giovedì 31 gennaio 2019

#CriticaNera - Capitolo finale di una bella trilogia: Alessio Piras, "Un biglietto per il naufragio"


Un biglietto per il naufragio
Pagani e Marino tra Genova e Barcellona
di Alessio Piras
Fratelli Frilli Editori, 2018

pp. 208
€ 12,66 (cartaceo)
€ 6,99 (ebook)


Lo so, è un’osservazione tautologica (e anche banale), eppure non riesco a non pensare, dopo la lettura dell’ultimo romanzo di Alessio Piras, a come ogni cosa sia destinata ad avere una fine. Questo perché Un biglietto per il naufragio è un romanzo che parla di addii. Innanzitutto è il capitolo che chiude (ahimè) la trilogia che vede protagonisti il Commissario Andrea Pagani e il professor Lorenzo Marino, questa strana coppia di investigatori che abbiamo conosciuto in Omicidio in Piazza Sant'Elena (qui la recensione) e in Nati in via Madre di Dio (recensito qui); diversi poi, e di diverso tipo, saranno i congedi che avranno luogo alla fine della storia.

Smarrirsi davanti allo smarrimento altrui: "Idda" di Michela Marzano

Idda
di Michela Marzano
Einaudi, 22 gennaio 2019

pp. 235
€ 17,50 (cartaceo)
€ 9,99 (ebook)


Occhi vacui, ricordi che si ripetono sempre più distorti, identità che si sbriciolano e si ricompongono a casaccio: quanto può far paura la perdita di memoria di chi amiamo? Alessandra, la protagonista di questo toccante romanzo di Michela Marzano, lo scopre nel rivedere la suocera, Annie, completamente cambiata rispetto al loro ultimo incontro. I chilometri di distanza non hanno certo aiutato, come anche la ritrosia del figlio Pierre ad assumersi la propria responsabilità. Solo la notizia di un disastro economico - l'assistente sociosanitaria aveva accesso al conto di Annie e in pochi mesi l'ha portata sul lastrico -, e dunque di una necessità pratica, fa sì che Pierre e la madre si riavvicinino. Ma è difficile accettare la realtà, ovvero che non ci siano possibilità di vedere Annie recuperare la memoria, tornare in sé. Alessandra, dal canto suo, dopo il primo sgomento, si scopre molto più incline ad assecondare la suocera, ad aiutarla a trascorrere il suo tempo serenamente, senza impuntarsi inutilmente su dettagli, date, ricordi che sono ormai slabbrati. 

mercoledì 30 gennaio 2019

Il Salotto - «Gli insegnanti ci mostrano come costruire il nostro futuro, ma poi la loro condizione instabile non gli permette di fare altrettanto»: intervista a Mariafrancesca Venturo

L'autrice Mariafrancesca Venturo
Foto di © Francesco Toiati
Il 17 gennaio è uscito in  libreria Sperando che il mondo mi chiami, nuovo libro di Mariafrancesca Venturo. L'autrice, oggi insegnante elementare, ha all'attivo diverse pubblicazioni, e stavolta ha deciso di dedicarsi alla scrittura di un libro sul mondo della scuola. La storia racconta di Carolina, giovane insegnante alle prese con i primi incarichi e le prime supplenze. La penna della Venturo, delicata e mai banale, precisa e scorrevole, delinea con nitidezza il mondo precario della scuola, e racconta l'evoluzione interiore della protagonista, delineando un quadro di straordinaria efficacia.

Cara Mariafrancesca, innanzitutto grazie di aver accettato di rispondere a qualche domanda sul tuo libro. Prima di tutto, complimenti, come dico nella recensione è un libro davvero piacevole. Partiamo dalle informazioni che vengono riportate su di te: sulla copertina c'è scritto che anche tu, come Carolina, sei una maestra elementare che vive a Roma. Viene spontaneo chiedersi, quanto di te c'è nelle avventure della tua protagonista?

Grazie a voi per questa opportunità.
Roma è la mia città, ci sono nata, continuo a viverci, a Roma lavoro, nonostante sia romana solo di seconda generazione: nessuno dei miei nonni è nato qui.
Sicuramente molte delle esperienze che ho vissuto durante il periodo in cui ero precaria hanno alimentato alcune delle vicende vissute da Carolina: anche io lavoro nella suola primaria che a me piace chiamare ancora “elementare”, un termine che mi rimanda piacevolmente a una sorta di chimica magica da cui può scaturire di tutto.
Ma Carolina non sono io, potrei dire che in lei sono concentrate molte delle caratteristiche del tipo di maestra che volevo raccontare, certo un po' siamo simili, ma la vita ci ha portato a manifestare le nostre passioni in modi e luoghi differenti.

"Luce rubata al giorno, il romanzo d'esordio di Emanuele Altissimo


Luce rubata al giorno
di Emanuele Altissimo
Bompiani, 2019

240 pp.
€ 17

“Pensi mai di essere due persone insieme?”
Ci riflettei, e alla fine dissi che non mi era mai capitato.
“Ad alcuni capita spesso” riprese. “È difficile, per loro.”
“Vuoi che torniamo a casa?” domandai.
Si sporse oltre la ringhiera del letto e mi cercò nel buio. “Ci siamo già.”
“Però qui loro mancano di più.”
Tornò a sdraiarsi e questa volta pianse a lungo. Quando parlò, la sua voce sembrava quella di una donna.
“So che mamma è in un bel posto” mormorò. Poi, prima che potessi dire qualsiasi cosa, aggiunse: “Papà no, invece.” (p. 50)

Cosa fare quando ci si accorge che una persona vicina (e poche persone nella vita possono essere più vicine di un fratello maggiore) sta lentamente scivolando verso la pazzia? Cosa fare quando si hanno tredici anni, si è perso da poco i genitori in un incidente stradale e tutto quello che resta della famiglia sembra avvolto da un’aura di disperazione e tormento?
È ponendosi queste domande e con questo spirito che ci si accorge, a circa metà del testo, di avere a che fare con un romanzo non adatto ai deboli di stomaco; un romanzo che, per le persone più empatiche, rischia di essere un continuo pugno nello stomaco. Altissimo non gioca sulla trama, ché in effetti non accade granché nel libro, ma concentra tutti gli sforzi sulla componente emotiva, sul portare al limite estremo la tensione fin quasi a spezzare i personaggi messi in campo.

martedì 29 gennaio 2019

Antigone, la tragedia tutta interiore (e universale) di un'eroina incompresa

Antigone - Monologo per donna sola
di Debora Benincasa
Edizioni SuiGeneris, 2017

pp. 72
€ 10 

Per assistere a una tragedia greca è necessaria una certa predisposizione d’animo. Nello specifico: una tendenza alla depressione, una generale mancanza di speranza e del pessimismo cosmico. A me, ve l’assicuro, queste cose vengono naturali, ma a voi? Magari voi siete delle persone felici… Ecco, dovete smettere di esserlo. (p.15)
Magari. Oppure no e in comunione d’animo con Debora Benincasa, autrice di Antigone – Monologo per donna sola anche voi sentite tutto il peso della negatività gravare sul cuore. Quale che sia la vostra tempra, lasciate ogni speranza fuori dal teatro ed entrate nel mood adatto per comprendere la parabola di Antigone, la figura femminile più iconica del panorama tragico dell’antica Grecia che per la prima volta, almeno nel mio caso, immaginerete come la Wonder Woman della mitologia.

