sabato 23 marzo 2019

#CritiCOMICS - Dracula l'impalatore: l'uomo dietro il vampiro, secondo Matteo Strukul

Vlad. Le lame del cuore
di Matteo Strukul (testi) e Andrea Mutti (illustrazioni)
Feltrinelli Comics, 2019

€ 14,00



Con questo graphic novel da poco edito da Feltrinelli, Matteo Strukul ritorna ai temi storici, di cui è esperto e appassionato, in forma nuova. L'obiettivo è raccontare, in una trilogia impreziosita dalle belle illustrazioni di Andrea Mutti, la vera storia di Vlad III, signore di Valacchia e Transilvania, reso famoso dalla sua sete di sangue e dalla versione vampiresca che ne trasse Bram Stoker.
Paradossalmente, il successo avuto dal personaggio di Dracula, sia nella versione letteraria, che nelle innumerevoli trasposizioni cinematografiche, ha messo in ombra la figura storica a cui questo si ispirava. Strukul vuole dunque riportarla alla luce, ponendone in evidenza i caratteri di complessità. Vlad Dracul fu infatti un uomo volitivo e passionale, dall'ampia cultura formatasi nei tempi che trascorse in gioventù alla corte del sultano turco, padre di quel Maometto II che sarebbe diventato suo acerrimo nemico.

venerdì 22 marzo 2019

L'epopea di un uomo normale: "Tu non ci credere mai" di Alessandro Marchi

Tu non ci credere mai
di Alessandro Marchi
libro/mania, DeA Planeta Libri, 2018


pp. 422
€ 9,90 (cartaceo)
€ 1,99 (ebook)



«Ai nonni, le cui vite hanno fatto la Storia»

Recita così la bellissima dedica che apre il romanzo Tu non ci credere mai di Alessandro Marchi, classe 1979, scrittore («non esageriamo», rimbalza subito Alessandro dal suo sito Internet). E invece sì, caro Alessandro, scrittore.
Perché, allo stesso modo in cui i nonni, con le loro stesse vite, e spesso, malgrado loro stessi, hanno fatto la Storia, così tu hai saputo prendere l'esistenza, grama, ma così importante, di tuo nonno Aldo e l'hai trasformata in una storia. Da leggere, rileggere. Raccontare. L'hai fermata sulla carta, per evitare che il tempo, passando da una generazione all'altra, la disperdesse, come polvere al vento.
Fin dalle prime pagine ho intuito che questo romanzo mi sarebbe piaciuto: ho avuto infatti un nonno la cui vita, per tanti motivi, è stata molto simile a quella del nonno di Alessandro. Mio nonno Ferruccio, nato anche lui nel 1911, buttato, suo malgrado, anche lui, nel 1935, nell'inferno della Guerra d'Africa, una volta tornato a casa rimase vedovo, anche lui, come il protagonista del libro, con figli piccoli, cresciuti in collegio, da suore che d'istinto materno avevano assai poco. Perché poi mio nonno, in guerra, a differenza del nonno di Alessandro, fu costretto a tornare. E senza mamma, i bimbi, nella fattispecie mia madre, crescevano in collegio. Queste poche righe personali solo per dire che tanti nonni potrebbero avere storie profonde e toccanti da raccontare, essendo stati lanciati dal dado della Storia in un periodo così tremendo, ma non tutti hanno nipoti come Alessandro che, grazie a indubbie capacità narrative, sappiano trasformare queste storie in romanzi.

Uno sguardo "occhiuto" su un'umanità "bizzarra": le novelle di Amalia Guglielminetti

Tipi bizzarri. Novelle
di Amalia Guglielminetti
Rina Edizioni, 2018

Prefazione di Silvio Raffo
1^ edizione: Arnoldo Mondadori, 1931

pp. 217
€ 15,00 (cartaceo)



Amalia Guglielminetti, chi era costei? Com'è purtroppo assai probabile, il nome di questa scrittrice sarà del tutto sconosciuto ai più. Il che, del resto, è un peccato d’oblio condiviso con le autrici (e non solo italiane) volutamente dimenticate dalla critica e dai manuali di storia della letteratura. Oggi, però, questa colpa può essere emendata grazie al lavoro della Rina Edizioni, nata all’inizio del 2018 con l’intento programmatico di dare nuova vita a tutte quelle pubblicazioni a firma femminile che, date alle stampe tra Ottocento e Novecento, andarono incontro loro malgrado a un ingiusto destino di dimenticanza. Del resto, per inaugurare la collana “Libertarie: voci di scrittrici italiane” non si poteva prediligere una madrina migliore dell’autrice di Tipi bizzarri, raccolta di novelle del 1931: originalità e anticonformismo sono difatti le due parole chiave per intenderne la biografia alla pari della prosa, e magari anche per desiderare di somigliarle almeno un po’.

giovedì 21 marzo 2019

Raccontare quello che non somiglia alle cose del mondo

Fuoco al cielo
di Viola Di Grado
La Nave di Teseo, 21 marzo 2019

pp. 233
€ 19 (cartaceo)
€ 9,99 (ebook)


Esce oggi in libreria il quarto romanzo di Viola Di Grado. È un romanzo sulle oscillazioni tra amore e orrore: non c’è storia che parli del primo senza farlo anche del secondo, ha detto l’autrice in occasione delle prime presentazioni del libro. È anche un romanzo sui corpi e sulla coabitazione tra vivi e morti in un angolo di mondo malato, un paese della Russia, Musljumovo, devastato dalle conseguenze di un disastro nucleare. Lì Tamara – un’insegnante – si preoccupa che i bambini contaminati non si ammalino ancora di più, non vadano a giovare al fiume radioattivo. E lì Vladimir – un infermiere – si confina per curare quelli che erano stati abbandonati da tutti. Anche Tamara, a poco a poco, viene abbandonata da tutti, perché è pazza agli occhi degli altri. Solo Vladimir tenta a suo modo di restare accanto a lei, in una relazione di amore che – a Musljumovo – non può che essere malata, nelle parole, nelle azioni e finanche nell’erotismo. Ed è una relazione che non può avere frutti: dall’avvelenamento non può nascere un figlio sano. E infatti nasce morto, malformato. Tamara non si riprenderà mai dal tutto da un desiderio di maternità razionalmente rifuggito ma intimamente coltivato. Per questo quando una telefonata misteriosa la avvisa del fatto che il suo bambino, il suo Alëšen’ka, anni dopo il suo parto senza vita, è lì nel bosco e la attende, Tamara non esita a farsi madre e ad accogliere con sé una creatura diversa da tutte le altre, “l’essere più strano e fragile della Terra”.

«Prima trascinava con sé il dentro, ora è il dentro a trascinarlo giù con sé»: torna in libreria Eleonora Caruso

Tutto chiuso tranne il cielo
di Eleonora C. Caruso
Mondadori, 2019

pp. 155
€ 17 (cartaceo)
€ 9,99 (ebook)


Non è che io lo odi, anzi, voglio bene al mio corpo, s'impegna molto per portarmi in giro, ma... forse mi appartiene meno dei miei post, no? Quella sono io. Sono i miei pensieri, per quanto stupidi o banali. Quindi, anche se mi buttassi, non riesco a immaginare che in effetti morirei. Alla fine, io mi sento più vera online che offline. (p. 105)
Amare il proprio corpo, sfamarlo, imparare a sentirlo e a rispettarlo, chiedergli di non essere solo un sostegno, un guscio, ma qualcosa in grado di agire e di sorprenderci: Julian non sa fare niente di tutto ciò. Chi ha letto Le ferite originali, potentissimo romanzo di Eleonora Caruso, ha già fatto la conoscenza del giovane fratello di Christian, tanto bello quanto instabile, egoista e potenzialmente un pericolo per gli altri, oltre che per sé: nel nuovo Tutto chiuso tranne il cielo, il focus si sposta proprio su Julian e sul suo ritorno dal viaggio in Giappone. Ancora più magro, ancora più scollato dalla realtà, ancora più silenzioso e introverso, Julian trova una Milano collosa, in un giugno umido e bollente che gli fa rimpiangere il Giappone. Da là, ha portato con sé una valigia di merendine dai colori improbabili, che mescolano gusti chimici e innaturali: forse l'unica cosa che Julian riesce a mangiare, quando i morsi della fame si fanno sempre più crudeli. 

mercoledì 20 marzo 2019

Intuizioni: di crepe e bellezza, in un’atmosfera onirica e pericolosa

Intuizioni
di Alexandra Kleeman
Black Coffee edizioni, novembre 2018

Traduzione di Sara Reggiani

pp. 240
€ 15 (cartaceo)



