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Dalla seconda edizione del Premio di narrativa Neo, "Il giardino dei fiori infelici" di Nicola Lucchi

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Il giardino dei fiori infelici
di Nicola Lucchi
Neo edizioni, febbraio 2026 

pp. 180
€ 16 (cartaceo)
€ 6,99 (ebook) 

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«Perché lo ha fatto?»
«Non avevo mai visto morire nessuno. Volevo sapere come si fa» disse Lucas. «Il mio cane morì senza chiudere gli occhi. Si può morire anche così. Senza chiudere gli occhi». (p. 27) 

Esattamente un anno fa, la casa editrice abruzzese Neo edizioni pubblicava l’opera vincitrice del Premio di narrativa Neo, Spettri, Diavoli, Cristi, Noi di Riccardo Ielmini, di cui abbiamo parlato anche noi di CriticaLetteraria. Era un’opera cruda e dal forte impatto emotivo, proprio come ci si sarebbe aspettato dalla vincitrice del premio.

A distanza di un anno, Neo pubblica il romanzo vincitore della seconda edizione di quel premio, e non è da meno. Il giardino dei fiori infelici di Nicola Lucchi è un testo cupo, che quasi non lascia spazio ad alcuna forma d’ironia, se non a quella che deriva da una frase che solo a primo acchito può sembrare una battuta infelice e invece è il chiaro segno di una personalità disturbata. Lucas, il protagonista, è un personaggio che definiremmo dalla moralità grigia, se non fosse cresciuto in un paesino sperduto di una provincia anonima e in un periodo storico fra i più travagliati, quello che segue il secondo immediato dopoguerra italiano. Lucchi si sofferma appena sulle lotte interne fra fascisti dell’ultima ora e partigiani nascosti fra le montagne: si concentra piuttosto sulla vita di paese e su come la guerra civile abbia condizionato in negativo i suoi abitanti, facendo loro smarrire la bussola morale. Quando qualcosa di orribile avviene, in questi casi, lo si mette a tacere, lo si seppellisce sotto terra là dove riposano i fiori: quei semi, allora, gettati su un terreno aspro che ha visto l’orrore della guerra, non possono che generare erbacce malate.

È il caso di Lucas, un bambino che sin dalla nascita non sembra in grado di emettere un pianto ma neanche ridere, che non comprende le leggi morali e le questioni etiche che lo circondano. Sa però che al male si risponde con il male e quindi, non appena è grande abbastanza da comprendere che qualcosa di brutto è accaduto prima della propria nascita, ha un solo modo per farsene carico: compiere il peggiore fra i peccati.

Il romanzo tocca il thriller, il gotico e in diversi tratti sprofonda nell’horror. La lingua di Lucchi – precisa, tagliente, chirurgica – è la lingua della madre di Lucas. La scelta di un narratore inaffidabile – inaffidabile perché interno e coinvolto in ciò che sta accadendo – è perfetta per mantenere la tensione narrativa e non spezzare mai il ritmo. Olga è una donna resa arida dall’esistenza, il cui unico scopo sembra essere quello di proteggere Lucas da se stesso e dai muri che si è costruito intorno suo malgrado. È colpevole e lo sa, così come sa che il male lo circonda, eppure non può smettere di amarlo e di provare compassione, pur senza riuscire a difenderlo del tutto. E noi lettori, attraverso le parole di una madre desolata, seguiamo la vicenda dipanarsi davanti ai nostri occhi. Non possiamo prendere le parti di Lucas eppure comprendiamo i suoi moventi. Non possiamo empatizzare con lui, eppure capiamo perché fa quel che fa. È una catena, la sua, che vincola i fatti alla terra e noi lettori alla pagina. La brevità del testo ci conduce per mano dal primo all’ultimo capitolo senza che neanche ce ne accorgiamo. E quando arriviamo al finale, non possiamo che restare un attimo a chiederci cosa ci ha colpito di questo orrore senza fine, di questa malvagità che sembra senza redenzione, così grande eppure così umana.

Nicola Lucchi ha scritto un testo folgorante, e l’ha fatto con una scrittura magnifica e ipnotica in grado di trafiggere un lettore che, in fin dei conti, non aspetta altro che bearsi di tutto questo.

David Valentini