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La metafisica dell'immanenza. Massimo Recalcati presenta la poetica di Anselm Kiefer in "Il seme santo"

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Il seme santo. La poetica di Anselm Kiefer. 
di Massimo Recalcati
Marsilio Arte, 26 gennaio 2026

pp. 176
€ 25,00 (cartaceo)


Alla complessa e significativa produzione artistica di Anselm Kiefer è dedicato l'ultimo saggio di Massimo Recalcati, che continua a usare il linguaggio figurativo per indagare la trasfigurazione dei traumi e la messa in forma del silenzio.
Anselm Kiefer è considerato uno degli artisti più importanti del nostro tempo: un artista capace di innovare il linguaggio pittorico e architettonico, attraverso l'uso di materiali quali la cenere, la sabbia, il cemento e la paglia. Mediante questi "scarti" – Recalcati parla di una "metafisica del resto" – Kiefer ci parla di distruzione e rigenerazione, di tempo ed eterno, di un connubio misterioso tra cielo e terra. Alla sua esperienza artistica, Wim Wenders ha dedicato lo splendido documentario Anselm.
Si comincia proprio dalla metafisica del resto:
La metafisica del resto non è la metafisica del tutto. Il resto non allude a nessuna totalità infranta né tanto meno pretenderebbe di ricomporla in un avvenire utopico-escatologico. Il resto non è il luogo dove la vita si sta spegnendo, dove la sopravvivenza annuncia il suo definitivo tramonto. Il resto è piuttosto, come direbbe Derrida, una «restanza», una forza, una trascendenza, una scintilla di luce che non si spegne, una cenere che continua ad ardere. (p. 15)

Kiefer si professa un artista della metafisica dell'immanenza e Recalcati, nella bella e densa introduzione, radica in una cornica filosofica il testo che si accinge a scrivere. La metafisica tradizionale è intesa come uno sdoppiamento del mondo in un piano dell'immanenza e uno della trascendenza: «quaggiù la morte e il divenire; lassù l'incorruttibile e l'eterno» (p. 9). Nell'arte contemporanea Kandinskij rappresenta la metafisica della trascendenza, mediante l'astrazione di un segno pittorico che non rappresenta più la rappresentazione del visibile. Recalcati inserisce questo paradigma metafisico nell'estetica idealista di Hegel. 

L'altra possibilità di fare metafisica è quella che trova il suo ispiratore in Spinoza, che concepisce Dio come indistinguibile dai modi coi quali si manifesta nel mondo. Questa prospettiva, che quindi non "esilia" il Sacro nel trascendente, ma lo rende immanente al piano visibile, nella pratica dell'arte ha fecondato le esperienze artistiche di Cézanne e De Chirico, Morandi e Burri, fino ad arrivare, appunto, a Anselm Kiefer. 

Il centro di questa metafisica non è l'ideale dello spirituale emancipato dalla materia, ma la materia in quanto luogo di espressione dello spirituale. In questo senso essa non è più una metafisica verticale ma orizzontale. La trascendenza non è più situata al di là dell'immanenza ma, come direbbe Spinoza, diviene un suo modo possibile. Se si dovesse operare una sintesi estrema, si potrebbe dire che se la metafisica ruota attorno alla dimensione di un'essenza irriducibile all'esistenza, la seconda mostra che l'essenza è nell'esistenza. (p. 11)

Secondo Recalcati questo secondo tipo di metafisica realizza il suo apice nell'opera di Kiefer, che lavora sulle rovine, sulle macerie dei bombardamenti in Germania durante la Seconda guerra mondiale. Lavorare sul residuo, sul resto, con l'intento di farlo germogliare come un seme, anzi un seme santo. Cercare un resto di umanità e redenzione anche nel tetro buio della distruzione e della morte significa scendere ne L'abisso del male - titolo del primo capitolo - per cercare il ramoscello d'ulivo che consentirà la rinascita. 
L'arte di Kiefer riflette la presenza del male e della morte nel mondo. Se Adorno aveva detto che dopo Auschwitz è impossibile fare poesia, Kiefer pensa che è proprio «laddove sembra impossibile generare ancora poesia che si deve trovare la possibilità di generarla» (p. 20). La storia è la materia prima dell'arte di Anselm Kiefer e proprio la storia è «frattura di ogni unità originaria, dissidio, dissonanza, lotta perpetua, distruzione, catastrofe, morte» (p. 20).
Il testo è corredato da numerose illustrazioni che consentono, anche grazie a precise didascalie, di seguire il percorso ermeneutico di Massimo Recalcati. Nelle opere La Via Lattea, Mesopotamia e Brughiera della Marca di Brandeburgo siamo di fronte ad immagini di una "Terra desolata", apparentemente abbandonata dal Bene e dalla Luce. 
Nei capitoli successivi Costruire con le macerie e Creazione e distruzione, intrecciando le vicende biografiche di Kiefer con le esperienze artistiche affini di Burri e Parmiggiani, Recalcati ci guida alla comprensione di un'arte che non ha l'obiettivo di «rendere visibile l'invisibile» (come diceva Klee), ma di «rendere sensibile l'invisibile» (Parmiggiani). Il simbolo della scala,  nel dipinto La scala di Giacobbe
non va letto semplicemente come una fuga dal mondo, un innalzamento ascetico che vorrebbe abbandonare le nostre fragili spoglie umane per raggiungere le sfere celesti. Tutto il contrario: la scala è piuttosto ciò che lega indissolubilmente l'immanenza alla trascendenza, il finito all'infinito: non è l'uscita dall'immanenza tramite la trascendenza, ma l'essere tra l'una e l'altra. (p. 49)

Suddiviso in dodici capitoli ricchi di spunti per approfondire e per contestualizzare l'opera di Kiefer non solo nell'epoca a lui contemporanea, ma anche ai molti rimandi all'alchimia, alla Torah e al mondo biblico, Il seme santo è un testo imprescindibile per comprendere la poetica di Anselm Kiefer e anche per comprendere il cammino dello stesso Recalcati, poiché tornano tematiche e autori (uno su tutti: Jacques Lacan) che sono al centro di altri suoi saggi.

Corredato, come dicevo, da tavole illustrative, ma anche da un importante apparato di note e da una nutrita bibliografia, il testo edito da Marsilio è un lavoro sulla memoria, che ci consente di non naufragare in un risentimento nostalgico, ma di aprire al futuro (il titolo ossimorico dell'ultimo capitolo è appunto Resti dal futuro).

Deborah Donato