Ci sono volte in cui il semplice essere al mondo equivale a strofinare la pelle nuda sulla carta vetrata, in cui ogni tipo di movimento produce un’abrasione, lasciandoti ferito e vulnerabile alla prossima aggressione. (p. 189, “Sangue finto”)
Scrivo, cancello e riscrivo pensando al modo migliore per parlare di questa raccolta di racconti. Per farlo con onestà, senza cedere a toni accademici e lunghe digressioni sulla short story e il suo impatto nel panorama editoriale contemporaneo, ma semplicemente con il desiderio di alimentare il dialogo sulla forma breve, suscitare un dibattito magari, semplicemente riflettere su un libro dagli interessanti spunti di lettura. Una brevissima premessa, però, mi sento in dovere di farla: non è un testo facile, Intuizioni, di Alexandra Kleeman. Non lo è se non si frequenta più o meno regolarmente la forma racconto, soprattutto nelle sue sperimentazioni attuali; non lo è se si cerca una narrazione regolare, rassicurante, una voce chiara, capace di dare risposte univoche; non lo è se il particolare, il frammento, emblema della forma breve e qui portato quasi al suo estremo, ci lascia interdetti, insoddisfatti quasi. Per contro, se tutto quanto appena detto ci intriga, se non abbiamo timore di vedere dove l’intuizione – perdonatemi, vi prego, il banale gioco di parole – e il dettaglio ci possono portare, ecco, può essere il libro per noi. Per quel che mi riguarda, ho un debole per i racconti, forse per meglio dire “per un certo tipo” di racconti, e ho apprezzato molti aspetti di questa raccolta, a partire dal senso di destabilizzazione che la sua lettura mi ha suscitato. Certo, ci sono anche numerosi dettagli che non mi hanno convinta del tutto, a partire dalla brevità estrema di alcuni racconti (e non intendo semplicemente il numero di battute) ma, in generale, Intuizioni è una prova apprezzabile, e alcuni racconti sono davvero intensi, si insinuano sotto pelle.

#CritiMusica - Una bellissima uscita, targata Clichy, per ricordare il "Duca bianco".

David Bowie - L'uomo che cadde sulla terra
a cura di Pippo Delbono
Firenze, Clichy, collana Sorbonne, 2016

pp. 128
€ 7,90 (cartaceo)

È il 1969 e per la prima volta un uomo mette piede sulla superficie lunare: è Neil Armstrong, che entra nella storia, pronunciando le parole «Questo è un piccolo passo per l'uomo, ma un grande balzo per l'umanità.» Nello stesso anno, un giovane artista londinese, David Robert Jones, meglio conosciuto come David Bowie, fa uscire una delle canzoni che costituiranno uno dei suoi più grandi successi, Space Oddity:
Ispirata dal film 2001 Odissea nello spazio di Stanley Kubrick e incentrata sulla saga dell'immaginario astronauta Major Tom, Space Oddity è la prima ballata spaziale della storia del rock e la capostipite del filone fantascientifico che diverrà una delle firme del repertorio dell'artista. Il successo della canzone è tale da spingere Bowie a realizzarne persino versioni in altre lingue, tra cui Ragazzo solo, Ragazza sola, con testo di Mogol, per il mercato italiano. (pp. 12-13)
pp. 72-73
Questo pezzo dimostra fin da subito al mondo le capacità di questo nuovo artista affacciatosi sulla scena musicale inglese: abilità nel cavalcare il momento, nell'anticipare le tendenze, ma soprattutto coraggio nello stupire gli spettatori, ribaltando luoghi comuni e convenzioni. In più di un'occasione, Bowie saprà reinventarsi e trasformarsi, offrendo al mondo versioni di sé sempre nuove e stupefacenti.

Qualche anno dopo, nel 1972, il cantante confermerà questo suo talento, presentando Ziggy Stardust ed entrando, così, nella storia della musica mondiale. Gli spettatori ancora non sanno di assistere ad una vera e propria svolta nella storia personale di Bowie, così come non possono immaginare che le canzoni di quel giovane artista affacciatosi da pochi anni sulla scena musicale inglese faranno il giro del mondo, rendendolo una vera e propria icona. Le sue scelte influenzeranno in più occasioni il corso della musica, stupendo tutti con le proprie evoluzioni.

Cosa accadde in quel giorno del 1929: inizia la serie di West Table di Daniel Woodrell


La versione della cameriera
di Daniel Woodrell
NN editore, 2019

Traduzione di Guido Calza

pp. 240 
€ 18

Lui le regalò un anello e una collana e una grossa spilla che lei indossava più spesso dell’anello, visto che quest’ultimo era prezioso e per suonare doveva toglierselo. La coppia avrebbe dovuto far visita ai nonni materni di lei a Rover, ma la pianista che suonava di solito all’Arbor era rimasta bloccata a Cape Girardeau e con riluttanza Lucille aveva accettato di sostituirla, cosicché il ballo si sarebbe tenuto e le sue amiche si sarebbero divertite. Senza mai perdere il sorriso, Ollie stava seduto su un davanzale a guardarla. L’esplosione li scagliò in direzioni diverse, e tre giorni dopo lui identificò Lucille dalla spilla che le era bruciata in profondità nel petto. (p. 88)

Quando nella vita di qualcuno accade qualcosa di rilevante, la tentazione di guardare agli eventi precedenti come un percorso necessario per arrivare proprio in quel punto, in quel momento, è fortissima: le cose sono andate così perché dovevano andare così, perché esiste un destino che lega i fili rossi di ognuno di noi e tutto puntava a quella direzione. Se poi ciò che di rilevante accade è un evento tragico – l’esplosione di una sala da ballo, attrazione centrale di una minuscola cittadina americana, gremita di gente – ecco che il senso di predestinazione diventa insormontabile.
A poter raccontare la vicenda sono i sopravvissuti, ché ai morti la voce non è mai concessa, di loro resta l’immagine persistente nella memoria dei singoli e in quella collettiva. E di verità, intorno all’esplosione della Arbor Dance Hall del 1929, ce ne sono un’infinità, una per ogni abitante di West Table, ma quella narrata in questo libro è, appunto, la versione della cameriera, Alma DeGeer Dunahew, nonna del protagonista Alek, che per anni si porta dentro la sua verità prima di raccontarla al nipote. Lei, come tutti gli altri, non possono dimenticare ciò che è successo, ed è forse proprio l'impossibilità di raggiungere la pace dell'oblio acuiscono ulteriormente il senso di maledizione e i rimorsi dei viventi.

martedì 19 marzo 2019

Danzare l'amore «sempre più vicini al crinale spaventoso ed eccitante del nostro futuro»: il nuovo romanzo di Cristiano Cavina

Ottanta rose mezz'ora 
di Cristiano Cavina
Marcos y Marcos, 23 gennaio 2019

pp. 197
€ 17 (cartaceo)
€ 11,99 (ebook)

«Siete mai stati innamorati di una puttana? Non una facile, come intendono i maschi frustrati: voglio dire, siete mai stati innamorati di una che va con gli uomini per soldi? Una normalissima ragazza italiana con i capelli neri e le fossette in fondo alla schiena, che riceve fra un turno di lavoro e l'altro in un monolocale che sa di umido e dell'odore morente di un falso gelsomino? Io sì. Che Dio mi maledica, io sì. Ed è stata la storia più pura e innocente di tutta la mia fasulla vita di merda».
Cancellate dal vostro immaginario Pretty Woman, Moulin Rouge e tutti i precedenti smaccatamente romantici che avete in mente. Questo Ottanta rose mezz'ora di Cristiano Cavina ha deciso di sporcare la favola del principe azzurro che ama la cortigiana di turno; manterrà invece intatto l'amore inteso come ossessione, fantasia del corpo dell'altro, attrazione irresistibile
In una giornata come tante altre, l'io narrante Diego, scrittore di una certa fama che si arrabatta e riesce a vivere di presentazioni e diritti di vendita, si imbatte in un'insegnante di danza, ballerina fallita eppure amante del suo lavoro: l'attrazione è immediata, assoluta, anche se la ragazza è già impegnata. Eppure Sammi - questo è il nome della ballerina - entra con i suoi passi leggeri nella vita di Diego, così come lui entra nella sua, possedendo il suo corpo, ora in circostanze piuttosto scomode, ora sulla branda del grigio monolocale di lei. La miseria in cui vive Sammi è palese, a cominciare dal suo stupore e dall'entusiasmo quando accompagna Diego in una delle tante presentazioni in giro per librerie: basta una buona colazione in albergo a commuoverla, lei che è instancabile, amante generosa e disponibile. 
Ma l'idillio - sempre estremamente carnale, la conoscenza tra i due parte e sembra sempre tornare al loro corpo - dura poco: i debiti di Sammi sono sempre più opprimenti e alcuni imprevisti la portano a un'idea estrema: e se mettesse il suo corpo in vendita, per un periodo di tempo limitato? Se fossero altri a possederla, ma solamente per soldi, lasciando fuori le emozioni? 

