Il boom latinoamericano - Lettere 1955-1975
di Cortázar/Fuentes/García Márquez/Vargas Llosa
Mondadori, gennaio 2026
pp. 516
€ 22 (cartaceo)
€ 15,99 (e-book)
Viene qui raccolta, per la prima volta, la corrispondenza tra i quattro principali romanzieri del Boom latinoamericano: Julio Cortázar, Carlos Fuentes, Gabriel García Márquez e Mario Vargas Llosa. Gli ultimi due hanno ricevuto il premio Nobel, mentre i primi due lo meritavano e nessuno si sarebbe sorpreso se l'avessero ottenuto. Il dialogo tra questi quattro amici, brillanti e di successo, ci offre un accesso inedito ai loro rapporti personali e collettivi, con tutti i loro incontri e «disincontri», e ci apre una finestra privilegiata sulla letteratura e la politica latinoamericane, in particolare durante un periodo cruciale della storia moderna, tra il 1959 e il 1975. (p. 7, dalla prefazione dei curatori)
Se vi aspettate il classico mattone indigesto pieno di dettagli inutili e stralci di saggi, interviste e note soporifere, beh, vi sbagliate. Questo è uno di quei testi che non si leggono, ma si studiano, e con immenso piacere. Non solo se il lettore è fan della letteratura latino e sudamericana, ma se è amante della letteratura tout court. Per non parlare della gioia di leggere - perché parliamo appunto di lettere che i quattro giganti si sono scambiati nell'arco di più di vent'anni - le parole di Cortázar, Fuentes, García Márquez e Vargas Llosa, senza filtri, spontanee, appassionate, ricchissime di lezioni di vita piccole e grandi.
Ne emerge un quadro caratteriale piuttosto definito, ma ugualmente sorprendente: Carlos Fuentes il professorino, sempre moderato, gentile, pacato; un Gabo focoso, facile all'ira e alle parolacce, le cui lettere sono fonte di risate continue; un Cortázar tutto d'un pezzo, l'asceta e il solitario, ligio al dovere e ai valori, così preciso e fedele nel suo sostegno agli amici, così generoso nella critica ai loro testi; e infine un Vargas Llosa giramondo, inafferrabile, sfuggente, il primo che si allontanerà dal gruppo, come il testo ci racconta (e anche quello che era più restio alla forma epistolare).
207 missive, più telegrammi, cartoline, interviste e recensioni: un epistolario che comincia nel 1955 - quando ancora nessuno dei quattro aveva tirato fuori dal cilindro i propri capolavori - e si conclude simbolicamente nel 1976, dopo l'allontanamento siglato da un pugno in pieno viso da parte di Vargas Llosa a García Márquez in un cinema messicano.
Dicevo dei capolavori letterari dei nostri quattro autori: quale grande felicità sono le parole che, attraverso la loro voce, ci raccontano la genesi de L'ombelico della luna e di Aura di Fuentes, che lo annuncia in una lettera a Cortázar (il quale, a sua volta, risponderà appassionatamente con lunghe recensioni); e di La città e i cani di Vargas Llosa che tanto commosse Cortázar; e di Rayuela, di cui il suo autore parla in una lettera a Fuentes e Vargas Llosa; e di Cent'anni di solitudine di Gabo, che nella sua missiva del 30 ottobre 1965 a Fuentes dichiara di aver trovato il titolo al suo nuovo romanzo.
