lunedì 9 dicembre 2019

«È così difficile avere rapporti di coppia veramente limpidi»: "Confidenza" di Domenico Starnone

Confidenza
di Domenico Starnone
Einaudi, 19 novembre 2019

pp. 141
€ 17,50 (cartaceo)
€ 9,99 (ebook)



«L'amore, che dire, se ne parla tanto, ma non credo di aver usato spesso la parola, ho l'impressione, anzi, di non essermene servito mai, anche se ho amato, ho amato fino a perdere la testa e i sentimenti. L'amore come l'ho conosciuto io, infatti, è una lava di vita grezza che brucia vita fine, un'eruzione che cancella la comprensione e la pietà, la ragione e le ragioni, la geografia e la storia, la salute e la malattia, la ricchezza e la povertà, l'eccezione e la regola. Resta solo una smania che torce e distorce, un'ossessione senza rimedio: lei dov'è, dove non è, cosa pensa, cosa fa, cosa ha detto, qual era il significato vero di quella frase, cosa mi sta tacendo [...]» (p. 3).
Inizia così il nuovo romanzo di Domenico Starnone, Confidenza, all'insegna di un sentimento più vissuto che dichiarato: in effetti il protagonista, Pietro, intrattiene con la sua ex allieva Teresa un rapporto che è tutto fuorché misurato. Grande furia, nel bene e nel male, porta i due a stringersi in abbracci appassionati, ora a dividersi tra frasi taglienti, colpi all'autostima reciproca e ferimenti che sembrano portare alla fine della loro relazione. Ma poi ci sono i ritorni, le scuse, il loro «continuo volerci e respingerci» (p. 5). Almeno fino a quando un giorno, quasi per gioco, Teresa propone di confessarsi la cosa peggiore che abbiano fatto, il segreto che mai avevano rivelato a nessuno. Noi lettori non sappiamo che cosa i due si siano confidati, ma tanto basta per dividere definitivamente la coppia un paio di giorni dopo, questa volta senza litigi, ma - anzi - con un accordo quasi ancor più inquietante. Perché, in effetti, la confidenza reciproca segna quel che Teresa definisce un "matrimonio etico", una sorta di patto che nessuno dei due potrà infrangere mai; un legame per la vita, insomma, che di tanto in tanto rintocca come una minaccia o un ricatto. 

domenica 8 dicembre 2019

#SpecialeMeridiani - Zanzotto: l'io come paesaggio e linguaggio


Ricordo perfettamente che quando mi sono accostata per la prima volta ad Andrea Zanzotto, all'università, ho percepito una certa distanza dai suoi testi. 
Coglievo il suo ruolo fondamentale come poeta chiave della cosiddetta "quarta generazione" (1945-1954), ma il suo modo di narrare, l'utilizzo delle immagini e dei contrasti, la raffigurazione di un paesaggio di cui non conoscevo il carattere più intimo, hanno richiesto più tempo rispetto ad altri poeti. 

Inizialmente l'ho studiato sulle antologie, un po' per frammenti, cercando di cogliere dai singoli testi il senso dell'evoluzione del suo percorso attraverso le raccolte principali: da Dietro il paesaggio (1951) a Filò (1976) e poi in avanti fino Il Galateo in bosco (1978) e a Meteo (1996). Ma quello che ricavavo erano impressioni di paesaggio, fuggevoli visioni come registrate dal finestrino di un treno che viaggiava troppo veloce tra paesi sconosciuti.
Zanzotto è diventata un po' una sfida, un poeta sfuggente di cui avrei dovuto capire di più. 
È così che è arrivato il Meridiano Mondadori Le poesie e prose scelte (edizione a cura di Stefano Dal Bianco e Gian Mario Villalta, con saggi di Stefano Agosti e Fernando Bandini).
Il volume ha rallentato l'andamento del viaggio nell'opera di Zanzotto raccontandomi meglio, tappa dopo tappa, di che materia era fatta la sua poesia e mettendo a sistema le molte componenti di un mondo letterario che dal suo esordio (trentenne) nel 1951 agli anni duemila è cambiato in modo eccezionale raccontando le principali sfide umane della contemporaneità. 

Ho compreso dapprima il ruolo appartato, eppure intimamente europeo di Zanzotto
Pier Vincenzo Mengaldo nella sua introduzione a un altro Meridiano, Poeti italiani del Novecento, lo definì "un epigono fuori dal tempo dell'ermetismo", sottolineando un'ideale derivazione da Ungaretti, Gatto, Quasimodo che è andata intrecciandosi con le influenze del surrealismo di Éluard, l'estetismo di D'Annunzio, la spinta morale di Leopardi, la tormentata vicenda esistenziale di Hölderlin. 
Echi dell'ermetismo emergono dalle prime raccolte principali (Dietro il paesaggio; Elegia e altri versi, 1954) nella scelta degli stilemi, delle associazioni, nella ricerca dell'essenziale. Non è manierismo, è un primo passo nella definizione della sua poetica letteraria. 