#CriticaNera - “Sara è tornata, nel mio primo libro manifestamente politico”

Le parole di Sara 
di Maurizio de Giovanni
Rizzoli, 12 marzo 2019

pp. 350
€ 19 (cartaceo)
€ 9,99 (ebook)


È tornata Sara Morozzi, la protagonista di Maurizio de Giovanni che – dopo il commissario Ricciardi e l’ispettore Lojacono – sceglie una donna invisibile per interpretare Napoli e il noir. Un anno dopo Sara al tramonto e un anno dopo averlo incontrato a Palazzo Mondadori a Milano, Rizzoli ci invita a misurare la distanza di quest’anno e a ritrovare autore e protagonista, freschi di stampa con Le parole di Sara. 

In mezzo a una decina di bloggers, De Giovanni è più in forma che mai, e – come ci dice subito – anche il noir italiano lo è: prima ancora di iniziare a parlare del libro l’autore si lancia in un’appassionata rivendicazione del genere. I premi e i salotti continuano a guardare con distanza a quello che lui chiama “il grande movimento del noir”, ma fortunatamente lo spazio editoriale non manca, come la collana neroRizzoli, che è “una grande dichiarazione di intenti”, dichiara soddisfatto de Giovanni. “Il romanzo nero racconta l’Italia frammentata, e la racconta per strada, come non fa mai nessun altro”, aggiunge. “Il romanzo nero racconta le città. E Sara è un animale metropolitano. È un personaggio che immagineremmo più come newyorkese che napoletana. E invece vive qui e ora”.

A lezione di letteratura con Vladimir Nabokov

Lezioni di letteratura
di Vladimir Nabokov
Adelphi, 2018

a cura di Fredson Bowers
traduzione di Franca Pece

pp. 526
€ 26,00



Se avete capito appieno dove voglio andare a parare, allora abbiamo fatto un gran passo avanti nella comprensione del mistero dell'arte letteraria, perché penso che ormai sia chiaro che il mio corso, tra le altre cose, è una specie di indagine poliziesca sul mistero delle strutture letterarie. Ricordate però che quanto riuscirò ad approfondire non esaurisce affatto l'argomento, che ci sono parecchie cose - temi e aspetti di temi - che dovrete scoprire da soli. Un libro è come un baule pieno zeppo; alla dogana, la mano di un funzionario vi affonda dentro per un'ispezione frettolosa, ma colui che cerca tesori lo controlla minuziosamente, palmo a palmo.

"Un'indagine poliziesca sul mistero dell'arte letteraria": la migliore dichiarazione di poetica sulle proprie lezioni l'ha data Nabokov stesso mentre raccontava Casa Desolata di Dickens ai suoi studenti. Siamo nel 1948: lo scrittore è stato nominato Associate Professor alla Cornell University (Ithaca, Stato di New York) e qui tiene negli anni una serie di corsi sui maestri della narrativa europea e sulla letteratura russa in traduzione inglese. Seleziona un gruppo di romanzi e racconti inglesi, russi, francesi, tedeschi dell'800-'900 che gli permettano di sviluppare un discorso su due aspetti specifici: l'attenzione al genio individuale e le strutture dei romanzi.  Quattro anni dopo, nel 1952, insegna come Visiting Professor ad Harvard. 

Lezioni di Letteratura, edito da Adelphi, riunisce in un volume le lezioni così come furono presentate in aula ed è un'opera che nasce in seguito ad attenti interventi redazionali mirati a restituirle nella loro forma più autentica, ricostruendole dagli appunti manoscritti dell'autore, degli studenti e dalle poche battute a macchina della moglie Véra, preziosa co-creatrice delle opere di Nabokov che leggiamo oggi. Gli studiosi che hanno lavorato sugli appunti hanno fatto un viaggio impegnativo tra le note a margine, gli schemi abbozzati sulle strutture delle storie, le parentesi che esprimevano concetti imprescindibili, le digressioni e tutte quelle frasi di collegamento che un professore prepara per le sue lezioni prima che prendano vita nello spazio dell'aula. 
Gran parte dello sforzo fatto è legato alla ricostruzione del discorso nello stile e nella sintassi: una lezione non è come una rifinita conferenza, raccontarla significa tenere conto di libertà, ripetizioni, incongruenze, frammenti di citazioni che in questo volume riacquistano forma armonica, come fossero un unico grande discorso sull'arte del romanzo, come se le lezioni si fossero tenute una dopo l'altra in uno stesso tempo 0.

lunedì 18 marzo 2019

"Sarebbe stata conferma che ho la vista buona, che l'ho avuta sempre": Giuseppe Ungaretti critico d'arte

Ungà. Giuseppe Ungaretti e l’arte del XX secolo
a cura di Angela Madesani
Nomos Edizioni, 2014

pp. 135
€ 14,90



Che cosa serve per dare vita a una mostra come “Ungà. Giuseppe Ungaretti e l’arte del XX secolo” e all’omonimo catalogo pubblicato dalla casa editrice Nomos? Innanzitutto l’ammirazione per uno tra i più famosi poeti del Novecento italiano, cultore di pittura e scultura nonché amico di alcuni tra i più importanti artisti del suo tempo. Occorre, poi, una galleria – in questo caso la prestigiosa Galleria Biffi Arte di Piacenza – nella quale esporre proprio una selezione di opere di quegli autori che furono cari all’illustre uomo di lettere. E ci vuole, non ultima, la cura appassionata di una studiosa come Angela Madesani, che insieme a Giulia Torra è andata alla ricerca di tutti gli scritti del poeta dedicati alle arti visive, in particolare di quelli che non furono pubblicati nel 1974 da Mondadori nel volume Ungaretti. Vita di un uomo, saggi e interventi, facente parte della collana “I Meridiani”. Il risultato è duplice: non solo un evento espositivo che, tra il dicembre 2014 e il febbraio 2015, avrebbe fatto la gioia degli occhi (e del cuore) dell’amico “Ungà” (così lo chiamava il pittore Jean Fautrier), ma un’occasione per farne conoscere in modo ancora più completo le opinioni sull’estetica novecentesca, ovvero quelle che affidò a giornali e riviste dagli anni Venti agli anni Sessanta del secolo scorso.

La stravagante, inquieta, irrisolta dinastia dei Michelangelo nel nuovo romanzo di Vanni Santoni

I fratelli Michelangelo
di Vanni Santoni
Mondadori, 2019

pp. 607
€ 20 (cartaceo)
€ 9,99 (ebook)


In questo suo nuovo romanzo, l'autore di La stanza profonda e L'impero del sogno abbandona il mondo fantastico per dedicarsi a un romanzo familiare a dir poco intricato. L'albero genealogico dei Michelangelo, rappresentato nelle prime pagine, ha avuto una improvvisa complicazione, quando Antonio Michelangelo ha avuto ben cinque figli da tre donne diverse (senza contare le altre numerosissime donne che hanno costellato la sua vita!). E il romanzo parte proprio dalla lettera dell'ormai anziano Antonio, che vuole incontrare tutti e cinque i figli in una data e a un orario ben stabiliti. Peccato che ognuno dei suoi figli sia lontano, completamente immerso nelle proprie battaglie personali (chiamarle "affari" sarebbe riduttivo) e soprattutto... non tutti sono a conoscenza degli altri! 

domenica 17 marzo 2019

#CritiCOMICS - La nostra inquietudine nelle illustrazioni di Labadessa


Bernardo Cavallino
di Labadessa
Feltrinelli, 2019

pp. 128 
€ 16


Per chi non lo conoscesse, Mattia Labadessa emerge come autore nel 2016, quando crea l’omonima pagina Facebook sulla quale riporta le disavventure del suo uomo-uccello. Il suo mondo, se escludiamo il nero delle scritte, è tricolore: corpo rosso, sfondo giallo, qualche spruzzata di bianco. A dominare sono i colori e le forme piatte, i personaggi fluttuanti nel vuoto, le didascalie irregolari scritte a mano, perlopiù brevi battute intorno agli eventi quotidiani dei giovani ma spesso anche complessi ragionamenti dal sapore esistenziale-nichilista. L’arma vincente di Labadessa in ogni caso, l’elemento che ha fatto emergere e poi esplodere il fenomeno, è stata la capacità di saper cogliere da un lato gli aspetti tragicomici della nostra epoca, e dall’altro quella di saper analizzare con una profondità singolare spesso celata dalla leggerezza dei dialoghi, le paure e i dubbi di una mente che non sa smettere di pensare (questa è, secondo me, una delle vignette più riuscite, perché credo che chiunque si sia ritrovato almeno una volta assalito durante la notte da domande semplici che poi si sono trasformate in fiumi di pensieri in grado di frantumare qualsiasi tentativo di addormentarsi).