"Uno strano entusiasmo che mi ha indotto a dire questa è la felicità": il giardino incantato di Virginia Woolf

Il giardino di Virginia Woolf. La storia del giardino di Monk’s House
di Caroline Zoob

Fotografie di Caroline Arber
Prefazione di Cecil Woolf
Traduzione di Claudia Valeria Letizia

L’ippocampo, 2014
pp. 192
€ 29,90 



È da una passione per i giardini che nasce il meraviglioso volume edito da Ippocampo. Non solo quella di Virginia Woolf, che con il marito Leonard ha ideato e realizzato il parco verde di Monk's House, ma anche quella di Caroline Zoob, ideatrice e curatrice dell'opera, e quella di Caroline Arber, che l'ha arricchita con splendide fotografie. Una passione che emerge dall'attenzione e la premura con cui negli anni è stato accudito, migliorato e impreziosito, reso familiare e specchio di una, anzi due, esistenze il giardino amato da Leonard e Virginia, ma che traspare anche dal progetto grafico e testuale del libro, dalla combinazione di parole e figurazioni a formare un mosaico di colori e forme, una sinfonia di bellezza. 
Si deve perdonare a questa recensione la sovrabbondanza metaforica, o una certa tendenza all'aggettivazione iperbolica: la verità è che solo in termini entusiastici e un po’ visionari si può rendere l'effetto di insieme dell'opera di Caroline Zoob. 
I comprimari li incontriamo subito, nella prefazione scritta da un nipote che faceva spesso visita agli zii: Leonard, "il profilo di un profeta biblico che fuma la pipa" (p. 6), un brav'uomo concreto, cordiale, con i pantaloni di velluto a coste; e Virginia, che "amava quel giardino e [...] ebbe la sua parte nella [...] creazione di un regno incantato" (p. 7).  Quanto al protagonista indiscusso, quel "paradiso terrestre" che Cecil Woolf ricorda come in un sogno, iniziamo a incontrarlo qui, attraverso parole che si confessano indegne di celebrare l'"epopea orticola" che sarebbe necessaria per rendergli giustizia, ma lo scopriamo un po' alla volta nelle pagine successive, sfogliando un albo illustrato che assume presto le fattezze di un album di famiglia.

lunedì 28 gennaio 2019

E se il mostro non è morto? La riflessione sulla Shoah di Yishai Sarid

Il mostro della memoria
di Yishai Sarid
edizioni e/o, 2019

pp. 139 
€ 15,00

Titolo originale: Mifletzet Hazikaron
Traduzione di Alessandra Shomroni

Ancora una volta è il dovere, l'urgenza della testimonianza a muovere il narratore di questo breve volume: "io sono il contenitore di questa storia. Se le crepe dentro di me si allargassero fino a provocare una rottura, la storia andrebbe persa" (p. 9). Proprio per questo lui si sente in dovere di scrivere una lunga lettera al direttore dello Yad Vashem, l'Ente nazionale per la Memoria della Shoah a Gerusalemme. Gli scrive in veste di "incaricato ufficiale della memoria", per spiegare un accaduto che si chiarirà meglio soltanto nel corso del romanzo, in un crescendo di tensione che non verrà dissipato completamente neanche con la conclusione (se così si può chiamare) della sua esposizione. Anche l'identità del narratore verrà costruita un po' alla volta, per accumulo di dettagli e informazioni, attraverso uno stile incisivo e paratattico che restituisce il clima emotivo dello scrivente. La sua scelta di dedicarsi allo studio della Shoah è stata indotta dalle circostanze, ci tiene a chiarire subito, quasi a discolparsi. Lo vediamo quindi frustrato nella sue ambizioni originarie, accumulate tra le pagine e subito scartate o rese inaccessibili dagli eventi,  a suggerirci quanto più pesante possa essere stato poi il sentiero intrapreso: 
"Mi vedevo [...] mentre trascorrevo le giornate in una pigra eleganza, con un salario modesto ma dignitoso corrispostomi dallo stato" (p. 10);
"mi vedevo seduto davanti a un caminetto a Oxford, o a Boston, mentre invecchiavo in maniera piacevole e dignitosa e non mi sentivo più tanto dispiaciuto di essere stato bocciato al concorso del ministero degli Esteri" (p. 11);
"aspiravo a un'esistenza pacifica, tranquilla, durante la quale mi sarei occupato dei tempi antichi, di vicende concluse, che non suscitano sentimenti particolari in nessuno" (p. 11);
"avrei voluto continuare a fluttuare nella mia vita come in un placido lago, senza ansie né emozioni" (p. 12).

La luce "Nel cuore della notte" della famiglia Aubrey

Nel cuore della notte
di Rebecca West
Fazi Editore, 2019

Traduzione di Francesca Frigerio

pp. 404
€ 20,00



Fu allora, ricordo, che la mia felicità divenne estasi, e mi sentii di nuovo insofferente per l’impossibilità di vivere con la stessa lentezza con cui si può suonare una musica. Eppure quel che stava accadendo era il più impalpabile degli eventi, una questione di sorrisi appena accennati e di tenerezza dai toni sommessi. Una donna che aveva quasi superato la mezza età, quattro giovani fanciulle e un ragazzino che guardavano due varietà molto comuni di fiori e intanto, più che parlare, si scambiavano parole amabili, come bambini che si fanno passare di mano in mano una scatola di cioccolatini. (p.22)
Avevamo lasciato la famiglia Aubrey la scorsa estate con Cordelia violentemente disillusa sul suo futuro come violinista; Rose e Mary accettate a due prestigiose scuole di musica; Richard Quin diventato un ragazzino impertinente e fascinoso; il padre Piers ormai lontano dalla sua famiglia e Clare che è riuscita a trovare sostentamento per le figlie grazie alla vendita di alcuni preziosi quadri. La miseria del primo volume è ormai lontana e la famiglia Aubrey Nel cuore della notte si avvia verso gli anni della Prima Guerra Mondiale. Eppure, in questa notte, c’è molta più luce di quanto si possa immaginare.
Il romanzo comincia in un caldo e soleggiato pomeriggio di fine maggio, una di quelle giornate “così incantevoli che si desidera vivere con la stessa lentezza con cui si può suonare una musica”. La miseria è ormai lontana e gli Aubrey possono dilettarsi nell’acquisto di generi frivoli come i fiori per il loro giardino.

domenica 27 gennaio 2019

#RileggiamoConVoi - Per la Giornata della Memoria

Denkmal für die ermordeten Juden Europas (memoriale per gli ebrei assassinati in Europa) è in Cora-Berliner-Strasse, Berlin-Mitte
Foto di ©StefanoCrivelli
Cari Lettori,
per la Giornata della Memoria abbiamo pensato di raccogliere alcuni consigli di letture a nostro parere molto toccanti per portare l'attenzione sul tema del razzismo, oltre che ricordare il dramma incommensurabile della Shoah. Di questi tempi, è decisamente necessario tornare a provare empatia e non restare freddi davanti agli orrori della Storia. 
Come sempre, insieme al consiglio trovate il link che vi porterà alla recensione, all'invito alla lettura o al "Pillole di Autore", per scoprire il libro più da vicino.

