Quattro giorni senza mia madre
Vorrei partire da una domanda generale: come è nata questa storia? Ma soprattutto, mi incuriosisce sapere come l'anima del giornalista si sia fusa con la nuova veste dello scrittore. C'è qualcosa della scrittura giornalistica in questo romanzo? Come si sono messe insieme le due voci?
Io sono diventato giornalista senza aver fatto una scuola specifica; ci sono arrivato perché amavo le storie, in particolare le storie del quotidiano. E questa è, a tutti gli effetti, una storia del quotidiano. Il giornalismo ha sicuramente alimentato la mia riflessione perché mi ha permesso di viaggiare e di incontrare persone che altrimenti non avrei mai incrociato. Tuttavia, il mio amore per la narrazione viene da prima. Sono sempre stato un ragazzo che passava il tempo con i più grandi, con i più vecchi, per ascoltare i loro racconti. Fin da bambino gli adulti mi volevano con loro perché amavo raccontare, ridere, ero molto socievole. Da giornalista incontri molte persone e spesso pensi: "Questa è davvero la storia o il personaggio di un romanzo, di un film", ma per motivi deontologici non puoi raccontarla in quel modo. Eppure, quell'incontro ti rimane dentro. Il giornalismo ha amplificato e strutturato una ricerca che in me era già innata: la ricerca delle storie.
Una cosa che mi ha molto incuriosita è il punto di vista che hai scelto per narrare la vicenda. Che cosa ha rappresentato per te questa scelta e qual è la ragione profonda che ti ha spinto ad adottare questa specifica voce narrante, quella di Salmane, il figlio che scopre che la madre all'improvviso se n'è andata?
Non volevo scegliere il punto di vista della madre, anche perché le donne hanno una loro voce e una loro visione specifica delle cose che non mi sentivo di assumere. Ci tenevo invece a mettermi nei panni di Salmane, questo ragazzo di 36 anni che non è cresciuto, che vive nella sua bolla e non ha particolari ambizioni. Non è necessariamente un buon figlio, eppure ha del valore, ha un profondo senso dell'affetto e dell'amore, anche se non sa come comunicarlo. Trovo che questo punto di vista permetta di raccontare qualcosa di universale, in cui le persone cresciute nei quartieri popolari possono riconoscersi, ma non solo. Anche nei piccoli villaggi o persino nella borghesia si sviluppano dinamiche simili. Le storie diventano interessanti quando toccano l'universale, quando persone di ogni provenienza possono sedersi attorno a un tavolo, ascoltare e sentire di aver capito esattamente cosa sta succedendo. Volevo che il lettore potesse incontrare questi personaggi nella vita di tutti i giorni, indipendentemente dalle proprie origini o dal proprio livello di ricchezza. L'incomunicabilità e i ponti generazionali.
Il fatto di aver scelto la voce di Salmane e non quella della madre si lega a un tema che affronti in modo molto interessante: l'incomunicabilità appunto tra genitori e figli, le distanze, i segreti. Di solito, la letteratura racconta l'incapacità del genitore di capire il figlio. Qui, invece, metti in luce anche l'incapacità del figlio di capire i genitori; a un certo punto ci si rende conto che lui non sa quasi nulla di loro, finché il punto di rottura della madre non scoperchia l'intera vicenda. Cosa ti interessava di questa specifica distanza?
Io sono cresciuto in un contesto in cui eravamo un po' i figli di tutti: i vicini non erano i nostri genitori biologici, ma si prendevano cura di noi, e se qualcuno stava male, ci si aiutava. Non ho mai vissuto l'incomprensione familiare come un blocco definitivo. Spesso non è un problema di mancata comprensione, ma di mancanza di parole o di tempo. È una questione di prossimità, del tempo che decidiamo di dedicare a qualcuno per cercare di capirlo davvero. Ho un rapporto molto tenero e ottimista con il concetto di famiglia. Nel luogo in cui sono cresciuto abbiamo sempre cercato di comunicare, di non lasciar cadere i legami, anche di fronte ai problemi. È vero che i genitori della storia custodiscono dei segreti o mentono, ma lo fanno per una buona causa. Non è qualcosa di insuperabile. Non amo la visione contemporanea secondo cui non ci si riesce più a parlare in modo definitivo. Credo che esistano sempre dei ponti tra le generazioni, e per me era fondamentale inserire questo elemento nel libro.
