giovedì 24 settembre 2020

Non definibile, non affrontabile: "L'ospite e altri racconti" di Amparo Dávila

Amparo Davila
L'ospite e altri racconti
di Amparo Dávila
Safarà editore, 2020

Traduzione di Giulia Zavagna

pp. 144
€ 16,50 (cartaceo)

«A volte senza volere» dice Sergio «senza accorgersene, capita di mescolare realtà e fantasia e fonderle insieme, ci si lascia intrappolare nel loro groviglio e ci si abbandona all'assurdo, è come partire per un viaggio verso una città che non è mai esistita». (p. 74)

Il nome di Amparo Dávila, almeno per i lettori italiani e per chi non si addentra nella letteratura messicana, è poco noto. Recentemente scomparsa, ha all'attivo una produzione di poesie e racconti. L'ospite e altri racconti da poco edito da Safarà, è una raccolta che si potrebbe definire horror. Ma che rientra benissimo anche nel thriller psicologico. E che non dimentica di mostrare uno squarcio sulla situazione femminile nel domestico. Coniuga queste tematiche usando uno stile di scrittura ossessivo e percussivo nella ripetizione di nomi e situazioni e suscitando nel lettore un senso di disorientamento, soffocamento e panico. Alla disperata ricerca di un qualunque tipo di appiglio concreto e razionale, i racconti lasciano dietro la terrificante sensazione di non riuscire mai ad afferrare pienamente ciò che ci spaventa: e che quindi non abbiamo la possibilità di sconfiggere. 

Ritornare all'acqua per ritrovarsi e per perdersi: "Gita al fiume" di Olivia Laing

Gita al fiume 
di Olivia Laing
Il Saggiatore

24 Settembre 2020
Traduzione di Francesca Mastruzzo e Giulia Poerio 

€ 24 (cartaceo)
€ 11,99 (e-book)

Le opere di Olivia Laing stanno finalmente arrivando in Italia. E se in Gita al fiume, edito in Inghilterra nel 2011, la Laing ci narra del suo viaggio terapeutico a piedi dalla sorgente alla foce del fiume Ouse, il Saggiatore sta facendo il percorso inverso: dalla foce della scrittura dell’autrice, cioè da Città sola e Viaggio a Echo Spring, le sue opere più recenti, è arrivato fino alla sorgente, pubblicando questo potentissimo memoir di quasi dieci anni fa, in cui la Laing, parlandoci di luoghi e di scrittori a lei cari, ci parla in realtà anche di se stessa.
Eppure a quest’opera la definizione di memoir sta stretta e larga: Olivia Laing non ci narra nulla di più su se stessa di quella settimana passata a camminare lungo il fiume. Ci dice della crisi precedente all’inizio del viaggio, mesi di depressione e di reclusione in casa in seguito alla perdita del lavoro e della fine di una lunga relazione. E poi, per sette giorni, condivide con noi le sue riflessioni, le sue scoperte, i sui ricordi. Fino alla fine del libro, dove, secondo le regole informali del genere del memoir, ci dovrebbe essere uno scioglimento finale, una riflessione conclusiva. Eppure, giunta lì dove le acque dell’Ouse si gettano nel canale della Manica, la Laing sale sul treno, poggia la testa sul finestrino e torna nella sua Brighton senza dirci nulla su di sé. Perché quello che doveva dire, ce l’ha già detto. 

mercoledì 23 settembre 2020

A difendere un mondo che crolla: "Al centro del mondo", di Alessio Torino


Al centro del mondo
di Alessio Torino
Mondadori, settembre 2020

pp. 264
€ 18,50 (cartaceo)
€ 9,99 (ebook)


«E poi c'è lei, l'arnia perfetta, ordinata e produttiva. Un po' come mio nipote Damiano, grande ape operaia. È il desiderio di tutti avere una famiglia così. La vogliamo tutti, anche se siamo consapevoli della sua rarità» (p. 209)

Che cos'è per voi il centro del mondo? Per Damiano Bacciardi e per la sua famiglia è Villa la Croce, quella che per molti è Villa dei Matti, perché negli anni nel loro podere sono successe cose inquietanti e veri e propri drammi. Ma è anche il luogo dove ci sono arnie straordinarie, in grado di produrre un miele che tutti chiamano "la manna", perché le donne, dopo aver fatto mangiare di questo miele ai mariti, risolvono i loro problemi di infertilità. È anche una dimensione fuori dal tempo, dove non sembra esserci tecnologia, gli strumenti più usati sono un'accetta, una doppietta e quel che può servire alla cura dei maiali e delle arnie. Questa realtà, apparentemente in equilibrio con i ritmi della natura e dominata dalla ciclicità delle stagioni e dell'agricoltura, è però continuamente messa in crisi e assaltata. Prima si è consumato un terribile evento, che ha portato via il padre di Damiano e che ha solcato nel ragazzo un trauma profondo, irrecuperabile, lo stesso che non gli permette più di guardare alla quercia secolare del podere senza provare un brivido e l'istinto di abbatterla. Poi sono arrivati i desideri di vendere da parte dello zio Vince, che - ora più, ora meno convinto - pensa che ricominciare da zero e altrove possa essere un toccasana anche per i nervi scossi di Damiano (che sia folle davvero?). 

#IlSalotto - Affrontare il nemico invisibile: intervista ad Anna Giurickovic Dato

 

Foto della pagina Facebook dell'autrice
(riproduzione autorizzata)

Dopo tre anni dal suo esordio con La figlia femmina, la giovane scrittrice catanese Anna Giurickovic Dato torna in libreria con Il grande me. È un romanzo potente, il suo, che con una scrittura dinamica e accesa sa commuovere, affrontando al contempo una delle più grandi tematiche della letteratura: l'approccio alla morte.

Ho voluto dunque approfondire alcune delle tante questioni che la lettura di questo romanzo ha saputo sollevare.

Innanzitutto complimenti, Anna, per questo tuo secondo romanzo. Devo dire che l’aspettavo con trepidazione sin da quando l’hai annunciato su Facebook.
Vorrei dunque cominciare con una domanda un po’ di rito: come nasce l’idea del Grande me?
Più che un’idea è una rielaborazione. La vita che, filtrata dalla finzione narrativa, diviene l’anima del romanzo che non avrei voluto scrivere e al quale, tuttavia, sono profondamente grata. Il grande me è il grande che è in tutti noi, non quello che abbiamo inventato, ma quello che dobbiamo ancora scoprire.

