonista non meno importante è l’ambientazione, come fa notare la moderatrice, che citando Blazac ricorda come un romanzo in cui la città non è protagonista come gli altri, non è un buon romanzo. E appunto l’ambientazione non è un semplice contenitore, il romanzo è ambientato in un paesino a cui è stato dato il nome immaginario Travenì, piccolo paesino delle Dolomiti friulane, che la scrittrice confessa di conoscere molto bene:
 «Il paesino, il fiume e i boschi esistono, sono luoghi della mia infanzia che frequentavo con mio padre. Il Friuli si conosce poco, sogni da ragazzina anche di scappare da questa come da molte altre terre, che pensi non possano darti la giusta possibilità di avere successo, ma le possibilità te le puoi creare ovunque. Quello che provo per la mia terra è un amore fortissimo viscerale riscoperto in età adulta, non ho avuto dubbi sul fatto di ambientarla nella mia terra, volevo farla vedere con gli occhi di chi la ama anche agli altri, ma soprattutto quei luoghi hanno anche un fascino arcano, perfetto per un thriller. L’ho scritto questo romanzo in modo sensoriale, perché echeggiassero tutte queste situazioni dentro, volevo rendere un’esperienza viva e vivida». 
E sulla protagonista femminile, una nota a margine non di poco conto:
«La protagonista femminile è importante in un thriller, perché dove si ferma la logica, essendo una donna, si lancia con intuito, non ha un approccio asettico, la donna indaga un mondo attraverso le sue emozioni; la donna è per sua stessa natura accoglienza e quando sei fatto così biologicamente vuol dire che devi usare l’empatia, per questo non dobbiamo omologarci, dobbiamo essere quello che siamo, è questa la nostra vera forza».

Samantha Viva