#LectoriInFabula - "La regina delle nevi", ovvero di come Andersen ci aiuta a diventare adulti

La regina delle nevi
di Hans Christian Andersen
L’ippocampo, 2015

Illustrato da Sanna Annukka
Traduzione di Eva Kampmann

p. 88
€ 15,00 


La regina delle nevi di Hans Christian Andersen è una storia che è in realtà sette storie, ognuna delle quali contiene tutta la crudeltà e la poesia delle fiabe per bambini. Di ognuna di esse proprio i bambini sono protagonisti: bambini sperduti e soli nel "vasto mondo", che diventa palestra dura, ma necessaria, per l'esistenza
Il primo ad avventurarcisi è Kay, che non vede più il mondo per quello che è davvero. Infatti nel cuore gli è penetrata la scheggia di uno specchio dannato, nell'occhio un bruscolino: così ora non vede più la bellezza in ciò che lo circonda, non riconosce più i buoni sentimenti; il diavolo in persona, colui che divide, che si mette sempre in mezzo, lo separa quindi in questo modo subdolo e inavvertito – se non nei suoi effetti funesti – dalla sua compagna di giochi, la dolce Gerda, avvicinandolo invece all'amore possessivo e mortifero della regina delle nevi.

sabato 16 marzo 2019

Quanto può essere vera e crudele una risata sull'amore?

La casa di cartone
di Roberto Moliterni
Quodlibet, 2018

pp. 168
€ 14 (cartaceo)

Ogni nostra preferenza viene infilata in un algoritmo: l'attrazione è una questione di chimica e la chimica è matematica. (p. 11)
Dunque, è davvero possibile prevedere tutte le tappe di una parabola amorosa? Sembrerebbe di sì, a leggere La casa di cartone: una sorta di saggio sociale, satirico e divertente, ma anche drammaticamente realistico. 
Se avete tra i trenta e i quarant'anni, avete qualche volta flirtato su Facebook, incontrato il vostro lui / la vostra lei pensando a una serata diversa e poi le cose hanno preso una piega inattesa (amore - relazione seria - convivenza), ecco che all'inizio di questo librino riderete di gusto. Penserete qualche volta "è successo anche a noi!" e vi divertirete a rileggere in chiave satirica il primo appuntamento, le prime notti insieme, la prima obbligatoria gita all'Ikea (per comprare una tazza per lo spazzolino, certo, ma indovinate con quanti oggetti apparentemente fondamentali si arriva alla cassa?), gli incontri con gli amici di lui e di lei,...

Le nebbie di Avalon. Parte seconda - Le donne divengono per la prima volta protagoniste del ciclo arturiano

Le nebbie di Avalon. Parte seconda (titolo originale: The Mists of Avalon)
di Marion Zimmer Bradley (traduttore: Flavio Santi)
HarperCollins, 2019
(prima edizione in lingua originale: Baen, 1983;
prima edizione in lingua italiana: Longanesi &C., 1986)

pp. 554
€ 22 (cartaceo)
€ 9,99 (ebook)



In quella stagione, a Lothian, sembrava quasi che il sole non tramontasse mai. La regina Morgause si svegliò quando la luce cominciò a insinuarsi tra i tendaggi (p. 13).
Tornare a leggere le avventure di Morgaine, Arthur, Gwenhwyfar, Lancelet e tutti gli altri numerosi personaggi che popolano i regni di Avalon e Camelot, è un po' come avviarsi nuovamente lungo la via di casa.

Le nebbie di Avalon. Parte seconda possiede quel linguaggio tanto discorsivo e lineare che già avevamo trovato nella prima parte dell'opera e si avvale della nuova e moderna traduzione di Flavio Santi, che non fa percepire ai lettori i quasi quarant'anni trascorsi dalla prima apparizione di questo romanzo.
La vicenda riprende dal punto in cui era terminato il primo libro, ovvero con Morgaine che, scoperti i complotti della Dama del Lago, Viviane, fugge da Avalon e si reca a Camelot, presso la corte del fratello e re Arthur: ciò che nessuno dei due immagina è che il figlio che i due hanno generato senza essere a conoscenza delle rispettive identità sarà la causa dell'annientamento del padre e del suo regno.

venerdì 15 marzo 2019

#PagineCritiche - Non c'è libertà senza legalità: le parole di un grande uomo e giurista risuonano di una eco immortale

Non c'è libertà senza legalità
di Piero Calamandrei
Laterza, 2019 (edizioni precedenti: "Anticorpi", 2013)

pp. 72
€ 9 (cartaceo)
€ 5,99 (ebook)

La libertà, come fervore di vita dello spirito, come vitalità morale, non sono le leggi che possono crearla in chi non la vuole; ma per chi l'ha e vorrebbe praticamente esplicarla in opere, sono le leggi che debbono praticamente assicurargli la libertà politica di poter esplicare la sua libertà morale (p. 5).
Chiunque abbia mai preso tra le mani un libro della facoltà di Giurisprudenza o abbia respirato anche solo per un breve periodo l'odore dei manuali delle leggi, non potrà rimanere indifferente di fronte al nome di Piero Calamandrei: avvocato, politico e accademico tra i più illuminati, celebri e competenti ai quali il nostro Paese abbia mai dato i natali. Tra i suoi innumerevoli lasciti possiamo senza dubbio ricordare l'attiva partecipazione ai lavori parlamentari come componente della Commissione per la Costituzione italiana.

Proprio quando pensavo di aver oramai letto o studiato tutte le opere del grande Calamandrei, ho saputo che sarebbe uscito Non c'è libertà senza legalità (Laterza, 2019, edizioni precedenti: "Anticorpi",2013), originato dalla risistemazione delle 75 pagine manoscritte databili al 1944  e intitolate Libertà e legalità contenute in un fascicolo della Donazione Cappelletti sita a Montepulciano (Siena), e pervenute all'Archivio Calamandrei di Montepulciano nel 2009.

"La città di smeraldo": niente è al sicuro, il fallimento incombe

La città di smeraldo e altri racconti
di Jennifer Egan
Mondadori, 2019

Traduzione di Giovanna Granato

pp. 211
€ 18 (cartaceo)
€ 9,99 (ebook)


«La giovinezza è il tempo del fallimento o, meglio, è il tempo dove il fallimento dovrebbe essere consentito. È quel tempo che esige il tempo del fallimento, dell’errore, dell’erranza, della perdita, della sconfitta, del ripensamento, del dubbio, dell’indecisione, delle decisioni sbagliate, degli entusiasmi che si dissolvono e si convertono in delusioni… del tradimento e dell’innamoramento…», scrive Massimo Recalcati su Minima & Moralia. Eppure il fallimento tocca tutte le età, nei racconti di Jennifer Egan, raccolti per la prima volta nel 1993 e ora finalmente in Italia. 
Non c'è realtà che tenga: nei suoi undici racconti, protagonisti più o meno giovani, più o meno in carriera, più o meno soli fanno i conti con i propri limiti. Qualche volta ne restano impastoiati, spesso riescono a capire che può ancora attenderli una svolta. 

giovedì 14 marzo 2019

Di madre americana: Laura Laurenzi racconta Elma Baccanelli, e con lei una città e un'Italia che non c'è più

La madre americana.
Un’educazione sentimentale nell’Italia della Dolce Vita

di Laura Laurenzi
Solferino, 2019

pp. 260
18,00 € (cartaceo)


Nascere a Roma all’alba degli anni Cinquanta è una condizione di partenza capace di esporre anche la più qualunque delle esistenze a suggestioni sempre in bilico tra realtà e immaginazione. Da una parte le asprezze del secondo dopoguerra, con i fiori secchi del conflitto da mettere tra le pagine dei brutti ricordi o da custodire sotto campane di vetro, pronti per i memoriali futuri; dall’altra la Dolce Vita in boccio, ammaliante di nuovi colori, fragrante di nuove distrazioni. Il desiderio di rinascita e la gioia genuina per le ritrovate certezze quotidiane convivono con la seduzione di sogni mai sognati, miti mai adorati, abitudini mai avute prima. La cosiddetta Hollywood sul Tevere è più che mai il grande set cinematografico che ancora oggi non smette di coccolare l’immaginario collettivo, uno sconfinato teatro di posa – epperò a cielo aperto – in cui la Storia è (come da sempre) in ogni dove, mentre le storie passeggiano, corrono e si rincorrono tra le sue tracce. Laura Laurenzi, celebre giornalista di costume e firma del quotidiano “La Repubblica”, è la figlia perfetta di quella città  che le fece da tata nell’infanzia e da chaperon nella prima giovinezza, e che tuttavia fu pur sempre una nutrice comprimaria rispetto a Elma Baccanelli, la madre naturale. Proprio a lei, La madre americana del titolo, è dedicato il suo ultimo libro, appena pubblicato da Solferino.

