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Il vincolo della vergogna: lo sguardo obliquo di Carlo Ginzburg dalla microstoria al presente collettivo

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Il vincolo della vergogna. Letture oblique
di Carlo Ginzburg
Adelphi, 2026
 
pp. 280
€ 28 (cartaceo)
€ 14, 99 (ebook)  
 

«Sono stati, e saranno, gli specialisti a valutare i risultati delle letture oblique che presento qui» – annuncia Carlo Ginzburg nella prefazione al suo ultimo lavoro, Il vincolo della vergogna. Letture oblique (Adelphi, 2026). È curioso che a restituirne un’impressione sia qualcuno che specialista non è – come chi scrive – in nessuno dei sedici saggi che compongono il volume. E tuttavia è lecito supporre che molti, tra i lettori, si troveranno nella medesima condizione. Da Thomas Hobbes all’ambigua eredità di Mircea Eliade, da Marcel Proust a Primo Levi, fino alle riflessioni sulle fake news e le modalità di lettura del presente, i saggi di Ginzburg richiedono un discreto sforzo cognitivo. Proprio perché appare raro – impensabile? – che il lettore medio possieda competenze tali da destreggiarsi con disinvoltura tra contenuti così variegati, una lente non specialista può forse offrire un orientamento concreto su cosa aspettarsi da questa raccolta. Stimolante e impegnativa.

Punto uno. Un ipotetico lettore di Ginzburg deve sapere che il volume in questione non è un saggio, né si occupa di vergogna in senso stretto. Il vincolo a cui allude il titolo, piuttosto, risponde alla necessità di individuare un collante: un filo invisibile che – talora non senza forzature – si può riscontrare in alcuni dei contributi. Non in tutti: i temi sono infatti vari e affrontano  in maniera “obliqua”, per lappunto – un autore, un libro, una frase, persino una parola, per poi approdare a una serie di generalizzazioni. Muovendo da un dettaglio, la microstoria diventa presupposto per riflettere sul presente collettivo.

L’unico saggio in cui Ginzburg traccia le radici storiche della vergogna, con approfondimento del ruolo che essa occupava nella cultura greca, è quello che inaugura il volume, e ne porta il titolo (Il vincolo della vergogna):

Molto tempo fa mi sono reso conto improvvisamente che il paese al quale apparteniamo non è, come vuole la retorica, quello che si ama, ma quello di cui ci si vergogna, o di cui ci si può vergognare. La vergogna può essere un legame più forte dell’amore. […]. La vergogna non nasce da una scelta: ci piomba addosso come una malattia improvvisa, invadendo i nostri corpi, i nostri sentimenti, i nostri pensieri (p. 17).

È lecito domandarsi se non sia un limite che l’analisi di una passione sociale tanto complessa resti confinata a un solo saggio, riemergendo nei contributi successivi più come presupposto che come oggetto di indagine. Tuttavia, non era questa l’intenzione dell’autore. Nella prefazione al volume, Ginzburg, da ottimo storico, puntualizza la natura del libro e il criterio metodologico che ne orienta la struttura: esso si muove tra testi letterari, fonti storiche e riflessioni antropologiche accomunate da uno sguardo obliquo che problematizza, non senza unesaltazione per l’inaspettato. I contenuti, però, restano eterogenei, raccogliendo in un volume unitario stratificazioni di studi maturati nel tempo, di frequente rielaborazioni di interventi presentati in occasione di convegni.

Così si perviene al secondo punto, che il lettore deve tenere a mente: i saggi presentano un’impostazione più scientifica che divulgativa. Certo non è un difetto in sé; ma è bene sapere che il livello di dettaglio dell’analisi rende l’opera apprezzabile in modo particolare per un pubblico attrezzato: se non propriamente accademico, perlomeno disposto a uno sforzo superiore a quello normalmente richiesto dalla saggistica divulgativa, dove la semplificazione accresce l’accessibilità.

Precisato questo, non mancano però le eccezioni. Vi sono saggi in cui la maggiore vicinanza dei temi al presente rende la lettura più fruibile. È il caso del saggio La fragilità della libertà  dove si riflette sulle ragioni che spingono le masse a lasciarsi sedurre da figure carismatiche che si propongono come guide; ma anche del contributo conclusivo dedicato alle fake news  in cui l’invito a interrogare lattualità con distacco critico si traduce nell’auspicio di un uso della rete più sofisticato, diritto non alla pura sete di risposte, ma a una fertile amplificazione delle domande.

Altrettanto stimolanti sono, infine, gli inserti biografici che costellano qui e là la giovinezza di Carlo Ginzburg, restituendo affreschi aneddotici della madre Natalia Ginzburg e del padre Leone Ginzburg, della realtà editoriale Einaudi e della frequentazione, poi divenuta amicizia, con Italo Calvino. Rimandi che, oltre a personalizzare la narrazione, restituiscono uno spaccato appassionante dell’élite intellettuale novecentesca.

Non c’erano dubbi che la lettura di questa raccolta avrebbe offerto più di uno spunto di riflessione. Spiccano lo spessore e l’autorevolezza dei contributi dello studioso, sostenuti da uno stile argomentativo solido e mai fragile nelle conclusioni, che ne confermano la postura tra gli intellettuali più rilevanti del panorama contemporaneo. Il rigore metodologico e la vividezza intellettuale di Ginzburg costituiscono un patrimonio cui attingere con gratitudine. Colpisce, in particolare, la dichiarazione iniziale sull’«euforia» che accompagna l’avvio di una ricerca: quella sensazione di non sapere che alimenta la curiosità a caccia dell’inaspettato. Una riflessione potente in un’epoca in cui la soddisfazione sembra misurarsi soprattutto con il risultato immediato. La ricerca, al contrario, è esercizio di pazienza: insegna a sostare nell’incertezza, a procedere a tentoni in attesa di una chiarezza che si definisce solo col tempo. 

Rimane forse l’aspettativa, suggerita dal titolo e solo in parte soddisfatta, di un libro più centrato su un tema che meriterebbe di essere affrontato frontalmente: la potenza vincolante della vergogna. Tanto più in un’epoca in cui l’esposizione nell’agorà digitale ci colloca simultaneamente sul palco, come protagonisti e come potenziali bersagli. Così come rimane anche la difficoltà di misurarsi con una lettura pienamente accessibile solo a pochi. Ma proprio per questo la sua presenza nel panorama editoriale contemporaneo va rivendicata. 

Giulia Tardio