Magister,
non mi viene in mente un modo migliore di festeggiare di aver concluso la prima metà del mio romanzo che rispondere alla tua lettera da New York. Comincio col dire che sei una persona malvagia perché ti trovi a Roma in questo sabato cupo, ma con un poco di egoismo te ne sono grato, perché non ho più nessuno da andare a trovare, e il tè domenicale lo dedico a scrivere. Ho perfino trovato il titolo del romanzo: Cent'anni di solitudine. Come ti suona? Sono stato molto contento per quello che mi dici dei miei libri da Harper & Row. In effetti, li hanno tenuti tutti. In vista di questo, ho dato istruzioni a Carmen Balcells di offrire loro, senza chiedere anticipi, Cent'anni di solitudine." (Da Gabriel García Márquez a Carlos Fuentes, Città del Messico, 30 ottobre 1965) (p. 68)
Caro Mariostanotte ho finito di leggere il tuo romanzo (La città e i cani) che mi ha profondamente commosso. Ho tanti da dirti al riguardo e vorrei vederti presto per chiacchierarne. Mi chiami a casa per combinare un incontro? (da Julio Cortázar a Mario Vargas Llosa, 13 giugno 1962) (p. 18)
Caro Carlos[...] Di Aura cosa posso dirti a parole? È così meraviglioso che quando Aurora e io abbiamo finito di leggerlo, la stessa sera, siamo rimasti a guardarci e ci venivano in mente soltanto parole vuote. Fin dal primo rigo ti impadronisci del lettore, lo privi di ogni risorsa, lo imbarchi in quelle acque oscure, in quell'incredibile atmosfera. Mi sono sempre piaciuti i tuoi racconti, ma credo che questo vada molto oltre, entri in quella dimensione a cui accedono soltanto i più grandi, un Poe o un Nerval. Era da tanti anni che non leggevo un racconto così bello. Sono molto contento di quanto mi dici delle Armi segrete, perché è un libro in cui ho dato tutto ciò che avevo, e che a volte è stato giudicato con criteri troppo estetici, senza voler vedere un tentativo verso un'altra cosa. Credo che quel tentativo abbia già preso corpo in Rayuela, un lungo romanzo che verrà pubblicato all'inizio del '63, e mi farà tanto piacere se lo leggerai e lo criticherai. Non faccio granché in questi mesi, proprio perché Rayuela mi ha lasciato molto vuoto e stanco. (Da Julio Cortázar a Carlos Fuentes, 29 ottobre 1962) (p. 23)
Julio caro e ammirato,
ficco il naso nel centro di Rayuela: odoravano così, nella mia infanzia, i coni di carta bianca in cui i venditori di ghiaccio grattugiato spargevano essenze di arancia e lampone, cioccolato e tamarindo. E sulla "Tavola di orientamento", frettolosamente, a matita, scrivo: «Questo libro è il vaso di Pandora». E le pagine finali, in bianco, contengono un altro romanzo che prolunga - perché no? - le presenze (non dico le vite né i personaggi) di Talita e Manú, della Maga e di Holiveira, di Rocamadour e di Morelli. E anche le note al margine sono una seconda, terza, infinita galleria di ogni capitolo. Ho appena chiuso, stamattina, il libro. Da dove iniziare? Cosa posso dirti? Che mai, nella letteratura latinoamericana - e mi tengo basso - ho vissuto più intensamente un romanzo? (Da Carlos Fuentes a Julio Cortázar, 18 gennaio 1964) (p. 33)
Come si può notare dal tono di queste lettere, i quattro autori sono stati amici appassionati. Il boom latinoamericano - il momento di massimo splendore della letteratura di quei Paesi, che hanno trovato in questi scrittori e intellettuali i loro campioni - non ha significato tanto la fioritura dei libri, quanto quella dei lettori, un interesse praticamente senza precedenti (come sottolineano le lettere).
Fa specie scoprire l'umanità di Gabo, povero e pieno di debiti, con una Mercedes sull'orlo di una crisi di nervi, che prova a sistemare le finanze di famiglia scrivendo i cosiddetti churros (sceneggiature e copy per il cinema); fa specie che autori di questo calibro abbiano avuto dubbi e incertezze sui propri testi, e laddove la critica e i lettori non li hanno capiti o demoralizzati, ci hanno pensato gli altri - la "mafia", come la chiamava Gabo - a risollevargli di morale.
Fa sorridere la premura, la gentilezza di ognuno di loro nel momento in cui usciva un nuovo libro: erano subito pronti a una recensione, una lettera, un articolo, una presentazione in radio, una menzione a qualche premio letterario. Si può dire, insomma, che siano stati l'uno il supporto dell'altro e non solo in termini d'affetto, ma soprattutto in termini di consigli pratici: quale casa editrice, quale traduttore, quale promozione.