#LibriSottoLAlbero - Quale saggio scegliere per Natale?




Cari lettori,
eccoci alla seconda puntata dei LibriSottoLAlbero. La scorsa settimana vi abbiamo consigliato i romanzi che regaleremo in redazione (per la puntata, clicca qui), ma tanti di voi ci hanno chiesto quali saggi invece sceglieremmo dalle nostre librerie e a chi li dedicheremmo. Ecco, dunque, il secondo genere di consigli: abbiamo frugato tra le nostre letture saggistiche dell'anno e siamo certi che anche voi farete tesoro dei tanti consigli qui sotto (ci sono sempre gli auto-regali, non vi pare?). 

Buona lettura e buoni regali di Natale,
La Redazione

***

Barbara regalerà
"A Dublino con James Joyce" di Fabrizio Pasanisi (Sandro Teti editore)
Perché: nel lontano 2003, quando ero al liceo, il prof di Italiano ci consegnò un compito a casa: lettura e analisi del testo di "Eveline" di James Joyce. Mentre riportavo in classe la mia recensione del racconto, il professore insinuò che fossi stata aiutata nel svolgere il compito da qualcuno di più grande (forse mia sorella, disse). Mi sentii sminuita e tradita, soprattutto perché l'insegnante conosceva bene la mia passione per la letteratura. Ci rimasi così male che non mi avvicinai mai più a Joyce. Eppure, quel momento segnò una presa di coscienza fondamentale del mio percorso: illuminò la strada che intendevo seguire, mi fece scoprire (per la prima volta consapevolmente) quello che davvero mi piaceva fare. Con questo libro, che racconta le vicende umane e artistiche di Joyce, ho colmato in parte il senso di colpa per non aver più incontrato Joyce nella mia strada di scrittrice e ho ritrovato la sensazione originaria di piacere e soddisfazione che la critica letteraria mi ha regalato per la prima volta in quel lontano 2003... Un ottimo auspicio per il Natale in arrivo!
A chi: a chi aspetta le vacanze natalizie per lanciarsi in una lettura impegnata, ma piacevole. A chi legge per il gusto di scoprire, di saperne di più. A chi ama l'Irlanda, ovviamente, e ritroverà in questo libro le strade di Dublino, i suoi corsi d'acqua, i parchi: un modo per viaggiare anche quando non si può. A chi non ha mai letto James Joyce, perché possa innamorarsene, e a chi, invece, lo conosce attraverso le sue opere, perché potrà scoprire aneddoti e curiosità insolite.

sabato 7 dicembre 2019

#LectorInFabula - Judy non ha nessuno che guidarla potrà: "Papà Gambalunga" di Jean Webster

Papà Gambalunga
di Jen Webster
Caravaggio Editore, 2019

Traduzione di Enrico De Luca e Miriam Chiaromonte

pp. 264
€ 15,50 (cartaceo)
€ 4,99 (ebook)

 
Papà, papà, Gambalunga, Gambalunga,
tu per Judy sei davvero importante. 
Papà, papà, Gambalunga, Gambalunga,
lei ti pensa e ti ripensa ogni istante


I bambini tra gli anni Settanta e Novanta hanno fatto colazione e merenda con i "meisaku". Con questo nome si definiscono gli anime tratti da romanzi della letteratura occidentale. Heidi, Anna dai capelli rossi, Lupin, Il mistero della pietra azzurra e molti altri che il nostro io bambino non ha ancora dimenticato, nonostante gli occhi enorme e tremuli, poggiano la loro base narrativa su romanzi e opere occidentali. 
Il loro grande pregio è stato quello di introdurre i bambini di ogni emisfero alla conoscenza di grandi classici e di storie meno note di autori europei e americani. Papà Gambalunga dell'autrice americana Jean Webster, recentemente ripubblicato in versione integrale da Caravaggio Editore, rientra in questo filone. Tutti ricordiamo la vivace orfana Judy Abbot e i suoi codini rossi e il suo misterioso benefattore. La ricordiamo così bene che la citazione tratta dalla sigla di Alessandra Valeri Manera e Cristina D'Avena l'abbiamo probabilmente letta cantando. E se da bambini non avevamo appieno la percezione delle tematiche adulte che si nascondevano dietro l'animazione, con la lettura del romanzo non possiamo più fingere di non riconoscere la profonda solitudine che si annida nell'animo di Jerusha Abbot.

