venerdì 27 dicembre 2019

#PLPL19: «Il movimento del #metoo è l'evento di oggi che più si avvicina alle proteste di piazza Tienanmen». Intervista a Sheng Keyi

Quando parlo per la prima volta con un autore straniero tendo sempre a sentirmi un po’ intimorita dalle eventuali barriere culturali, più che linguistiche, che potrebbero frapporsi tra di noi. Nel caso di Sheng Keyi questa paura si è subito dissolta nel momento in cui l’ho incontrata alla scorsa edizione di Più libri più liberi, ospite della Fazi Editore che a novembre ha pubblicato il suo romanzo Fuga di morte. E non perché nella nostra comunicazione non mancavano gli ostacoli (facilmente superati, comunque, dalla presenza di ben due interpreti), ma perché conoscendo la sua storia ho capito che di fronte alla sua battaglia per fare cultura nella Cina del XXI secolo nulla avrebbe funto da impedimento. La scrittrice, infatti, ha visto il suo romanzo censurato dal regime di Pechino e per questo è stata costretta a pubblicarlo in Inghilterra. Il libro racconta del giorno in cui sulla piazza principale di Beiping, capitale dello Stato di Dayang, compare un enorme escremento a forma di pagoda. Un atto osceno che fa esplodere le gravi tensioni sociali latenti da tempo, innescando un movimento di protesta guidato da poeti e intellettuali. Yuan Mengliu, giovane e rispettato poeta, vive però una crisi profonda. Da un lato si dimostra incapace di sopportare la violenza della rivolta e della sua repressione da parte del governo, dall’altro non riesce ad abbracciare gli ideali rivoluzionari della sua compagna Qi Zi, la quale si afferma invece come leader della protesta. Dietro a riflessioni umane e filosofiche Fuga di morte rappresenta il coraggioso tentativo da parte della Keyi di confrontarsi con l’eredità della protesta di Tienanmen e della sua aspra repressione. Per questo mi ha fatto immensamente piacere parlare con lei di svariati argomenti, inclusi il ruolo dell’intellettuale nella Cina di oggi e le proteste di Hong Kong. Abbiamo chiacchierato a lungo e nonostante dimostrasse, talvolta, disagio nel rispondere ad alcune domande, Sheng non si è mai tirata indietro e ha provato a dire la sua sempre con immenso coraggio.

In un suo recente contributo per La Lettura ha raccontato del suo stupore di fronte alla cura che in Europa c’è per i monumenti storici, anche antichissimi. Mi potrebbe dire, invece, di cosa si sorprenderebbe un visitatore occidentale mettendo piede per la prima volta in Cina?
Prima della Repubblica Popolare c’erano tantissime cose che potevano interessare gli occidentali, da Pechino fino al paesino in cui sono nata io. Però durante il secondo periodo di Mao molte cose antiche e del passato sono state cancellate in nome di una nuova era. A Pechino adesso c’è solo la Città Proibita, ma prima c’era molto altro, come delle bellissime mura di cui sono rimaste solo poche torri. In nome dell’urbanizzazione moderna in molte città sono state distrutte le antiche e tradizionali abitazioni, cancellando una parte della storia. Adesso la Cina è una potenza economica mondiale, ma per arrivare a questo moltissimo è stato sacrificato. Personalmente mi sento molto male di fronte all’abbandono e alla distruzione della storia perché questa rappresenta la memoria di un popolo. Ad esempio nel paese dove sono nata (Yiyang, n.d.r.) c’è un ponticello di oltre 400 anni, ma con la scusa di rinnovarlo, sono state eliminate molte sue decorazioni, come alcune statuette che vi erano poste sopra. Sono molto legata a questo ponte perché ogni volta che lascio il mio paese vado sempre ad accarezzarlo. Ecco il valore dei monumenti come depositari di ricordi. In passato ho provato a parlare con dei giornalisti e segnalare questo atteggiamento nei confronti dei beni culturali del nostro Paese ma nulla è cambiato. Pertanto oggi è molto difficile trovare veri reperti antichi in Cina.

Il titolo del suo romanzo è un omaggio a Paul Celan. Ci sono altri autori occidentali che lei ha assunto come modello o ispirazione nel percorso di maturazione come scrittrice?
Ci sono sicuramente, ma non di quando ero piccola. Solo da adulta, quando ho iniziato a scrivere, ho iniziato a leggere autori occidentali, come Hemingway e la sua teoria sulla punta dell’iceberg: vediamo solo una parte delle cose. Poi Calvino e la sua leggerezza nel rendere anche gli argomenti più difficili delicati, lievi come una piuma, trattando un tema non in modo diretto ma scegliendo un altro punto di vista. Se devo scrivere di una persona molto triste non racconto come piange ma come si muovono le onde del bicchiere che tiene in mano. Questo me l’ha insegnato Calvino. Ho amato Il cavaliere inesistente. Mi ha insegnato a scrivere di un tema con sentimenti laterali e non in prima persona. E poi vogliamo parlare dell’ironia che usa nei suoi romanzi? Il mio modo di scrivere deve molto all’umorismo calviniano. Ovviamente ci sono altri autori francesi o tedeschi che mi hanno influenzato in diversi momenti della vita, ma Hemingway e Calvino sono i primi che mi vengono in mente.

