mercoledì 16 maggio 2018

#SalTo18 - Lo scrittore e il suo doppio: Antoine Volodine dialoga con la traduttrice Anna D’Elia

Il ciclo di incontri curato da Ilide Carmignani, L’autore invisibile, ospita ogni anno grandi scrittori insieme ai loro traduttori, portando all’attenzione dei lettori le questioni difficili, controverse e affascinanti che ogni testo pone a chi deve trasporlo in un’altra lingua, in un’altra cultura. 

Il 12 maggio Antoine Volodine – fondatore del post esotismo – ha conversato con Anna D’Elia, che ha ricevuto il premio Gregor von Rezzori proprio per la traduzione del suo Terminus radioso. Per la natura estremamente sperimentale dei suoi libri e per il fatto che ami inventare piante e animali, la traduzione dei suoi testi è una sfida particolarmente ardua e gli interventi di D’Elia sono state delle confessioni, parole sentite con le quali ha raccontato di momenti di «disperazione professionale pura» e di come Volodine l’abbia aiutata a scoprire la natura del suo immaginario. «Più le osservi da vicino, più le parole ti guardano da lontano»: la traduttrice ha raccontato di come questa frase di Krauss l’abbia aiutata a guardare da lontano ai nomi di queste piante, e così ha fatto, cominciando a intuirne la filigrana a poco a poco.

«Al di là della botanica, per me Terminus radioso è un romanzo musicale, sinfonico», ha precisato D’Elia, ecco perché ha dedicato particolare attenzione al ritmo, specie in quelle parti dove compaiono poesie. Volodine ha confermato questa sua attenzione al ritmo, raccontando come torni molte volte su un testo: Terminus radioso è stato scritto in 17 versioni, per dare alle frasi una musicalità discreta, per rendere la lettura comunque piacevole e per limare gli stili diversi che si susseguono, ognuno per una voce narrante; è importante che si avverta il distacco tra una voce e l’altra e questo, ha sottolineato l’autore, per il traduttore è forse la parte più difficile. Volodine ha così lasciato intravedere il modo in cui sia allo stesso tempo «una pluralità di scrittori», come lo ha definito Ernesto Ferrero, che ha introdotto l’incontro: infatti lo scrittore francese è anche Manuela Draeger, Elli Kronauer e Lutz Bassmann e, come ha aggiunto D’Elia, un traduttore può approcciarsi a uno solo di questi eteronimi, tradurre anche gli altri comporterebbe un lunghissimo lavoro per approfondirne la voce e la poetica. 

D’Elia e Volodine hanno inoltre convenuto come il cinema sia sempre stato decisivo per l’immaginario dell’autore: 
«Le immagini sono forse alle origini della mia scrittura e credo che anche un elemento importante nel dialogo con un traduttore sia questo far riferimento alle immagini, alle atmosfere, ai colori». 
E D’Elia ha restituito subito alla platea le immagini evocate dal lavoro di traduzione, un tunnel bianco di neve, dove l’unica macchia di colore era la stella di latta color rosso sbiadito e insieme il verde, perché le piante di Terminus radioso a di un traduttore, ogni episodio rivela particolari di grande interesse per capirne il metodo e D’Elia ha rivelato come sia arrivata a trasporre il titolo di un capitolo, Éloge de camp, un ossimoro molto forte; non avrebbe voluto tradurlo letteralmente, perché in un’atmosfera così connotata dal verde avrebbe evocato campi di grano dorati, non quelli di concentramento; d’altro canto Volodine non voleva evocare luoghi come i campi di concentramento o altre immagini che avrebbero bloccato l’immaginazione del lettore e D’Elia gli faceva notare che, a differenza del francese che ha due parole per “campo”, l’italiano ne ha una sola, dalla forte carica evocativa e quindi ha scelto di tradurre l’espressione in Campi di lavoro, per renderne la carica ossimorica. 
«Certe volte ho la sensazione di avere una grande responsabilità quando scelgo un termine piuttosto che un altro, perché una parola antica molto spesso è un guerriero di 2000 anni, pieno di cicatrici, ha fatto tante battaglie e se la usi devi conoscere quelle che evochi». 
Volodine ha raccontato invece di vivere diversamente la sua attività di traduttore dal portoghese e dal russo, perché non ha mai avuto contatti con gli autori, un po’ perché a loro non importava e un po’ perché si definisce individualista, dunque sarebbe un fastidio qualunque intromissione nel suo lavoro; la sua principale preoccupazione è quella di non tradire il lettore e, nello stesso tempo, di rispettare la lingua d’origine. Al contrario, quando scrive come Draeger e Bassmann rifugge ogni facile ripiego e tutti quegli espedienti cui ricorrono gli scrittori per avere successo di pubblico.





Lorena Bruno
@Lorraine_books

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