La Redazione

***


Barbara consiglia: 
"Il buio oltre la siepe" di Harper Lee (Feltrinelli)
Perché: un libro divenuto simbolo della lotta al razzismo, non direttamente collegato alle stragi della Seconda Guerra Mondiale, ma che per il suo appello al rispetto e alla solidarietà verso ogni essere umano costituisce una lettura illuminante per ricordare il senso di ogni 27 gennaio: celebrare il valore di ogni essere umano, il suo diritto all'esistenza e alla dignità.
A chi cerca un libro capace di far sorridere e riflettere allo stesso tempo, un libro per alimentare la speranza nell'uomo, anche quando la spietatezza sembra prevalere. C'è sempre un usignolo pronto a far sentire la sua voce, un sentiero illuminato oltre la siepe buia. A chi lo cerca, senza stancarsi.

sabato 26 gennaio 2019

#SpecialeSCUOLA - Un eterno presente: il mondo della scuola raccontato da Mariafrancesca Venturo

Sperando che il mondo mi chiami
di Mariafrancesca Venturo
Milano, Longanesi, 2019

pp. 432
€ 16,90 (cartaceo)
€ 9,99 (ebook)


Sperando che il mondo mi chiami è un libro edito da Longanesi, uscito pochissimi giorni fa, il 17 gennaio. Carolina, la protagonista della storia, è una maestra precaria che si trova ad un punto critico della propria vita: vive alla giornata, in attesa di una supplenza dalla durata ogni volta indefinita, in un continuo circolo di addii, arrivederci, pianti e speranze.
Il mio è un mondo instabile, fatto di fatica. Zoppica, non ingrana la marcia delle abitudini e non ha una direzione precisa, soprattutto perché a guidarmi è la fortuna. (p. 13)
Ventotto anni, origini nobiliari, Carolina, seguendo i consigli della sua amata nonna, si veste ogni mattina, esce di casa, sceglie un punto equidistante dalle scuole presenti nella sua lista e aspetta. Gironzola, svolge commissioni, guarda le vetrine. Tutto col telefono in mano, pronta ad essere chiamata da una scuola qualsiasi. Il suo animo, però, è inquieto: alla sua età, sente il desiderio di spiccare il volo, liberandosi dalle – seppur amate – maglie familiari, per costruirsi un futuro autonomo. La precarietà, inoltre, fa parte anche del suo percorso sentimentale, data la presenza intermittente del fidanzato: appuntamenti di poche ore, sempre tra un arrivo e una partenza. Le giornate trascorrono così, con l'incertezza nella testa e nel cuore, mentre i suoi genitori pretendono da lei una risolutezza che la ragazza non ha:
«Vestiti e vai. A casa nostra si fa così. Ci si veste bene, e si va. Non vuoi dirmi che cosa è successo? Non importa. Vestiti. Esci e risolvi.»
Un imperativo che è il modo di dimostrare il suo affetto, la sua comprensione. Mia madre non compatisce, esorta; non piange, prega; non si lamenta, agisce. (p. 160)

venerdì 25 gennaio 2019

Un libro romantico, fresco e moderno, lontano dagli stereotipi: "L'astrazione non è la mia passione principale" di Adelio Fusé





L'astrazione non è la mia passione principale
di Adelio Fusé

Manni, 2018


pp: 352
€ 20,00 (cartaceo)



Esiste un'affinità chimica al mondo, piuttosto inspiegabile, che spesso porta due o più persone ad attrarsi come magneti. Goethe forse avrebbe definito "affinità elettivequesta tipologia di legami, ma Adelio Fusé non si sofferma sulla ricerca di una definizione di quel fatidico incontro/scontro, che porta i personaggi di L'astrazione non è la mia passione principale a vivere un'avventura folgorante e appassionata, che sfiora la metafisica percezione dell'essere umano.

Il paesaggio assolato della Meseta è lo sfondo in cui una giovane pop-star, in fuga dal successo, salva la vita di un fotografo attempato. I due scopriranno successivamente di avere in comune il forte desiderio di cancellare le orme della professione svolta fino a quel momento, per abbracciare un nuovo senso di libertà, lontano dal pubblico e dal mercato dell'industria.

«È troppo facile, da vivi, commettere sbagli terribili»: "Il grande tiratore", un dissacrante romanzo di Kurt Vonnegut

Il grande tiratore
di Kurt Vonnegut
Feltrinelli, 2019

1^ edizione: 1982
Traduzione di Pier Francesco Paolini

pp. 222
€ 17 (cartaceo)
€ 9,99 (ebook)
Tutti noi vediamo la nostra vita come un romanzo - a me sembra - e sono convinto che gli psicologi e i sociologi e gli storici e compagnia bella troverebbero utile la cosa, se l'accettassero. Se una persona vive fin oltre la sessantina, è molto probabile che il romanzo della sua vita sia ormai bell'e finito - in quanto tale - e quel che le resta da vivere sia solo l'epilogo. La vita non è ancora finita, ma il romanzo sì. (p. 193)
Prendiamo la fantasia di Vonnegut e la sua passione per le infrazioni stilistiche; aggiungiamo un protagonista un po' amorfo, ma cresciuto in una famiglia decisamente fuori dagli schemi, a cui sembra normale dare le chiavi di una stanza piena di armi da collezione a un ragazzino in piena pubertà... Da qui, è chiaro, non può che nascere un romanzo imprevedibile, a tratti decisamente strampalato, ma sempre riportato sui binari della narrazione dalla bravura e dall'esperienza di Vonnegut. 
Il grande tiratore, uscito per la prima volta in lingua originale nel 1982, porta nel titolo il soprannome che il protagonista Rudy Waltz si vede affibbiare dopo una terribile fatalità: inconsapevolmente, lui a tredici anni uccide due persone. Avete capito bene: inconsapevolmente. Eppure questo è incidente che cambierà per sempre non solo la sua vita, ma anche quella della sua famiglia, nonché lo sguardo con cui li guarderanno tutti i concittadini della claustrofobica Midland City nell'Ohio. Non che, prima, la famiglia Waltz fosse molto ben vista!

giovedì 24 gennaio 2019

Anna Luisa Pignatelli racconta che la foschia è uno stato d'animo, non un fenomeno atmosferico

Foschia
di Anna Luisa Pignatelli
Fazi, 2019

pp. 208
€ 16,00

Una foschia che era soprattutto in me, che ottenebrava la mia giovinezza, in cerca di ideali e di verità, e ne vanificava l’audacia. (p.76)
Quando si ama irrazionalmente a volte si rimane invischiati in relazioni dannose e nocive, da cui non si riesce a uscire, in un perverso gioco tra la vittima e il suo carnefice. Altre volte questo rapporto si esaurisce tra le mura domestiche, una colla viscosa e appiccicaticcia che impedisce di prendere il volo. È esattamente quello che è accaduto a Marta, che spinta da un male incurabile, decide di raccontare in che modo la foschia l’abbia avvolta per anni, senza permetterle di respirare neanche dopo esserne uscita.

