Il sapone
di Francis Ponge
Il Saggiatore, febbraio 2026
Traduzione di Michele Zaffarano
pp. 144
€ 14 (cartaceo)
Se lo si maneggia bene, scommettiamo che può bastare, mentre invece i torrenti di acqua pura non puliscono niente, e nemmeno il silenzio riesce a pulire bene, e nemmeno se ti vai a suicidare nella fonte più nera, caro lettore assoluto, riesci a pulire bene. Se non si tiene in mano questo ciottolo di modesta apparenza, questo oggetto modesto, a niente serve vivere sotto la pompa dell'acqua, giusto a farsi venire il singhiozzo. E, in queste cose, il colmo dell'assurdo non è forse quando ci si lascia avvolgere a braccia incrociate da un flusso d'acqua che scorre verso il Mar Morto? Dammi retta, a quel punto, tanto vale farlo in una bacinella, anche se è piccola... E, in effetti, guardala lì, la bacinella, sotto il rubinetto, guardala come trabocca per l'impazienza di andare a sciogliere la lingua del sapone, che è asciutta. Prima però dobbiamo lasciare che le nostre mani se ne impregnino, e quindi non anticipiamo. (p. 87)
Francis Ponge, poeta francese celebre per la sua raccolta poetica Il partito preso delle cose (1942), pubblica questo bizzarro libretto dal titolo originale Le savon (1967) che riprende l'ossessione del suo autore per gli oggetti: spesso, nelle sue poesie, Ponge si è concentrato su pochissimi elementi, sviscerandoli fino all'osso. Ad esempio, in alcune poesie i suoi protagonisti sono un'ostrica, la pioggia, una mora, il mollusco, una sedia.
Potrebbe sembrare strano, ma dietro a questo intento minimalista di scrittura si cela uno scopo più profondo e importante: parlare di letteratura e del mondo. La stessa cosa succede in questo libro, il cui protagonista assoluto è - come ci chiarisce subito il titolo - un pezzo di sapone.
Se la struttura del libro - che riprende pezzi dello stesso discorso più volte, ripetendo all'infinito le stesse frasi e/o trasformandole in forma diverse, dalla prosa alla poesia, dalla poesia alla pièce teatrale - può sembrare bizzarro oggi, immaginate quanto innovativo debba essere stato al momento della sua pubblicazione. Quasi un pastiche, un collage "dadaista" (e qui mi viene in mente un paragone forse azzardato, cioè Ponge come Duchamp) che smonta e rimonta la dissertazione intorno all'oggetto - appunto, il sapone - per parlarci di "igiene intellettuale".
Ma che vorrà mai dire?
Naturalmente, le cose che dice sono sempre le stesse. E le dice a chiunque, senza fare distinzioni. Con tutti si esprime nella stessa identica maniera.
E una pietra a cui piace chiacchierare... Che poi le cose da dire sul sapone siano moltissime, quasi infinite, è un fatto assolutamente evidente. Magari sono cose da farfugliare, più che da dire. In ogni caso, un certo tipo di volubilità è di rigore, una volubilità di tipo radicale. E anche un certo entusiasmo nel disperdersi, nel concedersi.
Non si deve esitare a ridire sempre le stesse cose. E a ridirle sempre nella stessa maniera. E a ridirle nella stessa maniera a chiunque - con giubilo, ovviamente. Però la cosa meravigliosa è che da questi esercizi si esce sempre con le mani più pure. Una grande lezione. E poi, che questo esercizio sia quello più adatto all'igiene intellettuale, anche questo è evidente. (pp. 37-38)
Le immagini create intorno al sapone, e al suo utilizzo - quasi l'oggetto fosse animato da una volontà proprio (punto su cui l'autore insiste molto) - sono molto vivide: paragona le bolle di sapone a grappoli d'uva vuoti di nebbia, parla di come il sapone secco sia sapone che cerca di preservarsi, mentre il sapone usato per lavarsi si crogiola nella propria dissoluzione, man mano che il pezzo di sapone diventa sempre più piccolo; parla del carattere del sapone - una certa volubilità genetica, una disponibilità a concedersi, una resistenza al lasciarsi consumare inerte dall'acqua, l'ostinata aderenza al proprio dovere, ovvero quello di pulire le mani dell'uomo (e qui cominciano le metafore, perché il sapone altro non è che un simbolo per parlare di scrittura, letteratura e processo creativo).
Sicuramente Ponge si diverte, con questo testo, a prendere un po' in giro i lettori: lo legge lui stesso, dichiarando di creare in diretta per degli ascoltatori tedeschi alla radio (il testo è stato iniziato durante la Seconda Guerra mondiale), leggendo passo passo i suoi appunti presi nel corso di più di vent'anni.
E non si limita a questo, Ponge ci fa riflettere: ci abbiamo mai pensato che il sapone, mentre pulisce le nostre mani, sporca l'acqua? E che anche le creazioni più comuni hanno origini che sembrano soprannaturali? Che, a volte, le cose possono essere buone e cattive allo stesso tempo?
E, se ci si riflette abbastanza su, intuiamo anche che tutto ciò che creiamo era un tempo qualcos'altro (proprio come il sapone)?
A dirla tutta, mi fa sorridere già solo l'idea della confusione che vi prenderà nel preciso istante in cui, osservando con attenzione il confondersi del sapone all'interno della massa liquida, sentirete aleggiare la vostra personale inferiorità, il siero delle ragioni eterne. Già potete immaginarvi che cosa sarò capace di tirarci fuori, il brillante pezzo di bravura con cui finalmente affronterò il discorso sulla funzione propria del sapone, riuscendo a stupirvi con l'evidenza del suo (e del mio) genio, e assieme con l'esposizione della verità che si porta dietro. (p. 101)
Lo stile stesso del testo si plasma a servizio dell'oggetto: così avremo una scrittura "saponosa", "schiumosa" e "spumeggiante", piena di ripetizioni, di metafore, di similitudini; giochi di parole; salti tra un genere e l'altro. L'analogia è chiara: il sapone non è solo un oggetto, ma un simulacro del sapere. D'altra parte, lo stesso Ponge, in una conversazione di Phillip Sollers disse che la parola sapone in francese - savon - non si allontana molto dalla parola conoscenza, sempre in francese, - savoir.
Di conseguenza, la toletta classica si trasforma in una toletta intellettuale, cioè che l'atto di usare il sapone, di ripulirsi, di uscirne più gioiosi e lindi alla fine dell'operazione sia simbolo di una pulizia della mente, di una comunicazione del sapere e l'eliminazione dello sporco esistenziale che passa attraverso "l'oggetto sapone".
Vero: il libro parla del sapone. Ma utilizza questo espediente metaletterario per esplorare l'importanza delle cose ordinarie e la nostra dipendenza dagli oggetti creati dall'uomo. Questo libro parla anche della scrittura e della lettura come esperienza attiva, ponendo la risposta viscerale alla parola scritta al di sopra delle convenzioni ordinarie.
D'altra parte, anche l'azione meccanica è importante (non facciamo lo stesso quando scriviamo o leggiamo?): la ripetizione utilizzata da Ponge e il ritmo della sua prosa richiamano alla mente l'uso di una saponetta per insaponarsi le mani mentre ci si lava.
Di sicuro Il sapone è un libretto particolare, per chi ama i divertissement, i giochi letterari; ha il merito che vi farà guardare il sapone in modo totalmente inedito dopo averlo letto.
Deborah D'Addetta

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