Quattro presunti familiari
di Daniele Mencarelli
Sellerio, 2026
pp. 294
€ 16,00 (cartaceo)
€ 10,99 (ebook)
I quattro presunti familiari della vittima iniziarono, con modalità diverse e più o meno decoro, a piangere e a chiedere. (p. 27)
Latina, un tempo Littoria, è stata strappata alle
paludi nel pieno dell’epoca fascista, e di quella stagione – lontana, ma neanche
troppo – porta ancora l’impronta: negli edifici, ma anche nelle persone,
soprattutto gli anziani, che ripensano nostalgicamente alla Buonanima del Duce;
allo stesso tempo, i miasmi dei
fanghi lontani sembrano aver attraversato il tempo e aver dato vita a una sorta di contagio, a un malessere esistenziale che si infiltra
sottile anche in giornate che si fanno prossime alla primavera.
È in una di queste che il narratore, l’appuntato
Circosta, durante una ronda con il brigadiere Liberati, viene chiamato ad assistere
due cacciatori che hanno rinvenuto uno scheletro, risputato dai boschi dopo
circa vent’anni e privo di qualsiasi segno identificativo. Si tratta del corpo
di una giovane donna, e il primo
incarico affidato ai carabinieri locali è scoprirne
l’identità.
Anche se cambiano l’editore (per la prima volta
Sellerio) e il genere di riferimento di un romanzo che si inscrive appieno
all’interno del perimetro del noir, sono riconoscibili già da
queste prime pagine le caratteristiche della scrittura di Mencarelli: il senso opprimente del reale che grava
sulla vita di uomini comuni, spesso addirittura mediocri, come Circosta, o intrinsecamente violenti, come Liberati; il tema
della ricerca, che assume forme differenti, ma spesso si connette a quello dell’identità (propria o altrui,
ma per l’autore trovare l’una è sempre un modo per svelare l’altra); da Fame d’aria in poi, anche l’intima resistenza contro il cinismo
soverchiante, la brama a tratti disperata di una qualche forma di speranza, laddove è negata ogni trascendenza.
Se anche Circosta a tratti si pone dubbi metafisici (ma, non a caso, la riflessione è una cosa appresa, che mantiene confini nebulosi e diventa oggetto d’irrisione da parte del gruppo dei pari), la narrazione rimane tutta ancorata al concreto di un presente sempre più asfittico, e per questo angosciante, che zavorra slanci idealistici e pensieri.
Quella piccola ricerca non ebbe particolare seguito, tranne il dare un nome a una sensazione che mi era capitata spesso di vivere, che vivo spesso ancora oggi. Mi capita soprattutto negli ascensori, o sui ponti. Feci lo sbaglio […] di condividere con un vecchio maresciallo questa sensazione. […] Gli chiesi se quello spettacolo non gli sembrasse metafisico, una porta verso qualcos’altro. Lui quasi inchiodò. Da allora e fino alla fine dei miei giorni a Grosseto fui per tutti «il metafisico». (p. 268)
Mencarelli neanche in questo caso ci fa sconti, non ci regala trame lineari e personaggi gradevoli, cui è facile affezionarsi. Fa eccezione solo il maresciallo Damasi, unica vera figura positiva all’interno della narrazione, forse proprio perché marginale rispetto alle dinamiche dominanti, renitente alle tentazioni di prepotenza o ai deliri d’onnipotenza che paiono essere la costante dei rappresentanti delle istituzioni locali («era un buon maresciallo, buono nel senso che non soffriva d’esaltazione o cattiveria. Era uno schivo», p. 23). Anche i “presunti familiari della vittima”, convocati in attesa che i risultati del DNA chiariscano a quale donna sulla trentina scomparsa nel lasso di tempo indicato dal medico legale corrisponda il cadavere ritrovato nei boschi, non riescono a risultare piacevoli al lettore. I coniugi Martelli, che hanno perso la figlia Assunta; Liliana Parrino, che ancora cerca la sorella Isabella; infine Lucio Marini, cui è stata strappata la madre Linda: tutti hanno costruito negli anni una parvenza di vita intorno a un’assenza, un buco nero che ha risucchiato loro ogni energia. Tutti ora sperano con ogni fibra del loro essere, in realtà già credono, che la donna ritrovata sia quella che per tanto tempo hanno cercato, prima di raggiungere una stasi che non era vera rassegnazione, piuttosto apatia. Adesso, al loro arrivo a Latina, dove sono tutti ospitati nella pensione della signora Garvan, appaiono «fragili, instabili, con quello che hanno vissuto» (p. 55).
Nel “presunti”
del titolo si legge già tutta l’ambivalenza
della loro condizione, e la connotazione del romanzo nel senso del noir esistenziale. Il loro coesistere
fa sobbollire tensioni nascoste,
pronte a esplodere nella disperazione,
nella rabbia, o anche nella follia. I momenti di comunione, di
solidarietà legata a una sorte condivisa, sono di gran lunga inferiori rispetto
a quelli di scontro. La certezza che il ritrovamento porterà a una sola verità, e che quindi una sola
famiglia sarà finalmente libera dal peso dell’incertezza, infatti, delinea i confini di una competizione che si
concluderà con un unico vincitore, e dei vinti. Eppure, nello sviluppo
della vicenda, nei giorni dilatati
all’inverosimile che separano l’arrivo dei presunti familiari dall’annuncio
dei risultati delle analisi, non c’è nessuno
che non paia uno sconfitto, un vinto dalla vita.
