Lord Jim a casa
di Dinah Brooke
Sellerio editore, febbraio 2026
Traduzione di Tommaso Pincio
pp. 328
€ 16 (cartaceo)
€ 10,99 (ebook)
Lui spera in quel genere di esplosione che in un attimo frantuma il mondo, un glorioso miscuglio di iceberg, acqua, navi, uomini, case, madri, padri, infermiere, scuole, tutto che salta in aria con grande urlo, tutti consapevoli di cosa li distrugge, per continuare invece a saltare in aria, a scoppiare all'infinito, in un dolore sanguinoso, fatto di urla e ruggiti. E cos'è che li distrugge? Di certo non un giovane marinaio, istruito, un gentiluomo, sempre pronto a compiacere, anche se non sempre gli riesce. Di certo non un ragazzino con le unghie rosicchiate né un neonato muto. No, andiamo, è assurdo. Sappiamo che le armi possono distruggere, il che va benissimo. (pp. 157-158)
Lord Jim a casa, romanzo di Dinah Brooke che all'epoca della sua pubblicazione (1973) fece scandalo tra la borghesia britannica (forse una coda di paglia?) per via della causticità con cui il romanzo la dipinge, fa eco a un Lord Jim più celebre, quello che dà il titolo al famosissimo romanzo di Joseph Conrad.
Molti sono i punti in comune tra i due testi, titolo a parte: Conrad è stato scrittore ma soprattutto avventuriero e navigatore, ha girato il mondo sulle navi, ha conosciuto posti e popolazioni all'epoca sconosciuti, "esotici" come si amava dire, e il suo Lord Jim è in parte autobiografico proprio sul versante del viaggio: il protagonista, James (Jim) è un marinaio, occhi azzurri, capelli biondi ricciuti, alto e ben piazzato, romantico, sognatore. Patusan, il paese immaginario in Estremo Oriente dove diventa eroe, nel romanzo di Brooke diventa la nave su cui Giles (il protagonista di Lord Jim a casa) si imbarca durante la Seconda guerra mondiale e che solcherà i mari dalla Gran Bretagna fino al remoto Sri Lanka. La Patusan sarà la sua casa amatissima.
Anche Giles ha i capelli ricci, ribelli, e gli occhi azzurri. Anche Giles è un sognatore, un romantico, anche se leggendo il romanzo sorge il dubbio che la sua dolcezza non sia solo una questione caratteriale, ma di ritardo, di qualche rotella fuori posto. E non potrebbe essere altrimenti: vessato e torturato dal padre, amato tiepidamente dalla madre, maltrattato dalla prima tata, Giles cresce male, malvolentieri, non mangia, non combina nulla di buono, pare un bambino anonimo, discreto, non eccelle in niente, non si impegna in alcuna cosa. Tutto quello in cui si imbarca fallisce, tranne il cricket: è l'unica cosa che sa fare ma, nonostante questo, non avrà il coraggio e la perseveranza di insistere.
Giles diventa un uomo trasparente: non ha aspirazioni, sogni, non si offende mai, non cerca e non vuole nulla. Si lascia vivere, stando sempre attento a non irritare il padre e la madre, ma in questo tentativo (peraltro poco sentito o credibile) non fa altro che irritarli ancora di più. Il padre in particolare, Austin (nota: Austin Podmore Williams fu un marinaio realmente esistito, il personaggio di Lord Jim di Conrad si ispira a lui) lo odia: non lo sopporta fin dalla culla, eppure - per non infangare il buon nome della famiglia borghese, quasi aristocratica, di cui Giles è erede - cercherà di fare in modo di tenerlo buono, impegnato, al sicuro da danni.
Tentativi che potrebbero apparire magnanimi, o quantomeno affettuosi, ma tutto ciò che importa a Mr. Trenchard è tenere il figlio il più possibile lontano da lui, e dai guai. Il figlio minore invece, Robert, diventa il beniamino di tutti. Giles comunque non ci bada: non prova nulla, non conosce invidia o cattiveria, le sue passioni sono semplici - il cricket, poi l'alcol - per cui, dopo mille fallimenti, decide di imbarcarsi come volontario nella Royal Navy durante la Seconda guerra mondiale.
La Patusan, la nave che sarà casa sua per alcuni anni, solcherà l'Artico, i Mari del Nord, La Russia, per poi finire al capo opposto del mondo, in India, Sri Lanka. Dal freddo estremo al caldo soffocante. Anche in questo caso, Giles si lascia trascinare dagli eventi. Non eccelle ma non causa problemi; combatte ma non guadagna alcuna medaglia. Sembra uno di quegli uomini anonimi e invisibili di cui non ti accorgi fin quando non ci sbatti contro. E anche in quel caso, uno come Giles si defilerebbe perché penserebbe di aver torto.
