La musica
di Marguerite Duras
L'Orma Editore, febbraio 2026
Traduzione di Cristina Eléni Kontoglou
pp. 156
€ 18 (cartaceo)
€ 9,99 (e-book)
Non c'è canzone d'amore che non sia funebre, non c'è ritornello erotico che non sia ironico: eccola, la musica. Una musica che i due personaggi della pièce conoscono bene. Nella hall di un hotel di Evreux, dove si incontrano per caso poco dopo aver divorziato, continuano a intonarla, a canticchiarla sottovoce, a mormorarla. Musica e parole. «Perché parlarsi?» dal momento che è tutto finito? O piuttosto: «Perché non parlarsi?», proprio perché è finito tutto?... Ma la parola, come la musica, non è mai innocente. Comporta sempre un rischio. Michel Nollet e Anne-Marie Roche lo imparano a proprie spese, loro che sono plasmati sugli amori della scrittrice: Dionys Mascolo (il padre di suo figlio) o Gérard Jarlot (una delle sue più grandi passioni) nella prima Musica del 1965, Yann Andréa ne La Musica Seconda del 1985. (pp. 11-12)
Forse è poco noto che la scrittrice Marguerite Duras non era solo autrice, ma anche regista e sceneggiatrice teatrale: è il caso di questo libro che ingloba in un'unica pubblicazione due opere teatrali legate ma al tempo stesso indipendenti, La Musica e La Musica Seconda.
Come ci dice la nota dell'editore italiano: «il presente volume riunisce La Musica, pubblicata nel 1965 nel tomo I del Théâtre di Marguerite Duras, e La Musica Seconda, pubblicata nel 1985 (Gallimard, collana Blanche in entrambi i casi). L'edizione italiana riprende, adattandoli, la prefazione e l'apparato di note dell'edizione Folio curata da Arnaud Rykner, che ha messo in luce con particolare chiarezza la logica interna del dittico e la specificità della riscrittura del 1985. La decisione di riunire i due testi rispetta una logica precisa dell'autrice, che ha sempre concepito la relazione tra queste opere non come una semplice successione o sostituzione, ma come un lavoro sulla ripresa, sulla variazione e sulla durata. La Musica Seconda designa l'intera opera del 1985 (si mantiene la maiuscola attribuita deliberatamente dall'autrice a «Seconda»), un titolo che può essere inteso insieme come "seconda Musica" e come seconda "presa" di una sequenza già eseguita, secondo una metafora di derivazione cinematografica esplicitamente rivendicata da Duras». (p. 7)
Il dittico teatrale dunque non vuole rappresentare un testo contrapposto all'altro, una modifica correttiva o un ripensamento da parte di Duras, ma una variazione sul tema, una versione più intensa della prima, più scabra, oscura, più intensa e meno dialogata. Si potrebbero prendere le due opere come il prolungamento dell'una rispetto all'altra, un dialogo amoroso che, a distanza di vent'anni (La musica è del 1965 e La Musica Seconda del 1985), riprende gli stessi personaggi, la stessa ambientazione, e creare qualcosa di simile ma completamente autonomo.
LEI: Ah!... siete voi.
LUI, alzandosi: Perché non parlarsi?
LEI: Ma perché parlarsi?
LUI: Così... non abbiamo altro da fare. (p. 34)
Ci troviamo a Evreux in un hotel che è stato la casa dei due protagonisti, marito e moglie, ora ex, non appena sposati. Vi si ritrovano per firmare le carte del divorzio, non sapendo che sia l'uno che l'altro alloggiano proprio in quell'hotel. La scena iniziale li vede incontrarsi per caso, sorpresi e spaventati, e come riassumono le poche battute di poc'anzi, che fare a quel punto? Tanto vale parlarsi.
Tipico di Duras lo scavare con armi bianche nel cuore dell'ossessione e della passione sessuale: Anne-Marie Roche e Michel Nollet, man mano che la notte avanza (anche questo è un tema, l'oscurità) e che il dialogo da impersonale e formale si fa intimo e doloroso, capiscono che quel divorzio è proprio la scintilla per riaccendere l'erotismo. Dico riaccendere ma forse dovrei scegliere un altro verbo perché l'amore distruttivo tra i due non si è mai spento, covava sotto le ceneri ancora vivo e vibrante e la separazione non è che la sublimazione di un sentimento che entrambi provano ancora.