«Non abbiamo nessun programma. Solo dolce far niente»: quando il weekend si trasforma in graticola sociale

Il weekend
di Peter Cameron
Adelphi, 2013

Traduzione di G. Oneto

pp. 177
€ 16 (cartaceo)


É strano osservare in mezzo agli altri qualcuno che hai sempre visto solo: quel tale, come lo conosci tu, scompare e al suo posto c'è una persona diversa, più complessa. Lo guardi gravitare nella nuova compagnia, mostrare nuove sfaccettature, e non ti resta che sperare che anche questi lati ti piacciano, come quello che prima, quando era solo con te, sembrava l'unico. 
Quando pensate al weekend, cosa vi viene in mente per prima cosa? Relax? Finalmente libertà? Forse con questi piani Robert ha accettato di accompagnare Lyle in campagna: certo, loro si frequentano da poco e Robert è decisamente più giovane e fa il cameriere, anche se aspira a diventare un pittore affermato. Però a Robert andare a conoscere gli amici di Lyle, Marion e John, sembra una buona occasione per scoprire qualcosa di più dell'uomo di cui si sta innamorando. Tanto più che Marion e John sembrano due spiriti controcorrente: approfittando della loro agiatezza economica, hanno scelto di non lavorare per dedicarsi alla vita tranquilla della campagna, dove crescere il loro piccolo Roland, di quasi un anno. 
Ma le cose non sono così semplici: Lyle, in treno, confessa a Robert che in quel weekend ricorre un anniversario particolare: è passato un anno dalla morte di Tony, precedente compagno di Lyle, nonché fratellastro di John. Prima ancora che Robert realizzi di essere ormai prigioniero su un treno che lo porterà in una casa piena di foto di Lyle con un altro uomo, di sguardi apparentemente ben disposti e in realtà indagatori, ecco che il treno si ferma e tutto diventa realtà. Se John, un po' sociopatico, ama prendersi cura delle sue piante nell'orto e accetta Robert piuttosto facilmente, Marian, scossa da una serie di tensioni di coppia e preoccupazioni di madre (perché Roland dorme tanto e non gattona?), fa più fatica a realizzare che di fianco a Lyle ci sia questo bel ragazzo, tanto giovane. 

mercoledì 23 gennaio 2019

Fra steppe e foreste siberiane il lungo viaggio per incontrare l'oltre

Transiberiana
di Vittorio Russo
Sandro Teti Editore, aprile 2018

pp.195
€ 15 (cartaceo)


Il viaggio in treno è un paradigma letterario che ha legato uomini e donne di ogni latitudine e tempo. Quando a mettersi in viaggio è uno scrittore però, il racconto si arricchisce di storie, di descrizioni, di foto e di narrazioni. Così Vittorio Russo, nel suo reportage di viaggio ci porta attraverso una delle ferrovie più leggendarie del mondo, la Transiberiana, conducendoci per mano nelle carrozze, tra i dialetti, in mezzo ai popoli che lungo i 12 mila chilometri di questa infrastruttura, la più lunga del mondo, supera orizzonti, travalica confini, da Occidente a Oriente, e arriva al cuore dell’uomo, senza pregiudizi, senza paure, dimenticando il tempo e i limiti, per riscoprirsi tutti più vicini di quanto non si creda.
Un lungo viaggio, quello di Russo, che è anche percorso di scoperta personale, alla ricerca delle sconfinate terre russe e delle popolazioni mongoliche, vissuto con un compagno di viaggio diverso e complementare, Vincenzo, e durato 30 giorni, da Mosca a Vladivostok, in piena estate, per meglio sopportare le temperature siberiane.

Un massaggio per l'anima: "La memoria della cenere" di Chiara Marchelli

La memoria della cenere
di Chiara Marchelli
NN Editore, 2019


pp. 240
€ 18,00 (cartaceo)


«…l’anima, se esiste, è un’entità governata da leggi incoercibili e battiti sfasati rispetto a quelli della realtà. Una sostanza lenta…..e non lascia scampo» (p.45)
L’anima di Elena è la protagonista del nuovo libro di Chiara Marchelli. Elena vive a New York con il marito Patrick, ma, dopo essere stata colpita da un aneurisma, si trasferisce in Francia, nell’Auvergne, in un paese vicino al vulcano Puy de Lúg.
«A un certo punto ci siamo detti Partiamo, semmai si torna indietro» (p. 16): una partenza che porta la coppia nel piccolo paese dove Patrick ha vissuto, nel quale ha frequentato le elementari, dove conosce tutti e tutti conoscono il suo passato.
Un giorno i genitori di Elena decidono di andarla a trovare durante la convalescenza e, a causa di una eruzione improvvisa del vulcano, tutti sono costretti a restare in casa, a guardarsi, osservarsi in un tempo sospeso, tra paure, incomprensioni, non detti e desideri.

martedì 22 gennaio 2019

#LectorInFabula - "Storia di una balena bianca raccontata da lei stessa" di Luis Sepúlveda

Storia di una balena bianca raccontata da lei stessa
di Luis Sepúlveda
Guanda, nov. 2018

Illustrazioni di S. Mulazzani
Traduzione di I. Carmignani

pp. 107
€ 14 (cartaceo)
€ 7,99 (ebook)



Un'avventura ricca di sensibilità scaturisce di nuovo dalla penna di Luis Sepúlveda. Ancora una volta lo scrittore ci regala una storia che fa riflettere e pensare.  
Da sempre legato a temi inerenti alla natura e al rapporto anche conflittuale tra l’uomo e l’ambiente, questa volta la protagonista della storia è una balena che ha un compito ben preciso da assolvere: proteggere la Gente del Mare, il popolo dei Lafkenche. Si tratta di una popolazione che vive un legame antico e profondo con le balene e con il mare, perché sono le balene a condurre gli abitanti verso il loro ultimo viaggio.
Sepúlveda sceglie nuovamente il genere della favola, con una scrittura diretta, chiara e comprensibile, intervallata dalle illustrazioni della bravissima Simona Mulazzani, che si ineriscono all’interno del testo, arricchendo di piacevolezza la lettura.

"Perché talvolta, su un fondale di finzione, la realtà spicca più nitida": Domenico e la storia di Maria Teresa Novara

Il silenzio della collina
di Alessandro Perissinotto
Mondadori, 2019

pp. 252
€ 19

Come vedi, vicini o distanti i genitori hanno la capacità di farti sentire inadeguato comunque.
Al giorno d’oggi si assiste sempre più frequentemente al voyeurismo dell’orrido: turisti da cronaca nera che si recano in massa nei luoghi di efferati delitti per prendere parte e scoprire di più (come se potessero farlo realmente) sui dettagli di un omicidio o di un crimine. La cronaca nera è diventata una nuova forma di eccitazione, mentale così come fisica, nell’epoca in cui sono mille i modi offerti dalle tecnologie per sapere e vedere. Come si comportarono, invece, le persone di un piccolo paesino adagiato sulle Langhe piemontesi di fronte all’orribile storia di Maria Teresa Novara, la bambina di tredici anni rapita da casa degli zii, tenuta segregata per otto mesi nell’estate del 1968 in uno scantinato da un aguzzino che la vendeva al piacere dei compaesani perversi e morta, asfissiata, dopo una disumana agonia?

lunedì 21 gennaio 2019

#Criticalibera. La febbre del calcio: chi ne soffre e chi ne è immune (secondo tempo)


Riprendiamo con il botta e risposta tra Marco Caneschi e Giulia Pretta che disquisiscono sul calcio dalle due parti opposte della barricata: chi è tifoso e chi non lo è. Giulia sta iniziando a capire e Marco, in una dichiarazione post incontro, pare soddisfatto del risultato ottenuto. 

