Antiniska Pozzi firma un romanzo emozionante, che definire di formazione non basta, in cui la rappresentazione realistica della realtà si lega a una cifra narrativa mitica e simbolica e l'ambientazione urbana e quella domestica diventano elemento narrativo attivo, facendosi specchio delle vite dei protagonisti. A giocare un ruolo decisivo è la scrittura: una prosa che tende al lirico, una sintassi asciutta e controllata, un lessico che mira alla densità semantica e all’economia espressiva, in cui ogni parola arriva, come una stilettata.
Il libro racconta la storia di Anna, bambina negli anni ’80, adolescente negli anni ’90 e donna matura nel terzo millennio, cresciuta a Milano, in una famiglia povera ed emarginata non solo dal punto di vista socioeconomico, ma anche culturale e linguistico: uno degli assi tematici meglio approfonditi è proprio la correlazione tra linguaggio e costruzione dell’identità personale.
Figlia di un operaio che lavora in nero e di una madre casalinga che periodicamente cade in depressione, Anna è una bambina silenziosa e poco brillante, non brava a scuola, terrorizzata dalla severità delle maestre e dalla crudeltà dei compagni. Non lo sa ancora esprimere in modo consapevole, ma vive in uno stato liminale, costantemente a disagio per come la madre la pettina e la veste: come un personaggio pirandelliano, sceglie di vivere in disparte, «spettatrice delle vite degli altri più che attrice della propria» (p. 49). Parla pochissimo e non sa fare le frazioni, ma intuisce che la sua famiglia ha un problema con le parole:
Quella dentro cui la bambina cresce è una lingua storta e rovinosa, una mistura di dialetto milanese, vernacolo toscano, ignorantese, vocaboli maremmani e bestemmie creative. (p. 30)
L’adolescenza opera su di lei un cambiamento decisivo: Anna, divenuta tra l’altro una liceale dagli ottimi voti, «dismette i vestiti della bambina strana e diventa una ragazza, un ragazza selvaggia», desiderosa di sperimentare, di non lasciarsi sfuggire neanche un’occasione.
In quell’estate del primo cinema, Anna sperimenta il potere dell’adolescenza, terra di confine dove quello che lega le persone e fa succedere le cose è un’alchimia misteriosa, che nessuno sembra davvero poter governare. (p. 53)
L’incontro con ‘l’altro’ è determinante. Frequentando un ragazzo appartenente a una diversa e più alta classe sociale, Anna realizza: la sua famiglia non le ha assicurato un background culturale adeguato e per questo è introversa, riservata, piena di vergogna; il suo ‘lessico familiare’ non le offre gli strumenti adatti a strutturare il mondo fuori di sé. Il senso di inadeguatezza è destinato a restare irrisolto, come una ferita non rimarginata che accompagnerà Anna fino all’età adulta, nonostante i titoli di studio acquisiti, tra l’altro proprio in ambito umanistico.
Perché in casa sua parlare è così diverso? Si parla poco e male, e quando Nino e Adriana aprono bocca lei è quasi sempre in imbarazzo. Non sono solo i congiuntivi sbagliati, o le volgarità disseminate un po’ ovunque, c’è qualcosa di storto in quella lingua, qualcosa di primitivo, come se portassero addosso e avanti una mancata evoluzione. (p. 53)
Il riferimento a Natalia Ginzburg è esplicito: Pozzi la cita sia in epigrafe, sia nel corso della narrazione, tenendola presente non solo per la essenziale questione del lessico, ma anche in quanto paradigma di realismo. Il romanzo, infatti, soprattutto attraverso il personaggio di Nino, il padre di Anna, restituisce al lettore anche un’immagine – non edulcorata, non idealizzata e priva di venature nostalgiche – dell’Italia operaia degli anni ’60 e ’70.
Anni di militanza nella sinistra operaia, anni di manifestazioni a fianco dei sindacati, per poi accettare un contratto finto e mezzo stipendio fuori busta? (p. 80)
Allo stesso modo, la società dei decenni successivi viene filtrata attraverso la presenza di alcuni elementi-simbolo: la ‘moda’ dell’eroina, per gli anni ’80, e quella delle Dr Martens, per i ’90.
Ma oltre a Ginzburg, Pozzi si affida a un altro nume tutelare: alla fine del testo ‘spunta’ in epigrafe una citazione tratta da L’isola di Arturo. Il ‘modello Morante’ rende ragione dell’ulteriore componente del romanzo, cioè quella lirico-simbolica, che convive (serenamente) con quella realistica di cui si diceva prima. Il personaggio focale, in questo caso, è quello di Adriana, la madre di Anna: una figura psicologicamente complessa, frustrata dalla povertà materiale, in lutto perenne per due figli non nati, ma poco espansiva e anzi violenta con i tre figli vivi, la cui infanzia è trascorsa in una famiglia bigotta, che le ha trasmesso il terrore ancestrale della Canuta: una strega cattiva, personificazione di paure infantili mai superate, temutissima profetessa di sventure che attraversa le pagine del romanzo come un leit motiv, arricchendole di atmosfere magiche, di suggestioni quasi mitologiche: appunto, morantiane.
Elide Stagnetti
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