#SpecialeMERIDIANI - La montagna magica (o incantata?) di Thomas Mann e il sempiterno e affascinante dilemma della traduzione

Raccontare perché ho eletto Thomas Mann a mio scrittore preferito, su tutti, mi rimanda alla mia adolescenza, quando, affascinata dal passaggio storico, letterario e culturale tra Ottocento e Novecento, feci «letture matte e disperatissime» (in realtà assolutamente piacevoli e stampate nella memoria) degli autori che caratterizzarono questo snodo cruciale di tempo.
Non potevo non imbattermi in Thomas Mann e ne I Buddenbrook, prima mia lettura dell'autore tedesco. E fu amore a prima vista. Da lì decisi di comprarmi tutte le opere di Mann.
Un posto particolare nel mio cuore è occupato da La montagna incantata, milleduecento pagine di meraviglia. Lo comprai, era il 1983, nell'edizione Dall'Oglio (una brutta edizione, se si può dire, in due volumi, con una copertina bianca e rossa e un disegno che non mi piaceva per niente). Lo lessi, quindi, nella prima traduzione che comparve in Italia di questo libro, la versione di Bice Giachetti-Sorteni, uscita a Milano nel 1930, sei anni dopo la pubblicazione in Germania dell'opera originale (1924) e un anno dopo l'assegnazione a Thomas Mann del premio Nobel per la letteratura (1929). Allora ero una studentessa di liceo classico, ben più addentro al greco e al latino che non alle lingue straniere (che allora, al classico, si fermavano al ginnasio e comunque io studiavo inglese). Questo per dire che non mi ero ovviamente posta il problema della traduzione del titolo originale, Der Zauberberg. All'università poi mi iscrissi a Lingue e iniziai a studiare il tedesco, lingua assai complessa, ma pericolosamente affascinante. In quel periodo tornai quindi a Mann. Non mi spingo a dire che rilessi le opere del mio autore preferito in lingua originale... no, quella sarebbe stata una montagna ben poco incantata per me da affrontare, ma iniziai a meditare sul problema della traduzione di un testo letterario. Qualsiasi testo. Ma anche allora non immaginavo che la traduzione di Der Zauberberg avesse già fatto discutere gli addetti: Ervino Pocar, infatti, nella seconda traduzione che apparve in Italia del romanzo di Thomas Mann (1965), si pose il problema della trasposizione esatta del titolo, proponendo il concetto di «magia». Che è proprio la traduzione italiana del termine tedesco Zauber (Berg significa "montagna"). Infatti Die Zauberflöte noi lo conosciamo come Il flauto magico. «Incanto» si dice invece «Verzauberung», ma in realtà, giusto per complicare un poco le cose, si può usare anche proprio il termine «Zauber».

venerdì 6 dicembre 2019

L'inferno sono gli altri: "Il purgatorio non è eterno" di Claudio Uguccioni

Il purgatorio non è eterno
di Claudio Uguccioni
Ronzani Editore, 2019

pp. 363
€ 17,00 (cartaceo)


«Inoltre le nostre stanze sono insonorizzate, teniamo molto alla privacy dei nostri clienti».Appena finì di pronunciare quell'ultima frase fu come se si fosse accorto che con un cadavere steso a terra non era molto opportuno parlare di privacy. (p. 12)
Roma 1995: il professore di storia Émile Martin viene trovato morto. Si è sparato con una Beretta calibro 22 e, visto che la moglie e il figlio sono morti in un incidente d'auto pochi mesi prima, il suicidio pare la risposta più ovvia. Al vice commissario Luigi Ranieri però la cosa non torna: perché uccidersi in un anonimo motel di Roma? Perché prenotare un volo per Washington proprio poco prima di spararsi? Perché il Vaticano e le sue forze dell'ordine si stanno interessando a questo ignoto storico francese?
Se state pensando di essere capitati in un ennesimo codice che prende il nome da qualche genio rinascimentale potete rilassarvi: dietro questo thriller storico non c'è nulla di così sensazionalistico come le storie che ci arrivano da oltre oceano. Ma c'è una ricerca storica accurata, una costruzione dei personaggi ben calibrata e un ritmo sostenuto che aprono lo sguardo su uno degli scenari forse un po' trascurati, narrativamente parlando, della nostra storia contemporanea: la politica della ex Jugoslavia.