Giulia: Mi sono riposata e ho studiato. Mi hai lasciato in sospeso con l'aneddoto sulle maglie della Juventus.

PagineCritiche - La convinzione, al di là della fede, di vivere il sogno europeo


Intima convinzione
di Bernard Guetta
add editore, 2017

pp. 173
€ 16

L’Europa non è scontata. La sua unità è una sfida, perché tanto sono comuni le culture dei Paesi che la compongono e parallele le loro evoluzioni storiche, tanto le loro esperienze, i loro traumi e le conclusioni che se ne traggono sono differenti e, talvolta, divergenti. (p. 39)

Il giornalista francese è iper realista mentre scrive questo saggio: sa perfettamente che l’Europa ha una storia di contrasti e guerre e, sebbene si concentri sul Novecento che tanto ha diviso il mondo, possono venire in mente altre occasioni che hanno portato a sanguinosi conflitti nel cuore del continente. Basti pensare alle guerre di religione del sedicesimo secolo, iniziate con la Riforma luterana e concluse oltre cent’anni dopo con la pace di Westfalia; a queste si possono aggiungere anche i conflitti che per secoli sono stati combattuti fra l’impero asburgico e la Francia, o fra quest’ultima e l’Inghilterra, per non parlare dello scacchiere rappresentato dall’Italia fino alla sua unità nel 1861.

Pedalando tra le difficoltà della vita: "Magnifici perdenti" di Joe Mungo Reed

Magnifici perdenti
di Joe Mungo Reed
Bollati Boringhieri, 2019

pp. 248 
€ 17,50 (cartaceo)
€ 9,99 (ebook)


Cosa c'è di più narrativamente stimolante del ciclismo? Da questa domanda siamo partiti per leggere, con grande curiosità va detto, Magnifici perdenti di Joe Mungo Reed, pubblicato da Bollati Boringhieri. Infatti questo romanzo ha al centro un protagonista che, molto banalmente, non è altro che un corridore, un ciclista professionista impegnato durante il Tour de France. Chiaro ed evidente come la carica narrativa di tutto ciò possa essere molto interessante e stimolante. Eppure queste nostre alte aspettative non sono state pienamente soddisfatte. Un peccato, perché in certi passaggi particolarmente ispirati la penna di Mungo Reed appare capace di descrivere la sofferenza e, al contempo, lo studio tattico dei ciclisti, però questi punti sono troppo pochi per poter essere definiti parte essenziale del libro. Ma andiamo con ordine.

domenica 20 gennaio 2019

Quindici sfumature di tradimento: "Mentiras"


Mentiras

racconti dal mondo ispanico
di AA.VV.
Alessandro Polidoro editore, 2018

pp. 199
€ 12 (cartaceo)
Ebook non disponibile




Mentiras, ossia bugie, tradimenti. Il tradimento inteso in senso lato, nelle sue diverse accezioni: fra coniugi, amanti, amici, comunque sia una frattura nelle dinamiche relazionali. Questo è il tema conduttore di questa raccolta di brevi racconti a opera di scrittori contemporanei spagnoli e ispanoamericani, storie di uomini e donne alle prese con desideri, passioni, rimorsi e sensi di colpa.

Tradire per debolezza, per caso o per necessità, comunque azioni e storie che lasceranno strascichi nelle vite degli uomini e delle donne che abitano questi racconti, in qualità sia di "traditori" sia di "traditi": poche pagine, a volte poche frasi che tuttavia riescono a smuovere l'interesse di chi legge, agendo inevitabilmente sull'apparato emotivo. Protagonisti delle vicende sono persone comuni, alle prese con la gestione dei propri percorsi di vita e dei relativi momenti emergenziali o comunque imprevisti, oppure - al contrario - pianificati a tavolino. Momenti che in ogni modo avranno un impatto significativo sul rapporto con gli altri.

"La vita è dolore, è tragedia, è la forza che ci fa risplendere": l'impresa "impossibile" di Jón Kalman Stefánsson

Storia di Ásta
di Jón Kalman Stefánsson
Iperborea, 2018



Titolo originale: Saga Ástu

Traduzione di Silvia Cosimini

pp. 479  
€ 19,50 (cartaceo)


I tuoi occhi che un tempo mi illuminavano sono diventati un buco nero – lo spazio che separa l’amore e l’odio è più o meno lo stesso che si trova tra la vita e la morte. (p. 461)

Il romanzo di Stefánsson è talmente ricco e stratificato che è impossibile tanto scrivere una recensione che gli renda davvero giustizia, quanto lasciarlo andare una volta letta l'ultima pagina. Le prime avvisaglie si hanno già dal principio, con una dichiarazione programmatica inusuale, che rovescia le aspettative consuete: 
Le pagine che seguono raccontano la storia di Ásta, che un tempo è stata giovane, e che ormai è piuttosto anziana nel momento in cui queste righe vengono scritte, o meglio, scribacchiate, perché qui accade tutto di fretta, anche quando, a volte, la storia procede con tale lentezza che il tempo è quasi sul punto di fermarsi. (p.9)

sabato 19 gennaio 2019

#Criticalibera - La febbre del calcio: chi ne soffre e chi ne è immune (primo tempo)


La Redazione di Criticaletteraria è sconvolta da un'epidemia di febbre. C'è chi ne sta soffrendo tanto e chi invece ne è immune. Non parliamo dei malanni di stagione (anche se quelli non mancano), ma della febbre calcistista. C'è chi è tifoso sfegatato e chi invece non ha mai capito nulla né dello sport né di questa divorante passione. Prendendo spunto dal romanzo di Nick Hornby "Febbre a 90°", Marco Caneschi (tifoso) cerca di spiegare a Giulia Pretta (non tifosa) cosa si cela dietro questo entusiasmo per il calcio. E si prendono ben due puntate per farlo: una oggi e una lunedì. Si sa come vanno questi posticipi di campionato.


