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Deformità, segreti e lo sfondo della guerra in "L'amore malfatto" di Giusy Sardella

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L'amore malfatto
di Giusy Sardella
Fazi Editore, gennaio 2026

pp. 228
€ 18 (cartaceo)
€ 9,99 (ebook)

Abruzzo, 1943. Attorno al paesino di Petrara si intrecciano le storie di moltissime voci. C'è quella arrabbiata della "storpia" Angela, che è una vecchia zitella di trent'anni, quasi serva in casa della sorella Italia e del marito Bernardo. Ci sono le voci di Alfonso, nipote di Angela, un giovane che in quanto fratello maggiore deve compiacere suo padre nel mostrarsi uomo, forte, maschio. C'è anche la voce del fratello minore Nino, un bambino con una misteriosa malattia che gli impedisce di uscire di casa e di vivere come tutti gli altri suoi coetanei. Un segreto che lo porta all'isolamento, come un fantasma tra le pareti domestiche. Osserva il mondo da dietro una finestra e sogna. La sua voce però, è la sola componente di dolcezza e spensieratezza in questo romanzo corale a tratti crudo a tratti violento. 

Angela smise di dibattersi. Di fronte, nei cespugli, aveva udito delle risa soffocate. E dei versi come di disgusto. Rami e foglie spostati. Infine, il silenzio. Capì. Si erano appostati tra la boscaglia in attesa di vedere la sua gamba. Curiosi di quell'orrore. Gaetano sciolse la presa di colpo e Angela cadde in avanti carponi. Bloccata nella piega innaturale del suo arto. Pensò ai cani quando orinano. (p. 26)

La storia ha inizio con un abuso ai danni di Angela. La ragazza viene avvicinata da Gaetano, un ragazzo bello e avvenente che la illude e si approfitta di lei per una scommessa. Ma nonostante la gamba malfatta e l'orrore della deformità, l'incontro con la giovane diverrà un pensiero fisso, un'ossessione che lo tormenterà e sedurrà. 

Erano passate due settimane e Gaetano non trovava rimedio per quel malessere che l'aveva acchiappato. Steso sul letto nella sua stanza, sazio della frutta che sua madre gli aveva lasciato, ripeteva che aveva la coccia davvero malata se si era ridotto a quel modo. Il corpo di Angela gli si era conficcato profondo nella testa e non si capacitava di come ci fosse arrivato. (p. 44)

E anche per Angela sarà lo stesso. Lei, che non conosce l'amore, che non è mai stata sfiorata, vista e voluta, sentirà attraverso la sua gamba malata (che è come se vivesse di vita propria) un bruciore dentro che le farà scoprire il desiderio di sentirsi amata. Attorno a queste voci e alle storie che raccontano ci sono le voci di tanti altri personaggi. C'è l'eco di Isolina, ad esempio, che è una figura estremamente intrigante. Facciamo la sua conoscenza quando un giorno, bussa alla porta di Angela, per chiederle aiuto. Senza fare naturalmente anticipazioni, la levatrice del paese chiede aiuto alla donna per affrontare il parto casalingo di un'altra giovane. La descrizione di questa scena è davvero accurata, in quanto Sardella dipinge un quadro talmente realistico delle pratiche di un tempo da sembrare di assistervi in prima persona. 

Sforzandosi di tenere la posizione, Isolina [...] infilò la sua larga mano nella vagina spalancata. C'era tutta la pietà del mondo in quel gesto violento e capace che sistemava il ventre contratto. Per un tempo infinito la mano restò dentro il corpo [...], poi Isolina la ritrasse insanguinata. E urlò di spingere. (p.71) 