#LectorInFabula - Due favole per Natale: Ernest & Celestine e Volpe 8

Ernest e Celestine
di Daniel Pennac
Illustrazioni di Benjamin Renner
Feltrinelli, prima edizione 2013

Traduzione di Yasmina Melaouah

pp. 218
€ 19 (cartaceo)

Volpe 8
di George Saunders
Illustrazioni di Chelsea Cardinal
Feltrinelli, 2019

Traduzione di Cristiana Mennella

pp. 52
€ 10 (cartaceo) 


C’è un piacere tutto particolare nel leggere da adulti testi che per definizione sarebbero destinati all’infanzia e che magari in passato abbiamo già incontrato proprio nelle nostre prime avventure da lettori. Le storie di Beatrix Potter e i suoi piccoli amici animali, le bellissime illustrazioni di Richard Scarry, fino ai romanzi di Roald Dahl, Italo Calvino e il mondo di J. K. Rowling, solo per citarne alcuni tra quelli che hanno accompagnato, come per tantissimi altri, anche la mia infanzia. Si lega alla lettura un misto di tenerezza e nostalgia, il ricordo della scoperta delle storie, i pomeriggi in biblioteca e libreria insieme ai miei genitori, la lettura condivisa e una passione nata allora e cresciuta nel tempo. Il periodo delle feste è forse quello più adatto per coltivare un po’ il nostro lato infantile e interpretare quelle favole con la consapevolezza dell’età adulta, cercando al contempo di non perdere del tutto l’incanto di quando eravamo bambini e il piacere semplice della storia.
Tra le proposte natalizie di Feltrinelli editore, due titoli mi hanno subito incuriosita: Ernest & Celestine, di cui da piccola avevo letto alcuni albi illustrati, e Volpe 8 una nuova pubblicazione, entrambi firmati da due autori che la me lettrice adulta conosce e ha frequentato in diverse occasioni, Daniel Pennac e George Saunders. Due storie diverse, per contenuti, scelte stilistiche e formato, ma allo stesso tempo correlate in qualche modo, per la sensibilità con cui i due narratori si sono avvicinati ai giovani lettori quale ideale pubblico delle favole in questione, e per alcune tematiche e spunti che si ritrovano in entrambe.

giovedì 5 dicembre 2019

Una villetta bifamiliare nell'Inghilterra vittoriana: la prosa pungente di Emily Eden

Una casa quasi perfetta
di Emily Eden
Elliot, 2019

pp. 190  
€ 17,50 (cartaceo)
€ 11,99 (ebook)

Titolo originale: The Semi-detached House
Traduzione di Roberta Arrigoni

Una casa perfetta è una commedia di costume brillante, che scorre rapida e leggera, strappando non pochi sorrisi sinceri per la vivacità con cui sono tratteggiati i personaggi e per il brio con cui sono costruite le loro conversazioni. Tematizzato da Emily Eden in una trama equilibrata e ben costruita è il confronto tra le classi sociali nell'Inghilterra del primo Ottocento: l'aristocrazia, ben rappresentata da Lady Blanche Chester, e la middle class cui appartengono gli Hopkinson. Questi due poli, apparentemente opposti e invece resi dai tempi sempre più vicini, si trovano a coesistere forzosamente nella condivisione di una villetta bifamiliare. Proprio il giudizio tranchant di Blanche all’inizio del romanzo ci consente, attraverso l'esternazione ironica dei suoi pregiudizi, di iniziare a conoscere la protagonista, facendo una accurata pesatura dei suoi difetti:
“Oh, povera me! Un bambino piccolo che starà tutto il tempo a lanciare sassi contro la palizzata facendomi sobbalzare il cuore in petto, due figlie che non faranno che suonare Partant pour la Syrie, una madre che [...] sarà spaventosamente grassa e porterà le muffole, muffole spesse e ruvide, e farà di tutto per sapere cosa mangio a ogni pasto."
"Sai, Blanche, a volte penso sia un peccato che tu abbia un'immaginazione così fervida, e un peccato ancora più grande che tu sia tanto suscettibile.” [...]
"Ma davvero sono troppo fantasiosa e suscettibile?"
"Mi rincresce, mia cara, ma temo proprio di sì. Basti dire che hai cominciato questa settimana facendoti venire un accesso di febbre perché Arthur è in procinto di lasciarti, e parliamo di un viaggio che potrebbe dischiudergli ottime prospettive future. Starà via solo tre mesi ed è amareggiato quanto te all'idea della vostra separazione. E tu subito dichiari che non vi vedrete per un anno almeno, che ti dimenticherà in men che non si dica e si innamorerà di qualunque donna gli capiterà di incontrare. [...] Che il suo treno per Folkestone deraglierà, che la sua nave colerà a picco prima di attaccare ad Anversa e che lui, infine, morirà di febbre a Berlino. Tu nel frattempo partorirai un bambino morto, immediatamente seguito da due gemelli, avrai un travaglio dolorosissimo e morirai di tubercolosi e un certo numero di altre malattie. [...] Se queste non sono fantasticherie infondate, cara Blanche, davvero non saprei come chiamarle."
"Eppure suonano plausibili, e vi assicuro che non sono stata io a fabbricarle, mi si sono presentate alla mente senza che le evocassi, e mi pare che non differiscano granché dagli ordinari eventi della vita." (p. 8-9)

