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L’amore come dipendenza: “Men in love” di Irvine Welsh

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Men in Love. Il ritorno di Trainspotting
di Irvine Welsh
Guanda, maggio 2026

pp. 512
€ 20 (cartaceo)
€ 11,99 (ebook)



Men in Love di Irvine Welsh riprende l’universo di Trainspotting spostandolo dentro un territorio ancora più ambiguo e doloroso. L’eroina continua a esistere sullo sfondo, insieme all’alcol, alle notti devastate e all’autodistruzione, ma stavolta il centro del romanzo è un altro: la disperata ricerca di un legame umano capace di riempire il vuoto. Welsh porta avanti i suoi personaggi all’alba degli anni Novanta, mentre la Gran Bretagna post Thatcher cambia pelle e anche la rabbia generazionale sembra perdere lentamente la propria direzione. Renton, Sick Boy, Begbie, Spud e gli altri non sono più soltanto ragazzi che cercano lo sballo. Sono uomini cresciuti male, incapaci di maturare davvero, che provano a sostituire una dipendenza con un’altra.

Il titolo del romanzo potrebbe quasi sembrare ironico, perché l’amore in Welsh non arriva mai come salvezza romantica. Arriva piuttosto come ossessione, bisogno, fragilità emotiva, paura dell’abbandono.
«Uno tipo Sick Boy, colla mano unta, ma coi soldi... 'scolta, hai capito cos'è essere innamorato? È roba spessa, e non si piò dire nient'altro...». (p. 72)
In poche righe emerge tutta la vulnerabilità di un uomo che tenta di convincersi che l’amore possa bastare a salvarlo dalla precarietà economica, dalla depressione e dal senso di fallimento. Subito dopo il romanzo si apre su una riflessione sociale amarissima. Murphy guarda il mondo intorno a sé e vede soltanto vecchiaia, miseria e rabbia collettiva:
«I poveri gattoni vecchi che han fatto le guerre e han tirato su la prossima generazione di micno micno. Rispetto totale, ma gli frega niente a nessuno». (p. 73)
Welsh continua a raccontare la working class britannica senza trasformarla in simbolo romantico. I suoi personaggi restano spesso egoisti, autodistruttivi, volgari, ma dentro quella brutalità c’è sempre una ferita sociale profondissima. Molto interessante è anche il modo in cui il romanzo affronta il desiderio sessuale e le dinamiche di genere. In una scena particolarmente significativa, uno dei personaggi si scontra con la misoginia tossica di Lawrence, ex pornoattore decaduto e aggressivo:
«La misoginia mi ha lasciato di merda: mai incontrato a Londra un gay che odia le donne». (p. 47)
Welsh non usa mai il discorso politico come slogan. Lo lascia emergere direttamente dai dialoghi, dalle tensioni e dalle contraddizioni dei personaggi. Anche la relazione tra Sick Boy e Amanda si muove continuamente tra autenticità e manipolazione. Sick Boy resta un seduttore narcisista, opportunista e spesso emotivamente ambiguo, eppure Welsh riesce comunque a renderlo umano.

Il romanzo lascia intravedere un bisogno reale di contatto, quasi infantile, nascosto dietro la continua recita maschile. L’aspetto più riuscito di Men in Love è probabilmente proprio questo: mostrare uomini incapaci di gestire i sentimenti perché cresciuti dentro un’idea tossica della mascolinità. I personaggi di Welsh parlano continuamente di sesso, droga, soldi e potere, ma in realtà cercano disperatamente approvazione, amore e stabilità emotiva. Perfino nei momenti più intimi il romanzo mantiene sempre una certa tensione nervosa.

Dietro il cinismo, la volgarità e il sarcasmo feroce, continua a esistere una ricerca quasi commovente di affetto familiare. La scrittura di Welsh resta potentemente musicale, piena di ritmo, dialoghi spezzati e improvvise accelerazioni emotive. Non prova mai a rendere i personaggi migliori di quello che sono, ma li osserva con una lucidità che a tratti diventa persino compassionevole. Men in Love non è soltanto il ritorno nostalgico della banda di Trainspotting. È il racconto di una generazione che, dopo aver distrutto il proprio corpo, tenta disperatamente di capire cosa fare del proprio cuore.

Alessia Alfonsi