L'invenzione del colore
L’invenzione del colore di Christian Raimo si configura come un testo difficile da classificare, collocabile all’incrocio tra autobiografia familiare e intellettuale, autofiction, storia culturale e riflessione politica.
La scrittura procede per associazioni, alternando riferimenti letterari, filosofici, cinematografici a memorie ed esperienze personali, e seguendo in contemporanea più filoni narrativi, intrecciati tra loro in un continuum di pensieri, ricordi, commenti, autoanalisi, che sembrano germogliare uno sull’altro.
Lo stile è denso, alto, ma capace di virare verso il basso, utilizzando anche il dialetto in funzione mimetica.
Queste scelte non sono casuali né tantomeno ‘neutre’, in quanto rispecchiano la coscienza dalla voce narrante: non lineare né pacifica, ma attraversata da tensioni irrisolte.
Negli ultimi dieci anni, prima di rimettermi sulla ricerca di mio padre, la mia vita è stata occupata dalla scuola, dalla politica e da Gadda. (p. 53)
Con grande onestà, Raimo si muove tra la descrizione della sua esperienza come insegnante; la storia della sua tormentosa relazione con l’impegnatissima Gadda («Gadda è la mia compagna, l’amore, è prima di tutto la mia coscienza politica», p. 72) e la narrazione dell’inchiesta condotta nel passato della propria famiglia, da quando, nel 2019, ha iniziato a sognare suo padre in modo ricorrente e sempre più realistico.
Ho cominciato a fare ricerche prima frammentarie e sporadiche, poi sempre più sistematiche, intorno a Raffaele Raimo nell’estate del 2019. (p. 39)
Il bisogno di mettersi sulle tracce dell’assente, ma sempre presente figura paterna, recuperando e in parte reinventando il rapporto con essa, si fa impellente, fino a diventare una vera e propria ossessione: («l’ossessione per mio padre, a quindici anni dalla sua morte», p. 217 ).
Un buon consiglio che potrei dare a me stesso è di assegnarmi delle regole, confinando la ricerca su mio padre nei sogni a un certo limite di tempo definito, un tot di ore al giorno, e se continuo a far fatica a addormentarmi devo obbligarmi a prendere delle pillole. (p. 159)
Una forma di fuga dalla relazione con Gadda, che lo accusa di non volersi assumere responsabilità («non ti piacciono le responsabilità» p. 72) e di essere apatico («non ti piacciono nemmeno i desideri», p. 72)? Una compensazione dei «burnout ciclici sempre più frequenti e ravvicinati» (p. 21) che la vita scolastica gli riserva?
Qualunque ne sia la causa, il libro finisce per assumere le fattezze di un’indagine identitaria e familiare: vestendo i panni di un contemporaneo personaggio ariostesco, Raimo si impegna in una vera e propria quête che lo spinge a muoversi su e giù nel tempo e nello spazio; a ripescare dalla propria memoria ricordi intimi e privati; a recarsi nei ‘luoghi paterni’, e soprattutto a collegare, sia in senso sociopolitico, sia in senso culturale, la storia della propria famiglia a quella dell’intera seconda metà del XX secolo, facendone anche rappresentazione della parabola della classe operaia italiana, dagli anni del boom economico a quelli del declino industriale.
Per lungo tempo dipendente, poi dirigente, della Technicolor (che di quella parabola sembra quasi allegoria), Raffaele Raimo, infatti, ha contribuito in modo sostanziale all’invenzione di un metodo di trattamento del colore che ha cambiato le sorti del cinema nazionale e internazionale: un mito dell’infanzia – quello del padre chimico e inventore – che da personale diventa collettivo, trasformandosi in materia narrativa e in analisi filosofica e psicologica.
Il cinema a colori, grande coprotagonista del romanzo, si fa a sua volta simbolo di un’epoca, che, nel frattempo, però, è andata perduta per sempre:
Il cinema che si può girare con i telefonini o guardare in streaming elimina il terzo luogo: il laboratorio. Dove hanno passato buona parte della loro vita mio padre e suo padre. (p. 123)
È stato il mondo che c’era e non c’è più. (p. 309)
Elide Stagnetti

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