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Tout pour le peuple, rien par le peuple. La prospettiva dei leader e della gente comune nel fantasy "La fanciulla e il Coccodrillo" di Jordan Ifueko.

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la fanciulla e il coccodrillo Jordan Ifueko


La fanciulla e il Coccodrillo
di Jordan Ifueko
Fazi editore, febbraio 2026
 
Traduzione di Marinella Magrì
 
pp. 360
€ 18,50 (cartaceo)
€ 9,99 (ebook)


Se la fortuna mi avesse assistito, magari un mercante o una governante non avrebbe avuto troppi problemi ad assumere un'orfana con un piede forte e uno debole. Se poi mi avesse assistito un po' di più, mi avrebbero convesso uno scalino sul retro dove dormire, e se si sentivano particolarmente generosi, persino un tendono per la stagione delle piogge. (p. 18)

Piccola Sade, liberata da bambina dall'editto che proibisce la manodopera infantile, dopo anni in orfanatrofio non è stata adottata. Giunta ai diciotto anni deve farsi strada nella capitale, Oluwan, armata di scopa, del suo bastone per poter camminare e della sua capacità di vedere il limo dello spirito ovvero quella patina di sentimenti, rimpianti e speranze che ognuno di noi si porta dietro. Da brava ragazza delle pulizie, lei è in grado di rimuovere ciò che offusca l'anima delle persone. Ma un'offerta accidentale al dio Coccodrillo la lega a doppio filo con questa divinità, vittima di una maledizione: una vecchia profezia sembra indicare che sarà lei a spezzare ciò che grava sulla testa del Coccodrillo che, si dice, divori le belle fanciulle che gli vengono portate in sacrificio. Sade, con il suo piede rovinato e la vitiligine, ritiene di essere del tutto al sicuro e non vuole certamente preoccuparsi di chi esige sacrifici umani mentre il popolo soffre, e chi detiene il privilegio non vuole fare altro che mantenerlo. È forse la storia più vecchia del mondo, fantasy e non, e non serve un'unica figura rivoluzionaria, una leader che guidi gli oppressi alla rivolta. 

La fanciulla e il Coccodrillo di Jordan Ifueko è un romanzo fantasy, ambientato nello stesso universo narrativo di Raybearer, ma completamente autonomo. Se in Raybearer e nel suo seguito, Redemptor, si seguivano le mosse della classe sociale dominante tramite lo sguardo di Tarisai, membro del concilio del principe, in quest'ultimo romanzo si guarda il Regno dal punto di vista degli umili, della classe che potremmo definire proletaria. L'autrice, californiana nata da genitori nigeriani, utilizza l'immaginario e le tradizioni dell'Africa occidentale per creare un mondo dove la lotta e il privilegio di classe sono centrali. E, ma qui lo dico con tutti i bias che chi ha letto solo fantasy occidentali per tutta la vita può avere, intesse un immaginario dove non ci sono castelli freddi in luoghi remoti, brughiere e territori simil-anglosassoni, e dove i nomi non provengono dalla mitologia norrena; o, se si vuole vedere un geniale catalogo di ultima pubblicazione, da mobili componibili del colosso giallo e blu.   
Temi centrali di questo romanzo di formazione in cui la componente romantica è presente, ma non predominante, sono la percezione delle necessità degli oppressi dai due punti di vista opposti – quello di un dio e quello di una serva – e i soprusi che le categorie fragili da salvare in caso di naufragi, donne e bambini, subiscono. 

«Il problema è che la tua visione è troppo ristretta. Affronti i problemi uno a uno, ma non vedi – e non sfidi – i sistemi che li generano. Ti comporti come se tutto ciò che hai sofferto fosse solo... accaduto. Ma, in una società, quasi nulla accade per paso. Perché non provi a plasmare il mondo in cui vivi, invece di limitarsi a sopravviverci?» (p. 277)