#IlSalotto - «Sono cresciuta in una famiglia che preparava i bambini alle emergenze»: Vera Giaconi e le sue "Persone care"



Persone Care è l’ultima raccolta di racconti della uruguaiana Vera Giaconi. Pur trattandosi di racconti con vita propria, troviamo un flusso di personaggi e di sensazioni che si susseguono per tutta la narrazione. I temi trattati in un racconto si sviluppano anche nei successivi, come se ci fossero diversi punti di vista dello stesso tema, i personaggi si incastrano fino a diventare quasi un romanzo corale.
Le tensioni, i desideri, le angosce, le ribellioni, un insieme di impulsi violenti e talvolta inconfessabili, che si celano dietro ai rapporti umani e soprattutto familiari, sono il cardine di tutti i racconti. Nonostante in sottofondo vi sia l’esperienza dell’autrice in Sud America dell’autrice, i racconti non affrontano grandi temi storici o esperienze legate ai problemi sociali connessi, è piuttosto il quotidiano il fulcro in tutta l’opera. Protagonista è la vita di tutti i giorni nella quale si crea una frattura, con il passato, con la propria anima, con la propria famiglia, fino ad arrivare a un disorientamento e a una rottura nella quale i protagonisti si perdono e, talvolta, forse, si ritrovano con un ruolo diverso, inaspettato.
Una domanda resta, a mio avviso, chiave, ovvero: “Ma quanto ci costa investire nei rapporti con le persone care? Quanto è faticoso? E perché spesso, pur in famiglia, non si riesce a essere se stessi?”.
Un incontro a Vigevano presso la Libreria "Le notti bianche" è stato l’occasione per chiedere direttamente a Vera di rispondere a queste domande e ad altre curiosità legate al suo libro. 

Lavorare e chiudersi in una fabbrica per otto ore? Assolutamente no. Il rifiuto degli ideali del Dopoguerra in Fenoglio.

La paga del sabato
di Beppe Fenoglio
Einaudi, 2014

1^ edizione: 1969, a cura di Maria Corti

pp. 132
€ 10 (cartaceo, Einaudi Tascabili)
€ 6,99 (ebook)


«Ecco là gli uomini che si chiudevano fra quattro mura per le otto migliori ore del giorno, tutti i giorni, e in queste otto ore nei caffè e negli sferisteri e sui mercati succedevano memorabili incontri d'uomini, donne forestiere scendevano dai treni, d'estate il fiume e d'inverno la collina nevosa. Ecco là i tipi che mai niente vedevano e tutto dovevano farsi raccontare, che dovevano chiedere permesso anche per andare a casa a veder morire loro padre e partorire loro moglie. E alla sera uscivano da quelle quattro mura, con un mucchietto di soldi assicurati per la fine del mese, e un pizzico di cenere di quella che era stata la giornata. Disse di no con la testa per l'ultima volta». (pp. 22-23)
Quanto è difficile tornare alla vita quotidiana, dopo aver rischiato di morire come partigiano? Ettore, il protagonista di La paga del sabato di Beppe Fenoglio, fatica a rientrare nella miseria della famiglia, ma soprattutto non riesce ad arrendersi alla necessità di lavorare, come tutti gli altri. Però non ce la fa più a sopportare le occhiate di disapprovazione della madre, la rassegnazione del padre, o ad accettare che la ragazza che frequenta, Vanda, dia per scontato di non poter costruire niente con lui. Ettore è visto da tutti come un perdigiorno, lui che fuma le sigarette comprate coi pochissimi soldi della famiglia, che passa le sue giornate a bighellonare, mentre il mondo va avanti e fa di tutto per risollevarsi dalla miseria della guerra ormai finita. 

mercoledì 13 marzo 2019

#PagineCritiche - Le riflessioni di Davide Rondoni sull'Infinito di Leopardi

E come il vento – L'Infinito, lo strano bacio del poeta al mondo
di Davide Rondoni
Roma, Fazi, 2019

pp. 166
€ 15,00 (cartaceo)
€ 8,99 (cartaceo)



L'ho mormorato in sale e piazze dove c'era casino e si è fatto silenzio. Le teste si sono girate, le labbra socchiuse, Una volta, una signora non più giovanissima, dopo che avevo concluso una piccola lettura di mie poesie recitando a memoria l'Infinito, si è avvicinata. I suoi occhi dicevano molte cose, avevano la terribile eloquenza degli occhi delle donne e del tempo. E mi ha stretto le mani. «Grazie per avermi ricordato l'infinito…». E si capiva che intendeva sia il titolo della poesia sia qualcosa che ha toccato la sua esistenza. (p. 22)
Davide Rondoni, poeta e fondatore del Centro di poesia contemporanea dell'Università di Bologna, pubblica per Fazi un libro sul famoso componimento leopardiano. Un lungo monologo diviso in tre parti: una prima in cui l'autore si lascia andare ad una serie di riflessioni sull'Infinito, un intermezzo, in cui viene riportato l'appunto in prosa da cui Leopardi sviluppò il componimento, e infine un'ultima sezione intitolata Lettura dell'Infinito, in cui si analizza puntualmente il testo poetico. Rondoni, sicuro del suo dettato poetico, si concede spesso una scrittura evocativa, spesso sentenziosa, in cui alle riflessioni sull'Infinito si alternano considerazioni generali sulla poesia.

#CritiMusica - "Io, per un giorno, per un momento, corsi a vedere il colore del vento" ("Il sogno di Maria") - un nuovo, prezioso, volume su Fabrizio De André

Fabrizio De André – Il mio cuore le restò sulle labbra.
A cura di Tommaso Gurrieri
Firenze, Clichy, collana Sorbonne, 2019

pp. 128
€ 7,90 (cartaceo)

Non voglio raccontare De André, spiegare cosa ha fatto e cosa ha dato alla storia della canzone italiana. Altri hanno saputo e sapranno farlo assai meglio. Vorrei semplicemente cercare di capire perché un uomo così fuori dagli schemi, assolutamente inconciliabile con qualsiasi istituzione, con qualsiasi regola, con qualsiasi aspettativa normale, anarchico nell'intimo di se stesso ancor prima che politicamente, abbia potuto essere così presente e in modo così determinante nella vita di così tante persone, oltre che nella mia. (p. 52-53)
pp. 118-119
Queste parole di Tommaso Gurrieri, curatore di Fabrizio De André - il mio cuore le restò sulle labbra, ci fanno entrare nello spirito del libro uscito lo scorso gennaio, per i tipi Clichy. Ancora una volta, la casa editrice fiorentina dà alle stampe una vera e propria chicca, un libretto di dimensioni esigue ma molto prezioso ed estremamente curato. Esso fa parte della collana Sorbonne, costituita da piccoli volumi monografici dedicati ognuno a «persone che hanno immaginato altri mondi e prospettive diverse. Ampliando, innovando, spesso ribaltando, le conoscenze o i punti di vista dei contemporanei e delle generazioni successive.» (p. 4)
Come tutti i libri della serie, anche quello dedicato a De André è diviso in più sezioni: una biografia in cui vengono raccolti, anno per anno, gli eventi più significativi della vita del protagonista, uno scritto del curatore del libro, e una sezione, intitolata Parole e immagini, in cui vengono raccolte citazioni, frasi, brani tratti da canzoni o interviste. In coda, nel caso di cantanti o musicisti, la Discografia completa, e, subito dopo, la Bibliografia essenziale più recente.