Il tuo esordio con Fazi risale al 2017, quando viene dato alle stampe La figlia femmina, un romanzo molto diverso ma che condivide con Il grande me la ferocia dei sentimenti e quell’intimismo così peculiare del tuo narrare. Come è cambiato il tuo approccio alla scrittura in questi tre anni? E come, invece, l’approccio all’iter di pubblicazione?
Ho scritto La figlia femmina pensando che non lo avrei mai pubblicato, ma con la ferocia di chi ce l’avrebbe messa tutta. Ho scritto Il grande me, invece, sapendo che sarebbe stato pubblicato: questa consapevolezza, anziché inibirmi, mi ha dato coraggio, ho spinto il mio timbro oltre le barriere che, io stessa, prima, mi ero imposta; non ho guidato lo stile verso il canone, ma mi sono lasciata guidare da intuizioni, narrative e linguistiche, che mi conducessero verso una scrittura che mi somigliasse il più possibile. Non ho avuto fretta, non mi sono lasciata soddisfare facilmente, mi sono divertita a scandagliare i vocaboli uno per uno, cercando di potenziarne l’effetto. Non so se ci sono riuscita, ma è stato un lavoro che mi ha reso più consapevole. La pubblicazione, questa volta, era là, mi aspettava, per questo non è mai stata una meta; la vera meta era quella di non farmi tradire dalle mie stesse parole.

Cultura, contegno e razza: "Il gioiello della corona" di Paul Scott

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Il gioiello della corona
di Paul Scott
traduzione di Stefano Bortolussi
Fazi Editore, 17 settembre 2020 

pp. 584
€ 20,00 (cartaceo)
€ 9,99 (ebook)


 

«Questa è la storia di uno stupro, degli eventi che vi hanno condotto e che l'hanno seguito e del posto in cui è accaduto». (p. 11)
Quel posto dall'azzurro cenere dei cieli smaltati, dalle vaste pianure e sagome scure delle colline all'orizzonte, di donne avvolte in sari di seta, e dal «lebbroso che sedeva a gambe incrociate mostrando il busto segnato dalle chiazze rosacee del male e sollevando le braccia simili a rami spezzati» (p. 156). Quel posto chiamato India, una terra ancorata alla potenza del Raj, impero Anglo-Indiano, dove tutti sono vittime dell'ipocrisia di un'ambizione coloniale. 
Scritto tra il 1965 e il 1967, Il gioiello della corona è il primo volume della tetralogia di The Raj Quartet, fissato per sempre dalla penna di Paul Scott (da cui sono state tratte due serie televisive: la più recente quella per BBC Radio 4, diretto da Sally Avens nel 2005).

Cinquecentottantatre pagine di voci che si susseguono, si rincorrono e si sovrappongono, tutte con l'unico obiettivo di trovare il colpevole di questioni atroci e di contenere passato presente e futuro nel palmo di una mano. Ma «esiste uno specifico evento storico che abbia un inizio preciso e una fine soddisfacente?» (p. 163). Difficile a dirsi quando si tratta di determinare colonialismo e postcolonialismo.

martedì 22 settembre 2020

La testa come un brillante di Romeo Marconato: "Zodiaco street food" di Heman Zed

Zodiaco street food Heman Zed
Zodiaco street food
di Heman Zed
Neo edizioni, 2020

pp. 232
€ 15,00 (cartaceo)



«Prima si strafanno di droga e alcol e poi gli viene una fame che si sbranerebbero la madre».
«Ah. Interessante. Cioè non stanno mica tanto a guardare se il crudo è marchiato Parma».
«Ma figurati, dopo una certa ora si mangiano anche quello marchiato Sette Nani». (p. 14)

I territori della fu Serenissima sono terra di passaggio e di scambi. Esploratori, commercianti, merci da tutto il mondo hanno percorso in lungo e in largo i canali lagunari e si sono addentrati nelle riviere che arrivano fino alla città interne.

Lo sa bene Marconato Romeo, uomo di laguna dalla testa ai piedi che dopo un solido esordio con la Mala del Brenta al soldo di Felice Maniero si è lanciato nel settore alimentare. Dopo anni di consolidata contraffazione di alimenti, ha virato sullo street food con dodici furgoni con i nomi dei segni zodiacali, su cui capeggia Il leone, che sfamano con panini di dubbia qualità tutti i tiratardi e gli strafatti in fame chimica che transitano da Chioggia a Padova.  

Perché da quelle parti continua a girare di tutto: non più mercanti con sete preziose, ma produttori di televisione trash dalla Svizzera italiana che cercano il modo di risollevare il loro programma di cucina ormai in crisi. Non esploratori, ma vecchie spie del KGB che non hanno perso il loro smalto: sono bionde, in forma e hanno una presa ferrea quando si tratta di spezzare colli. La capacità di fare affari, leciti o meno, scorre nel sangue dei figli della Serenissima e Romeo, alla guida del suo Leone, con tormentoni latinoamericani di sottofondo e con la Glock puntata alle palle di chiunque lo prenda per il verso sbagliato, è pronto a onorare la tradizione. 

Alla ricerca del padre perduto: “Papà”, di Régis Jauffret

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Papà
di Régis Jauffret
Edizioni Clichy, settembre 2020


Traduzione di Tommaso Gurrieri


pp. 200
€ 17 (cartaceo)


Un titolo, un fotogramma ripetuto sei volte come copertina, un sottotitolo e l’epigrafe «la realtà giustifica la finzione» (p. 9) come elementi costitutivi del nuovo libro di Régis Jauffret, apparentemente semplice e immediato, ma che invece, durante un’attenta lettura, rivelerà tutta la sua complessità e derivata bellezza.


Il titolo – Papà – si fonde con il fotogramma. Un uomo viene trascinato fuori da un palazzo da due personaggi che si avviano verso una Citroën a trazione anteriore. I due uomini si rivelano essere agenti della Gestapo. Il palazzo è quello in cui Régis Jauffret è nato e cresciuto a Marsiglia. E la persona catturata è il padre dell’autore, Alfred Jauffret. Sette secondi di video che appaiono per caso durante un documentario televisivo sulla Francia di Vichy e sulle rappresaglie dei nazisti nella zona libera francese durante la Seconda guerra mondiale hanno cambiato la vita del rinomato scrittore francese per sempre. In quel lasso di tempo, Régis Jauffret si rende conto di non conoscere affatto quell'uomo che per tanto tempo aveva chiamato “papà”:

lunedì 21 settembre 2020

Di quell'amore che non può morire: "Il grande me", secondo romanzo di Anna Giurickovic Dato

 

Il grande me
di Anna Giurickovic Dato
Fazi, 2020

pp. 220
€ 18,00 (cartaceo)
€ 10,99 (ebook)

 

Non chiede, non osa chiedere «Quanto vivrò?», e mi sembra di essere seduta su un cuscino di sine per quanto è la foga con cui vorrei alzarmi, tappare la bocca alle oncologhe, le orecchie a mio padre, e dirgli: Amore mio, non ci pensiamo, oggi noi non ci penseremo. (p. 46)

 C’è un tacito accordo che Anna Giurickovic Dato stipula con i propri lettori sin dalle primissime righe di questo suo secondo romanzo, edito come il primo (quella Figlia femmina, 2017, che tanto clamore ha suscitato e del quale ha parlato per noi Mattia Nesto) dalla casa editrice romana Fazi: le sorti del protagonista Simone, sembra dirci l’autrice, sono segnate sin da subito, non vi è una speranza di salvezza, di fuga, di uscirne vivi da questo male; quello che leggerete è il suo lento, inesorabile, progressivo declino, il suo percorso fatale verso la morte; allora, sapendo questo – e, aggiungo io, sapendo che quanto stiamo per leggere è riferito a eventi reali, accaduti alla famiglia Giurickovic neanche troppo tempo fa –, siete voi lettori disposti a farvi prendere per mano da me e farvi condurre lungo la via?

