di Colum McCann
Feltrinelli, novembre 2025
Traduzione di Marinella Magrì
pp. 256
€ 20 (cartaceo)
€ 12,99 (ebook)
Un romanzo che indaga l’abisso, in tutte le sue sfumature. Una storia che si insinua nelle profondità dell’animo umano, come fanno i suoi protagonisti, sondando le profondità dell’oceano. Il pretesto per raggiungere le profondità più recondite? In entrambi i casi è la riparazione: di un cavo, per quanto riguarda la spedizione che si imbarca dalle coste dell’Africa; della propria vita, per quanto riguarda ognuno dei personaggi coinvolti. Ma per riparare è necessario immergersi totalmente nell’abisso, e non tutti saranno poi in grado di riemergere.
Del resto, come ci ricorda Colum McCann:
“Gran parte di ciò che siamo è ciò che non possiamo essere. Ci illudiamo quando crediamo di poter diventare qualcosa di completamente nuovo.” (p. 70)
McCann, scrittore irlandese di grande talento, abituato a procedere nelle sue storie per gradi, quasi sempre girando intorno al nucleo centrale della narrazione, stavolta procede verticalmente, quasi a voler mostrare i vari strati che ci conducono in fondo, verso il basso.
La storia è incentrata sulle occasioni che si presentano nella vita e su come queste ci cambiano. Il giornalista Anthony Fennell si reca a Città del Capo per salire a bordo della Georges Lecointe, la nave deputata alla riparazione dei cavi sottomarini che trasportano le informazioni attraverso tubi in fibra ottica depositati sui fondali oceanici. È in cerca di una storia che possa appassionarlo e farlo ritornare a galla.
A capo della missione c’è Jonh Conway, uomo enigmatico e carismatico, con cui Fennell stringe una sorta di relazione di amicizia, mantenendosi però sempre un passo indietro, a causa del carattere schivo del comandante. Conway ha un rapporto apparentemente felice con la compagna Zanele, figura di donna forte, attrice, impegnata nelle battaglie per la salvaguardia del clima. Agli occhi di Fennell, loro due insieme sono l’emblema del superamento delle differenze, lui irlandese bianco, lei sudafricana nera, entrambi carismatici, ma forse non del tutto sinceri sul loro legame.
McCann lavora su ciò che tiene insieme le nostre vite (le relazioni, le informazioni, le connessioni emotive) che è spesso ciò che non vediamo mai. Riparare un cavo significa intervenire su qualcosa che nessuno vede concretamente, ma da cui tutti dipendono: come le fratture interiori dei personaggi, silenziose e nello stesso tempo decisive.
Anthony Fennell non è un eroe classico, né un narratore onnisciente. È un osservatore vulnerabile, uno che registra più di quanto agisca. Questo vale sia nella sua vita personale che in quella professionale, dove Fennell si limita a registrare passivamente ciò che vede, è come se avesse paura di guardare più a fondo, per poi dover avere un ruolo più preminente di quello del semplice osservatore.
Il comandante Conway è una figura magnetica, ma che resta comunque opaca. È come se fosse conquistato dall’oscurità e dal fondale: sembra solido, affidabile, ma sotto nasconde fratture, silenzi, colpe o fallimenti mai del tutto esplicitati e ha una grande fascinazione per ciò che lo estranea dagli altri. Ad un certo punto sparisce, lo credono morto e a Fennell toccherà cercare la verità, ancora una volta.
Per McCann è come se le cose si svolgessero in due tempi diversi: il tempo dell’immersione e quello della superficie. Quando si arriva in quello più profondo, tutto diventa lento, ipnotico, carico di attesa e di rischio. In questo romanzo è fondamentale il ruolo giocato da questo tempo, che si dilata, come se la discesa costringesse tutti a fare i conti con ciò che hanno rimandato per anni, dopo aver dimenticato il punto di partenza, che diventa trascurabile, a fronte delle conseguenze delle azioni che ha innescato.
Chi può dire dove comincia davvero qualcosa? La nuvola, la goccia di pioggia, il primo granello di polvere attorno a cui si raccoglie l’acqua? Possiamo individuare il centro solo una volta arrivati alla fine. E anche allora, giunti all’estremo limite, che senso ha trovare il centro, o persino l’inizio? (p. 41)
La verità emerge pian piano, nel corso della narrazione e col procedere di eventi, anche inattesi: non sempre si ripara per tornare come prima, a volte si ripara solo per continuare a esistere, anche in modo imperfetto. L’abisso non è solo ciò che ci fagocita, ma ciò che ci costringe a guardarci senza filtri, senza alibi, soli e nudi dentro il silenzio.
Samantha Viva

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