Fuga di morte
di Sheng Keyi
Fazi Editore, 2019
Traduzione di Eugenia Tizzano
pp. 430, € 18,50

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Fuga di morte racconta, in un chiave che potremmo definire distopica o fantastica, degli esiti sulla cultura e società cinesi delle proteste di piazza Tienanmen. Lei aveva 16 anni nel 1989: quale evento contemporaneo, in Cina o nel resto del mondo, crede possa avere un impatto decisivo sugli adolescenti di oggi?
Tocchi un argomento molto ampio. Tienanmen rappresenta un punto di cesura. A partire da quell’episodio e da quell’anno, il 1989, l’obiettivo primario delle persone è diventata l’economia. Se devo pensare a un evento recente che ha influenzato moltissimo i giovani in Cina, quello è il #metoo. A partire dal movimento statunitense le giovani donne cinesi hanno iniziato a denunciare le molestie, incluse anche scrittrici mie amiche. Pensa che è stata aperta una linea telefonica di assistenza che in sole 24 ore ha ricevuto più di 1700 telefonate: le molestie avvengono in qualunque settore, dalle università al mondo dello spettacolo fino alle semplici aziende. Da quando ha iniziato a circolare, il #metoo ha creato tantissimo scalpore nell’opinione pubblica e molti intellettuali hanno iniziato a trattare l’argomento. Forse questa è la prima volta che in Cina si è iniziato a parlare dei diritti delle donne. Peccato che nel momento di massima attenzione al movimento, il governo ha vietato di parlarne: hanno persino bloccato mostre ed eventi ispirati al #metoo.

Nel suo precedente romanzo, Northern girls, le protagoniste erano donne, adesso invece è Yuan Mengliu ad accompagnarci nel suo percorso di rinnovamento spirituale. Ha provato sensazioni diverse, da scrittrice, approcciandosi a protagonisti di sesso diverso?

Quando descrivo un personaggio non penso mai se è una donna o un uomo. Mentre scrivo io stessa non mi sento una donna. Penso che non è importante il sesso di un personaggio, ma che sia un essere umano. Sono interessata a tutte le figure umane, nessuna esclusa. Yuan Mengliu, per esempio, si ispira a molte persone che ho realmente conosciuto e, come lui, sono scappate dal movimento rivoluzionario.

La struttura e il tono del suo romanzo non hanno nulla di realistico, eppure all’interno di questa tensione immaginifica c’è un incredibile forza ideologica. In che modo ha strutturato la scrittura per far sì che questi elementi venissero bilanciati in maniera equilibrata?
Scrivere un’opera che ha uno sfondo storico reale è molto difficile. Per quanto ti impegni come scrittore non riuscirai mai a riprodurre ciò che è successo davvero. Ecco che per me la cosa più importante è cosa riesci a captare dopo che è successo qualcosa.
Fuga di morte non è stato pubblicato in Cina a causa del suo contenuto scomodo. Quale futuro immagina per gli intellettuali nel suo Paese?
Io non so se ci sono intellettuali in Cina. Se penso a come Edward Said identifica gli intellettuali, cioè le persone che non hanno paura di finire in prigione o di darsi fuoco in nome delle loro idee, allora in Cina non ce n’è nemmeno uno. Sono sicura che ci sono dei pensatori che in questo momento stanno scrivendo qualcosa o stanno provando a farsi sentire, ma non sono un gruppo definito. Molti negli ultimi anni hanno usato Renren (il Facebook cinese, n.d.r.) per provare a far circolare le loro idee. Peccato che tutti i loro account siano stati oscurati e quindi il loro pensiero non può più essere conosciuto. Credo che l’immagine più calzante per descrivere gli intellettuali in Cina sia L’urlo di Munch. Sì, possiamo usare questo quadro per descrivere la disperazione e la paura degli intellettuali cinesi.

Ho letto il suo libro mentre imperversava la protesta dei giovani a Hong Kong. Mi piacerebbe poter sentire qualche sua parola in merito a questo movimento così importante eppure praticamente ignorato dalle grandi democrazie occidentali.
Ho provato a documentarmi a proposito della protesta e a comunicare con alcuni miei amici che sono molto legati a Hong Kong. Io in realtà io provo sentimenti diversi per questo Paese. Da piccola identificavo Hong Kong come qualcosa di bellissimo, lontano, straordinario e irraggiungibile. Quasi un Paradiso. Hong Kong è il luogo in cui le famiglie agiate cinesi vanno per comprare il latte in polvere per i loro figli o a farli vaccinare. La prospettiva cinese è quella di ammirare Hong Kong e l’immagine che viene data delle proteste è quella di un nugolo di terroristi e nessuno in Cina sa cosa significa il simbolo della mano alzata (le cinque richieste dei giovani di Hong Kong, n.d.r.) Posso dire che sulla questione ci sono due racconti dei fatti: quello cinese e quello di Hong Kong. Io mi impegno a fare quello che ogni bravo romanziere dovrebbe fare: guardare ciò che succede dall’alto e rimanere neutrale senza farsi influenzare da una singola versione dei fatti.


Intervista a cura di Federica Privitera