Affrontare Il grande me è dunque innanzitutto questo: un atto di coraggio. Perché se è vero che molti libri trattano di argomenti verosimili e raccontano storie che, bene o male, possono essere accadute a qualcuno da qualche parte in questo mondo, è altrettanto vero che c’è uno scarto palpabile nel modo di percepire una lettura quando sappiamo che il romanzo che teniamo fra le mani è frutto di un evento realmente accaduto a chi l’ha scritto. È una percezione che ha a che fare con l’intimità, con l’aprirsi dell’autore o dell’autrice, con il suo disvelare al mondo le proprie debolezze, i propri limiti, le proprie tensioni esistenziali. Per questo, ad esempio, libri come Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino lasciano quel senso straziante di vuoto e disperazione alla fine: perché gli eventi narrati non sono solo verosimili, bensì reali. E com'è possibile che una persona sia in grado di tollerare tutto quel dolore?

La voglia di vivere: “A ottant'anni se non muori t’ammazzano” di Ferdinando Camon ci apre gli occhi sulla realtà degli anziani durante la pandemia

 

A ottant'anni se non muori t’ammazzano
di Ferdinando Camon
Apogeo Editore, agosto 2020


pp. 92
€ 12 (cartaceo)



Senza alcuna esitazione, Enea si caricò sulle spalle il vecchio padre Anchise per fuggire dalla città di Troia in fiamme. Per questo motivo, il suo epiteto è pius. Se sostituissimo l’incendio di Troia con un virus mortale, chiede Ferdinando Camon, Enea salverebbe ancora Anchise? La risposta ai tempi del Covid-19, secondo l’autore, è negativa. La categoria sociale più colpita dal virus è, appunto, quella degli anziani. Ma non è soltanto una questione di età, è una questione di Stato, di Legge, di medicina, di civiltà. Di cultura. In questi tempi difficili, sembra che tutte queste istituzioni siano d’accordo col sacrificare il vecchio per salvare il giovane. In questo modo, la società si macchina dell’impiĕtas latina: «Per la stessa ragione per cui Enea è pio, la nostra medicina che abbandona i vecchi è empia, i nostri medici sono empi, la nostra società che li giustifica è empia» (p. 25). 

domenica 20 settembre 2020

Molto più che semplici "immagini di belle donne": un volume L'ippocampo celebra le geishe nella versioni a stampa dei maestri dell'ukiyo-e


Geishe. Celebrate dai maestri della stampa giapponese

a cura di Amélie Balcou
traduzione dal francese di Margherita Botto
L’ippocampo, 2020

Cofanetto con:
pp. 40 (opuscolo)
pp. 196 (stampe)
€ 29,90 (cartaceo)



Kitakawa Utamaro, Kikukawa Eizan, Chōkōsai Eishō, Ichirakutei Eisui, Chōbunsai Eishi, Utagawa Kunisada II, Tsukioka Yoshitoshi, Toyohara Chikanobu: probabilmente solo in pochi avranno familiarità con i nomi di questi maestri della stampa giapponese del XVIII e XIX secolo, ma di certo chiunque, anche solo per capi sommi e magari molto stereotipati, sarebbe in grado di associare un’immagine (se non addirittura una lettura critica) alla parola “geisha”. 
La cortigiana e dama di compagnia cinta nei caratteristici abiti tradizionali ed esperta in raffinati intrattenimenti è divenuta un riferimento imprescindibile nell’immaginario più popolare del Sol Levante, e la letteratura così come le arti visive e audiovisive ne hanno, negli anni, celebrato e raccontato la complessità della figura e del ruolo. Storicamente, poi, il caratteristico trucco mirato ad esaltare il pallore di un incarnato perfetto, le elaborate acconciature esito di ore e ore di puntigliosa preparazione, la ricchezza di ornamenti e la consuetudine con il bello in ogni suo aspetto hanno fatto in modo che, in patria, esse fossero tra i soggetti privilegiati delle stampe cosiddette ukiyo-e, ovvero di quel tipo di produzione seriale incentrata sulle “immagini del mondo fluttuante” che conobbe il suo momento d’oro durante il periodo Edo (1600-1868). E quale pretesto migliore, dunque, dell’ultimo volume appena pubblicato da L’ippocampo per conoscere o ripassare questo filone di successo che nel celebrare la soavità del femminile esortava al godimento della vita e dei suoi piaceri materiali?

#IlSalotto - Il viaggio come ricerca del senso della bellezza errante: intervista a Elisa Orlandi

 

Foto di ©Elisa Orlandi
Ci sono libri che parlano non solo al nostro cervello, ma arrivano dritti alle nostre emozioni, sfamano e al tempo stesso affamano di curiosità. Il senso della bellezza errante di Elisa Orlandi, uscito per Calibano editore, è il reportage appassionato di dieci viaggi tra i tanti che hanno cambiato la visione del mondo dell'autrice. Leggendolo, si apprezza fin da subito l'assenza di pregiudizi che ha sempre accompagnato Elisa Orlandi: desiderio di scoperta, di incontro con l'altro, contemplazione delle bellezze di posti tra loro diversissimi (si passa dal deserto ai ghiacci), rispetto e curiosità verso le tradizioni degli altri Paesi. Anche i sapori, oltre ai colori e gli odori, trovano un loro posto speciale, perché nei vari posti l'autrice non manca di sperimentare quel che offre la cucina locale. 
Letterario nello stile, che non è mera cronaca di viaggio, ma assume tutte le sfumature del reportage, del diario di bordo, nonché di un viaggio interiore alla scoperta di sé, con immagini scattate dall'autrice, Il senso della bellezza errante è un'opera insolita nel panorama editoriale di oggi, in cui le narrazioni perlopiù sfuggono veloci a penne poco accorte, che rifuggono le descrizioni. Nell'opera, trascinante come se fossimo anche noi in viaggio, troverete un'eleganza posata e un giusto prendersi tempo per raccontare, ammirare, comunicare la sorpresa del viaggiatore.
Per approfondire alcuni dei tanti temi trattati nell'opera e comprendere più a fondo le scelte compiute, abbiamo intervistato Elisa Orlandi, che ringraziamo per la disponibilità. 

