Da grande farò la giornalista restituisce il momento preciso in cui una voce prende forma attraverso l’esercizio quotidiano della scrittura e dell’osservazione. Non si tratta di un’operazione celebrativa né di una ricostruzione a posteriori della figura di Oriana Fallaci, ma di un lavoro filologico e critico che consente di leggere i suoi esordi giornalistici come un vero laboratorio di stile e di metodo. Gli articoli pubblicati su «Il Mattino dell’Italia centrale» tra il 1947 e il 1953 mostrano una giovane autrice già consapevole del proprio ruolo e del proprio sguardo, impegnata a misurarsi con la realtà senza mediazioni retoriche. La dichiarazione che apre idealmente questo percorso è esplicita e priva di esitazioni:
«Sono Oriana Fallaci, voglio fare la giornalista.» (p. 25)
In questa frase si coglie una presa di posizione netta, che non riguarda soltanto una scelta professionale, ma una modalità di stare nel mondo. Fallaci afferma un’identità prima ancora di costruirla pubblicamente, e lo fa attraverso una scrittura che, fin dalle prime prove, si distingue per rigore, attenzione al dettaglio e capacità di selezione. Uno degli aspetti più rilevanti degli articoli raccolti nel volume è la forte impronta narrativa dello sguardo. Fallaci non si limita a riportare gli eventi, ma li trasforma in scene, costruite attraverso immagini precise e una disposizione attenta degli elementi. Nel resoconto del concorso Miss Arno 1947 l’apertura è affidata a una descrizione fortemente visiva:
«Sopra, tanti lampioncini alla veneziana sospesi contro il cielo nero: sotto la suggestiva pista da ballo del dancing “Bellaria”.» (p. 26)
L’evento mondano viene così collocato in uno spazio che è già racconto, e la scrittura lavora già sulla modulazione delle parole, scegliendo ciò che conta e lasciando emergere una tensione sottile tra apparenza e sostanza. Questa capacità di cogliere lo scarto tra superficie e profondità attraversa molte delle pagine del volume. Sempre nello stesso articolo, Fallaci introduce un elemento di dissonanza che altera l’equilibrio della scena:
«Tutti contenti dunque; eppure seduti a un tavolino, si notavano sei misteriosi signori con la testa fra le mani assorti in gravi meditazioni.» (p. 26)
Una semplice frase, ma fortemente descrittiva, che già fa intravedere il talento della Fallaci, apre uno spazio critico che consente alla cronaca di farsi osservazione sociale. Fallaci individua il punto in cui il racconto può inclinarsi, rivelando le dinamiche di giudizio e di controllo che attraversano anche i contesti apparentemente più leggeri. Accanto alla dimensione mondana, il volume restituisce una Fallaci attenta agli spazi collettivi e alle istituzioni, in particolare nelle pagine ambientate nelle colonie. Qui la scrittura si fa più asciutta e controllata, ma non perde intensità. Il racconto si costruisce attraverso una sequenza di gesti quotidiani che assumono valore strutturale.
«Natalina la cuoca sbucciava patate» (p. 66). Un incipit che affida alla concretezza del lavoro manuale l’avvio della narrazione. Il dettaglio non è mai ornamentale, ma funzionale a una visione che parte dal corpo e dalla ripetizione per arrivare a una riflessione più ampia sull’ordine, sulla disciplina e sulla vita comunitaria. In queste pagine emerge con chiarezza la formazione di un metodo giornalistico fondato sull’accuratezza e sulla responsabilità dello sguardo. Fallaci concepisce la scrittura come uno strumento di indagine che richiede tempo, attenzione e una costante verifica del proprio punto di vista.
Non c’è spazio per l’approssimazione né per l’indulgenza. Ogni scelta narrativa risponde a una necessità interna, a un’esigenza di coerenza tra ciò che viene visto e ciò che viene restituito sulla pagina. Un elemento significativo del volume è anche l’attenzione alla presenza femminile, che attraversa i testi senza mai trasformarsi in dichiarazione ideologica.
Le donne osservate da Fallaci sono figure concrete, colte nella quotidianità del lavoro, della disciplina, dell’esposizione allo sguardo altrui. Questa sensibilità, che diventerà centrale nella produzione successiva dell’autrice, si manifesta qui in forma ancora implicita ma già strutturata, come parte integrante di uno sguardo che rifiuta semplificazioni e stereotipi.
Da grande farò la giornalista consente dunque di leggere gli esordi di Oriana Fallaci come un percorso di apprendimento rigoroso, in cui il talento si costruisce attraverso il lavoro e la consapevolezza del proprio ruolo.
Il volume non offre soltanto materiali d’archivio, ma restituisce il processo attraverso cui una voce si definisce, mettendo a fuoco un’idea di giornalismo come pratica etica e narrativa insieme. In questo senso, il libro non è soltanto un documento storico, ma una chiave di lettura fondamentale per comprendere l’origine di una delle figure più complesse e discusse del giornalismo italiano del secondo Novecento.
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