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Un punto luminoso nell'universo: "L'inverno delle stelle" di Nicoletta Verna

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L’inverno delle stelle
di Nicoletta Verna
Rizzoli, 2025

pp. 408
€ 17,50 (cartaceo)
€ 9,99 (ebook)


Audiolibro disponibile su Audible (tempo di ascolto: 8 ore e 48 minuti); legge Gaia Nanni
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«Le cose che non capiscono i bambini, vuol dire che sono degli imbrogli.»

In una Fiesole che appare quasi congelata dalla guerra, privata com’è di tutti gli uomini in età di leva, Sirio è capobanda di un gruppo di ragazzini spiantati e senza occupazione. È lei a tenerli insieme, grazie al suo carattere forte, alla vitalità dirompente. Insieme, mille ne fanno e cento ne pensano; riescono anche a inventarsi un piccolo business come guide turistiche improvvisate per villeggianti annoiate. La madre è una donna bellissima e stravagante, di notte lavora in fabbrica, la notte riceve le comari del paese, che le chiedono consigli come guaritrice, o fattucchiera. Tra i suoi molti segreti, soprattutto due affliggono Sirio: non conoscere l’origine del suo nome, né la propria. Soprattutto sull’identità del padre, la madre è una fortezza inespugnabile, convinta che non conti nulla, che genitore è chi ti cresce, non chi ti dà alla luce. Per Sirio, invece, non avere un padre è come «non vivere una parte di mondo, come se una parte di [lei] non esistesse».

Forse anche per questo compensa con grandi fantasticherie ciò che nessuno le ha mai insegnato («Le bugie erano la mia libertà»), a scuola – quando ancora la frequentava – andava bene solo nei temi, ed è la prima a credere a Giovacchino, quando racconta agli amici di aver trovato il Mostro. La notizia si abbatte come una granata su un gruppo eterogeneo, perché i ragazzini non hanno pregiudizi, e più che le reciproche appartenenze contano le avventure che si possono condividere («non siamo fascisti, non siamo niente, nella banda queste cose non entrano»). Oltre a Sirio, ne fanno parte Giovacchino, il cui padre è a combattere in Russia; Cesco e Gaetano Gabbai, che sono ebrei; Pietro, piccolo Balilla e figlio del Segretario del Fascio; infine Dante, che appartiene a una famiglia di profughi antifascisti ed è attraente e respingente «come un gatto selvatico», ossessionato dalla verità e poco incline al compromesso.

La prospettiva infantile che guida la narrazione disinnesca dall’interno le retoriche e le incoerenze degli adulti. I bambini giocano a fare la guerra e non capiscono bene perché nella guerra vera gli alleati stanno cambiando, e i tedeschi (ma anche, a dirla tutta, Mussolini) non piacciono più quanto prima. Mentre il conflitto si prolunga, col suo strascico di morte, le notizie che arrivano sono sempre più funeste, e i bombardamenti iniziano a sembrare sempre più prossimi: 

La guerra era questo: la paura di tutti, la speranza che non capitasse a noi, il dolore perché comunque capitava agli altri e gli altri erano sempre più simili e vicini. […] La guerra era anche questo: perdere, lentamente, ogni cosa. 

Lo sbarco in Sicilia cambia gli equilibri del conflitto: la caduta di Mussolini e la nomina di Badoglio come nuovo capo del governo, ma soprattutto l’armistizio, reso pubblico l’8 settembre, portano con sé l’illusione che la guerra sia finita, ma non è così, sta anzi iniziando il periodo peggiore. I confini tra alleati e avversari si fanno confusi nell’Italia divisa e occupata, e Sirio, con la logica semplice dei bambini, che guarda oltre le fazioni, non si capacita della stolidità degli adulti che la circondano: «Gli uomini non si dividono in amici e nemici, gli uomini sono uomini e basta. Voi con le vostre scemenze […] state distruggendo il mondo».

