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Quando la luce interiore è più forte del trauma. L'infanzia spezzata tra il silenzio e la cecità degli adulti nell'esordio di Maria Pacifico “L’odore del lupo”

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L’odore del lupo
di Maria Pacifico
Ponte alle Grazie, 27 gennaio 2026

pp. 192
€ 18,00 (cartaceo)
€ 11,99 (eBook)

Silvia, mi chiamo Silvia: e fino a qui, ci siamo.
Non ho voglia di raccontare di me, non c’è più niente da spiegare. Dentro ho un silenzio improvviso, si è spezzato un filo, tutte le parole che so - e ne so moltissime, alcune belle - non servono a nulla. (p. 9)

Silvia ha sedici anni e ha già imparato che gli adulti non sanno leggere né le sue parole né i suoi silenzi. In apertura del suo romanzo d’esordio, L’odore del lupo, Maria Pacifico, ci pone subito davanti una ragazza che non ha voglia di raccontarsi, è stanca, ha con sé un fardello che la logora e sua madre ha deciso di portarla dal medico, preoccupata dal suo silenzio e dall’assenza di appetito. Gli adulti si accorgono del silenzio quando diventa sintomo; l’urlo che di lì a poche righe Silvia lancerà quando il dottore, gentile e professionale, si avvicina a lei per visitarla, fa capire che la ragazza nasconde qualcosa che va oltre la semplice ribellione adolescenziale: quella di Silvia è la storia di un filo che si è spezzato. Quando? Dal momento che la protagonista non ha voglia di parlare, dopo il primo paragrafo il racconto passa a una voce in terza persona che ci porta indietro nel tempo, quando Silvia ha undici anni, ha appena terminato la primaria e dovrebbe godersi le vacanze con i genitori, con la sorellina Giulia e Mat, compagno di giochi di qualche anno più grande.

Silvia è una bambina vivace e spensierata come tante altre: a scuola prende ottimi voti e legge tanti libri spronata dal padre, docente di letteratura spagnola. Il primo giorno di vacanza al lago è pieno di promesse di gioco e libertà: «Ma soprattutto non avrebbe dovuto più dimostrare niente a nessuno, non era necessario eccellere in nulla e si sarebbe inventata da capo. Silvia, nel bosco vicino al lago, tornava analfabeta» (pp. 14-15). Nel bosco però c’è il topo-lupo, è così che Silvia chiamerà l’uomo che, nella sprovvedutezza e nella cecità dei suoi genitori, provocherà una frattura profonda dentro di lei. Mi è sembrata una scelta strategicamente efficace l’inclusione, nella stessa giornata, della scena di un agnello sgozzato che le mostra l’amico Mat, di nascosto, lontano dagli altri. L’immagine irrompe nel paesaggio naturale incrinando quella promessa di libertà e di spensieratezza che il lago sembrava offrire.

La carcassa di un agnello sventrato, scuoiato in parte, con la pelle ricadente ancora attaccata al collo per un lembo, è appesa a un gancio, a testa in giù, sul bordo del porticato. Il vento fa dondolare l’animale e il sangue gocciolante ha disegnato sul pavimento di cemento una pozza oblunga, dalla forma simile a quella del lago. Sul piccolo cranio nudo gli occhi strabuzzati sembrano enormi, il muso è aperto in un vagito, o forse nel suo ultimo urlo. È così essere morti? È così essere nudi? (pp. 22-23)

Questa scena, cruda e crudele, funziona come una soglia che prepara il lettore a una frattura più silenziosa. Pacifico costruisce una trama simbolica discreta ma potente e in questo lavoro si coglie la misura di una penna già consapevole nonostante si tratti di un esordio. Il focus del romanzo non è la storia di un trauma, di un “intruso” che si insinua nelle pieghe della preadolescenza e dell’adolescenza, ma la luce della consapevolezza che lentamente prende forma in Silvia. I suoi genitori rimangono sullo sfondo, incapaci di leggere i suoi silenzi e di percepirne i cambiamenti. La madre non la prepara alla pubertà e né le parla del ciclo, si limita a chiamarla “nana sapiente” davanti agli altri, raccontando che la secondogenita non le dà grattacapi, mentre Silvia invece è  stata difficile sin da neonata. È una donna assorbita dalla quotidianità della casa, dei pranzi e delle cene a cui invitare amici, tra cui il topo-lupo. Il padre di Silvia è un uomo che definirei quasi incorporeo, tanto la sua presenza è labile, non scalda, non ha nerbo, ha la testa e anche il corpo altrove, nei suoi continui viaggi di lavoro.

Nonostante il vuoto di attenzione dei genitori, Silvia cerca di creare legami autentici con il mondo che la circonda. Si impegna a farsi accettare dai compagni di classe in modi discreti, ma significativi: lascia i quaderni a disposizione di chi vuole copiare i compiti, coltiva amicizie genuine come quella con Nina.

In questo percorso silenzioso in cui la ragazza cerca di ricucirsi, di ripararsi con i mezzi che ha, con le risorse interiori che ha, la sua crescita ha qualcosa che mi ha commossa e mi ha lasciata ammirata. Splendido il passaggio con cui Pacifico descrive come Silvia fiorisca dentro il suo stesso silenzio.

A volte si fiorisce sottovoce.
Nel tempo che serve all’erba per bucare, la sera solo terra e all’alba un filo di verde, la ragazza muta pelle, piumaggio, livrea, seguendo la traccia sottile di quello struggimento e senza altro strumento che la sua stessa natura. Non fa nulla di speciale, tranne forse sciogliere la treccia, semplicemente si lascia attraversare. 
Il corpo in allarme e impregnato di buio cede a poco a poco i suoi confini, ne impara altri e ricorda cose antiche: corre, suda, balla, rabbrividisce nell’aria dei torrenti, respira fumo di legna.
Inselvatichite, dimenticare, perdere la compostezza per ricomporsi interi. (p. 102)

La penna dell’autrice è essenziale e lirica e alterna frasi brevi e incisive. Ogni scelta, dalle immagini alla focalizzazione non sono lasciate al caso. Lo stesso ritorno della narrazione in prima persona verso il finale del romanzo chiude circolarmente l’opera e ha la sua ragione e il suo profondo significato. Questo non è un libro che si sofferma su una ferita, ma sulla consapevolezza come ribadisce Teresa Ciabatti nella terza di copertina. Il lettore è parte attiva di questo percorso, un vero fiorire sottovoce di una giovane donna capace di guardare dentro la propria luce interiore, una luce per molto tempo rimasta tenue, ma sempre persistente.

Marianna Inserra