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Aurora, protagonista corrosiva che avvelena e viene avvelenata da un Veneto ostile: l'ottimo esordio di Nicole Trevisan

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Malefica
di Nicole Trevisan
Fandango Libri, febbraio 2026

pp. 276
€ 17,50 (cartaceo)
€ 9,99 (e-book)


Io siedo e aspetto che tutte queste minacce diventino tangibili, ma sento solo la ripetizione routinaria che tiene in piedi queste case e queste famiglie riempirmi i polmoni e proiettarmi indietro, a quando ho deviato dalla strada che mi veniva tracciata davanti, una colpa che non ho considerato, nell'enfasi della ribellione, nella sperimentazione di una vita diversa, dove non ci fosse nessuno a chiedermi conto di chi fossi figlia, di dove vivessi e di che carriera volessi, con che margini di guadagno, al fianco di chi. La città ha il pregio di annullare il singolo. A Roma sono sostituibile, non conto niente nella somma degli abitanti, sono un nome scritto a caratteri cancellabili dal contratto di affitto e dal campanello. Ho vissuto la libertà dell'anonimato e dell'inconsistenza contemplando cieli tersi che hanno sfamato generazioni di cantautori, illudendomi bastasse. Anche quella ha un prezzo e me ne rendo conto, ora che sono estranea all'una e all'altra realtà. Che il dolore per aver strappato le erbacce da una vecchia aiuola di rose mi ricorda quanto mi appartiene più di ogni altra cosa il rosmarino che ho tentato di far crescere sul davanzale delle mie stanze. (p. 64)

Al suo esordio con Fandango Libri, Nicole Trevisan - autrice veneta classe '89 - ci regala un romanzo che è come un pugno in faccia, rabbioso, cattivo, incandescente. Non risparmia nulla, né la poeticità né l'ironia caustica, la credibilità di una protagonista che è una bomba a orologeria e i dilemmi di una generazione, quella dei millennials, che pare sempre fuori posto, fuori fuoco.

L'ambientazione per il romanzo è il Veneto, regione di nascita dell'autrice, un luogo che solo negli ultimi tempi sta sgomitando per prendersi il suo spazio nella narrazione (non c'è dubbio che nei romanzi/film contemporanei ci sia una sovrabbondanza di storie ambientate in Puglia, Lazio, Campania, Sicilia, in generale nelle regioni del Sud) e che non può che ricordare il recente film di Sossai Le città di pianura (2025). 

Aurora è una ragazza nata in Veneto che decide di lasciare la sua terra e trasferirsi a Roma per lavoro. Della capitale non vediamo nulla, come non vediamo la sua compagna, Rebecca. Un grave lutto, la morte del suo più caro amico Andrea, la costringe a mollare la città e la fidanzata e a fare armi e bagagli per tornare a casa. La narrazione sceglie la prima persona, proprio la voce di Aurora, che per tutto il romanzo racconta la sua storia parlando proprio all'amico morto. Va avanti e indietro, alternando passato e presente, con un dinamismo funzionale a ciò che espone. 

Allora ecco Aurora di nuovo nella terra del profitto, del cemento, dei macchinoni, del suolo convertito, delle aziende, delle casette in periferia; la nebbia, la neve, l'isolamento. Il setting restituisce un luogo ostile, accartocciato su se stesso, che tuttavia prova a sollevarsi dalla mediocrità, dall'ignoranza.

Non c'è niente che faccia incazzare, che abbia alimentato asti politici, secolari campanilismi e aspettative di rivalsa per mezzo di figli e nipoti (e di conseguenza le parcelle dei terapeuti) quanto il desiderio di superare l'etichetta dei poveri, contadini, lavoratori sottopagati, schiavi: ignoranti. Non essere borghesi era un problema ancora digeribile; non essere benestanti, qualcosa a cui rimediare facendo i soldi, ma l'assenza del privilegio culturale scatenava l'odio […] Odio che mi ha fatto cambiare idea. Che rimane come rabbia e diffidenza. Odio instancabile. I miei genitori si sentivano parte di un popolo arrabbiato che non voleva più essere considerato bue. Lo sono e lo siamo adesso, lo eravamo quando ho cominciato a studiare e ho reso felice la mia famiglia tornando a casa sventolando i documenti di immatricolazione e il libretto universitario. Stavo dando loro l'occasione di elevarsi dal rango di bestie a cui l'assenza di abitudini e privilegi culturali li condannava: a differenza mia, non avevano potuto scegliere. Relegati nella periferia pettinata dai mezzi agricoli, non si sarebbero mai potuti permettere di frequentare certi salottini in cui disquisire di postmodernismo. Non eravamo mai stati a teatro e nei musei ci andavo solo io con la scuola. La cultura era costosa, ostica, nemica. Li faceva sentire indifesi e in difetto. Ma io e mio fratello li avremmo salvati. Avremmo riscattato tutto. Sarebbe bastato un fiocco rosso, qualche fotografia, l'odore dell'alloro tra i capelli. (pp. 96-97)

Aurora è una mina: se qualcuno prova a calpestarla lei esplode. In realtà, succede anche a starle vicino, a camminarle intorno: i suoi amici di un tempo - Isabella, Sofia, Violoncello (la sua booty call) - lo sanno bene, e lo sapeva bene anche Andrea, ormai sotto terra, che nonostante tutto le voleva bene e forse qualcosa di più. Ha un rapporto disastroso con i genitori, rovina l'ingenua e infantile felicità del fratello Michael, corrode tutto quello che tocca. Si potrebbe dire un Re Mida al contrario. Se lei appare, se prova a essere una brava ragazza, se prova a essere solo Aurora e non Malefica (lo sottolineo: sono i nomi delle protagoniste della fiaba La bella addormentata nel bosco, e in modo studiato) tutto marcisce. 