Duras, come ci ha ampiamente dimostrato in testi come L'amante, Occhi blu, capelli neri e Emily L. è maestra assoluta nel descrivere il tormento amoroso, un tormento autoimposto, sadomasochista, fatto di estrema luce e di scurissime ombre.
Divorziati o no, sono stati ridotti allo stato di divorzio. [...] In realtà, si sono appena resi conto che il divorzio è stato inutile, che questa passione rimane ed è del tutto drammatico... Tutto quel che pronunciano sono confessioni di desiderio. (p. 68)
Tutto quello che pronunciano sono confessioni di desiderio: la domanda su cosa fare dei mobili appartenuti a entrambi, l'ascolto malizioso delle telefonate che ricevono dai nuovi rispettivi compagni, l'indagine apparentemente disinteressata sui progetti futuri, il passaggio dal "voi" al "tu", il rivangare degli sbagli del passato - tradimenti, litigi, dolori, mancanze, tentati suicidi - che entrambi definiscono "inferno". Duras ci suggerisce, attraverso i personaggi, che la separazione sia dovuta a incompatibilità di carattere, o a desideri diversi, eppure Anne-Marie e Michel sono ancora innamorati l'uno dell'altra, ed è proprio la consapevolezza di doversi separare a creare l'attrito erotico.
[...] «ormai sono l'unica che ti sia proibita»: questa formulazione quasi raciniana dell'amore è anche tipicamente durassiana. L'altro proibito è per definizione l'altro desiderabile. (p. 71)
L'intensità della passione tra i due è particolarmente significativa in un passaggio iniziale: sia lui che lei separatamente, per un moto di nostalgia, passano a guardare la casa che era appartenuta a entrambi e si rendono conto che è stata venduta a una coppia più giovane. Anne-Marie fa notare a Michel che i due non si parlano. Ecco, qui mi sembra lampante la questione erotica: la coppia giovane appena sposata che, in teoria, dovrebbe essere felice non scambia una parola, e loro due, appena divorziati, passano la notte insieme a parlare del loro matrimonio finito (ma è davvero finito?)
Un altro tema, come in tutta la produzione durassiana, è l'impulso di morte: presente in tutte e due i testi come un'ombra che aleggia sui loro capi, prende corpo in alcune dichiarazioni: il tentato suicidio di Anne-Marie e l'idea di ucciderla di Michel. Nè lui né lei sapevano: entrambi se lo dichiarano quella notte, come se il fatto di essersi separati squarciasse le remore, le paure, cosa hanno da perdere in fondo? Hanno già vissuto il peggio - l'inferno - quindi tanto vale buttare tutto fuori, confessarsi l'inconfessabile.
LUI, continuando: Era tremendo. Ero geloso di voi... di questo riserbo... Una volta vi ho seguita in macchina. Eravate sempre sola. Eravate splendida, da sola, in auto. Andavate veloce... Siete arrivata a una ventina di chilometri da qui, vi siete fermata vicino a un bosco. Siete entrata nel bosco. Vi ho persa di vista. Ho esitato, c'è mancato poco che vi raggiungessi e poi... me ne sono andato. E uno di quei ricordi che restano in piena luce, di cui parlavamo poco fa.
LEI: Ma non è nulla, non è nulla, passo il tempo così. (Pausa.) Mi ero dimenticata di quella passeggiata (pausa), ma avreste dovuto raggiungermi... (p. 49)
La luce doveva essere, inizialmente, la protagonista, sostituita poi dalla musica. Interessantissime le note ai due testi che non solo ci spiegano le differenze tra le opere, ma anche i retroscena sulla scelta degli attori e attrici, i costumi, le colonne sonore, la disposizione degli oggetti di scena, l'illuminazione, le aggiunte e i tagli.
Sono due testi bellissimi, profondamente durassiani, e per chi ama l'autrice, imperdibili. Fanno venire voglia di vederli rappresentati a teatro, più e più volte.
Deborah D'Addetta

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