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Viaggio in un mondo alla rovescia: "La Niña de oro" di Pablo Maurette

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La Niña de oro 
di Pablo Maurette 
Sellerio, marzo 2026 

Traduzione di Gina Maneri 

pp. 312 
€ 15,00 (cartaceo) 
€ 10,99  (ebook) 


In una Buenos Aires di cui Maurette mette in evidenza più le ombre che le luci, sul finire del primo millennio (nel 1999), la sostituta procuratrice Silvia Rey indaga sull’omicidio di uno ‘strano’ professore di biologia. 

Di Aníbal Doliner, ucciso nella propria abitazione, i conoscenti (amici non ne aveva) restituiscono un’immagine univoca: quella di uno scienziato pazzo, misterioso, misantropo, solo, frustrato, dalla personalità stravagante, dagli interessi atipici e dai metodi, anche didattici, piuttosto discutibili. Il caso si rivela subito difficile, scivoloso, tanto che i colleghi di Silvia tendono a liquidarlo frettolosamente e senza porsi troppi dubbi: 

«Tipico delitto maturato nell’ambiente della prostituzione» (p. 179 e p. 250) 

Ma l’intuito e la caparbietà che la contraddistinguono portano la protagonista a sostenere una linea investigativa meno semplicistica e per questo più ardua da perseguire e da dimostrare: un vero e proprio percorso ad ostacoli, considerando che le maggiori difficoltà le derivano non soltanto da una criminalità diffusa e sfaccettata, presente a più livelli nella società civile, ma soprattutto dall’indolenza omertosa di vari esponenti delle istituzioni, che pure dovrebbero collaborare con lei. 

L’inchiesta spalanca a Silvia le porte di un mondo tragicomico, quasi surreale, popolato di personaggi insoliti, fisicamente riconoscibili, al limite del grottesco, come Esmeralda, la prostituta nana rifiutata dai propri genitori («una dei tanti dimenticati da un sistema crudele che non ha pietà per i più deboli», p. 182) o Cocito, l’albino dalla dolcezza di «un fiocco di neve» (p. 156), lungamente sospettato di essere l’assassino di Doliner. Ad essi si affiancano creature simboliche, come i tre giovanissimi giocolieri di strada, metafora di «un’intera generazione destinata alla miseria e alla violenza»(p. 116); e figure mostruose, nell'anima molto più che nell’aspetto, quali lo stregone africano trafficante di organi o l’agghiacciante uomo dal naso all’insù: «un Minotauro criminale libero nel labirinto della città» (p. 198). 

I due personaggi al centro del caso, il professore e l’albino, sono presenze assenti dall’inizio alla fine, che Silvia non incontra mai di persona; eppure, anche grazie alla convincente traduzione di Gina Maneri, la penna di Maurette ne sa delineare i contorni e disegnare la fisionomia con estrema precisione. 

In particolare, nel caso di Cocito, la descrizione che emerge è quella di una sorta di fantasma bianco, un «mistero luminoso» (p. 215) che non si può fare a meno di collegare con il titolo del romanzo, anche se ‘La Niña de oro’ è in realtà il nome di un locale che la protagonista frequenta assiduamente insieme a suo padre Francisco. 

Chi ci aveva avuto a che fare lo ricordava sorridente, infantile, inoffensivo. C’era qualcosa di magnetico in lui, aveva detto un giornalaio, forse per il suo accento di provincia, la cadenza flemmatica del nord-ovest. Era bello, non si poteva fare a meno di guardarlo, era stato il commento di una donna che raccoglieva cartone. Sembrava una ragazza, non un maschio, aveva aggiunto il cameriere di un bar. Silvia Rey cercava dunque un corpo splendente, una macchia sfolgorante nel tessuto opaco della città. La persona scomparsa più visibile del mondo. (p. 146) 

Sin dalle prime pagine, al ritrovamento del cadavere del professore, puntualmente scattano i meccanismi narrativi propri del genere: l’analisi della scena del delitto, le ricerche sulla vita, anche passata, della vittima, la raccolta e il confronto delle testimonianze…ma la cornice gialla è anche il pretesto per avviare un’indagine ben più approfondita sulle condizioni sociali e politiche in cui versa la capitale del paese, nonché per proporre al lettore una riflessione di ampio respiro circa concetti ‘alti’ quali la giustizia, il perdono, i rapporti umani. Il tono ironico della voce narrante nasconde un pessimismo diffuso, che descrive una città sanguinosa e violenta, ostaggio di narcotrafficanti e criminali di ogni tipo; ma colpisce anche la famiglia, il lavoro, gli assunti della scienza: matrimoni in crisi, corruzione dilagante, sperimentazioni illegali diventano la norma in un ambiente darwiniano, che non conosce pietà né giustizia. Come dimostra il malinconico finale, sembra che Silvia ne sia rimasta l’unica depositaria.

Elide Stagnetti