"La vita davanti a sé": storia d'amore e integrazione attraverso gli occhi di un bambino

La vita davanti a sé 
di Romain Gary, pseudonimo di Romain Kacew 
Neri Pozza, 2014

Prima edizione in lingua originale: 1975, La Vie devant soi

Traduzione di Giovanni Bagliolo

pp. 214
€ 10 (cartaceo)
€ 6,99 (ebook)


«Certe volte avevo paura perché avevo ancora molta vita davanti a me, e che promessa potevo mai fare a me stesso, io, povero uomo, se è Dio che tiene in mano la gomma da cancellare? Adesso però sono tranquillo. Non dimenticherò Djamila. Mi resta poco tempo, morirò prima». (p. 8)
La vita davanti a sé è uno di quei libri nei quali mi sono imbattuta per caso, consigliata da una cara amica bibliofila quanto e più di me. Il primo approccio è stato con l'audiolibro letto e interpretato magnificamente dall'attore Marco D'Amore, divenuto famoso con la serie televisiva Gomorra, e subito dopo non ho potuto fare a meno di immergermi anche nella carta stampata.
La storia prende avvio nel 1970 nel quartiere multietnico di Belleville e ha per protagonista e voce narrante un bambino arabo di dieci anni (almeno inizialmente) di nome Mohammed, ma conosciuto da tutti come Momò, e la sua anziana tutrice, Madame Rosa, una ex prostituta ebrea di novantacinque chili reduce dal campo di Auschwitz.
Attorno a questa stramba famiglia alla quale si aggiungono anche altri bambini figli di prostitute, che hanno capito che non sono i legami di sangue a cementare i rapporti, ma che è l'amore a unire gli uni agli altri, ruota un intero universo di personaggi dai tratti tragicomici: solo per citarne alcuni si va dal Signor Hamil, venditore ambulante di tappeti al quale Momò si rivolge per avere saggi consigli, al nigeriano Monsieur N'Da Amédée, protettore di prostitute analfabeta che si fa aiutare da Madame Rosa a scrivere lettere da inviare ai suoi cari in Africa nelle quali millanta agi e ricchezze, da Madame Lola, trans senegalese ex pugile tenero e amorevole con i bambini e con l'anziana ebrea, al Dottor Katz, medico caritatevole e buono.

martedì 12 marzo 2019

#ScrittoriInAscolto - Il coraggio di cambiare vita: quando due solitudini si uniscono in una nuova famiglia

Franco Faggiani con gli intervistatori delle "Interviste copernicane"
Foto di ©Francesca Moroni, 6 marzo 2019, Auditorium del Liceo Copernico

6 marzo 2019, h. 9.00
Liceo scientifico "Niccolò Copernico" (Pavia)

Curiosità, aneddoti, backstage, anticipazioni: in occasione della rassegna delle "Interviste Copernicane", a cura delle professoresse Marina Milani e Anna Ricci, Franco Faggiani è stato intervistato da otto ragazzi del liceo sul suo romanzo  La manutenzione dei sensi (Fazi, 2018). In questo anno trascorso dalla pubblicazione, il libro ha attraversato l'Italia, eppure l'autore ha ancora entusiasmo e affetto nel parlare di una storia che vive più di emozioni che di eventi. 

La manutenzione dei sensi
di Franco Faggiani
Fazi, 2018

pp. 250
€ 16 (cartaceo)
€ 7,99 (ebook)
ISPIRATO DA UN INCONTRO
«C'è molto di autobiografico», ha subito ammesso Faggiani, e non era difficile immaginarlo, dal momento che anche il protagonista Leonardo è un giornalista, che vede nella montagna la sua possibilità di cambiare vita. Certo, Faggiani non ha compiuto una scelta radicale come quella del protagonista di trasferirsi definitivamente, ma ha abitato per lungo periodo sui monti e ha conosciuto da vicino il silenzio e i nuovi rumori della montagna. Ha dovuto anche lui, insomma, riadattarsi, perché «i sensi cambiano in base alle abitudini e, davanti a grandi cambiamenti, richiedono una manutenzione». 
Non solo i luoghi del romanzo sono ben noti all'autore; anche molti dei personaggi narrati nascono da incontri reali: Martino, il piccolo coprotagonista con la sindrome di Asperger che Leonardo ha in affido, è ispirato a un ragazzino che effettivamente Faggiani ha conosciuto sulle montagne. Giunto a un rifugio dopo un percorso piuttosto impervio, Faggiani ha provato a scambiare qualche opinione con un piccolo sconosciuto sulla sua stessa panchina, concentrato a osservare le cime davanti a sé. Alle domande più personali, nessuna risposta, ma al semplice «chissà che montagne sono?!», il ragazzino prontamente ha elencato tutti i nomi delle cime, con annesse altezze, per poi richiudersi nel suo silenzio. Il padre, che aveva assistito a tutta la scena, si è scusato con Faggiani per la reazione strana del figlio e poi si è sfogato, raccontando alcuni scampoli della loro quotidianità. Nel suo sfogo, risuonava di continuo la volontà di nascondere la sindrome di Asperger per proteggere il figlio, evitandogli episodi di bullismo o di emarginazione sociale. 
Faggiani, invece, ha pensato che fosse ora di dare molta più voce a una storia come tante, ma soprattutto di declinarla all'insegna della speranza.

"Dopo lo spettacolo": la storia d'amore di Makino e Yōko tra assoli di chitarra classica e teoria dividualista

Dopo lo spettacolo
di Hirano Keiichirō
Edizioni Lindau, 2019

Traduzione di Laura Testaverde

pp. 464
€ 26,00 


Era un evento impossibile da realizzare in modo intenzionale, ma agli essere umani non è forse stato concesso un sistema chiamato amore per legare a sé il caso, esattamente come se fosse necessità? (p. 331)
Dopo lo spettacolo di Hirano Keiichirō (in originale Machine no owari ni, Alla fine della matinée, che è anche il capitolo finale) è il romanzo meno orientale che si possa leggere. O meglio, il primo impatto è quello di avere tra le mani un testo di un autore angloamericano che racconta di musica, case discografiche, guerra in Iraq ed entourage politico-economico della New York post crisi del 2007. Salvo poi ricredersi, pagina dopo pagina, quando l’impianto globale della storia emerge in tutta la sua dirompente forza psicologica e filosofica e ti costringe a rifare i conti con quello che avevi pensato all’inizio della lettura.

Una dolcezza profonda e sincera: «Se ami qualcuno dillo» di Marco Bonini

Se ami qualcuno dillo
di Marco Bonini
Longanesi, 2019

pp. 272
€ 17,60 (cartaceo)
€ 9,99 (ebook)



Roma, estate 2000. Marco è un attore in cerca di fortuna, sempre alla ricerca del ruolo perfetto, dell'interpretazione che possa riscattarlo da anni di provini e tentativi. La sua vita sembra scorrere in maniera piuttosto tranquilla, quando, un giorno, riceve una chiamata: suo padre Sergio ha avuto un infarto ed ora lui e suo fratello Giulio si trovano all'ospedale, assieme alla loro madre e alla nuova compagna di Sergio, Gabriella. In un attimo, tutto inizia a scorrere molto velocemente, come in una di quelle scene che Marco è abituato a vedere sullo schermo, in cui un medico, magari interpretato proprio da lui, va incontro ai familiari e comunica l'esito degli accertamenti.
Il rapporto tra Sergio e suo padre è sempre stato particolare, caratterizzato da una certa freddezza emotiva e soprattutto da un'ostentazione della propria virilità che non permetteva né baci né abbracci: «non sono cose da uomini», gli ripeteva sempre suo padre, in un tentativo di trasmissione del codice culturale maschile di famiglia.
Daniela era una ragazzini molto graziosa, con un caschetto nero, corto, che abitava nel palazzone di fronte al nostro. Al settimo piano come noi. Praticamente era la mia dirimpettaia. […] Che bella che era Daniela, mi piaceva tantissimo. […] Un giorno, mentre in preda a quei prematuri deliri da giovane Werther aspettavo che Daniela uscisse, succede che mi sfugge dalle mani la biglia con cui stavo giocando e rotola giù dal settimo piano, La pallina di vetro finisce su una macchina parcheggiata in cortile, rompendo il parabrezza. La macchina è della signora Lelle, la vicina. Mio padre esce, guarda di sotto e poi mi urla: «Lo vedi a innamorasse che succede?… solo guai! Lascia stà le donne, so' solo 'na perdita de tempo». (pp. 59-60)

lunedì 11 marzo 2019

Una passeggiata in bicicletta sui sentieri della memoria, labili e sdrucciolevoli: "Arenaria" di Paolo Teobaldi


Arenaria 
di Paolo Teobaldi
Edizioni e/o, 2019

pp. 160
€ 16,00

E’ nòn
Te cafè? da fè chè? a stagh mèi ma chèsa,
a zugh sa cal burdèli,
i zugh ch'ò imparè mai! E u m pis da pèrd. 
Il nonno
Al caffè? da far che? sto meglio a casa,
gioco con quelle bambine,
i giochi che ho imparato mai! E mi piace perdere.
 
