martedì 29 maggio 2018

#Strega18 - Il senso di un amore: "Le stanze dell'addio" di Yari Selvetella

Le stanze dell’addio
di Yari Selvetella
Bompiani, 2018

pp. 188 
€ 15,00 (cartaceo)
€ 8,99 (ebook)


"Siamo già noi soli", recita l'inizio. Viene spontaneo immaginare una solitudine di coppia, in realtà si tratta di una solitudine a quattro: non già un uomo e una donna, ma un uomo e i suoi tre figli, il più piccolo, il più grande e "quello che non è né grande né piccolo" (p. 7). La madre, il tu a cui il narratore si rivolge, è assente. Dove sia, ancora non lo sappiamo. I capitoli successivi ci trasportano in un altro luogo, in un altro momento: in un ospedale che è diventato ormai abitudine, malinconica e forzata routine. La verità è arrivata in un pomeriggio artico dal sole pallido: "Già fa male. Qualcosa, qualunque cosa sia, già fa male, spossa i nostri passi, secca le labbra. È il vento, certo, nient'altro, parla pure. Lo dici tutto in una volta." (p. 15). Più o meno a questo punto, ancora prima di scoprire tutto, di addentrarsi nella storia, al lettore viene un groppo in gola. 
In un giorno come un altro, il narratore non trova più la donna dove dovrebbe essere. Al suo posto, un letto vuoto. "Dove sei?" è l'urlo intimo e disperato che inaugura la sua ricerca. È necessario muoversi nello spazio e nel tempo, sondare la memoria. L'ospedale diventa luogo del simbolico, in cui ogni evento minimo viene connesso ad altri a creare una profezia, o un presagio. L'attraversamento delle "stanze" in cui lei potrebbe essersi nascosta è una discesa infera all'interno di sé, dei propri sentimenti conflittuali: amore, dolore, rabbia, insicurezza. Bisogna avere il coraggio di tornare indietro per dare senso al presente e poter andare avanti. L'uomo, marito e padre, è come un cane da pastore, preso nel suo ruolo di protezione e accudimento. Ma un cane non prova l'angoscia che lui prova, non il senso di impotenza, di fallimento. Nel momento del vuoto, la consapevolezza della propria ingenuità arriva amara: "Ho pensato che me sarei occupato io, che a ogni costo l'avrei protetta, come uno stupido cane pensa" (p.37). L'attraversamento delle stanze, in un'atmosfera a metà tra l'onirico e il concreto, è uno sprofondare nel ricordo, fronteggiare i sensi di colpa, fare i conti con la realtà di sé e di lei. Dall'ostinazione della ricerca emerge una fragilità che paralizza il lettore: non esistono parole adeguate a esprimere il vuoto e la sofferenza, il linguaggio si sgretola di fronte ad una consapevolezza che non si vuole dire, né quindi accettare:

Non trovo le parole, aiutami. Ogni metro di distanza che prendi, un lemma scolora dal dizionario e così adesso sono ancora più preoccupato, perché mi pare gassosa la struttura stessa dei miei pensieri: quanti metri hai fatto se si ingarbugliano tutti i complementi e non vado oltre i pronomi tu, io, e poi solo vaghi ecco, qui, ora? Scrivo. Ricapitolo per sommi capi, mi concentro sul senso delle preposizioni articolate. Perduta nel..., perduta nella... (p. 51)

E se lei è sparita, con lei spariscono anche la voce e le risposte: è lei che ha sempre le parole giuste, lei che legge Borges sotto i ponti, o racconti ai bambini con la sua voce roca, e pronuncia sempre le lettere nel modo corretto; lei che vive di testi, editando dattiloscritti; lei che nel momento della malattia ha iniziato a scrivere a sua volta:

Stavolta il tuo corpo è parola. È linfa e corteccia. Tu e il tuo male. È acuminata la punta che ti si appende all'avambraccio, anche l'altra che stringi tra pollice indice e medio. (p. 58)

Nella parola si nasconde forse una possibilità di salvezza, forse un dovere, forse invece soltanto un esorcismo, o una rielaborazione del lutto: "come se fossi l'ultima superstite dell'umanità hai il dovere di scrivere, ricordare accettando che il passato è abraso, è muto lì fuori e non tornerà" (p. 58). Le parole del romanzo che lei scrive si mescolano a quelle di diagnosi e cartelle cliniche che hanno il sapore di una sentenza, di una condanna, e l'uomo che le sta accanto non capisce dove si nasconda la verità. Senza di lei, si perde una importante chiave d'accesso al reale. Dalle righe di Yari Selvetella emerge l'immagine di una donna in carne e ossa, forza e resistenza: una moglie, una madre, una scrittrice, che rivive ad ogni riga, attraverso ogni dettaglio. Una domanda viene posta all'inizio e non lascia tregua, senza trovare mai risposta: 

