Ma ci pensi, Abele, ci pensi?Portare il nostro pane oltremare, noi siamo i vari imprenditori di Roccafredda, padre e figlio tra due mondi, a fare grande l'Italia fascista!Eppure. (p. 51)
Parte con questo desiderio negli occhi il diciottenne Abele: la guerra d'Abissinia gli sembra un prezzo da pagare per realizzare il sogno di aprire un grande forno anche là, in Africa. A Roccafredda tutti, poi, riconoscerebbero la grandezza imprenditoriale della sua famiglia e suo padre sarebbe finalmente fiero di lui. E così il partito fascista. «Eppure». Eppure la guerra porta con sé promesse che non mantiene, fatiche da imparare a gestire giorno dopo giorno, «sotto un sole, in Abissinia, che si ostina a ritardare l'oscurità, una moneta rovente che schiaccia le facce» (p. 14). E poi ci sono gli ordini, anche quelli disumani, che vanno portati a termine e che poi restano nella testa per sempre.
Con ciò, Abele non si pente di ciò che ha fatto, neanche adesso che sta per compiere cent'anni e vive su una sedia a rotelle. A curarlo c'è Ludovica, una badante italiana trentenne, finita per caso a fare quella professione: lei, che aveva studiato Lingue e Comunicazione per l'azienda con risultati brillanti, si è trovata a ridimensionare progressivamente le aspettative, fino ad accettare di buttare al vento i titoli di studio e, soprattutto, la speranza di «un lavoro per cui ha studiato duramente, l'avvenire per cui si è preparata fino a quel momento» (p. 82). Dopo stage, illusioni infrante e assunzioni mai arrivate, i seicento euro al mese che le vengono dati dall'associazione neofascista Idea Sociale, il vitto e l'alloggio a casa di Abele bastano per farle mettere da parte tutto il resto.
In fondo, Ludovica è vittima delle «menzogne di una generazione, quella dei suoi genitori, convinta che le regole con cui aveva giocato sarebbero valse in eterno, anche se nel frattempo erano spariti tutti i pezzi e le carte migliori» (p. 88). Rabbia, frustrazione, rassegnazione si mescolano in un impasto amaro che continua a rimasticare. Sa che l'unica possibilità che le viene offerta è, in qualche modo, digerire il suo presente. Ma il rancore non glielo toglie nessuno. Così, capita che senza volerlo Ludovica sia brusca con Abele e susciti le sue rimostranze:
Abele la guarda in tralice, sbuffa: Mi piacerebbe sapere che cosa ti ho fatto.Tutto e niente, vorrebbe rispondergli Ludovica.Ma rimane zitta e inghiotte rancore, perché in fondo quel vecchio fascista è quello con cui ce l'ha di meno, anzi un po' si somigliano, lei e Abele sono venuti su pronti e attrezzati per un mondo che non esisteva più, tutti e due si sono fatti fregare. (ibidem)
Gli vorrà bene subito, come si vuole bene alle creature malridotte che ci ricordano noi stessi; Ludovica ascolterà, fin dalla prima sera, le sue storie sull'Etiopia e quella casa nel cuore della città si allargherà fino a ospitare tutti i fantasmi di Abele l'Africano, Bahir Dar con i suoi tucul e le piante di tamarindo, il progetto del forno su un pezzo di carta, la guerra e la sconfitta, Daba, i suoi figli perduti. (p. 201)
Ed è anche per questo che al centesimo compleanno di Abele, proprio nelle primissime pagine, Ludovica accetta di accompagnarlo al circo; prima dello spettacolo, Abele si incanta a osservare i movimenti di un elefante. E lì tornano i suoi ricordi, quelli dell'Abissinia, dove un altro elefante compare in un momento cruciale della narrazione.
Perché Abele sia solo e non veda i suoi figli da trentadue anni, perché abbia perso il forno, la famiglia, il denaro; perché Ludovica non abiti più con i genitori e abbia accettato quel lavoro da un gruppo neofascista: questo e molto altro viene svelato lungo la narrazione. E il risultato è un romanzo che affronta temi delicatissimi, talvolta disturbanti, perché colgono la deriva valoriale che sta dietro a tante forme di disperazione moderna e passata. Abele e Ludovica sono due personaggi traditi, che hanno perso tutto, ma la risolutezza di Abele è diversa dalla rassegnazione di Ludovica. Identica, la rabbia, mista al rancore, forse unico generatore di energia. Ma un'energia caustica, che arroventa e non conforta mai.
Lungo le duecentocinquanta pagine di Qualcuno da odiare è impossibile non tenere gli occhi fissi sulla scrittura di Ilaria Rossetti, perché frutto di labor limae sapiente, che testimonia una consapevolezza notevolissima sia dell'arte della narrazione sia della ricerca della parola esatta. Passi crudi, violenti e realistici non escludono che altrove possa posarsi un tocco lieve, lirico, quasi poetico.
GMGhioni
.png)
Social Network