venerdì 13 dicembre 2019

Le parole che si perdono nel vento: sull'esordio in narrativa di Leonardo Luccone

La casa mangia le parole
di Leonardo G. Luccone
Ponte alle Grazie, 2019

pp. 528
€ 18,00 (cartaceo)
€ 9,99 (ebook)

Cosa stanno a rappresentare le foto del passato? Sono la testimonianza di qualcosa di irreversibile. Sono grappoli di pensieri che precipitano nello spirito, aiutando i ricordi a conglomerarsi intorno ai ricordi altrui; la memoria zampetta sulle sabbie mobili dell’analogia. È qui che scaturisce la nostra immagine delle cose, che non è null’altro che una rappresentazione che ci inonda la mente come il caffè la mattina quando siamo assetati e storditi. A volte creiamo immagini in grado di smussare le nostre sporgenze, una macchinazione che ci modifica persino nell’aspetto. Non è il nostro viso che vedono, non è la nostra voce che odono, è un involucro grasso, è l’impalcatura del nostro scontento (p. 61).
Volgendo verso la fine dell’anno posso affermare che difficilmente mi capiterà, da qui al 31 dicembre, di interrompere un libro in lettura; quindi, il romanzo d’esordio di Leonardo Luccone – che nell’editoria non è nome sconosciuto, in quanto fra le altre cose è stato direttore editoriale di 66thand2nd e ha tradotto Cheever e Fitzgerald, mentre oggi, sempre fra le altre cose, dirige una realtà solida come l’agenzia letteraria Oblique – è il secondo e, spero, ultimo testo che non riuscirò a portare a termine nel 2019 (del primo libro interrotto, altro esordio clamoroso dell'anno, parlo qui).
Non è ovviamente un discorso di mole (mentre scrivo questa recensione mi cimento nella osticissima lettura del Ritorno del barone Wenckheim di László Krasznahorkai, 640 pagine di narrazione densissima e di pochissimi punti), né tantomeno di bruttezza della scrittura, ché tutto si può dire di Luccone – e chi, come me, ha seguito un suo corso, può confermare – tranne che non conosca la lingua con la quale sta scrivendo; è piuttosto una considerazione di ordine stilistico quella che faccio, nel senso che i periodi in cui mi sono imbattuto prima di decidere di non proseguire, circa a pagina 170, erano scritti bene, con una proprietà di linguaggio superiore alla media, e tuttavia non sono stati in grado di catturare l’attenzione. Più volte infatti mi sono ritrovato a leggere gli stessi passaggi senza riuscire a concentrarmi sugli avvenimenti o sui dialoghi (quei dialoghi che un maestro come Percival Everett, nell'endorsement in quarta di copertina, considera «magistrali» e in grado di «portare avanti il romanzo»); più volte, davanti a un bel periodo – o a belle considerazioni, come quella presente nella citazione sopra riportata –, mi sono ritrovato a pensare che il linguaggio fosse troppo artificioso, troppo arzigogolato per esprimere un concetto che, pur degno, poteva essere trattato diversamente.
È una questione di stile, mi si dirà, e posso essere d’accordo: d’altronde fra Carver e Wallace ci passano un abisso e l’intera storia della letteratura. E tuttavia quello del libro in questione è un linguaggio pretenzioso, il cui fulcro ruota intorno alla perfezione della parola senza tuttavia riuscire a far scattare quella molla emotiva/empatica che, necessariamente, è alla base di un romanzo non di genere. Sin dalle prime battute, infatti, è mancata la voglia di scoprire cosa sia successo alla famiglia De Stefano, cosa abbia portato quella coppia dal passato felice sull’orlo del baratro. Mentre il testo arranca in modo macchinoso, ciò che capita è che si perde interesse nella lettura: la trama e la bandella promettono uno sviluppo, un intrecciarsi e approfondirsi della trama, e tuttavia niente, neanche la benché minima curiosità, mi ha spinto ad andare oltre, a pensare che, se ora le cose sono così, magari fra dieci, venti o cento pagine (!) le cose potrebbero cambiare.
Vorrei poter dire di più su questo romanzo sul quale, sin dal primo comunicato, ho avuto enormi aspettative; vorrei poter entrare nei dettagli e spiegare cosa va e cosa non va, quali sono i punti di forza e quelli su cui l’autore può concentrarsi: eppure, tanta è la stima che provo per Luccone quanta è l’indifferenza che questo libro mi ha suscitato.

David Valentini