Pare una maledizione, è così fin da quando era piccola, una rachitica bambina disadattata che non sapeva come stare al mondo, bullizzata, emarginata, presa in giro per il suo aspetto e il suo essere figlia di un venditore ambulante. E dunque qual è la risposta di una persona che cresce in questo modo? La rabbia. Una rabbia ancestrale, distruttiva, che demolisce qualsiasi tentativo suo o di chi la circonda di migliorare la situazione: Aurora non vuole migliorare, non vuole allungare la palma della pace; Aurora vuole vedere tutto in cenere, se stessa per prima.

E ci riesce (ma a che prezzo?): la vecchia amica Isabella assaggerà la sua furia, ma si prenderà una vendetta; Sofia, amica tanto amata, invidiata per la sua scelta di andare via (come Aurora, d'altra parte) messa da parte; i genitori e il fratello, con tutti i loro errori, presentano un problema irrisolvibile, che viene affrontato solo con il linguaggio che sa parlare, quello dell'odio

Nella sua decisione di non tornare più a Roma, di dilatare la sua partenza, Aurora è consapevole di farlo per la madre e il padre: deve dimostrare di essere capace di adattarsi, di essere ingranaggio del macchina del profitto, di sapersi tenere un posto fisso, magari di condurre una vita "normale". Ci prova davvero? Il dubbio è che Aurora non lo faccia per una questione di rivalsa, ma solo per vendetta.

Sono io a non sapere se sarò ancora qui, ad agosto del prossimo anno. Sarei dissonante, non è questo quello che voglio: assecondo un'indole di cui non posso fare a meno. Il male insorge prendendomi alla sprovvista, un herpes che rimane silente per lunghi periodi e poi fa sanguinare il labbro o si infiamma sulla pelle, fuoco di sant'Antonio, febbri e sudori. E uno di quei momenti, uno dei peggiori. No, non puoi fare niente per aiutarmi. Devo pensare. (p. 224)

Il tradimento, in tutte le sue variazioni, l'elogio alla distruzione, l'autosabotaggio, l'inappetenza ostinata, l'origine dell'odio, il veleno: tutto questo è espressione di quell'attributo - malefica - che dà titolo e temperatura alla protagonista e alla storia. Non se ne esce, perché nessuno dei personaggi vuole uscirne. Come se si compiacessero di sobbollirsi nel rancore, perché l'alternativa qual è se per tutta la vita non si è conosciuto che questo? Sarebbe grottesco e poco credibile una metamorfosi in meglio, un risalire dal fondo: non c'è soluzione.

La domanda è: cosa ci plasma di più? Un carattere cattivo per genetica? Due genitori assenti che, nonostante i sacrifici per i figli, sbagliano a ogni passo? Nascere in un luogo che sembra non dare valore alla delicatezza, alla bellezza, ma solo al denaro, all'arrivismo e all'ambizione vanagloriosa? O non trovare il modo di esprimersi, di accordare le proprie note a quelle degli altri? 

Lo stile dell'autrice è corrosivo come la sua protagonista: è capace di passaggi molto poetici ma per nulla stucchevoli, sempre mitigati da un'ironia amara, infelice. A volte inserisce il dialetto veneto, nota di merito, a mio avviso. La dinamicità della struttura che passa dal passato al presente costruisce un romanzo difficile da mettere giù. Si vuole sapere a tutti costi cosa farà Aurora, a chi rovinerà la vita, quali modi fantasiosi e crudeli troverà ancora per distruggere tutto. 

Ho trovato Malefica davvero un ottimo esordio: sorprendentemente maturo, ben costruito, ben pensato. I personaggi sono credibili, le vicende famigliari talmente realistiche da essere dolorose. Aurora è un'anti-eroina che manca di idealismo, di moralità. Questo non significa che, a un certo punto, ci sia una svolta, uno spiraglio, come a volte accade quando si tratteggiano personaggi negativi non assoluti: è una malefica che si compiace di esserlo, che non fa sconti al lettore.

Siamo stupidi, convinti di poter fare qualcosa che ci sopravviva e resista al tempo: persino ai figli diamo questa responsabilità. Me la sento addosso da quando sono nata, questa cappa da torero che devo sventolare contro una bestia invisibile che mi corre incontro, questo mostro vorace che mi impone di muovermi e ottenere risultati, soldi, proprietà, tentando di dirmi migliore di altri o almeno di quello che ero fanno prima. Che mi impone di fare per farmi ricordare: qualcosa, qualsiasi cosa, anche solo per non pensare, non dire, non sentire che sì, alla solitudine c'è soluzione, ma sotto la superficie continuo a essere un tassello sbeccato e questa consapevolezza, invece di smussarmi, mi fa più scomoda. Non riesco a entrare nei contorni della società e sono ostile a me stessa. Ogni tentativo di addomesticarmi mi opprime. (p. 268)

Deborah D'Addetta