L'ospite regale
di Henrik Pontoppidan
Iperborea, 25 febbraio 2026
Iperborea, 25 febbraio 2026
Traduzione di Fulvio Ferrari
pp. 128
€ 16,00 (cartaceo)
Un breve romanzo pubblicato per la prima volta nel 1908 può portare una ventata d'aria fresca e di novità nei nostri scaffali. La riedizione de L'ospite ingrato da parte di Iperborea ci consente di riscoprire questo piccolo (solo per numero di pagine) capolavoro di Henrik Pontoppidan, premio Nobel per la Letteratura nel 1917.
L'autore, amato e ammirato da György Lukács e Thomas Mann, mostra in cento pagine le atmosfere che è capace di creare e quanta profondità psicologica possa esservi in una storia apparentemente semplice.Emmy e Arnold, la coppia protagonista del romanzo, sposati da sei anni, hanno lasciato Copenhagen per trasferirsi in un piccolo e sonnolento paesino in brughiera, nello Jylland di inizio Novecento. Arnold è medico ed Emmy si prende cura dei tre bambini. Apparentemente la loro vita, benché noiosa e solitaria, scorre felice e operosa. Appaiono come i "semplici" non toccati dall'inquietudine della vita, fino a quando, in una sera fredda e con una forte tormenta di neve, bussa alla porta uno sconosciuto a chiedere ospitalità. Lo sconosciuto si rifiuta di rivelare il proprio nome e dice di essere un principe.
Era un uomo di altezza media, sulla cinquantina, con una corona di riccioli bruni un po' ingrigiti intorno a una fronte stempiata. Era vestito con molta eleganza, con una lunga giacca nera dai grandi risvolti di seta. Un uomo che, nonostante la mole insolita, non appariva ridicolo né sgradevole. Un uomo distinto. A ben guardare, un uomo piuttosto bello, dall'aspetto sano e vigoroso, con occhi vivaci e una bocca giovanile, dai denti bianchi. (p. 21)
In Arnold ed Emmy si insinua il dubbio che lo sconosciuto sia un pazzo o un impostore, ma allo stesso tempo, restano affascinati dalla sua parlantina e dai suoi modi eleganti e anche il fatto che si presenti come il Principe Carnevale e proponga loro di festeggiare quella sera, di concedersi una parentesi di follia, di vestire con gli abiti della festa (quelli che tengono in soffitta e che non indossano da anni) li mette in subbuglio, in bilico tra la paura e l'eccitazione di fingersi, una volta tanto diversi. Il Principe Carnevale suona Schubert e, quando Emmy va al piano di sopra a indossare l'abito scollato delle feste, Arnold la prende in braccio, la desidera come non accadeva da tempo.
Inizia la festa, anche il salone viene addobbato dall'ospite regale, che canta una canzone che
parlava di un dio delle fiabe che si aggirava mascherato per il mondo, avvolto in un manto da buffone, risvegliando cupidi insonnoliti e satiri malinconici e facendoli uscire dai tetri solai e dalle oscure cantine dove la noia della vita quotidiana li aveva sospinti e dove erano rimasti ad ammuffire. (p. 59)
Emmy e Arnold capiscono la gioia e il turbamento di assumere una maschera. Arnold si scoprirà geloso ed Emmy, per la prima volta, incompleta nella vita senza sorprese nella brughiera.
Anche quando l'ospite andrà via, la vita dei due coniugi non tornerà più la stessa, perché «il serpente si era insinuato nel loro piccolo paradiso» (p. 72). Dentro Emmy si fa strada il granello di corruzione ereditaria, come il principe Carnevale lo aveva chiamato, ossia la distanza fra se stessi e la vita. L'ospite regale aveva consentito alla coscienza di Emmy di guardare dentro il proprio cuore
fin giù nelle nascoste e insospettate voragini dove spiriti malvagi le facevano cenno di raggiungerli. (p. 74)
Riesce a essere inquietudine, di quel perturbante di cui è intessuta la vita borghese, che vive dimentica dell'animo umano. Henrik Pontoppidan scrive un piccolo capolavoro nordico, nel quale il tema dell'alterità viene narrato con eleganza e nitidezza.
Deborah Donato
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