Vita autentica e vita inautentica nella scrittura di Coelho: «Veronika decide di morire»

Veronika decide di morire
di Paulo Coelho
traduzione di Rita Desti
La Nave di Teseo, 2019

pp. 228
€ 13,00 (cartaceo)
€ 7,99 (ebook)

“Io non so che cosa sia esattamente un matto,” sussurrò Veronika. “Comunque, io non lo sono. Sono una suicida frustrata.”
“Matto è colui che vive nel proprio mondo. Come gli schizofrenici, o gli psicopatici, o i maniaci. Quelle persone, cioè, che sono diverse dalle altre.”
“Come te?” (p. 48)
Di dialoghi e considerazioni come quella riportata il libro di Coelho è pieno: sono considerazioni che mirano a fornire una visione diversa sulla malattia mentale, meno ostracizzante e più vicina a una forma d’arte e di autenticità. Il malato mentale viene qui presentato come colui che ha un problema dal punto di vista medico, sì, e un problema socialmente rilevante oltretutto, che difficilmente gli potrebbe garantire una vita degna; tuttavia viene anche presentato come se fosse, in massima parte, costituito da una differente visione del mondo rispetto a chi la malattia mentale non ce l’ha. La malattia mentale viene cioè presentata come una forma di alterità rispetto agli altri, che poi saremmo noi comuni mortali, i quali vivono una vita regolare, standard, in qualche modo legata a una visione borghese e pertanto ingabbiata del mondo.
Che il senso ultimo dei tanti discorsi affrontati in Veronika decide di morire sia proprio questo è dovuto al ritornare costantemente sull’argomento:
“È grave sforzarsi di essere uguali: provoca nevrosi, psicosi, paranoie. È grave voler essere uguali, perché questo significa forzare la natura, significa andare contro le leggi di Dio che, in tutti i boschi e le foreste del mondo, non ha creato una sola foglia identica a un’altra. Ma tu ritieni che l’essere diverso sia una follia, e perciò hai scelto di vivere a Villete. Perché qui, visto che tutti sono diversi, diventi uguale agli altri. Capito?” (p. 187)

mercoledì 4 dicembre 2019

Tra sogno e gelida realtà: la neve, protagonista in discussa del nuovo libro di Franco Brevini


Il libro della neve. Avventure, storie, immaginario
di Franco Brevini
Il Mulino, 2019

pp. 328
€ 45 (cartaceo, copertina rilegata, pagine patinate, a colori)


Nel corso dei secoli, la neve non ha mai smesso di stupire gli uomini, ora portando con sé ricordi fatati dell'infanzia, ora seminando inquietudine, se non addirittura panico per le conseguenze spesso anche fatali. Quel che è certo è che la neve trasforma, e tanti artisti si sono confrontati con questi cambiamenti, mentre gli sportivi hanno misurato le proprie forze in record memorabili, gli esploratori si spingevano oltre i limiti noti,... 

Nel grande e prezioso libro illustrato uscito da poco per Il Mulino, Franco Brevini, insegnante di Letteratura italiana all'Università di Bergamo, unisce la precisione dello studioso alla sua passione per l'alpinismo.
Come definire, dunque, queste oltre trecento pagine dedicate alla neve? Non è semplice. Certamente si tratta di un avvincente percorso tematico, che spazia e raccoglie materiale eterogeneo, affascinante per la stessa arbitrarietà degli accostamenti, che, montati ad arte, fluiscono in una lettura sempre piacevole: ad accostamenti storici che travalicano i secoli (come, ad esempio, la napoleonica campagna di Russia o la tanto leggendaria traversate delle Alpi ad opera di Annibale), si avvicendano spogli letterari, anche qui a perdifiato attraverso la storia della letteratura, mentre per lo sport si riprendono aneddoti e record straordinari. E che dire della scienza, che ha analizzato tanto a lungo la composizione dei cristalli della neve? O delle tante parole usate nei secoli per designare questo labile tappeto bianco? O degli animali che popolano tipicamente i ghiacciai? 

#CriticaNera - L'ultima avventura dell'avvocato Guerrieri: "La misura del tempo".