Il senso della bellezza errante
di Elisa Orlandi
Calibano, 2019

€ 18 (cartaceo)


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La tua raccolta di reportage di viaggio ha qualcosa di più: non si limita a raccontare un paese, ma tutto è mediato dai tuoi sensi, dai pensieri e dalle emozioni che hai provato. Per quale ragione hai pensato di condividere un progetto con la pubblicazione? 
All'inizio ho scritto per me, come fosse una sorta di diario, per non dimenticare quanto avevo vissuto. Non volevo che nemmeno il più piccolo dei particolari svanisse dalla mia memoria o fosse plasmato da essa in qualcosa di non corrispondente al vero perché, in quel caso, avrei perduto dei momenti, degli attimi che reputo essenziali per conservare un ricordo intenso e profondo del mio peregrinare. Rileggendo quanto avevo messo nero su bianco, cominciai a pensare che quelle storie, quelle tradizioni, quei luoghi potessero diventare più raggiungibili, attraverso la lettura, a persone impossibilitate a viaggiare ma pervase da un interesse verso culture differenti dalla nostra. Soprattutto ho voluto, attraverso le mie parole, far conoscere tratti di mondo di cui sentiamo poco parlare. Ho lasciato che fosse la semplicità quotidiana delle persone incontrate a parlare. Ho voluto vedere la realtà attraverso i loro occhi, ascoltare le sconfitte, i desideri, le piccole conquiste attraverso la loro voce per far sì che il lettore potesse sentirsi più vicino e coinvolto nonostante la distanza, come se stesse viaggiando insieme a me. 

sabato 19 settembre 2020

Le nuove Judy possono contare su Sallie McBride: "Caro nemico" di Jean Webster

jean webster caro nemico
Caro nemico
di Jean Webster
Caravaggio editore, 2020  

Edizione a cura di Enrico De Luca
Traduzione di Miriam Chiaromonte

pp. 360
€ 16,90 (cartaceo) 
€ 7,49 (ebook)


Ci sono altre tre ragazze sullo stesso piano della torre... una Studentessa dell'ultimo anno che indossa gli occhiali e che ci chiede in continuazione di fare per piacere un po' più di silenzio, e due Matricole che si chiamano Sallie McBride e Julia Rutledge Pendleton. Sallie ha i capelli rossi e un naso all'insù ed è abbastanza amichevole. (Papà Gambalunga, p.32)
Così ci viene presentata Sallie McBride dalle parole di Judy Abbott mentre scrive a papà Gambalunga (qui potete trovare la recensione) del suo arrivo al college. Dal cartone animato ce la ricordiamo con gli occhiali (come vuole la tradizione degli anime per i personaggi bravi a scuola), per nulla snob e supponente come Julia e animata dai migliori sentimenti di amicizia per Judy. La nostra conoscenza della storia - almeno, quella di chi sta scrivendo - si fermava al cartone animato senza sospettare che ci fosse un seguito al romanzo epistolare di Jean Webster e, meno che mai, che in questo seguito prendesse la parola proprio Sallie. La giovane viene infatti convinta e, in qualche modo, strappata alla sua "frivola" esistenza per assumere un ruolo delicato e complesso: la gestione dell'istituto John Grier dove Judy (all'epoca ancora nota come Jerusha) ha trascorso la sua infanzia.

"Piccoli atti lussuriosi" tra (due o più) adulti consenzienti e finanche innamorati: così è il sesso illustrato da Simon Frankart e raccontato in prima persona dal pubblico di @petitesluxures

Petites Luxures.
Storie intime
illustrazioni di Simon Frankart
traduzione di Fabrizio Ascari
L’ippocampo, 2020

pp. 108
€ 15,00 (cartaceo)


Contenuti vagamente erotici o semplicemente pornografici on line? Niente di più semplice da reperire. Qualche click strategico su tastiere, tablet e smartphone… et voilà: l’imbarazzo, ormai, pare essere soltanto quello della scelta. Vero è, tuttavia, che anche in rete “il sesso in sé e per sé” può ben essere un focus senza necessariamente rifarsi a canoni di realismo e iperrealismo a uso e consumo di un’utenza dall’eccitazione fuori misura e senza orario. Ciò accade nel caso dell’illustrazione a tema, per esempio. Più nello specifico, in quella di Simon Frankart. Il nome vi risulta nuovo? Forse lo sarà meno quello della sua pagina Instagram: @petitesluxures. Per la gioia di poco meno di 1,5 milioni di followers, difatti, dal 2014 “Piccoli Atti Lussuriosi” si dedica alla fenomenologia dei corpi in amore con uno stile unico e molto francese, trattando l’universalità del desiderio con l’essenzialità della linea e di un nero su bianco appena ravvivato da rare incursioni di colore. Un successo sempre crescente che ha ottenuto ben presto il plauso e la confidenza di una grande quantità di utenti. Al punto che un paio di anni fa, con la promessa di dargli un’interpretazione grafica ad personam, lo stesso fondatore ha osato chiedere a lettori e lettrici di condividere con lui il racconto di un episodio memorabile o significativo della propria vita in materia di sex & co. Risultato: gli hanno risposto in centinaia, da tutto il mondo. Così, le cinquanta Storie Intime recentemente pubblicate nella loro versione italiana dalla casa editrice L’ippocampo non sono che una cernita minima di un sondaggio sull’amore (e altri sentimenti variamente incarnati) condotto su scala planetaria.

venerdì 18 settembre 2020

«Scombussolare il tempo, dilatare i giorni, allungarsi la vita»: "Le regole degli amanti", il nuovo romanzo di Yari Selvetella


Le regole degli amanti
di Yari Selvetella
Bompiani, settembre 2020

pp. 320
€ 18,00 (cartaceo) 
€ 10,99 (ebook)


Amami, stupido, che è più divertente, fammi capire se sono importante, abbracciami forte, fammi una promessa, poggiati alla mia coscia e fammi sentire se meriti o no tutte queste chiacchiere, settimane di appostamenti, il cuore in gola, la vita che mi pare di averti già dato, altrove, proprio qui. Anche io ti prometto, siamo abbastanza giovani da poter promettere e abbiamo vissuto abbastanza da sapere che nella vita non c'è altro che l'attesa. Siamo dalla stessa parte, non diciamocelo, la sera sta arrivando, la notte ci renderà irriconoscibili, oggetti tra gli altri della casa, pezzi da inventario. È ancora troppo presto. Viviamo, prima. Un po'. Tutto quello che possiamo. (p. 25)

Quando Iole e Sandro, i due protagonisti e le due voci narranti di Le regole degli amanti, si incontrano, sono entrambi sposati, hanno figli piccoli e un lavoro che assorbe gran parte della giornata. E sono gelosi della loro vita privata. Eppure niente vieta alla passione di divampare: Iole vede ogni domenica Sandro al maneggio, lo osserva cavalcare con maestria, mentre lei è ancora alle prime armi e non può uscire dal recinto. Poi una caduta, il primo scambio di battute, la vicinanza: la passione divampa, ma fin da subito i due hanno chiaro di voler preservare in qualsiasi modo la loro relazione extraconiugale dalla noia. Come fare? Quasi per gioco, stilano le regole degli amanti, esattamente come recita il titolo, e attorno a queste costruiscono anni di relazione. Sono anni in cui, oltre alla passione sempre presente, Iole e Sandro sperimentano un'enorme gamma di sentimenti, e non per forza sono tutti positivi. Una relazione è fatta anche di questo, di una conoscenza dell'altro che può farsi scomoda, inquietante, frustrante, nonché di una accettazione leale e aperta dei difetti e dei vizi dell'altro. 

