domenica 27 maggio 2018

#CritiCINEMA - "Loro": un Silvio parallelo

È tutto documentato, è tutto arbitrario.
Laddove l'esergo della Grande Bellezza era affidato a Céline e al suo Viaggio al termine della notte,  Paolo Sorrentino usa il Manganelli di Pinocchio: un libro parallelo (Einaudi, 1977, e oggi Adelphi) per aprire Loro, dittico sul potere egotico (erotico?) del più grande fantasista italiano prestato alla politica, Silvio Berlusconi.

Al di là di ogni possibile lettura, Sorrentino in ogni suo film cerca l'essenza del personaggio reale mettendone in mostra la maschera. Affidata qui alla maschera per eccellenza del cinema italiano degli ultimi decenni, Toni Servillo.
Amante del grottesco e della maniera, aveva avuto vita più facile con Giulio Andreotti ne Il Divo (2008), personaggio di per sé sentenzioso e vignettistico.
Diverso l'affare Silvio Berlusconi, figura larger than life che sul romanzare la sua vita ci ha costruito una carriera imprenditoriale e politica; abile istrione capace di atteggiare anche l'indifendibile a bonaria mascalzonata, anche l'incostituzionale al volemosebbene e loschi traffici a vispe furbate arlecchinesche. Una maschera egli stesso, da Commedia dell'arte.

Del personaggio Berlusconi, sembra dirci Sorrentino, sappiamo tutto o comunque molto (anche cinematograficamente, basti pensare al Caimano di Nanni Moretti o al Belluscone di Franco Maresco), al punto da rendere quasi innecessaria una vera e propria trama nel film.
Dunque, come fa Manganelli con Pinocchio, l'ambizione di Sorrentino sarebbe quella di riscriverlo.
Ma laddove il raffinatissimo Manganelli usava l'esegesi letteraria, lo scavo, l'analisi testarda, il genuinamente pop e figlio del suo tempo, e dunque disimpegnato, Paolo Sorrentino mescola, pasticcia, riplasma, con un gusto quasi mockumentario, cavalcando l'hype creato sull'attesa stessa del film.

È un Silvio parallelo quello di Sorrentino, né mostro né eroe, che emerge pian piano dalla continua evocazione. Un Lui per accostarsi al quale bisogna diventare (uno di) Loro.
Nel primo episodio, come una sorta di capitano Kurtz, non appare in carne e ossa che alla fine, quando Sergio Morra (un ottimo Riccardo Scamarcio) ha navigato il fiume fino ad arrivare al luminosissimo cuore di tenebra del suo buen retiro sardo.
Nel secondo, colpo di genio, entra in scena col suo doppio, in un dialogo serrato e brillantissimo fra Berlusconi ed Ennio Doris, entrambi interpretati da Servillo. (Circostanza, questa, tale da lasciarci desiderare un prossimo film sulla vita di Servillo in cui Servillo intepreti Servillo ma anche tutti gli altri ruoli – che prova d'attore! Che straordinario Toni Servillo!)


Lui, Sorrentino, lo stesso provinciale arrivato da Napoli a Roma che ci ha raccontato che alle feste non vale la pena solo di partecipare, ma è molto meglio farle fallire, se lo immagina così quest'altro Lui, supremo imbanditore e altrettanto supremo guastatore di feste, in un momento discendente della sua parabola.
Re del suo eterno paese dei balocchi dove invece degli asinelli ci sono le pecore (vedi che brutta fine si fa, a voler andare dove non si dovrebbe, a lasciarsi condizionare troppo?), dove c'è una giostra che gira soltanto per lui, un luna park alimentato a pizza, champagne e gelato artigianale sul quale aleggia una brama di vita, di freschezza, di divertimento tanto più forsennata quanto più forte è il sentimento del declino, della vecchiaia.
«Hai l'alito di mio nonno», lo fredda una delle giovani intervenute alla festa, «né profumato né maleodorante. È solo l'alito di un vecchio.»
Anche questo – come la Grande Bellezza - è un film sulla morte, in fondo.

Unica figura moralizzatrice, alla quale è forse affidato il giudizio di Sorrentino, anche qui più sull'essere umano che sul politico, è la nemesi della fatina dai capelli turchini Veronica Lario (un' Elena Sofia Ricci come si suol dire in stato di grazia), una che ai suoi nipoti - e nipoti di uno che ha costruito un impero televisivo - non fa vedere la tv, ma piuttosto gli spettacoli coi burattini, che legge Saramago e Lacan e va a farsi il giro della Cambogia a piedi. Una che sopporta per un po', ma non perdona.
Una Veronica riletta, anche lei, ma alla luce della conversazione con Maria Latella, confluita in Tendenza Veronica (Rizzoli, 2004, poi ampliato in una nuova edizione) e della lettera che la stessa Lario scrisse a Repubblica nel 2007 rivendicando la dignità offesa.


I mangiafuoco, i gatti e le volpi e i grilli parlanti sono tanti, sono ovunque, moltiplicati dal gioco di movimenti di macchina e di effetti speciali troppo manifestamente inverosimili per essere del tutto fasulli (come i fenicotteri o la giraffa nella Grande Bellezza, qui ci sono farfalle e topi romani, ma anche un terremoto, per non farsi mancare nulla), ormai cifra stilistica del regista. Vale la pena menzionare, fra le ottime prove d'attore, Fabrizio Bentivoglio, Anna Bonaiuto, Kasia Smutniak, Dario Cantarelli, un cameo di Ugo Pagliai nel ruolo di Mike Bongiorno.

Sono personaggi, quelli che compongono la folla dei Loro, che vivono soltanto in funzione del protagonista. Che alla fine di questa antifiaba sorrentiniana, però, bloccato nell'eterna ripetizione di se stesso, non ci pensa neanche per sogno a diventare un bambino vero.

Un grande chansonnier cantava che ci vuole del talento per riuscire ad invecchiare senza diventare adulti.
E ci voleva del talento per girare un film su Silvio Berlusconi come se fossero uno, nessuno e centomila Berlusconi tutti insieme, visti da una prospettiva insolita che ha la peculiarità di mettere anche molto a disagio lo spettatore.
L'unica prospettiva che forse mancava e che valeva la pena esplorare. Quella umanamente indulgente.
Ma non cortigiana, prescrittiva, di parte.
Quella che attraversa olgettine e noemiletizie, i lelemora e i tarantini, con una capacità scomoda e obliqua di andare al di là del giudizio morale per fare, alla fine, soltanto del cinema.
Finisce sempre così. Con la morte. Prima, però, c'è stata la vita, nascosta sotto il bla bla bla bla bla. È tutto sedimentato sotto il chiacchiericcio e il rumore. Il silenzio e il sentimento. L'emozione e la paura. Gli sparuti incostanti sprazzi di bellezza. E poi lo squallore disgraziato e l'uomo miserabile. Tutto sepolto dalla coperta dell'imbarazzo dello stare al mondo. Bla. Bla. Bla. Bla. Altrove, c'è l'altrove. Io non mi occupo dell'altrove. Dunque, che questo romanzo abbia inizio. In fondo, è solo un trucco. Sì, è solo un trucco. 
Anche questo, dicevamo, come la Grande Bellezza, è in fondo un film sul senso della fine, sulla morte.
Ma anche questo forse è un trucco, solo un trucco.

Giulia Marziali