di Leonardo Piccione
Neri Pozza, aprile 2026
€ 19,00 (cartaceo)
€ 9,99 (ebook)
«A Grímsey non ci sono giorni della settimana, ci sono i giorni in cui il traghetto arriva e quelli in cui non arriva». (p. 20)
È una delle prime cose che Leonardo Piccione scrive di quest'isola islandese sopra il Circolo Polare Artico, e basta a capire il tipo di libro che si ha in mano. Cose da fare di notte al Circolo Polare Artico, pubblicato da Neri Pozza, è un memoir che racconta viaggi compiuti tra il 2022 e il 2025, come l'autore precisa nelle note finali. Non è un romanzo nel senso convenzionale, né un reportage puro: è qualcosa nel mezzo, e regge proprio perché non cerca di risolvere questa ambiguità.
Grímsey ha diciannove abitanti – sette donne, dodici uomini – che Piccione incontra, frequenta e osserva nelle loro abitudini. Tra loro emerge soprattutto Harpa; alla domanda su cosa conti davvero sull'isola, risponde che «Il pesce occupa il primo, il secondo, il terzo e il quarto posto nella classifica delle cose che contano a Grímsey. Forse anche il quinto» (p. 199). C'è il reverendo Jack, riferimento spirituale di una comunità ridotta all'osso; c'è Konráð, con cui Piccione fa giri notturni e sessioni di fotografia in cerca di puffin – sequenze dove il tempo si allunga e la scrittura lascia spazio all'attesa. Nessuno di questi ritratti è completo: l'autore annota frammenti, battute, comportamenti, senza costruire personaggi nel senso romanzesco.
Il paesaggio entra nel libro con la stessa presenza degli abitanti. Il freddo, la luce che cambia a seconda dell'ora e della stagione, i tremori dell'isola che danno «l'impressione di non essere mai scesi dal traghetto» (p. 90). Questa frase descrive insieme una condizione atmosferica e uno stato mentale, poiché Piccione suggerisce i significati interiori attraverso la descrizione concreta del mondo esterno, evitando spiegazioni esplicite.
Uno dei nuclei più originali del libro è la ricostruzione della vita di Daniel Willard Fiske, studioso americano dell'Ottocento, docente di lingue nordeuropee, collezionista di libri e appassionato di scacchi. L'acquisto di una scacchiera all'emporio dell'isola diventa il punto di partenza per spiegare come questo sia «derivazione diretta di un gioco chiamato chaturanga, che riproduceva su una plancia di gioco alcune dinamiche dell'esercito indiano» (p. 93). La connessione tra Fiske e Grímsey è quella dell'accumulo, perché «gli esseri umani ammucchiano oggetti per un mucchio di ragioni. La maggior parte di queste afferiscono alla sterminata categoria di passatempi cui si dedicano per colmare i loro vuoti» (pp. 187-188); il parallelo tra Fiske e Piccione è quello di due uomini che si innamorano dello stesso nord, a un secolo e mezzo di distanza, e partono a cercarne le tracce. Ciò che percorre tutto il libro è una preoccupazione concreta: Grímsey sta finendo. I suoi abitanti invecchiano, e quando raggiungeranno l'età pensionabile l'isola potrebbe svuotarsi. Piccione non drammatizza, ma lascia aperta la possibilità che le cose cambino «se le condizioni mutano a favore dell'isola» (p. 299) – per ragioni geopolitiche, commerciali o climatiche. È la parte più saggistica del libro e arriva nel momento giusto: dopo che il lettore ha già incontrato le persone di cui si parla, la preoccupazione smette di essere astratta.
Sul piano della scrittura, Piccione lavora con frasi brevi, poca subordinazione e un tono sempre controllato. La prosa sembra seguire il ritmo dell'isola che racconta: osserva, registra, accumula dettagli senza cercare continuamente un significato ulteriore. Eppure il libro riesce a mantenere una notevole coerenza stilistica, nonostante intrecci materiali molto diversi – il diario di viaggio, la biografia storica, la riflessione sul destino di una comunità che potrebbe non esserci più tra vent'anni. Forse è proprio questo che resta del libro: l'impressione di un luogo che continua a esistere finché qualcuno lo attraversa, lo nomina e ne raccoglie ostinatamente le tracce.
Leonardo D'Isanto

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