La misura del tempo
di Gianrico Carofiglio
Einaudi, Stile Libero Big, 5 novembre 2019 

pp. 288
€ 15,30 (cartaceo)
€ 9,99 (ebook)



Sono due le linee narrative che compongono l'intreccio de La misura del tempo, l'ultimo romanzo di Gianrico Carofiglio: la prima è quella prettamente giallistica, che segue le indagini prima e il processo dopo e che vedono impegnato l'avvocato Guerrieri; la seconda riguarda la storia d'amore avuta da Guerrieri con la madre dell'imputato tanti anni prima. Una linea in presa diretta, quindi, con un linguaggio più snello e la prevalenza di sequenze narrative e dialogiche, e una linea di lungo flashback, dove invece abbondano le sequenze descrittive ma soprattutto riflessive, nelle quali Guido Guerrieri si lascia avvolgere da una dolce malinconia, dalle "rimembranze" di un amore in cui lui ha dato certamente più di quanto ha raccolto. 
"Era Lorenza. Cioè lei. Se l’avessi incrociata per strada non l’avrei riconosciuta. Era lì davanti a me, a quel punto sapevo benissimo chi fosse, ma ugualmente non ne avevo la più pallida idea". 

martedì 3 dicembre 2019

#CritiCOMICS - «Sapevo che nel mio primo libro da autore completo avrei raccontato di un viaggio»: Giopota a Lucca Comics ci racconta "Inni alle stelle"

Sognante come non mai, Giopota è tornato con "Inni alle stelle", un'avventura magica e piena di colpi di scena edita da Bao. Noi l'abbiamo raggiunto a Lucca Comics and Games e ci siamo fatti dire "com'è nato questo viaggio in mezzo alle stelle".


Partiamo subito con una domanda da “far tremare le vene ai polsi”: come ti sei sentito quando hai deciso di iniziare a lavorare, per la prima volta, su un romanzo grafico da autore “completo”?
In realtà mi sono sempre sentito pronto a realizzare un fumetto solo mio. Avrei voluto farlo già un paio di anni fa, anche se a posteriori posso dire di aver fatto bene ad aspettare. Nel frattempo, ho accumulato la giusta esperienza per poter affrontare questo viaggio da solo. Ho provato a non pensare troppo a come mi sentissi. Sono partito focalizzandomi sul presente e su ogni mio passo, senza fretta e senza idealizzare la meta (che è esattamente quello che all'inizio del libro fa Inni, il protagonista). Certo, è stato più faticoso, ma anche doppiamente gratificante.



Qual è stato lo spunto per la tua storia? Avevi qualche esempio, magari letterario o filmico, oppure è stata una tua idea balenata all’improvviso?

In principio sapevo solo che nel mio primo libro da autore completo avrei raccontato di un viaggio. Ne ho scritte tante versioni ma nessuna di quelle funzionava perché parlava poco di me. Ho capito che questa storia avrebbe avuto sostanza solo se ci avessi messo del mio vissuto.
Ho comunque avuto dei riferimenti, ma più che definirli tali direi che sono stati dei punti attorno cui orbitare senza emularli, pur traendone ispirazione. Degli esempi: Il cammino di Santiago di Paulo Coelho e Lo Hobbit di Tolkien.

Le tante vite di Lucia Berlin, raccontate dalla sua voce mai retorica né tentennante: "Welcome home"

Welcome home. Un memoir con fotografie e lettere scelte
di Lucia Berlin
Bollati Boringhieri, 2019

Curatela e prefazione di Jeff Berlin
Traduzione di Manuela Faimali

pp. 190
€ 20 (cartaceo)
€ 12,99 (ebook)



Tante, tantissime vite in una sola: leggendo Welcome home, passando da un lacerto di memoria a una fotografia, si ha proprio l'impressione che Lucia Berlin abbia vissuto un'esistenza poliedrica, con sorti alterne, in numerosissime città, cercando radici che sembrano non arrivare mai davvero. 
Fin da bambina, la famosa scrittrice americana nota per i suoi racconti è stata abituata a spostarsi con la madre, il padre e i fratelli tra i vari siti minerari dove il lavoro paterno portava tutta la famiglia. Case senza riscaldamento in legno, inverni rigidi, vicini di casa strani e degni di memoria sono solo alcuni degli elementi più ricorrenti nell'infanzia di Lucia Berlin. E soprattutto, storie. Dettagli osservati e impressi nella memoria di una bambina già promettente, che nelle foto scattate guarda in modo curioso e impertinente l'obbiettivo, mostrando ogni volta la sua predisposizione a osservare il mondo. 

lunedì 2 dicembre 2019

The Irishman: dal cinema al romanzo il passo (non) è breve


The Irishman
di Charles Brandt
Fazi Editore, 2019

Traduzione di Giuliano Bottali e Simonetta Levantini

pp. 469
€ 18 (cartaceo)
€ 9,99 (ebook)


Partiamo subito da un presupposto: negli ultimi dieci anni il fenomeno, fino a quel momento praticamente inedito, dei "romanzi tratti da film" (e non il contrario, come prima era solito avvenire) è stato sempre più presente nelle trame dell'industria dell'intrattenimento. Tuttavia, per questo The Irishman di Charles Brandt siamo proprio nel versante opposto, ovvero quello più classico. E classico sarà la parola guida per questa nostra recensione. Già perché il "racconto di mafia" di Brandt, da cui è stato tratto il film diretto da Martin Scorsese con i "magnifici tre" Robert De Niro, Al Pacino, Joe Pesci, Harvey Keitel finalmente riuniti a recitare insieme, è un romanzo "classico che più classico non si può". E, ahinoi, non è un bene questo, anzi.