"Pericolose per sé e per gli altri": la storia delle donne rinchiuse in manicomio tra il 1850 e il 1950


Luride, agitate, criminali
di Candida Carrino
Carocci Editore, 2020

pp. 148
€ 16,00 (cartaceo) 


"Mi avete abbandonata qui per sperdermi ogni traccia di me. Ricordatevi che sono vostra madre e che non meritavo tutto ciò. Nulla feci di male per essere qui condotta [...] Son cinque mesi che sto qui, non basta?"
Maria Vittoria C., vedova di un medico e madre di otto figli, entra per la prima volta in manicomio nel 1929. La richiesta di internamento stilata dal medico si regge sul fatto che la donna dichiara di voler gestire in autonomia e libertà la propria vita sessuale, contravvenendo così al codice di comportamento che la società si aspetta da una vedova con figli. Morirà in manicomio tredici anni dopo. 
Rosa R., contadina analfabeta di ventidue anni, viene internata nel 1902 "per aver dato segni non dubbi di alienazione" e di malinconia, con episodi di eccitamento della volontà. La ragazza scappa spesso di casa e si ribella ai genitori. Cinque anni dopo rimane incinta mentre si trova in manicomio e tutti - medici, avvocati, istituzioni - dipingono la donna come ebete, impudica e vittima di una violenza. Nessuno di loro accetta la possibilità che possa avere avuto un rapporto consenziente. Non crescerà sua figlio poiché rimarrà in isolamento fino al 1943. Camilla R., figlia di una madre socialista che l'ha educata all'impegno sociale e alla propaganda politica, conosce una diversa diagnosi: è paranoica. Antifascista, seguace delle idee sovversive ereditate della sua famiglia e "scaltrissima", dimostra di lottare per un ruolo paritario nella lotta politica, è colta e sa scrivere. La sua inquieta parabola la porterà a tornare a casa anni dopo e a ricostruire una vita con i suoi figli ma del periodo di internamento dirà: 
Tutti gli orrori che si sono detti sul manicomio e sul manicomio criminale in particolare, sono veri. (p. 115)

Loro sono solo tre delle tantissime donne che tra il 1850 e il 1950 vissero l'esperienza del manicomio. Candida Carrino, storica e dottore di ricerca in Studi di genere che da anni si occupa di internamento femminile, ha pensato che questi casi andassero raccontati e che non potessero restare dentro le migliaia di cartelle cliniche ammucchiate negli archivi.
Il risultato è Luride, agitate, criminali, un saggio uscito per Carocci editore che ricostruisce, attraverso lo studio minuzioso della documentazione conservata presso diversi archivi storici di ex ospedali psichiatrici italiani, le dinamiche che portavano le donne a essere internate.
Quello che si delinea è un intero sistema che vedeva coinvolte le famiglie, i medici, le istituzioni e che schiacciava le donne in una morsa punitiva. Una caccia alle streghe mascherata da terapia clinico-psichiatrica della quale finivano vittime tutte coloro che venivano considerate violente e minacciose. 

giovedì 17 settembre 2020

"Della gentilezza e del coraggio": un manuale di gentilezza da applicare nel mondo politico e non solo


Della gentilezza e del coraggio
di Gianrico Carofiglio
Feltrinelli, 2020

pp. 128
€ 14 (cartaceo)
€ 9,99 (ebook)
Audiolibro disponibile su Audible


Parafrasando la celebre battuta di un altrettanto celebre e amatissimo film: noi non ci comportiamo con gentilezza e con coraggio perché è una cosa carina. Ci comportiamo con gentilezza e con coraggio perché siamo membri della razza umana (p. 114).
La mia passione per Gianrico Carofiglio ha radici antiche ed è nata grazie a un "incontro" casuale con La regola dell'equilibrio (Einaudi, 2014): anni fa, infatti, comprai praticamente a scatola chiusa questo libro perché avrei dovuto regalarlo in occasione del Natale imminente. Poi non ricordo il perché, ma quel pacchetto rimase a casa mia e così, passate le vacanze, lo scartai e lo lessi.
Ricordo che di lì a poco avrei dovuto sostenere l'ultimo esame del mio corso di laurea (il temibile Diritto processuale penale) e quel giallo giudiziario così ben scritto, così coinvolgente e scorrevole costituì per me il miglior ripasso della materia che avrei mai potuto fare.
Da lì mi informai sull'autore, un magistrato pugliese del quale sino ad allora avevo sentito parlare, ma al quale non avevo mai prestato la dovuta attenzione. Scoprii così che aveva esordito nella narrativa (dopo pubblicazioni tecniche nel settore giuridico) proprio con una storia avente per protagonista il malinconico avvocato Guido Guerrieri (Testimone inconsapevole, Sellerio, 2002), e così corsi a recuperare tutti i suoi racconti.
Da allora ogni volta che Carofiglio ha pubblicato qualcosa, ogni volta che è intervenuto in televisione o ha partecipato a qualche evento letterario, ho fatto in modo di poter leggere o ascoltare le sue parole, sempre così pacate ma splendidamente centrate.
Non fa eccezione Della gentilezza e del coraggio. Breviario di politica e altre cose (Feltrinelli, 2020), un saggio breve ed agile nel quale l'autore analizza con lucidità e schiettezza le modalità attraverso le quali si possono esprimere pacatamente le proprie opinioni non solo in politica, ma anche nella vita di tutti i giorni.

Gli opposti non solo si attraggono, ma intrecciano le loro vite, i desideri e i dolori: "Una grande storia d'amore", di Susanna Tamaro


Una grande storia d'amore
di Susanna Tamaro
Solferino, 17 settembre 2020

pp. 288 
€ 16,15 (cartaceo)
€ 9,99 (ebook)


Cos'è, in fondo, una grande storia d'amore? Viene da chiederselo davanti a un titolo così importante, che potrebbe di primo acchito sembrare banale. In realtà, è un titolo fortemente evocativo, onirico, così vago nella sua apparente semplicità da nascondere due trappole: in primo luogo, quando guardiamo la copertina, leggiamo il titolo e ognuno di noi pensa inevitabilmente a qualcosa di diverso, vuoi per il proprio vissuto, vuoi per le aspirazioni romantiche più o meno presenti. Inoltre, durante la lettura del romanzo ci accorgiamo che il titolo, così generalizzante, abbraccia una notevole complessità di eventi, emozioni, sensazioni che vanno ben oltre l'amore, o forse che lo comprendono. 
Nelle primissime pagine troviamo Andrea, non più giovane, solo su un'isola, nella sua casa in mezzo alla natura: perché la sua Edith non è lì con lui? La natura si sta riappropriando del giardino, le api, che Edith ha sempre curato tanto, sono abbandonate a loro stesse e il silenzio è la nuova dimensione in cui Andrea è costretto a vivere. A questa dimensione della solitudine presente, si alternano ritorni del passato attraverso i ricordi di Andrea: il primo incontro con Edith, quando lui era capitano di un traghetto e lei una ventenne in vacanza con i suoi amici, profondamente diffidente davanti a qualsiasi idea di divisa o di regola. 

mercoledì 16 settembre 2020

La lunga notte di Nives. Il ritorno di Sacha Naspini


Nives

di Sacha Naspini
edizioni e/o, 2020

pp. 133 
€ 15,00 (cartaceo)
€ 11,99 (ebook)



