Fandango, 30 gennaio 2026
“Statevi zitte perché vi dico l'unica cosa che so... Io non so niente, ma so che siamo diventate qualcosa. Perché ci stiamo legando con cose che non si raccontano. Quando le parole non si appiccicano sulle cose è un problema. Le cose diventano sempre più grandi. E perdono quasi i confini. E ci perdiamo pure noi là, dentro quelle cose. Però adesso mi sembra che crescono di meno, soprattutto le mie. E questa è l'unica cosa che so. E no, non sono scema, e gli occhi degli altri mi fanno meno paura”. (p. 118)
Sentirsi meno sole in un carcere dove non è mai concesso un solo momento per sé può sembrare paradossale, ma non è di solitudine fisica che si parla. Tra quelle quattro mura della sezione femminile di Alta Sicurezza di Rebibbia, le detenute sono ammassate, non hanno privacy nemmeno in bagno, ma questo non significa che stringano per forza rapporti sociali profondi. Sono le difese interiori le sbarre più alte dietro cui si auto-rinchiudono. E non si può biasimarle, perché troppe volte sono state ingannate, spesso persino tradite e denunciate da chi avevano di più caro.
La difficoltà nel costruire rapporti autentici in carcere è, quindi, qualcosa che chi sta fuori non può immaginare. Anzi, da oggi si può almeno immaginarlo con il nuovo romanzo di Valerio Callieri, AS3, che nasce dopo la sua esperienza di insegnante di scrittura nella sezione femminile di Alta Sicurezza di Rebibbia. Alcune delle vicende arrivano appunto dalle storie scritte dalle detenute, ma Callieri precisa che per la privacy molto è stato oscurato e per ragioni narrative sono state apportate modifiche e integrazioni totalmente finzionali. «Ci sono anche eventi vissuti in prima persona che hanno ancora la forza di essere il perimetro dei miei pensieri», aggiunge l'autore, «E delle mie emozioni, direi, se non avessi il timore di apparire l'arrogante persona consapevole delle proprie emozioni» (p. 7).
Eppure Callieri appare consapevole eccome, perlomeno nella scrittura – non mi permetterei mai di giudicare la sua consapevolezza emotiva. Questo suo romanzo colpisce immediatamente per uno stile misurato eppure lirico, che sa come accostare azioni e descrizioni, parti catalogiche e dialoghi ruvidi.
Centrali nella narrazione sono Anna, Virginia e Monica: ognuna con il proprio vissuto, un fardello di colpa da portare con sé, un corpo e un equilibrio da difendere con le unghie, un passato da salvare dalla corrosione dal tempo e un futuro che non sanno figurarsi. Chi perché dovrà passare ancora tanto tempo in cella, chi perché lo ha già trascorso e a questo punto non sa chi e cosa troverà là fuori.
Complice un concorso di scrittura, le tre donne si trovano davanti all'educatrice: i loro sono dei bei racconti, e la vincitrice potrebbe finalmente trascorrere un giorno intero all'aria aperta con chi ama. Il premio è ricco, dunque, per quanto ci sia chi finge di non volerlo. Ma c'è anche un premio nascosto, che Anna, Monica e Virginia non sanno ancora: leggersi i racconti o perlomeno raccontarsi i contenuti. Inizia così un processo intermittente di apertura e chiusura, raccontandosi a sprazzi, lottando contro le proprie difese, mettendosi almeno in parte a nudo. Nessuna cerca la redenzione, perché sa benissimo che non si arriva a caso nell'AS3. Anche se non pienamente consce di volerlo, Anna, Monica e Virginia desiderano essere viste, ascoltate come donne, madri, mogli, compagne, lavoratrici, non solo bollate come detenute.
Inevitabilmente, certo, si arriva a confidarsi come si è finite dentro, che cosa è andato storto. Tra le tre, Anna, l'ultima arrivata, con un passato di narcotrafficante internazionale, ha una delle sofferenze più grandi: non poter vedere regolarmente sua figlia Veronica, che sembra anzi essere sempre più fredda e giudicante nei confronti della madre. I loro incontri sono un perenne confronto: Veronica è convinta di sapere cosa sia il bene e cosa il male, e ha trovato molte risposte e consolazione nella fede; Anna, invece, è amareggiata e rassegnata al tempo che dovrà passare rinchiusa, ma non per questo ha perso l'attenzione ai dettagli, a quelle piccole cose che le permettono di "non sprofondare", come dicono lì.
Virginia, cresciuta in un campo rom, ha vissuto parte dell'infanzia in catene e quando si è liberata si è trovata a provare la fame più estrema, ma è anche riuscita a risollevarsi. Almeno finché non si è tuffata a capofitto in un nuovo dolore. Fuori ci sono i suoi figli, ma anche gli uomini che non hanno saputo né voluto capirla e rispettarla. Le manca ormai poco per uscire, ma il timore di ritrovarsi con i capelli ormai ingrigiti là fuori e non avere ancora nessun piano, la amareggia e la spaventa.
Monica, ex rapinatrice, è preoccupata per il figlio, che fa uso di droga e spaccia. Non stupisce che sia in parte confortata dal saperlo in carcere, ma sa che entro poco uscirà, e allora la droga sarà di nuovo là... Anche per placare le ansie di Monica (ansie spesso camuffate di rabbia e violenza verbale), Virginia le promette di cercare suo figlio, di raccontargli della madre e, insomma, di controllarlo.
Oltre a questo modo diretto per raccontarsi, le donne trovano un'altra dimensione ancora su cui confrontarsi: la letteratura. In dialogo con l'educatrice, altro personaggio che spesso entra nella storia col suo «dispiacere indefinito» (p. 76), il senso di inadeguatezza e un passato non semplice, grandi opere della letteratura come l'Antigone o Anna Karenina diventano il pretesto per misurarsi su concetti capitali come la verità, la giustizia, l'amore...
Con ciò, non si creda che Valerio Callieri tracci un percorso di redenzione, perché non è questo il suo obiettivo: ho avuto invece la sensazione che l'imperativo fosse dar voce a chi di solito non ce l'ha, e far sì che la voce fosse autentica, talvolta scartavetrante talaltra più morbida e vagamente addolcita da un ricordo o da una speranza. E il risultato è un romanzo che ci porta lontano dai nostri egocentrismi e ci fa calare in uno spazio ristrettissimo dove giusto la parola può far ritrovare la libertà.
GMGhioni
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