La logica
darwiniana, che pone costoro dal lato di chi inevitabilmente soccombe,
regna anche all’interno della caserma, dove l’inetto Circosta si trova in bilico tra il carabiniere che è e quello
che potrebbe diventare. Il sadismo,
l’arbitrio del potere, a tratti
l’animalità o la brutalità gratuita
rappresentati da Liberati, diventano tentazioni
forti per chi non ha le caratteristiche per dominare: l’alternativa
all’essere gregario sembra essere solo l’essere vittima, o combattere una
battaglia solitaria, in cui le forze sono distribuite iniquamente. Per Circosta
occuparsi dei quattro presunti familiari è un
banco di prova, un modo per misurarsi con se stesso, e un’opportunità (forse l’ultima possibile) che Damasi gli sta dando per salvarsi. Segnato da rapporti
conflittuali con un padre prima violento, poi mancato, il narratore cerca
figure maschili da compiacere, brama riconoscimento e attestati di stima, ma
non ha ancora scelto definitivamente a
quale modello d’uomo conformarsi. Il suo è un andare ondivago, pieno di compromessi e ripensamenti, che
infastidisce e al tempo stesso risulta profondamente
umano.
Questa, del resto, continua a essere la cifra della scrittura di Mencarelli: guardare all’individuo senza giudizio, mostrarne la fragilità e le lacerazioni interiori, seguirne i passi soprattutto nel momento in cui si trova davanti a un bivio. Circosta inizia a orientarsi, soprattutto rispetto a se stesso, proprio nel momento in cui permette all’umanità altrui di far breccia nelle sue convinzioni. Trovare un senso per lui coincide con la comprensione del dramma umano che si consuma davanti ai suoi occhi, ma anche con lo scegliere la direzione da prendere.
Come i fantasmi di poco prima, apparvero nella piazzola i volti di tutta quella gente che aveva fatto irruzione nei miei giorni. Li rividi uno a uno. La follia delle coltellate all'aria della signorina Parrino, il pianto nascosto del signor Martelli, il corpo nudo di Lucio Marini, e poi gli altri, la Garvan, l'infermiera Paola, quel valdese del posto di blocco, Damasi, Cristian. E poi, per ultimo, mi comparve agli occhi lo scheletro, quel corpo in cerca di parenti, quel centro oscuro di strazi e mai compiuti pentimenti. Tutte quelle facce mi tolsero l'ossigeno al cervello. (p. 121)
Quattro presunti familiari non è la storia di un’indagine, bensì quella di un’attesa. Il focus narrativo è decentrato, perché si sa che l’azione si collocherà tutta oltre le ultime pagine, quelle in cui ha luogo lo svelamento. La trama si dipana quindi in una girandola di situazioni grottesche e sentimenti contraddittori. La tensione cresce perché l’avvicinarsi al momento della rivelazione ha l’effetto di un countdown, ma senza la promessa della pacificazione, perché chi conosce Mencarelli sa che questa difficilmente può essere trovata, almeno in forma stabile.
Se per Circosta l’arrivo dei quattro familiari ha
prodotto una improvvisa accelerazione
(«la mia vita aveva iniziato ad
accelerare, una macchina a motore imballato diretta verso un muro», p.
137), per costoro invece l’annuncio del ritrovamento ha portato al congelamento: antiche ferite si sono
riaperte, e tutti si sono trovati sull’orlo
di un baratro continuamente costeggiato e sempre ignorato, improvvisamente costretti a guardarci dentro. Il dolore
si fa per tutti talmente forte, viscerale, da diventare elemento di paralisi. Certo è che per tutti, narratore e
personaggi, risulta sempre più difficile mantenere le facciate e le
sovrastrutture autoimposte. La locanda della signora Garvan diventa il luogo di uno smascheramento, di una
caduta progressiva di ogni reticenza, di un
feroce, quasi sempre impietoso, disvelamento di sé. Mentre si aggira a
tentoni nei pressi della «mole di follia
e disperazione» (p. 207) lì concentrata, il movimento intrapreso da
Circosta è quello di un rapido
sprofondare e di un lento,
faticosissimo, riemergere alla luce.
Poco alla volta inizia a chiedersi come iniziare a fare l’adulto, cioè come assumersi la responsabilità di altri
esseri umani. Inizia a prendere decisioni che devono essere portate dal chiuso all’aperto, dalle
ambientazioni limitate e in qualche modo protette (la pensione, ma anche la
caserma, pur con tutte le sue storture), ma anche dal recinto della propria
coscienza, al mondo fuori. A scegliere
quali verità devono essere rivelate, e quali invece vanno tenute nascoste.
A distinguere tra moventi puri ed
egoistici. A capire ciò che si importante lasciar andare, e ciò che invece è
necessario tenere con sé.
Carolina Pernigo
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