Il Coccodrillo, con un passato da rivoluzionario e conduttore di eserciti prima che la maledizione lo colpisse, è l'incarnazione di un dispotismo illuminato, bene espresso dalla frase, di incerta attribuzione, «Tout pour le peuple, rien par le peuple». Per lui il sistema si colpisce con azioni forti che costringano a mutamenti epocali per un bene superiore che, anche se intriso di ottime intenzioni, ha il sapore dell'utopia. Sade, una delle «mocciose dell'editto» ovvero una bambina liberata dal lavoro in fabbrica da una legge che lo metteva al bando, sa che le intenzioni degli Unti, la loro classe dirigente, erano nobili. Ma l'editto ha causato ancora più miseria e violenza nei confronti dei bambini, soprattutto di quelli troppo grandi o non perfetti, come lei, per essere adottati. Le buone intenzioni filosofiche avrebbero dovuto essere accompagnate da una rete di provvedimenti concreti per evitare che la fiumana di ex bambini lavoratori venisse abbandonata a sé stessa. Per cambiare un mondo ci vuole tempo e ci vogliono le giuste misure, non solo un Coccodrillo o una Ghiandaia Imitatrice (per muoverci su un terreno più noto) per sovvertano il sistema: quella è la prospettiva di chi ha da sempre il privilegio e dispensa dall'alto benevole misure che nulla hanno a che fare con la realtà. Il loro dibattito sull'argomento è ben rappresentato dalle due diverse prospettive: quella della formica e quella del gigante. Parte del loro processo di comprensione e rinforzo del legame sarà proprio dato dal prendere uno lezioni dall'altra, in modo da guardare le cose da altezze diverse.

Il mondo di Sade è un mondo fortemente radicato con la maternità. Le donne, quando diventano madri, assumono una sorta di matronimico al contrario, ovvero prendono il nome delle figlie. Fola, la madre di Sade, alla sua nascita è diventata Mamasade. Si tratta di un'arma a doppio taglio perché la maternità viene utilizzata come strumento di schiavitù.

«Era come se quell'uomo», diceva, prendendomi le mani e poggiandosele sul ventre, «ti avesse sentita crescere dentro di me e avesse pensato: "Ah! Ecco lo spillone perfetto per inchiodare Fola al mio fianco per sempre"». (p. 153)

Così le racconta la madre nel riassumerle la relazione con Buonoanulla, il nome che vene dato al suo padre biologico e dal quale Fola è scappata. Perché la gravidanza, per lei come per altre, viene usata come una catena per impedire l'indipendenza femminile
Gli esempi e le situazioni nel corso del romanzo sono moltissime: da nobili che non sapevano che le miniere che garantivano loro ricchezza fossero scavate da bambini e non possono fare a meno di sentirsi in colpa mentre sorseggiano vino di mango, a figure che hanno dovuto abbandonare la famiglia per una richiesta di lealtà totale ai propri padroni. L'ambientazione e l'immaginario, che si rifanno all'Africa occidentale, potrebbero trarre in inganno e far pensare che quanto viene raccontato sia la fotografia di civiltà da noi lontane. Da noi non può succedere, avrebbe detto un premio Nobel. 
L'autrice, nella nota di chiusura al romanzo, toglie ogni illusione e presunta superiorità morale: ci informa, infatti, che negli USA una donna incinta ha meno probabilità di morire per complicazioni dovute al parto che per mano del padre del bambino; il lavoro minorile nelle fabbriche, dal 2023, è legale, sempre negli USA, nazione che più di tutte si arroga il titolo di faro dell'Occidente. Se l'immaginario può risultare, in prima battuta, lontano da quanto abbiamo sempre associato al fantasy, le tematiche che tratta ci riguardano da vicino e non in senso astratto, ma con fotografie di situazioni particolari e specifiche.

È un romanzo scorrevole in cui la parte magica perde importanza e vigore mano a mano che si avanti nella storia: il potere del ripulire il limo dello spirito, nelle parti finali del romanzo, scompare quasi del tutto. Perché non è una storia che si rivolge a esseri speciali: non racconta quanto sia straordinario essere la divinità leader di una rivolta sociale. Vuole farci vedere quanto sia faticoso essere nei panni dei destinatari delle riforme illuminate e che la costruzione di un mondo giusto arriva guardando dalla doppia prospettiva di gigante e formica.

Giulia Pretta