Oh, quanto è bello essere uno svantaggiato! Essere uno stupido irredimibile, oltre ogni dire.
Troppo stupido per alzarsi al mattino senza un calcio nel culo, troppo stupido per pensare, troppo stupido per capire. Troppo stupido per essere responsabile della propria vita o della propria morte. (p. 139)
Una volta finita la guerra, e le esperienze incredibili vissute, Giles torna a casa, in Cornovaglia. Prova a fare vari lavori, senza alcun esito. Gli succede un po' quello che accadde ai superstiti della guerra in Vietnam, cioè l'attuazione dell'inutilità: nessuno ha più bisogno dei marinari, nessuno sa che farsene, nessuno si prende la briga di ricollocarli nella società. Hanno fatto il proprio dovere, sono morti per la Patria, tanti saluti e grazie. E quindi Giles, che non ha alcuna cognizione del tempo, del suo passato o del suo futuro, comincia a bere. A rubare. A intrattenere relazioni con donne a caso, per l'estrema disperazione dei genitori. Fin quando non incontra Jenifer e sua madre.
Le due donne - si potrebbero dire "arrampicatrici sociali" - fiutano l'affare, d'altra parte Giles è un bel ragazzo, e ricco, e questo incontro lo porterà alla rovina, fino a un incredibile, sorprendentissimo, plot twist finale.
Giles è un'anomalia: in una società borghese che il romanzo ci descrive come autoreferenziale, vanesia, crudele, inutile, un ragazzo che non aspira a nulla e non vuole nulla, è un qualcosa di inammissibile. I suoi desideri reconditi, celati magistralmente da alcuni passaggi anticipatori (come la prima citazione a questo pezzo alle pp. 157-8) e indizi lasciati qui e lì che ci fanno intuire l'arrivo di una disgrazia, o una catastrofe, sono ancestrali, semplici, elementari. Tant'è che, quando avverrà il fattaccio, Giles non ne sarà nemmeno troppo cosciente, o sconvolto. Tutto quello che gli importa, per una volta nella vita in cui decide di perseguire qualcosa, è Jenifer.
Ma non potrebbe essere altrimenti: se al posto di Jenifer ci fosse stata una scimmia, o un cane - qualsiasi essere vivente a mostrargli un po' di affetto - per Giles non avrebbe fatto differenza. Non si innamora di Jenifer perché è bella, onesta, gentile e perché sa che lo ama. Giles si innamora di Jenifer perché è l'unica - a torto o a ragione, per interesse o soldi - che gli fa una carezza.
Dunque epilogo sconvolgente che viene, nelle ultime pagine, mitigato da queste cause.
Giles, d'altra parte, è innocente. Il suo sguardo è limpido e diretto. Dagli una vita da vivere, e lui la vivrà. Non chiede nulla che non sia il diritto di stare al mondo, prerogativa di ogni essere umano. Giles rimane a casa fino a metà agosto. Gioca un po' a cricket. Non si può dire che studi molto. Per come la vedono suo padre e gli amici di suo padre, non imparerà mai. Gli sono state date occasioni a non finire.
«Povero Austin, gli dà solo problemi, quel figlio maggiore». (p. 257)
Da romanzo di formazione a romanzo d'avventura con un finale alla Kubrick, e con una voce narrativa curiosa (come Lord Jim di Conrad) che passa dalla terza persona alla prima senza mai capire chi è che sta raccontando la storia di Giles. Alcuni passaggi comici, ma in generale un romanzo poetico, triste (nel senso buono, triste come sofferente, non patetico), ispirato.
Come si fa a non provare simpatia per il protagonista? Ma, al tempo stesso, come si può non avere voglia di dargli una bastonata? Dolce ma insopportabile, educato ma indolente e ignavo, Giles Trenchard prende il meglio dal Lord Jim conradiano e il peggio dalla borghesia a cui appartiene e che mai rivendica: una certa ottusità, idiotismo persino, l'impossibilità di capire la differenza tra bene e male, la svogliatezza, l'apatia, quasi l'atarassia.
Personaggio sfaccettato, complesso, eppure così semplice che il finale - una volta metabolizzato - appare davvero telefonato.
La soluzione è sempre stata lì.
Deborah D'Addetta

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