mercoledì 30 gennaio 2019

Il Salotto - «Gli insegnanti ci mostrano come costruire il nostro futuro, ma poi la loro condizione instabile non gli permette di fare altrettanto»: intervista a Mariafrancesca Venturo

L'autrice Mariafrancesca Venturo
Foto di © Francesco Toiati
Il 17 gennaio è uscito in  libreria Sperando che il mondo mi chiami, nuovo libro di Mariafrancesca Venturo. L'autrice, oggi insegnante elementare, ha all'attivo diverse pubblicazioni, e stavolta ha deciso di dedicarsi alla scrittura di un libro sul mondo della scuola. La storia racconta di Carolina, giovane insegnante alle prese con i primi incarichi e le prime supplenze. La penna della Venturo, delicata e mai banale, precisa e scorrevole, delinea con nitidezza il mondo precario della scuola, e racconta l'evoluzione interiore della protagonista, delineando un quadro di straordinaria efficacia.

Cara Mariafrancesca, innanzitutto grazie di aver accettato di rispondere a qualche domanda sul tuo libro. Prima di tutto, complimenti, come dico nella recensione è un libro davvero piacevole. Partiamo dalle informazioni che vengono riportate su di te: sulla copertina c'è scritto che anche tu, come Carolina, sei una maestra elementare che vive a Roma. Viene spontaneo chiedersi, quanto di te c'è nelle avventure della tua protagonista?

Grazie a voi per questa opportunità.
Roma è la mia città, ci sono nata, continuo a viverci, a Roma lavoro, nonostante sia romana solo di seconda generazione: nessuno dei miei nonni è nato qui.
Sicuramente molte delle esperienze che ho vissuto durante il periodo in cui ero precaria hanno alimentato alcune delle vicende vissute da Carolina: anche io lavoro nella suola primaria che a me piace chiamare ancora “elementare”, un termine che mi rimanda piacevolmente a una sorta di chimica magica da cui può scaturire di tutto.
Ma Carolina non sono io, potrei dire che in lei sono concentrate molte delle caratteristiche del tipo di maestra che volevo raccontare, certo un po' siamo simili, ma la vita ci ha portato a manifestare le nostre passioni in modi e luoghi differenti.



Sempre sul risvolto di copertina, leggiamo che prima di approdare alla scrittura romanzata hai scritto saggi su Sanguineti e un libro sullo shopping compulsivo. Come ti è venuto in mente, dopo delle pubblicazioni tanto diverse, di scrivere un romanzo sulle avventure di una giovane maestra romana?

Dopo averla vissuta in prima persona, ho pensato che l'esperienza del precariato scolastico fosse una storia importante da raccontare.
Gli insegnanti sono coloro che ci aiutano a scoprire le nostre potenzialità e a metterle in pratica nella vita: ci mostrano come costruire il nostro futuro, ma poi la loro condizione instabile non gli permette di fare altrettanto.
Inoltre l'insegnamento si basa su un rapporto di condivisione e fiducia che, soprattutto nei bambini della scuola elementare, cammina fianco a fianco con la sfera affettiva e ogni volta che si riesce ad instaurare un rapporto del genere, il distacco che avviene quando la supplenza finisce genera un brusco senso di perdita, di incompiutezza nonostante i bambini conservino risorse inaspettate e reagiscano ai cambiamenti con grande generosità e inventiva: in più di un'occasione sono stati loro ad incoraggiarmi ad andare avanti augurandomi una classe tutta mia.


Come ho scritto nella recensione, desta particolare curiosità la scelta di anticipare, rispetto al finale, la chiusura del caso che vede protagonista Sara. Come mai non hai deciso di sfruttare la suspense delle indagini per tenere in sospeso la curiosità del lettore e hai deciso, nell'ultima parte, di concentrarti sulle vicende personali della vita di Carolina? È stata una cosa voluta oppure ti è venuto spontaneo?