(Raffaello Baldini)
Arenaria di Paolo Teobaldi è una storia che frana e sgrotta sui versanti di un monticello d'arenaria, neanche un monte, 200 metri sul livello del mare, la prima altura che si incontra scendendo dalla pianura padana, 60 km prima del monte Conero, lungo la costa adriatica.
Un racconto lungo, il narrare di un nonno alla nipotina Julie, una passeggiata in bicicletta sui sentieri della memoria, labili e sdrucciolevoli, da puntellare tramandando le voci di chi quel luogo l'ha popolato, l'ha vissuto, l'ha difeso contendendolo palmo a palmo col mare e le correnti.
Una memoria che si sostanzia attraverso parole scelte e impastate fra il dialetto (Teobaldi è pesarese, e pesarese il suo orizzonte), il desueto, l'altissimo, il bassissimo, le voci dei padroni e dei mezzadri, dei signori e dei pescatori. La descrizione di un piccolo mondo antico fatto di gioie e dolori che presto nessuno ricorderà più.

Le spietate vite di "Eravamo tutti vivi" di Claudia Grendene

Eravamo tutti vivi
di Claudia Grendene
Marsilio, 2018

pp. 280
€ 17,00 (cartaceo)


Il giorno dopo aver visto Agnese, Chiara tornò al Liviano, dopo quasi vent'anni. Pomeriggio di nuvole e vento, la bicicletta bianca non ne voleva sapere di scorrere lungo la ciclabile. Chiara spingeva di gambe e di testa. Arrivò in piazzetta Capitaniato affannata. Le lauree dottore dottore dal buso, piccoli cosi vicino a ogni albero della piazza: le sorsate di bibitone alcolico durante la lettura obbligat del papiro, gli scherzi spiacevoli, uova, farina, marmellata a imbrattare il travestimento del neolaureato. (p.13)
L'università è il miglior terreno possibile per stringere rapporti che dureranno per tutta la vita. In alcuni casi si tratterà di indissolubile amicizia, in altri casi di amore totalizzante, alcune volte saranno gelosie, incomprensioni e tradimenti che segneranno i nostri legami per tutta la nostra vita adulta. In Eravamo tutti vivi di Claudia Grendene si esplorano le relazioni che legano un gruppo di amici nella Padova universitaria tra la fine degli anni Novanta e i primi anni Dieci del nuovo millennio. In un racconto cronologicamente inverso, seguiamo Chiara e il suo amore per Max; Agnese, ribelle e spigliata che non esita a intrecciare le relazioni più disparate; Alberto e Anita e la loro passione impossibile; Isabella ed Elia, insieme da quando erano ragazzi e pronti a cadere nella trappola più vecchia del mondo: il tradimento. Passando tra i portici della città universitaria tra uno spritz e l'altro, ci immergiamo in un mondo pieno di nostalgia, non necessariamente buona, ma di certo feroce e ci specchiamo nella spietatezza che possono avere solo le piccole storie comuni.

domenica 10 marzo 2019

Una lotta impari con l'Alterità: "Corpo a corpo" di Silvia Ranfagni

Corpo a corpo
di Silvia Ranfagni
edizioni e/o, 2019

pp. 159
€ 16,00



Corpo a corpo è un romanzo che bisogna leggere. E che non lascia scampo. Un romanzo che bisogna leggere perché non lascia scampo. La narratrice è una donna che si scopre, quasi per caso, giunta a un'età in cui le trasgressioni sono già tutte alle spalle: le avventure, le serate alcoliche, gli eccessi in generale, che il suo corpo sopporta sempre meno. La sua stessa fisicità, su cui credeva di avere pieno controllo, si fa ribelle, con quei seni che iniziano a subire la forza di gravità. È nel momento in cui la consapevolezza del tempo che passa si fa più amara che la protagonista, quasi senza soluzione di continuità, inizia a salutare i bambini per la strada e a chiedersi quali traguardi abbia mai raggiunto nella sua vita: "quale scopo dare all'esistenza, hai domandato al tuo riflesso nel Negroni" (p. 16). Da qui all'acquisto su internet di un campione di sperma è un attimo: nel tentativo di sfuggire alla desolazione – alla morte –, la quarantunenne Beatrice stipula un contratto a vita senza aver letto le clausole scritte in piccolo. Perché, fin dalle prime ecografie in cui lo spettro lattescente che emerge dal fondo buio sembra più un vampiro che un bambino; fin dai primi esami clinici, dai primi piedini stampati sulla pancia da "una volontà dentro di te che non è tua" (p. 30-31); da tutto questo e molto altro appare chiaro che "non sei tu ad avere un figlio, ma è il figlio a possedere te" (p. 14). Dopo un'esistenza dedicata a compiacere e appagare sé stessa, a consumare beni e momenti, la donna viene messa in secondo piano: le sue esigenze accantonate in favore di quelle di un altro, la tendenza a usare sostituita dall'obbligo di dare, nutrire, accudire

Pillole d'autore - L'"adversa e dispietata stella" di Isabella di Morra


Il parco letterario Isabella Morra a Valsinni (MT)
Isabella di Morra è stata una poetessa italiana del Cinquecento. Quel Morra, non indica la provenienza sua, ma della sua famiglia, originaria di un paese dell’Irpinia che nel Novecento ha mutato il nome in Morra De Sanctis, in onore di un altro suo illustre personaggio, il celebre critico Francesco. Isabella, invece, nacque nell’odierna Valsinni, in Basilicata, intorno al 1520. E lì morì, soltanto venticinque anni dopo. 

Trascorre la sua breve esistenza a scrivere poesie rinchiusa nel castello di famiglia. Il padre – che lei ama e ammira molto – è un barone politicamente legato ai francesi. Quando il regno di Napoli viene conquistato da Carlo V lascia la casa e la famiglia per trasferirsi a Parigi alla corte di Francesco I di Francia, portando con sé il figlio Scipione, a cui Isabella è molto legata. Un trasferimento non particolarmente doloroso per il barone, che presto si dimentica della figlia. Le sorti della vita di Isabella passano così ad essere di competenza degli altri suoi fratelli che la relegano nel castello, di fatto impedendole ogni rapporto col mondo esterno. Isabella ha solo due legami: col suo precettore – che le fa leggere Dante e Petrarca – e, per corrispondenza, con Diego Sandoval de Castro, un nobile di origine spagnola nonché poeta. Isabella non poteva certamente spedire lettere a un uomo, e infatti le indirizza alla moglie del poeta, Antonia Caracciolo. Che il rapporto tra i due fosse di tipo amoroso non è mai stato dimostrato, e anzi è fortemente improbabile. Plausibilmente Isabella vede in Diego una preziosa finestra verso il mondo esterno, un intellettuale – l’unico – con cui discorrere. Ma in ogni caso la storia da qui è tristemente intuibile: i fratelli scoprono le lettere, credono in una relazione amorosa – e con uno spagnolo per di più – e compiono una carneficina, uccidendo prima il precettore, reo di essere il messaggero di quella relazione, poi Isabella – pugnalata –, e infine Diego.

sabato 9 marzo 2019

#CriticaLibera - La vita in destino. I memoriali di Simone de Beauvoir


«Ciò che vi è di terribile nella morte […] è che trasforma la vita in destino»: la citazione dal romanzo “La speranza” di Andrè Malreaux è saccheggiata da “L’essere e il nulla”, il trattato con cui Jean-Paul Sartre presenta nel 1938 alcune teorie sulla condizione dell’esistenza umana, in seguito conosciute (ovvero: tradite) con “esistenzialismo”. Non sembrerà di compiere un torto contro Simone de Beauvoir esordendo da un testo di Sartre, suo compagno e anch’egli scrittore plurale, la cui teoria dell’esistenza somministra un alito di significato, per quanto arbitrario, dentro alcuni stati emotivi (la nausea, l’angoscia, l’alienazione) e speculativi (la figura dell’alterità dentro l’esclusione che segue la presa di coscienza dell’identità) che il secondo conflitto internazionale renderà certo più acuti.