È proprio in questo contesto che una sfida degli acerrimi nemici della banda, i fratelli Innocenti, porta Sirio e i suoi amici ad avventurarsi nel bosco, e a scoprire il Mostro. Nella cantina di un castello abbandonato, trasformato durante la guerra in una prigione militare, si trova infatti un soldato gravemente ferito. È in stato di shock, non parla, a stento riesce a masticare. Sirio decreta che il gruppo si occuperà di curarlo e aiutarlo a sopravvivere, poco importa la sua identità: «Quell’uomo bisogna salvarlo, non perché è amico o nemico, ma perché è un uomo. Questa è l’unica cosa che conta». I turni di assistenza complicano di molto le relazioni all’interno del gruppo: Pietro non vuole accudire quello che pensa sia un soldato inglese, e Dante lo accudisce solo perché crede che lo sia. Solo Sirio, che ha trovato sul bavero della sua divisa una spilletta con la svastica, conosce la verità. I confronti tra i ragazzi sono l’occasione per parlare di valori, di identità, del senso più profondo della morale. «Io non capivo come una fede potesse essere così forte da accecarti», commenta Sirio.

Nicoletta Verna è molto abile nel delineare quell’area fragile di passaggio tra l’infanzia e l’adolescenza: nel caso dei protagonisti, questo processo è accelerato dalla guerra, e ciascuno inizia sottilmente a cambiare, gli equilibri si fanno instabili, le comunicazioni diventano più prudenti, o più difficili. Non è più tempo per le bande, o per i giochi, perché in gioco c’è qualcosa di ben più significativo: «la mia vita mi parve importante come non mai, come la vita di tutti».

Nell’ottica di una lettura da proporre a un pubblico di preadolescenti, forse il romanzo si dilunga leggermente nella parte centrale, ma passa comunque forte e chiaro il messaggio, la necessità di imparare (di nuovo) a guardare gli altri come individui, al di là delle etichette che separano e oppongono, in uno spazio neutro, che sia fuori dal tempo e lontano dal conflitto; interrogarsi su perché il pensiero faccia tanta paura, quando non ha spine, e capire in che modo possa altrimenti ferire.

L’inverno è il momento in cui la stella Sirio si affaccia al mondo occidentale e diventa visibile nei cieli come l’astro più luminoso; così, in quello che è uno degli inverni più lunghi della guerra, quello in cui si organizza la Resistenza, anche la giovane Sirio inizia a strutturarsi come giovane donna. Gli amici si disperdono, ognuno chiamato a una sorte differente: Pietro al servizio della causa nazifascista; Dante, con i partigiani; Giovacchino nei cantieri per la costruzione della linea gotica al Mugello; Cesco e Gaetano costretti a nascondersi per sfuggire alle deportazioni.

Mentre la Storia si dispiega tra le pagine, Sirio cresce e scopre qualcosa di sé, indaga il proprio sentire contraddittorio per Dante, la propria passione per gli astri, e il senso di ciò che sta capitando a lei e intorno a lei.

La voce di Gaia Nanni calza perfettamente al suo pensiero dolce e inquieto, alla puntura intelligente e sensibile delle sue domande. La ragazza inizia anche, grazie ad alcuni incontri importanti, a capire che non tutte le cause sono uguali, che c’è una differenza tra democrazia e dittatura, tra la parte giusta e quella sbagliata («le differenze ci sono, […] anche se la guerra resta la cosa più stupida della storia»). Per questo Sirio decide di salire in montagna, per prendere una posizione, fare la sua parte.

Attraverso i suoi occhi viviamo la realtà delle staffette partigiane, i GAP e il CLN, Firenze occupata, e l’avanzata alleata che si fa sempre più vicina, mentre i nazifascisti inaspriscono controlli e ritorsioni. C’è anche un grande abbaglio, l’ultima delle fantasie, che deve essere testata nella realtà, nel momento in cui Sirio si misura con se stessa, con la persona che vuole diventare. Nel momento in cui deve capire chi sia realmente il Mostro, che valore abbia avuto nella sua vita.

La luce più intensa è quella che brilla nel buio, quella che al buio non si arrende. E L’inverno delle stelle (che diventa, nella narrazione, un’estate in cui tutto è possibile) si configura come un romanzo forte e bello, da proporre non solo ai giovanissimi. Il valore del pensiero critico, del maturare una coscienza solida e autonoma, soprattutto tramite l’istruzione, principale chiave d’accesso al mondo, non offre solo, infatti, una chiave di lettura chiarissima a lettori che siano coetanei della protagonista, ma è un qualcosa che certamente giova a tutti ricordare.

Carolina Pernigo