martedì 22 maggio 2018

«Prima la letteratura; poi, se rimane spazio, la verità»

Anni lenti
di Fernando Aramburu
Guanda, 2018

Traduzione di Bruno Arpaia

pp. 230
€ 17 (cartaceo)
€ 9,99 (ebook)


«Insomma, le scrivo tutto questo prima di entrare in argomento perché si fidi di me, signor Aramburu, giacché nulla di quello che penso di raccontarle qui di seguito è inventato, sebbene forse la verità sia priva di importanza quando si scrive con propositi romanzeschi. (pp. 97-98)
Quanta affidabilità dobbiamo dare a un autore che trascrive (fedelmente?) un racconto autobiografico, facendo i conti con le richieste imprescindibili del romanzesco? Quanto potrebbe trattarsi di una strategia strutturale pensata a tavolino? Tanto, per entrambi i casi. Ma è affascinante calarsi in Anni lenti, lasciare che il racconto monologante di Txiki adulto, che di tanto in tanto cerca l'approvazione dello stesso Aramburu, si intrecci con una serie di appunti di scrittura dell'autore, in cui canovacci di episodi si alternano a parentesi metaletterarie come questa:   
«Appunto 23. [...] Mi sono ripromesso di inserire in ogni dialogo, in ogni peripezia, in ogni riflessione, la minor quantità possibile di massa verbale. Manterrò la promessa. Il romanzo sarà breve o non sarà» (p. 149)
E in effetti, va detto, Aramburu mantiene la promessa: Anni lenti supera di poco le duecento pagine, diversamente dal suo capolavoro Patria, da poco insignito del Premio Strega Europeo. E sono duecento pagine in cui la formazione del piccolo protagonista, Txiki, si intreccia alla storia basca, a San Sebastián. Le premesse per lui non erano delle migliori: allontanato dalla famiglia per seri problemi economici, impone alla famiglia degli zii di stringersi e fargli spazio; nonostante un inizio un po' turbolento, «la mia vita in casa degli zii trascorse esente dalle avventure e dalle pene che di solito sono tanto utili alla letteratura romanzesca, non altrettanto alla salute mentale e fisica di chi le subisce». (p. 42) C'è coscienza metaletteraria nel narratore, ma c'è soprattutto la voglia di raccontare la propria vita tra quelle mura che sembrano chiudersi con il loro abbraccio freddo attorno ai componenti della famiglia. Txiki è un testimone silenzioso, interessato e cauto, del coinvolgimento del cugino Julien nell'ETA: imparare a conoscere parole in Euskera è un modo per decodificare i pensieri di quel ragazzo più grande di lui, che tuttavia trova ancora la voglia di giocare con il cuginetto. 
Con molta più circospezione Txiki osserva Mari Nieves, la cugina che è nota in tutto il paese per il suo appetito sessuale insaziabile, che si trova a fare i conti con una gravidanza indesiderata. La soluzione, per mettere a tacere le malelingue, potrebbe essere un matrimonio riparatore, ma - come vedrà il lettore - questo è l'ennesima trappola. 
Quante sono le rughe che andranno a formarsi sulla fronte degli zii, Maripuy e Vicente? Tante, mai a causa di Txiki però, che è un ospite sempre più integrato nella famiglia e più volte vigile per non ferire i suoi zii. E dunque ci sono le rughe per Julien, sempre più pericolosamente invischiato nel terrorismo basco, anche per via dell'influenza del parroco locale, don Victoriano; e ci sono le rughe per Mari Nieves e per la sua arrabbiatura costante nei confronti della sorte. Infine, ci sono le rughe per i conti di casa, da tenere rigidamente aggiornati, tra non pochi sacrifici. 

Se Anni lenti non può certo competere con lo sfavillante, intricatissimo e pienamente compiuto Patria, è in ogni caso degno di nota per la sua struttura, che sperimenta forme di caduta della quarta parete svelando ai lettori alcune interessanti curiosità sulle domande che si pone l'autore scrivendo, nonché mettendo in scena un brillante esempio di romanzo di formazione. Società, storia e storia personale si avvicendano, mostrando - ancora una volta - come crescere per Aramburu significhi vivere in un mondo, e non nonostante

GMGhioni



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