Nives ha sessantasette anni quando resta vedova, dopo che il suo Anteo è caduto a faccia in giù nel trogolo dei maiali. L’incipit è asciutto, come del resto asciutta, scabra, ridotta all’essenziale è sempre la prosa di Naspini. Dopo molti anni passati insieme a un altro, abituata ai suoi rumori, agli odori, a un’intimità viscerale accresciuta dall’isolamento e dal legame forte con la terra, la donna si trova sola. Non versa una lacrima, ma tutto il dolore trattenuto le si accumula dentro, creando una pressione crescente che non ha valvola di sfogo e che sfocia in tremendi attacchi d’ansia notturni.
Che non mi basto? si diceva. Scoprirlo in tarda età era una mazzata che prendeva malvolentieri. Ogni mansione si appesantiva di quell’accento: il fatto non condiviso andava perso. (p. 12-13)
Mentre avvizzisce e smarrisce la lucidità, notte insonne dopo notte insonne, sospeso sopra la testa lo spauracchio di doversi trasferire oltralpe (ma è come dire su Marte), a casa della figlia e del genero, “uno di quei tizi che per spremergli un sentimento bisogna tirargli una coltellata” (p. 10), Nives sente di perdere il controllo sulla vita, e dubita finanche di averne avuta una che potesse dire veramente propria. 

Vita e parole nei giovedì sera di Elvis

seminara i segreti del giovedì sera

I segreti del giovedì sera
di Elvira Seminara
Einaudi, luglio 2020

pp. 200
16,50 (cartaceo)
€ 8,99 (ebook)


L’ultimo romanzo di Elvira Seminara, scrittrice che negli anni ci ha abituato all’intima riflessione sui rapporti umani e sulle sue fragilità (Dall’Indecenza ad Atlante degli abiti smessi, per citarne alcuni), apre una nuova finestra sul percorso personale dell’autrice, in termini stilistici e di ricerca, e sull’apertura del suo sguardo verso l’esterno, pur restando in tema di affetti; stavolta lo sguardo balza fuori dall’orbita dell’io, allargando gli orizzonti verso altri microcosmi, legati dal filo dell’amicizia. 


Proprio nel libro in cui l’autrice compare per quella che è nella vita, una scrittrice che si fa chiamare Elvis, diminutivo di Elvira appunto, e decide di portarci nell’intimità dei luoghi in cui vive, descrivendo riti e angoli che si svolgono nella sua amata città, Catania, ecco che magicamente c’è in realtà un’annullamento del sé a favore del vissuto corale, generazionale quasi. 

martedì 15 settembre 2020

La malattia, l'orrore, la vita: il nuovo libro di Marta Zura-Puntaroni

 

zura-puntaroni-noi-non-abbiamo-colpa
Noi non abbiamo colpa 
di Marta Zura-Puntaroni 
minimum fax, 2020 

pp. 192 
€ 16,00 (cartaceo) 
€ 7,99 (ebook)

 

Se c’è un Dio a cui anziani e infanti sono più vicini è un Dio crudele e primordiale, fatto della parte più autentica dell’essere umano: un Dio egoista che ti rende uguale a lui, che ti fa strappare il giocattolo dalla mano del compagnuccio più gracile, che ti fa sgomitare per avere più spazio sull’ingocchiatoio, così da stare più comodo mentre una nenia cattolica dopo l’altra cerchi, nei pochi anni che ti restano, di guadagnarti il Regno dei Cieli. (p. 60)

Nel 2017, per Altri Animali, recensivo Grande Era Onirica, quello che definivo «un esordio col botto» di Marta Zura-Puntaroni. La trama era semplice e, come dicevo, strettamente funzionale a ciò che la giovane autrice, all’epoca ventiseienne voleva raccontare: vale a dire la storia romanzata della propria depressione (a tal conosco almeno un altro autore contemporaneo che ha voluto trattare lo stesso tema dall’interno, ossia raccontando la propria esperienza: Andrea Pomella, che nel suo L’uomo che trema, Einaudi 2018, espone al pubblico oltre vent’anni di patologia. Anche di lui ho parlato, sempre su Altri Animali).

Alla fine di quella recensione sospendevo il giudizio sull’autrice marchigiana, in quanto il suo romanzo-memoir a un certo punto perdeva i contorni e si dilatava nel tempo, finendo per aggrovigliarsi su se stesso, nello stesso modo in cui i giorni di chi è depresso perdono colore e sembrano non avere fine. Era stato un errore da principiante o una scelta voluta e calcolata?

Da redattrice di Criticaletteraria a redattrice al Festivaletteratura 2020: cinque giorni di stupore e gratitudine

La redazione del Festivaletteratura
in piazza Leon Battista Alberti

Quando ho mandato la mia candidatura, l’organizzazione ci aveva avvertiti: forse il Festivaletteratura del 2020 non avrebbe avuto luogo. Nessuno, all’inizio dell’estate, poteva prevedere cosa sarebbe successo, e tutti erano preparati all’eventualità che, per la prima volta dal 1997, non ci sarebbe stato nessun Festival ad animare la città lombarda sul finire dell’estate. Forse è stato proprio per questo che il Festival che si è appena tenuto ha avuto un sapore diverso dal solito, ricco di gratitudine. E vivere questi cinque giorni con un pass al collo e il laptop nello zaino, potendo contribuire, seppur in minima parte, alla realizzazione di qualcosa che qualche mese fa era impensabile, è stato un assoluto privilegio.  

Cinque giorni del genere non si verificano spesso. Sarà per il Mincio che circonda la città, ma ogni anno a Mantova si crea una specie di dimensione parallela, in cui l’architettura urbana si complementa perfettamente con un contenuto che non si può spiegare in altri termini se non come un omaggio continuo al mondo della letteratura e alla cultura, sotto un’aria elettrica, vibrante di devozione. Una bolla divisa tra palchi e librerie che però di continuo tenta di esplodere, di contagiare il mondo che la circonda. Il Festivaletteratura è la prova che letteratura e mondo sono una cosa sola, e senza l’uno non c’è l’altra.  

Dialoghi mancati di un passato non concluso: “La tarda estate” di Luiz Ruffato

La tarda estate
di Luiz Ruffato
La Nuova Frontiera, agosto 2020

Traduzione di Marta Silvetti

pp. 240
€ 17 (cartaceo)
€ 9,99 (ebook)


«E mi trovo di nuovo qui, riannodati i fili che legano l’inizio e la fine» (p. 15)

È un viaggio a ritroso quello di Oséias, il protagonista e narratore in prima persona del nuovo romanzo La tarda estate dell’autore brasiliano Luiz Ruffato. Un cammino che collega la (sua) fine con l’inizio di tutto. Dopo venti anni di assenza, Oséias torna a Cataguases, cittadina brasiliana in cui è nato e cresciuto. La sua mancanza in paese lo ha trasformato in un fantasma che torna a visitare le persone che facevano parte della sua vita. La domanda ricorrente che gli verrà posta è: «perché sei tornato?». Dopo il divorzio con la moglie e l’allontanamento dal figlio Nicolau, Oséias vive come un nomade tra stanze di motel economici e viaggi in autostrada. Ma è forse la diagnosi di una malattia mortale che lo convince a tornare sui suoi passi, nel luogo in cui tutto è cominciato.