Giulia: L’attento antropologo può osservare un interessante fenomeno che coinvolge una larga fetta di popolazione a qualunque latitudine e longitudine: uomini, donne e bambini, a volte da soli, ma il più delle volte concentrati in luoghi di aggregazione sociale quali i bar, si infervorano davanti a uno schermo luminoso che rimanda loro le immagini di 22 uomini, divisi in gruppi da 11 e ogni gruppo contrassegnato da una maglia di colore diverso, che corrono su e giù per un campo d’erba e tentano di spedire un pallone nella porta del proprio avversario. E i gruppi di uomini, donne e bambini davanti allo schermo si infervorano, si agitano, urlano incoraggiamenti, tirano vigorose imprecazioni. L’antropologo preparato sa che quella è solo una piccola parte del pubblico della manifestazione sportiva calcistica e sa che esiste un’ampia fetta di “tifosi” (così vengono chiamati quelli che si infervorano, ma che, di fatto, non contribuiscono allo svolgimento della partita) che preferisce riunirsi proprio nel luogo in cui la partita di calcio si svolge: lo stadio. In questo modo, oltre che infervorarsi con i giocatori, può anche sfogare il proprio senso di frustrazione o di esultanza nei confronti dei tifosi della squadra avversaria.
Ogni volta che osservo gruppi di tifosi o ascolto i loro racconti sulla visione di questo o quell’incontro, dei loro riti scaramantici, delle loro rinunce fatte in nome di questo sport che un famoso ministro inglese definiva come più appassionante della vittoria o della sconfitta in una guerra, mi sento come un’antropologa che osserva rituali al di fuori della propria cultura. Cresciuta in una famiglia completamene disinteressata del calcio, non sono mai andata oltre il sapere che rossoneri e bianconeri sono nemici giurati e che quando rossoneri e neroazzurri si incontrano la partita viene chiamata “derby”. Come buon proposito sono quindi andata in cerca di un romanzo che potesse, almeno in parte, sollevare il velo sul mistero che avvolge questo sport e ho deciso di dare questa possibilità allo scrittore britannico Nick Hornby e al suo romanzo Febbre a 90. L’autore racconta la sua biografia strettamente legata alla divorante passione calcistica per il club dell’Arsenal. Su questo punto mi sono dovuta fermare a chiedere spiegazioni al corrispondente a Hornby più vicino che potessi trovare: Marco Caneschi che da mesi prova a insegnarmi qualcosa di più sul mondo del calcio. Marco, ma cos’ha l’Arsenal di così speciale?

Marco: Beh, l’Arsenal è una delle società più gloriose del calcio britannico, anche se per parte del libro non se la passa tanto bene. Come sai, anzi… non sai, il calcio è nato proprio in Inghilterra dove dal 1871 si gioca la più antica competizione ufficiale al mondo. No, non è il campionato, non trarre le
conclusioni affrettate tipiche di chi ha da recuperare il tempo perduto. Un mucchio di tempo. Sto parlando della coppa d’Inghilterra. Competizione che ancora oggi equivale per prestigio al campionato. E questa è una caratteristica solo inglese. Nelle altre nazioni europee, vincere lo scudetto vale centomila volte di più della coppa nazionale. Sì, hai capito bene, l’Inghilterra anche nel calcio, come ai distributori con i galloni o nelle strade con le miglia, fai un po’ come cavolo le pare. Come dici? Ah, sì: come in Europa con la Brexit. Giusto. A te studio.

Giulia: E infatti il romanzo parte, come ogni biografia che si rispetti, dall’infanzia di Hornby che nel 1968 vive il traumatico divorzio dei propri genitori. Il calcio diventa il collante, l’attività da fare nelle giornate che gli spettano da passare con il padre. Qui comincia quello che lui definisce un amore acritico e inspiegabile per questo sport che si intreccia inestricabilmente alla sua vita. Le partite sono un rito di condivisione virile che sarà prima con il padre, poi con il fratellastro e con vari compagni d’arme lungo tutta la sua vita.

Marco: Tu che parli di antropologia non ti sarà ignoto che tutti i popoli della Terra, ma proprio tutti, lungo i millenni, sono stati accomunati da una cosa. A dire il vero piuttosto macabra. I sacrifici. Dove e con cosa comincia la cultura occidentale? L’Iliade con cosa ti mette a confronto, subito? Molti popoli, anche piuttosto evoluti da certi punti di vista, tipo i celti, gli aztechi, erano sostanzialmente dei cannibali. Oggi è chiaro che non abbiamo più altari dove aprire petti umani ma non è che il sacrificio sia scomparso. Ha perso i suoi connotati oggettivi, sociali, per privilegiare una dimensione individuale. E il tifo per una squadra di calcio è la quadratura del cerchio. Credo che ci torneremo su questo punto.

Giulia: Comunque ero attenta durante la tua spiegazione di prima sulla coppa. Ma non abbiamo anche noi la coppa Italia? È diversa da quella from the UK?

Marco: Lo sai perché la coppa d’Inghilterra è unica? Perché è aperta a tutti. Dai dilettanti buoni per partite tra scapoli e ammogliati al Manchester United, la società che fattura di più nel pianeta.

Giulia: Nel pianeta calcio?

Marco: Come sei sprovveduta. Nel pianeta Terra! Vi si affrontano più di 750 squadre da agosto al giugno dell’anno dopo, con turni eliminatori a ripetizione. Dove le squadre inferiori sognano, a volte riuscendoci, l’impresa e il calcio ritorna a essere perfino romantico. Gli accoppiamenti sono completamente casuali e non ci sono teste di serie. Chi perde, puoi chiamarti come vuoi, va a casa. Da vetusti e sperduti campi di provincia si giunge alla maestosa cornice dello stadio della finale: Wembley. Con una fantastica capacità di abbracciare la passione popolare, a ogni latitudine. Almeno d’oltremanica. E se uno guarda l’albo d’oro… scopre che l’hanno vinta due volte perfino gli studenti dell’Eton College.

Giulia: Quello da dove sono usciti il Duca di Wellington, George Orwell…

Marco:… e Ian Fleming, sì. E più recentemente i principini futuri re. Sempre che la vegliarda, come dire… si decida. E arriviamo all’Arsenal: è la squadra che ne ha vinte di più, 13. Contro le 12 del Manchester United. Ti ripasso la linea.

Giulia: Se la Regina leggesse la tua frase sopra si farebbe una bella risata prima di uscire a caccia con i suoi corgi.
Tutti i capitoli del romanzo (e della vita) di Hornby sono legati e cominciano con una determinata partita: Arsenal-West Ham, Swindon Town-Arsenal… l’autore ha di tutti gli incontri dei ricordi vividissimi e precisi: era seduto o in piedi quando Tizio segnò contro Caio? (lo sto facendo apposta per farti arrabbiare) Il tifoso davanti a lui quando l’arbitro fischiò il rigore aveva la pelata o il cappello? Alcuni sono club che persino io ho sentito nominare, altri completamene sconosciuti, ma ora con la tua spiegazione sulla coppa mi è più chiaro il perché alcuni siano fuori dalle conoscenze del pubblico. Dai, rendimi più edotta e citami qualche squadra che non posso non conoscere.