Un altro grande protagonista non dichiarato del romanzo è il luogo, l'ambientazione (la "Caverna"). Mi è parso che abbia un significato fortemente ambivalente: da un lato rappresenta la protezione, la sicurezza, il nido che si conosce fin dall'infanzia; dall'altro, però, genera un senso di soffocamento, diventando quasi una prigione. Ritrovi questa ambivalenza?
Sì, perfettamente, ti ringrazio per la tua attenzione. Nei piccoli villaggi o nei quartieri popolari c'è sempre un momento in cui si presenta un'apertura, una porta che si apre e ti suggerisce che forse dovresti andare a vedere cosa c'è fuori. Se decidi di non varcarla, quella porta si chiude e tu resti prigioniero. A quel punto il legame con il territorio rischia di trasformarsi in un amore tossico. Io ho amato profondamente il luogo in cui ho vissuto, ma la cosa migliore che ho fatto è stata andarmene per vedere qualcos'altro, per mescolarmi e conoscere il mondo. Solo uscendo l'ho amato ancora di più, di un amore arricchito. Quando non si parte, si perde la nozione del tempo. Si ha l'impressione che il tempo sia sospeso, rilassato, e poi un giorno ci si sveglia a cinquant'anni rendendosi conto di non aver mai lasciato quel posto e di aver perso moltissime opportunità. Salman vive esattamente questa ambivalenza. Ama quel luogo perché i genitori gli hanno trasmesso questo sentimento ed è l'unico spazio che conosce. È un ragazzo intelligente, ha fatto degli studi, avrebbe potuto viaggiare, ma è rimasto bloccato perché non ha mai varcato quella porta. La madre, decidendo di partire, fa una scelta forte: vuole offrirgli una seconda porta da aprire, dopo che lui ha mancato la prima.
Salmane è un personaggio davvero riuscito proprio perché, pur avendo studiato e avendo avuto delle opportunità, manca totalmente di quella spinta che oggi la società considera fondamentale: l'ambizione. Sembra quasi che abbia trovato la sua vera posizione nella vita accettando la semplicità del quotidiano, senza rimpianti né desideri di carriera. Più che una domanda, la mia è una riflessione su quanto sia affascinante questa sua resistenza.
Oggi l'ambizione viene considerata un valore indiscutibilmente positivo, ma ci sono persone che semplicemente non ce l'hanno e dicono: "Io sono felice così". È difficile andare da loro e dire che hanno torto o che devono essere ambiziosi per forza. Viviamo in un'epoca complicata. Nel libro Salmane dice chiaramente che non ha voglia di svegliarsi stressato, non ha voglia di sposarsi, di fare figli o di seguire la massa. Preferisce stare tranquillo nella sua bolla. Cosa puoi replicare a persone così? Spesso, se guardiamo i nostri conoscenti che hanno fatto questa scelta e chiediamo loro se sono felici, ci rispondono di sì, aggiungendo magari: "Preferisco di gran lunga la mia vita alla tua". Il libro vuole essere una riflessione sulla nostra epoca e sulle differenze sociali. Nei contesti borghesi, se una persona decide di non fare nulla e di lasciarsi vivere, la società glielo perdona più facilmente, spesso etichettandolo come un lusso o una scelta eccentrica. Nei quartieri popolari o operai, invece, l'ambizione viene vissuta come un obbligo sociale e morale: devi darti da fare per migliorare la tua condizione. Io non voglio glorificare la scelta di Salmane, non sto dicendo che la sua sia la via giusta. Volevo semplicemente mostrare che nella vita ognuno fa come può e come vuole, rivendicando il diritto di vivere senza l'ossessione di dover per forza dimostrare qualcosa.
Intervista e foto a cura di Debora Lambruschini. Ringraziamo l'autore, l'editore e l'ufficio stampa Atlantide edizioni per la disponibilità.
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