Invece, ad esempio, della figura di Maria e di sua madre Adele sappiamo poco o nulla, e le due vengono un po' gettate nella trama senza avere una vera collocazione fisica. La sensazione è che si voglia dire tantissimo, ma in poco più di duecento pagine e l'impresa non è sempre così facile da rappresentare. Questo perché c'è un fortissimo desiderio di esplorazione delle sotto trame, in quanto ogni individuo ha una sua personalità e una sua struttura narrativa. I personaggi non sono una cornice funzionale alla riuscita dell'impresa della protagonista: ognuno di loro ha un suo vissuto che sarebbe interessante indagare per meglio abbracciare l'intreccio. Tornando a Maria, questa è oggetto delle attenzioni di un altro personaggio e inizia un suo percorso davvero particolare, un'oscillazione continua tra volere e potere, ma di lei non sappiamo molto. Ci viene proposta, la vediamo e poi scompare nuovamente nel nulla, come un'apparizione. Eppure suscita un forte interesse in questo personaggio più centrale, tanto da essere estremamente rilevante per un passaggio chiave della storia. Se sua madre Adele è forse effettivamente soltanto una comparsa, allora perché di Maria non sappiamo altro?

Un altro elemento che viene accennato frettolosamente è la guerra. Questa fa inizialmente da cornice, quasi non la si percepisce in quel mondo remoto, dimenticato dal tempo, ma come tutti i mali, poi arriva e distrugge. L'intento è voluto: questa storia non parla della Seconda Guerra Mondiale, ma si sviluppa in essa. Eppure, sembra che anche questa sia trattata troppo superficialmente: è importante attribuire un contesto storico di rilievo perché soprattutto i giovanissimi lettori hanno un forte bisogno di contestualizzazione e struttura storica per meglio comprende gli eventi che hanno segnato il decorso della nostra umanità. 

L'esordio narrativo di Giusy Sardella offre comunque un variopinto affresco su personaggi insoliti, quasi grotteschi per l'epoca: gli emarginati, quelli che nessuno vede. La caratterizzazione di Angela è molto ben riuscita, soprattutto grazie all'uso dei dialettismi, che la rendono autentica, rude, e molto umana. In fondo è una donna di buon cuore, e anche se ha sempre una rabbia crescente verso le ingiustizie della vita, il lettore non può fare a meno di fare il tifo per lei. Ne nasce un sentimento di forte rispetto ed empatia, mai di compassione, perché è una donna risoluta e capace, che sa sempre come cavarsela: è bello vedere  come, nonostante la malformazione fisica, lei riesca a montare a cavallo di un mulo o a trasportare dei pesi o a proteggere col corpo le persone che ama. Soprattutto è profondamente sincero il suo legame quasi materno con  suo nipote Nino. Anche Nino è un emarginato: un bambino da nascondere per un male di cui nessuno in casa parla e che solo la zia non sembra vedere. Il loro amore è il più autentico di tutto il romanzo. Avrei voluto saperne di più.

Tornando ai dialettismi invece, dal punto di vista linguistico ne avrei apprezzato ancora un po' di più nei dialoghi, e avrei osato sporcarli maggiormente, perché tutto il contesto, pregno di cattivi odori o scenari fatiscenti, ben si sarebbe prestato a una più approfondita esplorazione delle varianti linguistiche abruzzesi. Il fatto che i personaggi della storia parlino in italiano per darsi un tono e risultare più acculturati fa meglio comprendere quanto il dialetto avesse spazio e peso a quei tempi. Soprattutto perché oggi, purtroppo, sta scomparendo e mantenerlo vivo attraverso la scrittura è una dedica gentile alla nostra storia.

Infine, l'incipit promette una tensione che sembra pronta a esplodere sin dalle prime pagine, le sole però che mantengono quella promessa. Il ritmo è serrato, incalzante. Si procede rapidi nella lettura con l'impressione che qualcosa stia per accadere. Arrivati in fondo, invece, resta la sensazione di aver inseguito più un'attesa che una risoluzione. Perché l'idea di partenza è stata forse la parte più potente del libro: un personaggio malfatto, scenari evocativi e segreti da svelare, ma tutta questa tensione narrativa si perde e non trova un reale sviluppo, lasciando il lettore con tante domande.

L'amore malfatto è un esordio interessante, con notevoli spunti creativi degni di essere ricordati: il desiderio di indagare e di saperne di più su questa storia e questi luoghi rimane vivo, e speriamo che l'autrice torni a raccontarci presto di questo suo mondo, magari con una maggiore espansione.

Carlotta Lini