Caro maester,
non ti avevo risposto perché il romanzo mi ha lasciato un dopo sbronza orribile: all'improvviso mi ha assalito il terrore di non aver detto realmente nulla in 500 cartelle e mi sono rinchiuso con il nevrotico proposito di rifarlo in un altro modo. Tutto si è ridotto, per fortuna, a qualche colpo di machete, a ripulire tutto ancora un po', ed è ormai a Buenos Aires. L'ho mandato senza farlo vedere a nessuno. Potrai immaginare come sto, ancora in attesa che i lettori di Sudamericana mi mandino a dire che è una merda. (Da Gabriel García Márquez a Carlos Fuentes, 30 settembre 1966) (p. 117)
[...] Il romanzo latinoamericano ha battuto ogni record di vendite l'anno scorso in Colombia secondo ritagli stampa che ho appena ricevuto. I libri più venduti sono stati La città e i cani, Rayuela e La morte di Artemio Cruz. In primo piano sono stati anche Il secolo dei Lumi e i miei. Questo vuol dire che il nostro pubblico sta rispondendo molto bene. Soprattutto la gioventù universitaria, in Colombia, ci segue con enorme interesse, e ti comunico che questo sostegno giovanile a un gruppo di scrittori è un fenomeno completamente nuovo nel mio paese. (Da Gabriel García Márquez a Carlos Fuentes, 26 gennaio 1967) (p. 137)
[...] Ero a conoscenza dei malintesi presenti a Cuba e ho saputo degli interventi di Julio e Mario in tuo favore. Tutto questo mi sembra semplicemente stupido. Se gli amici cubani si trasformano nei nostri poliziotti, si beccheranno, almeno da parte mia, una bella mandata affanculo. Tutto il problema si riduce al fatto che hanno paura gli uni degli altri e sono impegnati in una maratona del radicalismo, che può portare soltanto al settarismo. Non devono dimenticare che siamo scrittori indipendenti, che siamo con loro per convinzione e non per paura che ci arrestino. Già è abbastanza essere schedati dai gringos e non avere il visto per vedere film e mostre a New York, per poi scoprire che adesso non possiamo vederli neanche all'Avana. Juan García Ponce ha scritto una lunghissima e ottima lettera di questo tenore. Io ho intenzione di parlare della questione con i delegati cubani che verranno al congresso. Se lo fanno perché disperati dall'isolamento, le cose si metteranno peggio, perché perderanno anche i loro migliori amici. Ho detto. Cazzo! (Da Gabriel García Márquez a Carlos Fuentes, 4 marzo 1967) (p. 149)
La situazione a Cuba, Pinochet, Allende, i premi letterari, le donne della loro vita, i figli, i romanzi, i progetti, i premi, l'amicizia: sarebbe impossibile condensare in una recensione cinquecento pagine di lettere. E sarebbe anche poco inedito: quello che è inedito è che molti dei romanzi e dei racconti dei quattro sono stati influenzati da questo rapporto così speciale; spesso l'uno dedicava un libro o un racconto all'altro; ancora, trovavano elementi in comune senza essersi consultati (come nel caso di Cent'anni di solitudine e La casa verde); Cortázar nello specifico, più degli altri, dispensava consigli tecnici, da critico e editor, e non meno spesso i testi sono stati modificati in base alle sue direttive (come nel caso della parte finale di Cambio di pelle di Fuentes).
Tanti anche i "big" che compaiono a sprazzi tra le pagine: Sontag, Kundera, Moravia, Feltrinelli, Neruda, Pinochet, Nixon, Fidel Castro, Bergman, Calvino.
Cent'anni di solitudine in francese è stato presentato al premio per il miglior libro straniero, anche se so (e desidero) che lo daranno a Milan Kundera. Nulla è più piacevole di essere sconfitto lealmente da quel pazzo scatenato che ci spiegava i problemi del suo paese prima con un caldo di 50 gradi e poi a 20 gradi sotto zero, in un incredibile conciliabolo di froci che cacciavano fumo dal culo. È possibile concepire una scena di teatro più da sballo?
(Da Gabriel García Márquez a Carlos Fuentes, 17 marzo 1969) (p. 245)
Insomma, il testo è uno spasso, ma è anche una grandissima lezione di letteratura e critica letteraria. A prescindere dalla rottura, fisiologica tra l'altro vista la diversità delle vedute politiche, il boom latinoamericano è stato, grazie ai questi quattro autori e a chi vi girava attorno, uno dei periodi più fertili e felici per la letteratura tutta. Ha stabilito canoni, regole, ha inventato nuovi mondi, atmosfere e stili che ancora oggi ci influenzano e ci ammaliano. Com'è nata la nostra fascinazione? Ecco, questo epistolario ce lo racconta benissimo.
Lo consiglio calorosamente a chiunque sia interessato a questi temi, ma anche solo a chi vuole commuoversi scoprendo la genesi e l'evoluzione di alcuni dei più grandi capolavori della letteratura moderna.
Deborah D'Addetta

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