martedì 31 dicembre 2019

Le storie del ghetto di Budapest e la vita nell'Ottavo distretto


Storie del ghetto di Budapest
di Giorgio e Nicola Pressburger
Marsilio, ottobre 2019

pp. 215
€ 16 (cartaceo)
€ 9,99 (ebook)


Il mondo descritto dai fratelli Pressburger in questa raccolta di racconti è un mondo intriso di tradizioni, balli, personaggi memorabili e vite mai banali, che alimentano l'Ottavo Distretto nel Ghetto di Budapest, dove entrambi sono cresciuti. 
Giorgio Pressburger, narratore, saggista, autore e regista teatrale, è fuggito da Budapest nel 1956, rifugiandosi prima a Vienna e poi in Italia, dove è diventato una delle figure preminenti del panorama culturale; si è spento nel 2017; il fratello Nicola è stato un giornalista economico, morto nel 1985. 
Marsilio riunisce qui una serie di racconti, che parlano della loro infanzia e che contribuiscono a darci uno spaccato umanamente incredibile di uno dei ghetti di cui la Storia ci ha tramandato meno. L'idea di ebraismo presente nel libro è un'idea gioiosa, vivace, variopinta, dove c'è poco spazio per la tragedia, e c'è tantissima vita, nonostante tutto, anche nel momento del dolore e della perdita. C'è un senso di identità e di coesione, e c'è un sottile senso di nostalgia; c'è la città di Budapest e la vita che i suoi abitanti le danno, appropriandosi degli spazi per farli propri:
Poco distante da piazza Colomanno Tisza gli architetti avevano tracciato un altro spazio libero, chiamato poi piazza Teleky, destinandolo a mercato per la sua ottima posizione in vista dell'afflusso di merci provenienti da fuori città e dei compratori dai quartieri più centrali. E fu poi questa seconda piazza a fagocitare, con l'andare dei decenni, tutto il resto del nuovo distretto e a darvi un'impronta che nessuno degli illustri pianificatori del futuro di Budapest si sarebbe mai aspettato. Il mercato infatti attirò sul posto un grande numero di mercanti ebrei: rigattieri, commercianti di alimentari, banconieri, osti sempre pronti a ubriacare i contadini venuti a vendere in città la loro mercanzia. (p.10)
Non mancano gli accenni riguardanti i rapporti familiari, le grandi figure di un ebraismo paternalista, la critica nei confronti di un affarismo non sempre limpido, ma capace di trarre il meglio da situazioni terribili. Ci sono i riti religiosi e i significati di alcune usanze e tradizioni. C'è quasi una trasposizione tra l'idea della figura materna e quella della religione, vissute entrambe come esasperatamente possessive e poi come incapaci di difendere i propri affetti e i propri fedeli dall'orrore. Quando nell'ottobre del 1944, le croci uncinate prendono il potere in Ungheria, cominciarono le violenze e gli eccidi contro gli ebrei di Budapest. L'8 novembre 1944, 76mila ebrei furono concentrati nei cantieri di Ujlaki di Obuda e da lì costretti a marciare a piedi verso i campi in Austria, fu chiamata la marcia della morte e i sopravvissuti raggiunsero l'Austria alla fine di dicembre del 1944. Quel giorno d'autunno non meglio identificato, nei ricordi dei due autori, i piccoli vengono accompagnati all'interno del Tempio, quel luogo in cui la parola "male" non aveva patria davvero, e comincia per loro un periodo durissimo di privazioni e stenti. 
La bomba era caduta non lontano. Maurer l'occhialuto e molti altri dei miei compagni di quei mesi furono portati via dall'Angelo della morte in quella spaventosa esplosione. Io mi chiedo ancora il perché. Ma non aspetto risposta ormai a niente da quando sono andato a visitare il tempio e la comunità, a tanti anni di distanza. Mi dico che l'Universo invecchia e ci vorranno altri mondi, non questo, per ritrovare la gioia di quando ero bambino. (p. 30)
Interessante è il rapporto con i cristiani, raccontato attraverso le vicende di alcuni parenti:
Eppure anche nelle famiglie ebree dell'Ottavo Distretto c'erano alcuni cristiani, incuneati nel parentado e più ancora nella vita domestica come corpi estranei in un organismo vivente. In comunità più ricche non avrebbe forse destato meraviglia tutto ciò: i grandi commercianti ebrei di tutto il mondo sono abituati a tenere servitù cristiana. È un accorgimento che permette di superare alcuni divieti imposti dalla religione. (p. 102)
Fin qui il libro ci racconta le Storie, appunto, del ghetto; nella seconda parte c'è un racconto dal titolo L'elefante Verde (già pubblicato nel 2002 da Einaudi, in volume separato rispetto alle Storie del ghetto, del 2001 e prima ancora pubblicato nel 1986) racconta la storia di un commerciante, Jom Tow, che sogna un elefante verde e si convince, grazie anche alla spiegazione del rabbino, di un segno che voglia mostragli la predilezione di Dio. Questa speranza si tramanda di generazione in generazione nella sua famiglia ed è un po' il simbolo dell'attesa del popolo ebraico nei confronti di una promessa mai mantenuta di salvezza e perdono. 

Una bellissima postfazione di Wlodek Goldkorn chiude il libro, e ci racconta molto della memoria del popolo ebraico e di questa nostra vecchia Europa, con una suggestione:
Le storie degli ebrei sono come le loro valigie. Immaginarie e al contempo vere, trasportabili all'occorrenza, ma piene di vecchi vestiti, in apparenza fuori moda e fuori luogo e che invece stabiliscono i canoni della moda e diventano il marchio del luogo.

Samantha Viva