Non ho avuto preconcetti, lo giuro. E non ne ho tuttora, intendiamoci. Ma, per una ex-studentessa di cultura classica, l'approccio a una narrazione ambientata nel I secolo d.C. in cui una donna romana sa leggere, scrivere e fare di conto, non è un'operazione facile. Richiede astrazione, profondi respiri e un pizzico di leggerezza. È questa la ricetta, secondo il mio giudizio, per iniziare la lettura di L'anno delle mille vite di Heddi Goodrich.
Turia, moglie del liberto Felice e madre di Lucio e Felicia, è una donna di ventidue anni che vive a Ercolano, sotto l'impero romano, nel 69 d.C. È, questo, un anno di sconvolgimenti nella politica di Roma, che vede la fine della dinastia giulio-claudia e il succedersi di quattro imperatori in pochi mesi. L'Urbe è scossa dal sangue versato per le guerre dinastiche, e Turia anche ma per una ragione diversa. La donna, infatti, rimane letteralmente folgorata dall'incontro con un centurione – Marco Firmo – che assume per lei l'aspetto dell'uomo dei sogni. L'intero romanzo – scritto in un'anticonvenzionale seconda persona singolare – è rivolto e dedicato idealmente a Marco, a cui Turia racconta i suoi segreti, la sua quotidianità e le aspettative romantiche.
Tralasciando il sentore di anacronismi – errori in cui è onestamente difficile non incappare – e di incongruenze, la trama avrebbe anche un suo perché, se solo davvero fosse accaduto qualcosa tra i due. Qualunque cosa, anche una semplice stretta di mano. Tuttavia, Marco e Turia non hanno mai contatti, se non sul finale; né scambiano conversazioni significative né sanno dettagli sulle loro reciproche vite. In poche parole, non si conoscono. Scambiano convenevoli, tutto qui.
Eppure, questi ultimi, e un sogno a quanto pare rivelatore di Turia, sono sufficienti per costruire un'intera storia d'amore mentale. Siamo oltre l'amore platonico, siamo nel terreno della morbosità sentimentale, di cui, di questi tempi, francamente non si sentiva il bisogno. Turia fa di Marco l'oggetto di sogni indefiniti, in cui l'uomo è prima amico, poi amante, forse innamorato. Nei suoi monologhi infiniti, gli rivolge domande continue, lo mette a parte dei sentimenti che lui ha scatenato in lei non facendo assolutamente nulla. Quello che la donna vive, insomma, non è che un film nella sua testa. A un certo punto sembra accorgersene anche lei: «Alla fine eri un perfetto estraneo, ho concluso, e io una matta da legare» (p. 145).
È proprio in questa piega che si inserisce un quesito legittimo: se nel testo non sono presenti quei tipici elementi narrativi di affabulazione e fascinazione, come per esempio una sensualità latente, l'attrazione tra i due personaggi né, finalmente, una svolta, allora il messaggio del romanzo dev'essere più profondo e sottile. Vale a dire che, eliminati quegli espedienti utili ad attirare il lettore, in questo romanzo rimane, su un debole sottofondo romantico, la storia romana. Ci si potrebbe chiedere perché. Perché proprio la storia di Roma o l'ambientazione di Ercolano? E perché proprio il 69 d.C., l'anno di una crisi sanguinosa? Alle domande, purtroppo, non ho saputo fornire una risposta soddisfacente. Può essere che sia per un interesse personale dell'autrice – indubbio, vista la preparazione culturale che mostra nel romanzo – o che sia per il fascino di un mondo antico.
L'impressione è che si sia voluto scrivere l'ennesimo romanzo di un filone storico che in Italia sta prendendo sempre più piede e che vede al centro dinastie familiari in qualunque campo del possibile o immaginarie donne controcorrente di secoli fa. Quasi come se si volesse manifestare, pur senza volerlo, l'assenza di futuro: d'altronde, se non se ne ipotizza uno, florido o strutturato o perfino distopico a questo punto, rimane solo guardarsi più indietro possibile.
Camilla Elleboro
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