sabato 27 aprile 2019

"Una volta è abbastanza": Giulia Ciarapica ci racconta le Marche perdute nel suo romanzo d'esordio


Una volta è abbastanza
di Giulia Ciarapica
Rizzoli, 2019

pp. 365
€ 19 (cartaceo)
€ 9,99 (ebook)

Ci sono due motivi per cui Valentino, tra tutte le donne che lo corteggiavano, prima di partire per la guerra aveva scelto di stare con lei: primo, perché Annetta è dinamica e coraggiosa, non ha paura di nessuno e fiuta sempre l’occasione giusta; secondo, perché ha il fascino provocatorio della donna indipendente. (p. 33)

Insieme ad altre motivazioni che espliciterò più avanti, sono stati passaggi questo come questo, fin troppo frequenti, che mi hanno portato a interrompere la lettura del romanzo d’esordio di Giulia Ciarapica, classe 1989, nota blogger culturale per l’Huffington Post e autrice per Il Messaggero e Il Foglio.
Il testo, primo di una trilogia familiare che non può non richiamare gli echi della saga dell’Amica geniale diElena Ferrante (e/o edizioni), rispetta perfettamente i canoni di quello che si può definire un romanzo di formazione generazionale e territoriale: la narrazione segue da vicino sia gli sviluppi dei protagonisti, che incontriamo giovani appena dopo la guerra e che, al termine del terzo libro, alle soglie dei nostri anni Dieci, ritroveremo verosimilmente anziani, sia quelli del territorio di Casette d’Ete, un paesino nell’entroterra marchigiano nel quale la stessa autrice è nata.
Poco o nulla si può dire sulla trama, piuttosto classica – persino l’incipit rientra nel canone di cui prima: volo d’uccello sul presente, in cui troviamo Valentino, uno dei protagonisti, anziano, e poi tuffo nel giugno del 1945 – e che non riserva grandi sorprese. D’altronde, si può obiettare, non è sulla suspense o sul colpo di scena che contano i romanzi di formazione e quelli generazionali, bensì sull’attaccamento ai personaggi, alle situazioni, ai luoghi; insomma, questo genere di storie fa leva sull’immedesimazione, sui sentimenti, sulla prepotenza della nostalgia, qualcosa che non si può non provare quando si parte con personaggi nel fiore dell’età e li si ritrova adulti, con figli e nipoti, poi canuti.
Questo genere di romanzi fa leva anche sullo stile narrativo, ché esclusi gli altri elementi letterari ciò che resta è la capacità dello scrivente di incatenare non solo gli occhi, ma anche i pensieri, le emozioni, le viscere (qualcuno direbbe: il cuore) del lettore. Punta, insomma, sulla capacità di sospendere l’incredulità e sul proiettare nei personaggi e nei loro vissuti tutte le speranze e i timori, la bellezza e l’orrore, l’amore e l’odio di chi legge. Uscendo dalla terza persona, posso riscrivere quanto detto in questo modo: io posso, devo – e dunque voglio – immedesimarmi, soffrire e divertirmi con i protagonisti, deve mancarmi un battito per una qualche situazione orribile capitata ad Annetta o alla sorella Giuliana; questo a me non è capitato, e la risposta che do a tutto questo è che le meccaniche narrative risultano troppo evidenti, come se qualcuno, anziché mostrarmi la vita delle sorelle Verdini nei territori brulli di Casette d’Ete in quel primo dopoguerra, avesse prima voluto prima descriverle, per poi entrare nella narrazione vera e propria ("attenzione, lettore: questo personaggio è fatto così, ha questo carattere, quindi quando ti racconto quello che fa ricordati che lei/lui si comporta spesso così").
Un altro elemento piuttosto fastidioso del testo – ma qui la colpa non ricade sull’autrice, bensì su chi ha portato avanti l’editing – è l’incoerenza normativa sull’uso di accenti e apostrofi, di cui si fa necessariamente largo uso avendo a che fare col dialetto: laddove i troncamenti richiederebbero di prassi l’apostrofo, nel romanzo si trova un’alternanza non meglio specificata (se non per mere questioni grafiche) di apostrofi e accenti, questi ultimi a volte anche fuori posto. Riporto pochi esempi: «Oh, moro, guarda che se ne sono già accorti tutti, stanno a ridé» (p. 60; qui l’accento dovrebbe ricadere sulla i, e in ogni caso perché la e è stata chiusa?); «Tu stai a vedè, tra poco piove (p. 21; qui, invece, la e avrebbe dovuto essere chiusa e invece risulta aperta); «Ma perché ti sei ficcato là sotto, che stai a combina’?» (p. 57; qui al posto dell’accento abbiamo l’apostrofo, eppure il troncamento è identico ai due casi precedenti).
Una volta è abbastanza ha il grande pregio di mostrare i luoghi e i tempi di un’Italia sparita, fatta di lavori artigianali, tradizioni popolari e costumi locali esistiti prima della diffusione della televisione e dei mezzi di comunicazione di massa, agli albori della nostra repubblica, quando i segni della guerra ancora devastavano le campagne e le città. La scrittura di Ciarapica, tuttavia, sembra ancora non completamente adulta, e forse è proprio per questa immaturità che qua e là nel testo sono rimaste le tracce di una sorta di architettura di supporto, come quelle travi in legno usate a sostegno degli archi, e che poi vengono rimosse una volta completata (e stabilizzata) la struttura.

David Valentini