lunedì 14 settembre 2020

#CriticaNera - Il disincanto malinconico della ría di Vigo: "L'ultimo traghetto", di Domingo Villar


L'ultimo traghetto
di Domingo Villar
Ponte alle Grazie, 2020

pp. 640
€ 18,50 (cartaceo)
€ 10,99 (ebook)


I lettori di Domingo Villar hanno dovuto aspettare dieci anni per vedere pubblicata una nuova indagine dell’ispettore Leo Caldas e del suo vice Rafael Estévez. Nel mondo editoriale contemporaneo un decennio è l’equivalente di un’era geologica. Un tempo sufficiente per essere dimenticato anche dall’algoritmo di Google. Ma di questo dettaglio né Villar, né il suo ispettore si sono curati. Il tempo, per loro, sembra essere servito per dare alla luce un romanzo corposo (oltre seicento pagine) e curato fin nei minimi dettagli. Dalla parte del lettore possiamo dire fin da ora che ne è valsa la pena. 

Paragonato in Spagna al sancta sanctorum della negra spagnola, Manuel Vázquez Montalbán, Villar può risultare pressoché sconosciuto al lettore italiano. Per questa ragione è d’obbligo ripercorrere brevemente la sua storia. Nato a Vigo, in Galizia, L’ultimo traghetto è il suo terzo romanzo ed è la terza indagine dell’ispettore Leo Caldas. In Italia è stato tradotto da Ponte alle Grazie il suo esordio letterario, Occhi di acqua (2008), e da Kowalski il secondo La spiaggia degli affogati (2009), che è stato portato sul grande schermo nel 2015 da Gerardo Herrero e Carmelo Gómez. Tutti i suoi romanzi sono ambientati a Vigo e scritti in galiziano, per poi essere riscritti in castigliano dallo stesso autore. Questa è una pratica non comune, ma neanche unica nel panorama letterario e plurilinguistico spagnolo. Per fare un esempio, sempre nell’ambito del romanzo poliziesco, Andreu Martín scrive e riscrive tutti i suoi romanzi in catalano e spagnolo. 

"Il weekend": su cosa scegliamo di nascondere a noi stessi e la maschera che indossiamo


Il weekend
di Charlotte Wood
NN Editore, 2020

Traduzione di Chiara Baffa

pp. 240
€ 18 (cartaceo)
€ 8,99 (ebook)


È esattamente il tempo di un weekend – al mare davanti casa per la precisione – quello che immaginavo ci volesse per godere di questa lettura, dato il numero contenuto delle pagine e considerando, erroneamente, la leggerezza – che ancora una volta mi trovo a ribadire non intendere come superficialità – della storia. Non ho sbagliato i tempi di lettura, in effetti, ma mi sono piacevolmente sorpresa di fronte a un romanzo che si è rivelato ben più interessante, ricco di spunti, riflessioni e punti di vista originali su argomenti in un certo senso familiari, di quanto inizialmente si sarebbe portati a pensare, scorrendo magari velocemente la quarta di copertina o la presentazione del libro. Vero anche che pescando pure a caso nel catalogo NN editore è raro scivolare in qualche delusione e infatti anche questa volta, con Charlotte Wood, una delle più importanti scrittrici australiane contemporanee, la casa editrice milanese ha fatto centro.

Il weekend, con una narrazione puntuale, le vivide pennellate a descrivere luoghi e oggetti, i pensieri e i dialoghi delle protagoniste – tutto magistralmente reso dalla traduzione di Chiara Baffa – cela appena sotto la superficie di apparente leggerezza, un intreccio di trama e spunti di riflessione da cui restare avvinti. Le premesse della storia sono piuttosto semplici: alla scomparsa di Sylvie, Jude, Adele e Wendy, settantenni legate da tutta la vita, si ritrovano nella casa al mare dell’amica, in un lungo weekend che precede il Natale, per svuotarla di oggetti e ricordi, prima che sia messa in vendita. Una perdita che le ha scosse profondamente, mettendo in pericolo il fragile equilibrio della loro stessa amicizia, che senza Sylvie ora, dopo quarant’anni, sembra andare alla deriva, mentre dissapori e personali sofferenze si insinuano fra loro.

[…] Erano state attratte dalle rispettive orbite, era nato l’amore e non si erano più lasciate. Eppure quella forza di gravità si era piano piano affievolita. E adesso vagavano alla deriva. Da quando Sylvie non c’era più, era come se Adele, Wendy e Jude fossero male assortite. (p. 69)

domenica 13 settembre 2020

I "professori" di Marco Lodoli: nove racconti sui rapporti (dis)educativi

I professori e altri professori

di Marco Lodoli
Einaudi, 2003

pp. 125 
€ 9,00 (cartaceo)
€ 6,99 (ebook)


È stato per puro caso che mi sono trovata tra le mani questa raccolta di racconti, poco nota e ormai certamente datata, di Marco Lodoli. I nove brani che la compongono, come del resto l’intero volume, hanno titoli piani, poco appariscenti e spesso puramente descrittivi (“Il professore di storia dell’arte”, “Il mister”, “Un maestro”, “I professori”) e la narrazione spesso trae spunto da un evento minimo e si conclude prima di aver esaurito l’itinerario esistenziale dei suoi protagonisti, come del resto deve accadere in ogni buon racconto. Sono solo frammenti di vita, dell’educatore o dell’allievo, e spesso la scuola è solo un’ombra lontana, non lo scenario principale. Chiunque può essere “maestro”: il padre che, ossessionato dal calcio e dai propri sogni, indirizza le scelte del figlio senza lasciargli alcuna libertà, un gruppo di barboni che in un parco filosofeggia sui massimi sistemi, l’istruttore di scuola guida che non la sua pacatezza apre nuove strade, letteralmente, per una giovane donna innamorata. E poi ci sono gli insegnanti veri e propri, quelli che operano tra le mura scolastiche ma la cui vita non si esaurisce lì. 

Non c'è scadenza per la salvezza: "La seconda vita di Missy Carmichael"

La seconda vita di Missy Carmichael
di Beth Morrey
Garzanti, 2020

Titolo originale: Saving Missy
Traduzione di Stefano Beretta

pp. 333
€ 17,90 (cartaceo)
€ 9,99 (ebook)


La seconda vita di Missy Carmichael si presenta al lettore con un inizio inusuale. Innanzitutto perché la protagonista è una donna di settantanove anni (quindi non proprio la tipica eroina romantica) che, dopo aver già trascorso la maggior parte della sua vita, pare ora congelata in una vecchiaia solitaria e abbastanza mesta: ha perso un marito molto amato con cui segretamente continua a dialogare, ha un figlio che si è trasferito in Australia e una figlia con cui i rapporti sono tesi. Passa il tempo impiegata in attività modeste: la lettura dei necrologi (che “è un rischio generazionale, con i coetanei che cadono uno dopo l’altro, e ogni annuncio è una camera vuota nella mia piccola rivoltella”, p. 13), qualche passeggiata nel parco, la ricerca di attività che la facciano sembrare più attiva di quanto non sia: “alla fine, avevo deciso di andarci, così avrei avuto qualcosa da raccontare ad Alistair. La mia vita era diventata così circoscritta che cominciavo a preoccuparmi che mi considerasse banale” (p. 15). Il secondo elemento curioso è proprio la meta del suo iniziale andare: un laghetto in cui un gruppo di operatori specializzati praticherà un “elettroshock alle carpe”, per poterle più agevolmente spostare altrove. Mentre assiste al curioso, ma anche inquietante spettacolo, Missy ha un mancamento che le apre inaspettatamente delle possibilità: l’incontro con l’irruente Sylvie e con la più rude Angela fa rinascere in lei un dapprima sospettoso, trattenuto, poi sempre più marcato desiderio di socialità.