Il faro in una stanza, quarta edizione: raccontare Virginia Woolf e la sua visione

Ho il potere di arrivare a dire la realtà vera?

È una delle domande principali che si poneva Virginia Woolf quando scriveva. 

Una domanda che da sola contiene una grande, immensa, possibilità: quella di rendere la vita in scrittura, di strappare alla realtà una verità, e questa verità poi comunicarla attraverso una visione. È questo l'aspetto più inquieto della sua personalità, troppo spesso e troppo banalmente rappresentata come inquieta, buia e depressa, quando i diari e le lettere ci dicono tutt'altro raccontandoci invece la vitalità, l'acume, l'ironia, l'attenzione vigile sul mondo.

Se c'è una cosa che rendeva Virginia Woolf inquieta era la sua ricerca, costante e spesso sfibrante, di
arrivare alle cose, dentro le cose, nel flusso della vita che acquista un senso solo quando viene messo in forma scritta.
È la ragione per cui a quasi ottant'anni dalla scomparsa è così contemporanea: è l'esempio di una ricerca di senso, ed è una ricerca che non passa mai. 
Chi ama Virginia Woolf dal 2016 a questa parte ha l'opportunità di incontrarla non solo nelle letture, ma anche attraverso un festival che chiama a raccolta i suoi lettori per celebrare la sua visione e la bellezza della sua opera.
Si chiama Il faro in una stanza e si tiene a Monza; noi eravamo lì già dalla prima edizione che abbiamo poi raccontato attraverso una cronaca e un'intervista a Raffaella Musicò, la proprietaria della libreria Virginia e Co di Monza, che insieme a Liliana Rampello, Elisa Bolchi e Sara Sullam da anni lavora all'organizzazione e alla comunicazione dell'iniziativa.
Quattro donne, studiose e professioniste del mondo del libro che amano Virginia e la raccontano per quello che era, una rivoluzionaria, un'equilibrista della parola e del tempo che tutt'oggi si destreggia su una corda immaginaria tra passato, presente e futuro.

Inseguendo "L'anno della lepre", il romanzo cult di Paasilinna

L'anno della lepre
di Arto Paasilinna
Iperborea, I edizione 1994

Traduzione di Ernesto Boella

pp. 208
€ 14 (cartaceo)
€ 8,99 (ebook)
gratis con Kindle Unlimited



La prima volta che ho sentito parlare di questo libro è stata anche la scoperta di Iperborea, la casa editrice che si occupa esclusivamente di narrativa del nord Europa. Un titolo curioso, che mi guardava dagli scaffali della libreria. È passato qualche anno, il libro in questione era rimasto su quello scaffale. Nel tempo ho sentito spesso parlare del romanzo cult di Arto Paasilinna, con il crescente pubblico di lettori affezionati, l’ho ritrovato a guardarmi dagli scaffali di tutte le librerie, in diverse vesti grafiche per il numero crescente di edizioni che via via si accumulavano in seguito al successo tra il pubblico. Poi lo scorso anno, poco prima della scomparsa di Paasilinna, me ne parlò una persona del cui parere mi fido molto, nel corso di una delle tante “passeggiate letterarie” che amiamo fare insieme, tra spunti, consigli, scoperte. Cercare L’anno della lepre tra i libri usati diventò una specie di rituale del weekend, con scarsi risultati fino a un paio di mesi fa, quando finalmente l’abbiamo trovato. Tanta ricerca – e aspettative, anche – meritava di essere celebrata aspettando il momento giusto per immergersi adeguatamente nelle atmosfere del libro e così ho rimandato ancora di un po’ la lettura, in attesa dei primi giorni di freddo.
Sono bastate poche righe per capire che la scrittura di Paasilinna è talmente precisa ed evocativa che avrei potuto leggere la storia anche al mare, sotto il sole ligure di ferragosto, riuscendo comunque a dimenticarmi di tutto quanto intorno e ritrovarmi insieme a Vatanen, il protagonista, tra i boschi della Finlandia, conquistata dalle avventure del giornalista in fuga con la sua lepre. Un romanzo – o, per meglio dire, una novella, come la definì il suo autore – velato di leggera malinconia e al contempo ironico, divertente, storia ricchissima di spunti di riflessione, un’avventura on the road che, pubblicata per la prima volta in Finlandia nel 1975, più di quarant’anni fa ormai, è un classico e, come tale, ha superato limiti geografici e cronologici.