Marco: Dunque, abbiamo detto il Manchester United e l’Arsenal che hanno nel palmares, accanto alle coppe d’Inghilterra, anche 20 e 13 campionati. Oltre che trofei internazionali, a dire il vero soprattutto lo United. Ma la più grande di tutte è di sicuro il Liverpool. Mi duole dirlo da juventino perché il Liverpool è legato a un ricordo drammatico della storia della Juventus, ma… i Reds sono i Reds e quando prima dell’inizio della partita allo stadio di Anfield tutti cantano, ma parlo proprio di tutti, di 55.000 persone, “You’ll never walk alone”, non ci sono cazzi. Hai i brividi meglio di una tempesta ormonale. Reds è uno dei tanti nomi grazie ai quali noi appassionati distinguiamo le squadre inglesi e di conseguenza i loro tifosi. Ecco un piccolo campionario: i Red Devils sono quelli del Manchester United, poi ci sono i Gunners, i cannoni, e sono i nostri londinesi dell’Arsenal, i Toffies sono l’Everton, come le caramelle, esatto, gli Spurs, gli speroni, sono il Tottenham, gli Hammers, i martelli, sono il West Ham, la squadra più importante dell’est di Londra, sì del punto cardinale opposto, ormai lo abbiamo capito che gli inglesi fanno come pare a loro, i Cottagers sono il Fulham e siamo in una delle zone più ricche della capitale inglese, i Magpies, le gazze, sono il Newcastle, i Rovers, i corsari, sono il Blackburn e se vogliamo tornare a Londra, per chiudere la piccola carrellata, è giusto ricordare anche due squadre minori ma che hanno un seguito popolare straordinario: il Crystal Palace, gli Eagles, e siamo a sud, e il Millwall, in origine il club dei docks di Londra e nonostante una storia vissuta principalmente tra la seconda e la terza divisione, beh… se vuoi odiare sul serio il West Ham devi tifare i Dockers. Ti vorrei anche raccontare un aneddoto sulle maglie bianconere della Juventus, ma penso di averti dato abbastanza informazioni per questo giro. Resisti fino lunedì?

Giulia: Terrò a bada la curiosità. Fino a lunedì penso proprio che studierò e rileggerò bene tutto quello che mi hai detto. 

Marco Caneschi e Giulia Pretta

#CriticARTe - Steve McCurry "Animals" al Mudec


Steve McCurry
Animals

a cura di Biba Giacchetti

Catalogo della mostra di Milano, Mudec–Museo delle Culture (16 dicembre 2018 – 31 marzo 2019)

Formato cm 25 x 29

cartonato
pp. 128
€ 25,00

“Animals ci invita a riflettere sul fatto che non siamo soli in questo mondo” spiega la curatrice della mostra Biba Giacchetti che prosegue “in mezzo a tutte le creature viventi attorno a noi. Ma soprattutto lascia ai visitatori un messaggio: ossia che, sebbene esseri umani e animali condividano la medesima terra, solo noi umani abbiamo il potere necessario per difendere e salvare il pianeta.”
L’iconografica cifra stilistica di Steve McCurry inaugura con la mostra “Animals” il nuovo spazio espositivo dedicato alla fotografia presso il Museo delle Culture di Milano: MUDEC PHOTO.

venerdì 18 gennaio 2019

Per visibilia ad invisibilia, sulle tracce del Sacro Graal

Fuoco invisibile
di Javier Sierra
DeA Planeta, 2018


Titolo originale: El fuego invisible
Traduzione di Claudia Acher Marinelli


pp. 522
€ 18.00 (cartaceo)
€  9.99 (formato Kindle)




«Scrivere significa cercare. Un giorno lo capirai. Se per caso diventerai uno scrittore, passerai la vita a cercare. E non smetterai mai di farlo. Mai». (p. 31)
Sono queste le parole che il famoso scrittore José Roca rivolge al nipotino David, quasi 10 anni, che gli chiede dove mai il nonno trovi le sue storie, quelle che racconta nei suoi romanzi e che poi viaggiano per tutto il mondo, di mano in mano, di persona in persona, di libro in libro.
Senza volerlo il ragazzino ha messo il dito nella fonte del mistero e in quello che sarà il fulcro portante di tutto il libro. Da dove arriva l'ispirazione agli scrittori? Dove si alimenta questo loro «fuoco invisibile»?
Il romanzo inizia quando David, ormai trentenne, professore di linguistica al Trinity College di Dublino, una grande passione per l'etimologia delle parole, viene inviato a Madrid, sua terra natale, alla ricerca di un libro antico. Ma è solo un pretesto. In realtà, la madre lo invia in Spagna perché possa riallacciare i fili del suo destino. Non a caso il biglietto che accompagna i pass aerei in regalo dice: «Così ti ricorderai da dove vieni. Buon viaggio, figlio mio».

Quando le frivolezze diventano belle storie, dietro c'è Elizabeth Von Arnim

Una principessa in fuga
di Elizabeth Von Arnim
Fazi, 2018

Traduzione di Sabina Terziani

pp. 280
€ 15

Immaginatevi di non poter mai stare soli un istante dal momento in cui ti alzi dal letto al momento in cui ti ci infili di nuovo. (p. 15)

Chi riuscirebbe a reggere una situazione del genere? Noi comuni mortali non di certo, ma una principessa, a cui è chiesto per nascita uno stile di vita del genere, dovrebbe essere in grado di trasformare una prigionia in uno stile di vita normale. Non è così per Priscilla di Lothen – Kunitz, che vuole scappare dal Granducato situato nel meridione d’Europa, una ridente regione di fertili pianure e di colline rivestite di foreste e di ampi fiumi, governata dal suo testardo padre. Sua Altezza Granducale la Principessa, fino ai ventuno anni, era stata una giovane dama molto promettente per l'alta società mitteleuropea. Graziosa d’aspetto, era più alta della media, di carnagione chiara, con begli occhi grigio azzurri e una bocca dolce con labbra piene dalla linea gentile. 

giovedì 17 gennaio 2019

Stella. Il racconto di un amore sbilanciato nella Berlino dei nazisti

Stella
di Takis Würger
Feltrinelli, gennaio 2019

pp.182
€ 16 (cartaceo)
€ 9,99 (ebook)


Berlino, anni Quaranta. In certi locali c’è una musica swing che accompagna l’apparente leggerezza della vita, tra un allarme antiaereo e i comandamenti di Goebbels, c’è l’Arte che il Reich considera degenerata e c’è in sottofondo la vita che vuole danzare, ma deve nascondersi. Ci sono Fritz e Kristin, il loro rapporto strano, ci sono amici e conoscenti, c’è l’apparente leggerezza dell’enigmatica protagonista e il contrasto, netto, con l’atrocità della vicenda, raccontata in maniera magistrale da Takis Würger nel suo Stella, in uscita per Feltrinelli, nella traduzione italiana. 
L’autore, giornalista di Der Spiegel, e scrittore, ci racconta un personaggio, partendo da una storia vera, romanzando alcuni avvenimenti, ma lasciando intatta la crudeltà della storia; sia attraverso l’espediente della sequenza storica di avvenimenti con cui si susseguono gli incipit dei capitoli, sia lasciando in corsivo stralci dei processi a carico dell’imputata. Chi è la vittima e chi il carnefice? Questo è il vero interrogativo del romanzo, che non intendiamo svelare, e in generale, su avvenimenti così complessi, è questo il nodo centrale su cui si susseguono le teorie degli storici. Oltre ad indagare il “come”, Würger ci spinge oltre, facendoci progredire, dolcemente e atrocemente verso il “perché”. 