L'incontro con Sara è un momento cruciale nella vita di Carolina, una prova che la porterà a mettersi in gioco senza riserve.
Prima di conoscere Sara, Carolina concepiva il proprio lavoro come una routine fatta di addii e punteggi da accumulare con una certa rassegnazione e senza un reale coinvolgimento.
Sara la costringe a immergersi nella sua storia, a sentirsi responsabile di qualcuno anche dopo che la porta della classe si è chiusa. Carolina dopotutto è una ragazza sensibile e sente di non avere alternative: Sara non ha nessun altro a cui chiedere aiuto. A quel punto, tutto ciò che per Carolina contava, punteggi, graduatorie e burocrazia passa in secondo piano. Dopo questa vicenda Carolina è cambiata, radicalmente, smette di pensare alla burocrazia come riferimento principale e sceglie una strada tortuosa, un corso di specializzazione basato sulla reale acquisizione di competenze e che non dà alcun punteggio ma che la farà crescere non solo professionalmente ma anche umanamente. Carolina è pronta a lasciare una supplenza temporanea per un incarico annuale ed è lei che stavolta decide consapevolmente e non senza rimorso di lasciare una classe che è quasi diventata la sua e non lo fa soltanto perché ha bisogno di uno stipendio regolare ma perché ha accettato il suo cambiamento e vuole continuare il suo lavoro con nuova ritrovata motivazione.
Secondo me bisognava raccontarlo così.


4. La scelta di lasciare in sospeso – o perlomeno di non dichiarare esplicitamente – l'esito della storia tra Violoni e Carolina a cosa è dovuta?

La storia tra Violoni e Carolina è molto diversa dalla storia che Carolina ha avuto in precedenza.
La storia con Erasmo era tarata su una quotidianità destinata a ripetersi ogni giorno uguale, Erasmo è quasi un compagno immaginario che appare e scompare, la chiama all'improvviso proprio come fanno le scuole e a lei serve soprattutto per riempire un vuoto.
La storia con Violoni è una storia basata su un vissuto comune, concreto, costruita alternativamente su conflitti e affinità ma comunque reale. Quello che conta è che sia finalmente una storia vera, priva di idealismi, l'importante è che Carolina sia riuscita ad esporsi anche sentimentalmente senza costruire ombre, al di là di come andrà a finire.
Però sarei curiosa di sapere che fine hanno fatto.


6. La scrittura è certamente un punto a favore notevole del libro, poiché risulta sempre molto delicata e lieve, ed è connotata da un lirismo fortemente accentuato soprattutto in alcuni punti. Hai esperienze di scrittura poetica oppure è un versante che non hai mai sperimentato?

Ho scritto qualche poesia ai tempi dell'università ma sempre per gioco. Mi piace però ritrovare la poesia sia nei testi che eppure amo che in tutto quello che è capace di restituirla anche in modi meno convenzionali, dai grandi cantautori alle bambine e ai bambini della mia prima elementare.

7. Un'altra bella caratteristica del libro è l'approfondimento psicologico con cui tratti i tuoi personaggi: le esperienze da attrice hanno influito in qualche modo su questa capacità oppure è una dote innata?

Credo che il principale motivo per cui anni fa decisi di frequentare il teatro era la curiosità di sperimentare che cosa si provasse nei panni di altre persone in ambienti ed epoche anche lontani da me. È stata sicuramente un'esperienza molto formativa che mi è tornata utile in situazioni apparentemente diverse come scrivere questo romanzo.
Quando penso a un personaggio mi viene in mente istintivamente il suo tono di voce, il timbro, il volume che usa per dire certe frasi, il suo modo di camminare o di cucinare, in ogni personaggio c'è una musica interiore fatta di tanti elementi che è sempre bello ascoltare.


8. Hai in cantiere altri progetti? Stai già lavorando a qualche altro libro?
Sto prendendo parecchi appunti. Il materiale è tanto.

Ringraziamo Mariafrancesca Venturo per il tempo dedicatoci, rinnovando i complimenti e augurandole il meglio per la sua carriera!
Valentina Zinnà