domenica 1 dicembre 2019

Uno straordinario adattamento grafico del "grande poema del mondo": il Mahabharata a fumetti

Il Mahabharata
sceneggiatura di Jean-Claude Carrière
illustrazioni di Jean-Marie Michaud
L’ippocampo, 24 ottobre 2019

traduzione dal francese di Fabrizio Ascari

pp. 446
€ 29,90 (cartaceo)



Il 1985 ha rappresentato un’annata importante per le arti performative: fu difatti in occasione del trentanovesimo Festival del teatro di Avignone che il 7 luglio debuttò il Mahabharata di Peter Brook, spettacolo epico e colossale di nome e di fatto dal momento che portava in scena un adattamento del “grande poema del mondo” per un totale di nove ore di spettacolo. Sono passati più di trent’anni da quell’evento destinato a passare alla storia, e ancora oggi il lavoro del regista inglese – che fino al 1988 lo portò in tournée in tutto il mondo – è studiato, analizzato e celebrato in numerose pubblicazioni. Un destino più che fausto, dunque, e che per certi versi somiglia a quello del testo d’origine, scritto in sanscrito a partire dal IV secolo a. C. e successivamente ampliato fino ad arrivare a una lunghezza quindici volte superiore a quella della Bibbia. Merito di quel successo fu anche di Jean-Claude Carrière, che (insieme a Marie-Hélène Estienne) mise mano all’adattamento del testo operando tagli alle parti non necessarie e inserendo alcune aggiunte di raccordo; un lavoro, quello dello scrittore, che non cessò nemmeno con la messa in scena, ma che andò avanti almeno fino al 1989, quando mise mano alla forma romanzo per rendere l’opera accessibile a un pubblico moderno di lettori oltre che di spettatori. Tre anni fa – tanti ce ne sono voluti per il compimento della sua "impresa" – l’illustratore Jean-Marie Michaud si è a sua volta appropriato di quella sceneggiatura per darle forma e colore sottospecie di fumetto: il risultato è un meraviglioso volume appena pubblicato da L’ippocampo nella sua versione italiana, e che spicca per originalità e imponenza nel sempre ammirevole catalogo della casa editrice. 

#LibriSottoLAlbero 2019 - Quali romanzi regalerà la nostra redazione?


Buon 1° dicembre, lettori! 
Come ogni anno, a dicembre la nostra rubrica del "Rileggiamo con voi", piena di consigli librari, si trasforma in "Libri sotto l'albero", per aiutarvi a scegliere cosa regalare questo Natale. Per non sbagliare, oltre alle indicazioni sul libro trovate perché regalarlo e le persone più adatte a riceverlo in dono. Correte poi a cliccare sul link alle nostre recensioni, per verificare se quel libro davvero può fare al caso vostro! 
In questo primo appuntamento, le nostre redattrici si soffermano sui romanzi: quali regalare? Non perdete le prossime due domeniche, con altri consigli per fare regali decisamente personalizzati. 

Intanto buon primo clima natalizio! 
La Redazione


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Barbara regalerà 
"Persone che potresti conoscere" di Joann Sfar (Clichy)
Perché: il Natale è il momento in cui le famiglie si riuniscono, un'occasione preziosa per ritrovare gli affetti, condividere la felicità e la magia delle feste e, soprattutto, dialogare. Tuttavia, avendo qualche giorno di ferie dal lavoro, molti di noi, anziché dedicarsi alle relazioni affettive, passano più tempo del solito sui social network. Rifugiandosi in un mondo virtuale che anestetizza, distrae e spesso travisa la realtà, si corre il rischio di perdere le cose veramente importanti, il significato primo del Natale: stare vicino a chi si ama, coltivare l'amore. Il romanzo di Sfar costituisce un monito sufficientemente spaventoso alla deriva offerta dai social... Un tema importante trattato con la leggerezza e l'ironia necessarie a trascorrere qualche ora piacevole sotto le luci dell'albero di Natale.
A chi: Ai più giovani, che vivono una vera e propria commistione tra mondo reale e virtuale, rendendo le due dimensioni spesso sovrapposte. Ma anche ai più grandicelli, che non essendo "nativi digitali" in molti casi non sono in grado di porre limiti e paletti alla vita sui social network; a chi i social li usa per lavoro e, di conseguenza, li evita nel tempo libero; a chi cerca l'amore ed è tentato di cedere alle lusinghe di qualche corteggiatore virtuale: i social possono aiutare anche i più timidi a sciogliersi e incontrare persone nuove, ma non possono mai sostituire un rapporto diretto, fatto di azioni autentiche: un caffè insieme, una coperta da condividere sul divano, una cena e una passeggiata per le vie della città resa magica dalle luci del Natale.