Le nebbie di Avalon. Parte prima - Il ciclo di re Artù si riveste di una nuova epicità

Le nebbie di Avalon. Parte prima (titolo originale: The Mists of Avalon)
di Marion Zimmer Bradley (traduttore: Flavio Santi)
HarperCollins, 2018
(prima edizione in lingua originale: Baen, 1983;
prima edizione in lingua italiana: Longanesi &C., 1986)

pp. 600
€ 22 (cartaceo)
€ 9,99 (ebook)

L'uomo può obbedire ciecamente ai sacerdoti e alle loro leggi e vivere nell'ignoranza, oppure può scegliere di disobbedire, seguire il Portatore della Luce e subire le sofferenze della Ruota della Rinascita (p. 93).
Il mio primo approccio con Le nebbie di Avalon. Parte prima è avvenuto in maniera insolita, del tutto opposta a quella che con cui ci si accosta a un libro normalmente.
Se infatti dapprima si legge un'opera e poi le sue critiche, io tempo fa mi "scontrai" con l'ultima fatica letteraria di una delle mie autrici preferite all'interno del panorama nazionale: L'inferno è una buona memoria - Visioni da Le nebbie di Avalon (Marsilio, 2018, qui la mia recensione) di Michela Murgia, scrittrice, tra gli altri, di Accabadora, pubblicato da Einaudi nel 2009 (qui una mia rilettura).
Questo libretto dell'autrice sarda costituiva uno splendido inno al femminismo contenuto ne Le nebbie di Avalon, forse la saga maggiormente conosciuta della scrittrice statunitense Marion Zimmer Bradley (Albany, 1930 - Berkley, 1999), che con questa si aggiudicò il premio Locus Award come miglior romanzo fantasy.
Incuriosita e ammirata dalle parole della Murgia, ho iniziato a sfogliare la nuova edizione di quest'opera, pubblicata ora in Italia in due volumi dall'editore HarperCollins in una nuova versione integrale ritradotta da Flavio Santi senza le precedenti censure.

mercoledì 16 gennaio 2019

#CriticARTe - Magritte - La Ligne de vie


Magritte. La Ligne de vie
Skira, 2018

Lingua: inglese, francese ed italiano
Dimensioni: 22 x 28 cm
Pagine: 200
Illustrazioni a colori: 162
Illustrazioni in b/n: 33
Rilegatura: Cartonato

€ 35,00

La mostra: Magritte. La ligne de Vie
Lugano, Museo d’arte della Svizzera italiana
16 settembre 2018 – 6 gennaio 2019

Helsinki, Amos Rex Museum

8 febbraio – 19 maggio 2019


Pubblicato da Skira in edizione italiana, inglese e francesce, lo splendido catalogo dedicato a René Magritte completa la mostra recentemente conclusasi presso il museo del MASI - LAC Lugano, dedicata all’artista belga maestro del surrealismo.

Laboratorio manoscritto. "Teorie e istituzioni penali" di Michel Foucault


Teorie e istituzioni penali. Corso al Collége de France (1971-1972)
di Michel Foucault
Feltrinelli (2018, prima ed.)

A cura di Deborah Borca - Pier Aldo Rovatti

pp. 352
€ 35,00



Tutto potrebbe cominciare dall’attualità: ma se argomento è l’apparato detentivo, insieme con il carico di repressione e interdizione, insieme con il giudizio di valore, insieme anzitutto alla retorica della riabilitazione salvifica, attualità è sempre. Bisognerà allora esordire, affidandosi alle tracce che lo stesso Michel Foucault abbandona tra i  fogli manoscritti del corso presentato nel 1971-1972 al Collège de France, “Teorie e istituzioni penali”, edito da Feltrinelli nella curatela italiana di Deborah Borca e Pier Aldo Rovatti, con una sollevazione popolare che nel biennio 1639-1640 scuote le fondamenta della Normandia e della nazione francese, quella dei cosiddetti “piedi scalzi” (di cui una nota del volume segnala la precisa cronologia), subito repressa dall’intervento del potere centrale nella figura del cancelliere Sèguier. Il sovrano è sostituito, meglio, destituito dal potere civile, «al posto del re assente si presenta il corpo visibile dello Stato» (ivi, p. 87).

In che relazione sono, la Storia e l’epoca contemporanea? È il cruccio di chiunque desideri leggere Foucault senza l’appello all’autorità accademica della nuda citazione. Proprio quando sembra che l’analogia tra un certo intervento, ad esempio, pre-moderno e alcune decisioni giuridiche dell’esecutivo così prossimo da farsi contingente, ecco che la figura retorica si sottrae al proprio ufficio, sgattaiola lontano. Si credeva di possedere un’analogia e si stava invece accarezzando una allitterazione.

martedì 15 gennaio 2019

«La mancanza di mio padre si era trasferita di sopra, sul tetto, mentre sotto si recitava il teatro di un'unica litania»: "Addio fantasmi" di Nadia Terranova

Addio fantasmi
di Nadia Terranova
Einaudi, 2018

pp. 200
€ 17 (cartaceo)
€ 9,99 (ebook)


Non siamo qui per seppellire ma per esumare.

Ci sono fantasmi che possono condizionare la vita di una persona per sempre. O quasi. Ida, la protagonista del nuovo romanzo di Nadia Terranova, Addio fantasmi, vive a Roma con suo marito, eppure ancora sente il peso del fantasma di suo padre: infatti, da quando aveva tredici anni deve fare i conti con la sparizione dell'uomo, dopo un periodo di depressione. Non è mai stato ritrovato un corpo, né lei e la madre hanno più avuto notizie di e da lui. Eppure, ogni volta che sentono chiamare "Sebastiano" per strada, le due non possono fare a meno di pensare a lui e provare un brivido. Perché 
la morte è un punto fermo, mentre la scomparsa è la mancanza di un punto, di qualsiasi segno di interpunzione alla fine delle parole. Chi scompare ridisegna il tempo, e un circolo di ossessioni avvolge chi sopravvive.

Il politicamente corretto come espiazione delle colpe dell'occidente nel saggio di Eugenio Capozzi

Politicamente corretto. Storia di un’ideologia
di Eugenio Capozzi
Marsilio, 2018

pp. 206
€ 17


La visione eticista della storia coloniale poneva le basi per una serie di vincoli restringenti a tutte le branche discorso pubblico in tema di rapporti tra culture. L’Altro rispetto all’Occidente doveva necessariamente, in quanto alienato dall’imperialismo, essere raffigurato come buono, innocente, vergine. Ogni confronto di civiltà, di modello socio-politico tra paesi industrializzati ex coloniali e il terzo mondo non poteva essere concepito come astrattamente oggettivo: i pregi del secondo andavano ricondotti alle origini autoctone, mentre i difetti dovevano essere addebitati a cause esterne, cioè alle colpe dei primi. (pp. 77-8)

Nella citazione riportata è racchiusa, in una summa estrema, il pensiero al fondo di questo saggio storico-politico-filosofico. Il concetto di base, infatti, è che, se oggi ci ritroviamo con «Il finale della Carmen riscritto. Una petizione per rimuovere dal Metropolitan di New York un quando di Balthus contestato per presunta pedofilia. Ovidio bandito dalle università americane perché offensivo e violento» (bandella di sinistra) c’è un motivo, e quel motivo è da rinvenire nel senso di colpa dell’occidente (e nello specifico dell’Europa) per l’eurocentrismo dell’epoca moderna, per il suo passato coloniale, per l’imperialismo e, last but not least, per la catastrofe del nazismo e della seconda guerra mondiale.