Che amore inutile è l'amore che non protegge, l'amore che non cura e non difende, l'amore che non può, un amore crudele sento di portarmi addosso come l'amore di dio. (p. 16)

La donna, pur nell'assenza, rimane un tu a cui il narratore non può fare a meno di rivolgersi: "tu mordevi corone di spine, labbra soffici nel silenzio così duro" (p. 91). L'uomo litiga con il suo tormento, cercando il modo per dargli forma – a questo alludono le balene onnipresenti nel testo, dalla "giornata più divertente della nostra vita" (p. 32) una metafora vivente di qualcosa che si muove sotto la superficie e ogni tanto affiora con le pinne, di una lotta tutta da combattere, di un'occasione da afferrare per la pinna caudale, di una paura a cui dare nome. Di una lettura per cui "ci sarà tempo" (p. 93) quando il tempo forse non c'è già più. 
La cosa che più colpisce è l'equilibrio della narrazione: il dolore è presentato sempre con pudore, il sogno non soverchia mai il reale. Nel momento in cui lo incontriamo, l'uomo è un prigioniero, colto però nell'occasione del suo riscatto. La "stanza" cupa in cui è congelato nella sofferenza delle cose irrisolte è illuminata dal bagliore di un sorriso, remoto nel passato, ma vivido nella memoria: 

Il fatto curioso, ma neanche troppo, è che tutti, me compreso, siamo qui e siamo altrove. In altri luoghi scrivo, succhio gamberi, respiro foglie balsamiche, bacio, ma una parte di me è qui, sempre qui, impigliata a un fil di ferro o a una paura mai vinta, inchiodata per sempre: il puzzo di brodaglia del carrello del vitto, quello pungente dei disinfettanti, il bip del segnalatore del fine-flebo, la porta che si chiude alle mie spalle quando termina l'ora della visita. Poi c'è il sorriso che lei donava ogni volta, proprio in quel momento, proprio quando le porte si chiudevano, alla mia libertà. (pp. 98-99)

Il percorso di riemersione dal lutto è un percorso che l'individuo non può fare solo. E anche il narratore è assistito da un compagno, un complice: un giovane barista con un presente inconcluso, avvicinato a lui da un sentimento di fraterna solidarietà e forse da una simile condizione di paralisi. La risalita è necessaria: se la tragedia incrina e poi trasforma il tempo, spezza (o meglio scinde) il soggetto, è necessario trovare una riconciliazione con se stessi, darsi una nuova possibilità.

Questo andirivieni, mentre mi tiene in piedi, mi stritola. Io lotto, la vera lotta è con se stessi. Una nuova vitalità mi scuote, ma come la produco così la neutralizzo. In una vita creo, nell'altra parlo e vago, in entrambe scrivo. (p. 119)

Nell'ultima parte del romanzo, il narratore assume una posizione scomoda: quella di chi vuole davvero andare avanti, amare di nuovo, ricominciare a vivere una vita piena. È scomoda, perché lo obbliga ad uscire dalla posizione rassicurante, e ormai consolidata per il lettore, del padre vedovo in lutto, e a ricollocarsi nell'immaginario come uomo. "Sono normale, pensa. Sembro normale, chiarisce" (p. 130), o ancora: "Forse è qui lo scandalo: soffro, ma non mi sento in colpa a essere nel mondo, ad andare avanti, a innamorarmi" (p. 138). Ci vuole coraggio per affermare, alla fine di un testo simile, il trionfo della vita. Per gridarlo, celebrarlo. Eppure è terribilmente onesto farlo, terribilmente umano.

Le stanze dell'addio è un romanzo troppo difficile, troppo vero. Ci invischia e ci obbliga a confrontarci con il nostro dolore, con le nostre angosce. Troviamo intricati ai denti del pettine nodi che non sapevamo di avere. Ci vuole coraggio anche per il lettore, per districarli e arrivare in fondo. Non tutti penseranno che ne vale la pena. Eppure la pena vale, perché solo alla fine del libro verrà proposta una risposta alla domanda posta precedentemente: quale sia, cioè, il senso di un amore difficile, un amore che fallisce, un amore crudele. Yari Selvetella ci mette di fronte al dubbio che non esista altro amore che questo. 

Carolina Pernigo

Un post condiviso da CriticaLetteraria.org (@criticaletteraria) in data:

0 commenti:

...che ne pensi?