“Come si diventa ciò che si è”, dice il sottotitolo dell’opera autobiografica di Nietzsche “Ecce Homo”, ed è quanto potrebbe compendiare, almeno nella formula bruta per chi abbia fretta, l’orientamento teorico entro cui sono composte le opere contagiate dalla filosofia dell’esistenza. Il destino si insinua nei discorsi, li insidia, promette l’avverarsi del miraggio del senso: appena oltre l’orizzonte della vita, quando non sembra dispiegarsi altro che l’in-significanza di un mondo spogliato dalla figura di Dio, piuttosto comoda nell’articolazione di quel certo orizzonte, sarà necessario contemplare la somma delle proprie opere. Adeguate all’ideale di libertà che affranca gli uomini dalle dialettiche (servo/padrone, uomo/donna, identità/alterità), dal dualismo enfatico dietro cui la filosofia si è un po’ mascherata nella sua ambizione ai “distinguo”, allora si potrà dire che l’opera sarà simulacro del corpo, sostituendolo alla morte, simile a una maschera di cera che sottragga al volto certi lineamenti prima dell’intervento della decomposizione. I corpi possono essere defraudati: dalla malattia, dalla morte, ma in forma più puntuale dal “diventare adulti”, dalla crescita, quel percorso che permette di essere esperito nient’altro che alla conclusione: dietro, l’opera compiuta; davanti, il progetto dell’opera da compiere. Se ogni opera, inteso nel significato ambiguo di “azione compiuta” e “oggetto d’arte”, non è che la sublimazione di una certa età dell’esistenza, lo scrittore diviene allora un vivente che esperisce due volte la vita, più fortemente, senza mancare di contraddizione: non servirà affermare di nuovo le coppie oppositive attraverso cui la letteratura è spesso dipinta (“ascetica e puttana”, la dice Giorgio Manganelli in uno degli improvvisi raccolti in “Il rumore sottile della prosa”, Adelphi), ma presentarle nell’unicità esclusiva dell’individuo.

#IlSalotto - "L'annusatrice di libri odora di rose, di cipria e naftalina": a tu per tu con Desy Icardi

L'annusatrice di libri è il libro che i bibliofili d'annata sanno già di amare semplicemente leggendone il titolo e che coloro i quali trovano ostica la lettura ameranno, anche se ancora non lo sanno. La storia di Adelina (di cui abbiamo già parlato qui), impossibilitata a leggere inseguendo le lettere, è una favola moderna che culla i ricordi degli adulti e fornisce una spinta gioiosa ai giovani che vorrebbero affacciarsi al mondo della lettura, ma non hanno mai osato farlo. Abbiamo incontrato l'autrice, la formatrice aziendale, attrice e copywriter torinese Desy Icardi, e con lei abbiamo chiacchierato di grandi classici, amicizia e risate. Il tutto immerse nella stessa atmosfera un po' vintage, ma certamente frizzante, che contraddistingue il suo romanzo.

Prima di iniziare, quando e dove è nata l’idea di una via alternativa per leggere un libro?
Leggo da anni con l’e-reader poiché mi permette di ingrandire il carattere di stampa, cosa che torna molto utile a chi, come me, ha pesanti problemi di vista. Una volta, sul tram (linea 10), una lettrice “tradizionale” - e normo-vedente - mi disse che non avrebbe mai abbandonato i volumi cartacei per non perdere il profumo dei libri. Io abbozzai, ma dentro di me rimuginavo: “Il profumo dei libri è poetico, non dico di no, peccato che non possa leggere col naso!”
Così è nata l’idea di una storia la cui protagonista – Adelina -  sapesse leggere con l’olfatto.

venerdì 8 marzo 2019

Per un amore un po' più semplice: il decalogo di Paola Zannoner

L’amore complicato
di Paola Zannoner
DeA, 2019

pp. 217
€ 14,90 (cartaceo)


Questo romanzo di Paola Zannoner arriva, puntuale e perfetto, giusto in tempo per l'8 marzo: perché se è vero che le donne andrebbero celebrate tutti giorni – o meglio tutti i giorni ci si dovrebbe ricordare di una parità e di una dignità ancora troppe volte negate – un promemoria non fa certo male. Se con Rolling Star (qui la recensione) avevamo seguito l'iter di formazione di un giovane uomo, questa volta l'autrice ci proietta in una storia declinata quasi interamente al femminile. Protagonista è infatti la quindicenne Caterina, che si muove con relativa sicurezza in un universo popolato da donne, più o meno giovani: la mamma, che "è sempre distratta e presa da mille impegni, ma si ricorda tutto e prima o poi viene a incassare il credito che ti ha fatto" (p. 94); le amiche di una vita, Sara e Irina, e la nuova arrivata Selena, molto diverse l'una dall'altra ma con una cosa in comune: che sembrano sempre essere più sicure e avere maggiore esperienza rispetto alla più ingenua narratrice; e poi c'è la zia Sabrina, avvocatessa di mezza età e confidente, con un occhio sensibile ai segnali e agli amori altrui, sempre pronta a elargire il consiglio giusto. Caterina cresce nella serenità di un ambiente protetto, muovendosi tra la rassicurante quotidianità familiare, una scuola seria in cui eccellere, pomeriggi passati tra sport e amicizia, maturando il bagaglio esperienziale dell'adolescente media, per cui le principali fonti di informazioni sono le riviste e le chiacchiere sussurrate tra coetanee.

#CritiCOMICS - Un omaggio alle grandi donne del passato e una speranza per il futuro: "Donne senza paura"



Donne senza paura. 150 anni di lotte per l'emancipazione femminile
di Marta Breen & Jenny Jordahl
Tre60, 21 febbraio 2019

Traduzione di Ilaria Katerinov

pp. 119
€ 14,90 (cartonato)
€ 6,99 (ebook)


Quanti dei diritti che diamo ormai ingiustamente per scontati hanno richiesto sangue, petizioni, manifestazioni, ostinazione e pazienza, violenza? Ci sono tante donne che hanno speso la propria vita senza remore per cercare di ottenere l'uguaglianza: il percorso non è ancora compiuto né lo sarà a breve, ma in due secoli i passi avanti ci sono e si vedono (fortunatamente!). Dunque, un po' ottimisticamente, non possiamo neanche immaginare come sarà visto il mondo femminile anche solo tra cinquant'anni. Ma per realizzare la nostra speranza (non crediamo che sia un'utopia), è bene conoscere i passi che ci hanno portato a tante piccole e grandi conquiste.

giovedì 7 marzo 2019

Figlia di un re, sorella di un re, moglie di un re, madre di un re: la conturbante figura di Olimpiade

Olimpiade regina di Macedonia. La madre di Alessandro Magno
di Lorenzo Braccesi
Salerno, 2019

pp. 170
€ 16 (cartaceo)


Ci sono figure storiche che restano avvolte in un fascino di mistero e che le fonti raccontano in modo diverso, con testimonianze addirittura contraddittorie.
Le biografie su Olimpiade sono senza dubbio colme di luci e ombre: indiscutibilmente grande regnante, la regina viene tratteggiata evidenziando ora il suo misticismo votato ai riti bacchici, ora il suo attaccamento quasi morboso al figlio Alessandro, ora la sua spregiudicatezza nell'esercitare il potere e il suo odio per Filippo II. 
Nel suo nuovo saggio, appena uscito per Salerno Editrice, Lorenzo Braccesi ritrae una delle donne in ogni caso più discusse dell'antichità, citando fonti talvolta discordi, che tuttavia contribuiscono a dare l'idea di una regina insolita, schiva e in conflitto col marito Filippo II, affezionata al fratello Molosso, protettiva all'inverosimile verso il figlio Alessandro. Nella sua vita, Olimpiade (sapete che questo, peraltro, non è neanche il suo vero nome?) ha attraversato molteplici difficoltà, talvolta sporcandosi di sangue le mani (più o meno metaforicamente), a cominciare dalla congiura contro il marito, di cui è stata molto probabilmente il mandante. 

#PagineCritiche - Le 11 tesi per un femminismo al 99%, mai soddisfatto fino a quando la libertà del singolo non sarà libertà per tutti e tutte

Femminismo per il 99%. Un manifesto
di Cinzia Arruzza, Tithi Bhattacharya e Nancy Fraser 
Laterza, 2019

Traduzione di Alberto Prunetti

pp. 85
€ 14,00 



Lo slogan «non una di meno» che trascina le masse di manifestanti in tutto il mondo, è un modo alternativo per spiegare il significato della cifra presente nel titolo del saggio Laterza che fino all’8 marzo sarà pubblicato in contemporanea in diversi paesi del mondo (Regno Unito, Francia, Spagna, America Latina, Romania, Turchia, Svezia, Brasile, Sud Corea). Femminismo per il 99%. Un manifesto è scritto da Cinzia Arruzza, Tithi Bhattacharya e Nancy Fraser, intellettuali e membri dell’International Women Strike. Un gruppo di donne orientate, radicalmente convinte e il cui attivismo sembra essere l’unica soluzione per reinventare il concetto di femminismo e liberarlo dal giogo dell’assetto economico odierno.