sabato 12 settembre 2020

Un Don Winslow in tono minore


Broken
di Don Winslow
HarperCollins (2020)
traduzione di Alfredo Colitto e Giuseppe Costigliola

pp. 529
€ 20 (cartaceo)
€ 12,99 (ebook)

Non è che sia passato molto dalla sua trilogia, dal terzo migliaio di pagine de Il confine che ha sigillato l’epopea gravitante attorno alla sfida tra Art Keller e Adan Barrera. Ricordo, giusto per inciso, gli altri due titoli, in ordine cronologico: Il potere del cane e Il cartello. Don Winslow, con questa capacità di appassionare grazie alla proposta di una letteratura commerciale di qualità, s’inserisce a pieno titolo nei primi posti, diciamo pure nel podio, di quel filone gringo-latino-criminale che imperversa nel romanzo, in molte serie televisive, nei film. È il trend attuale, magari passerà, e le storie americane torneranno a proiettarci su altre latitudini: dal confine sul Rio Grande dove imperversa la cocaina a… che ne so… l’affarismo di Wall Street o l’integrazione, più o meno sofferta, degli ebrei.
Improvvisamente, a distanza di un anno dall’epilogo di quelle tremila pagine, frutto di un lavoro ventennale – sì, avete capito bene, 20 anni – arrivano sei racconti, o romanzi brevi, ma non starei a sottilizzare come peraltro fa la prima pagina interna di questa edizione. Chiamateli come meglio credete, dopo averli letti sia chiaro. 

Amori, tradimenti e sete di potere alla corte imperiale giapponese: "Namamiko. L'inganno delle sciamane" di Fumiko Enchi


Namamiko. L’inganno delle sciamane

di Fumiko Enchi
Safarà Editore, dicembre 2019


Traduzione di Paola Scrolavezza

pp. 236
€ 18,50 (cartaceo)
€ 9,99 (ebook)



Fumiko Enchi (1905-1986) è stata una celebre scrittrice giapponese. Ha esordito come drammaturga, divenendo poi una delle voci letterarie femminili più importanti del suo Paese. Le donne sono le principali protagoniste dei suoi lavori. Profonda e raffinata conoscitrice della cultura e dei testi classici della tradizione giapponese (il padre fu un famoso accademico di Giapponese classico), Fumiko Enchi fu una delle prime donne a vincere il prestigioso premio letterario giapponese Noma Literary Prize.
Namamiko. L’inganno delle sciamane venne pubblicato per la prima in Giappone nel 1965, mentre in Italia è stato editato per la prima volta dalla casa editrice Safarà nel 2019 con la traduzione di Paola Scrolavezza.
Il romanzo racconta la storia d’amore del giovane imperatore Ichijo e della sua prima consorte Teishi e delle trame per separarli del primo cancelliere Michinaga.

venerdì 11 settembre 2020

La Roma sparita di Laudovino De Sanctis nell'ultimo romanzo di Aurelio Picca



Il più grande criminale di Roma è stato amico mio
di Aurelio Picca
Bompiani, 2020


pp. 256
€ 17,00 (cartaceo)
€ 9,99 (ebook)

 

Non mi sono mai sposato. Non ho figli. Anzi, molto giovane mi nacque una bambina. Di figli avrei potuto averne molti. Però le donne hanno abortito. (p. 11)

 Dopo aver terminato questo romanzo, non ho potuto fare a meno di cercare l’autore su Google e YouTube. Mi sono goduto un paio di interviste in cui Aurelio Picca parlava di quello che sembra essere il suo argomento preferito – che un po’ è anche il mio, e infatti non ho esitato a gettarmi a capofitto in questa lettura – vale a dire la città di Roma. Roma che, con la sua storia infinita, il suo passato glorioso e il suo presente meno memorabile, resta un sogno per tutti, anche se a volte è un incubo per chi ci vive.

Ebbene in quelle due interviste era palpabile nelle parole e negli sguardi di Picca tutto l’amore e l’odio che quest’uomo prova per questa città. Un amore sconfinato per le vie maestose del centro, ma anche per i vicoli delle periferie; un odio smisurato per le condizioni in cui, secondo lui, versa la Città eterna.

Quello stesso amore e quello stesso odio sono rinvenibili nel suo ultimo romanzo. L’amore, questo sentimento potentissimo e ingovernabile, si mescola in ogni singola pagina con un altro sentimento altrettanto potente e altrettanto dominante, ossia la nostalgia. La Roma di cui parla Picca è una “Roma sparita”: l’autore stesso accenna a quei quadri che ogni tanto si trovano negli androni nei palazzi, nei negozietti del centro, nei ristoranti, che ritraggono una fontana di Trevi, una piazza Navona, una via dei Fori Imperiali colme di carretti, mendicanti e bambini intenti a divertirsi con giochi appartenenti a un altro mondo.

Barcellona, il XIX secolo, e libri, libri ovunque: "L'amante di Barcellona" di Care Santos


L'amante di Barcellona
di Care Santos
Salani, 3 settembre 2020

Traduzione di Laura Marseguerra

pp. 672
€ 19,80 (cartaceo)
€ 9,99 (ebook)


Immaginate un romanzo fiume, in cui passano tante vite, emozioni, vicende, mentre infuria la Grande Storia: che cosa può unire tutti questi personaggi? I libri: c'è chi li ama visceralmente, come ogni bibliofilo, al confine tra passione e ossessione; c'è chi li commercia, chi li ruba, chi li scrive, chi li baratta, chi li restituisce, chi li riordina, chi ne fa preziosa merce di scambio. Nel suo nuovo romanzo, L'amante di Barcellona, appena uscito per Salani, Care Santos intreccia una storia impossibile da riassumere accuratamente. Quando si giunge all'ultima pagina del romanzo, ci si chiede: bene, e adesso da dove parto a recensirlo? Sì, perché la quantità di eventi narrati è tanto stordente, quando ci si pensa alla conclusione, quanto è piacevole e scorrevole mentre si legge il romanzo. Dunque, preferisco cercare di darvi un'idea della sinossi, senza addentrarmici troppo, o non ne uscirei se non tra qualche decina di pagine. 

giovedì 10 settembre 2020

Nella balena: una storia di «canto, di abisso, di poesia»


Nella balena
di Alessandro Barbaglia
Mondadori, 2020

pp. 228
€ 17 (cartaceo)
€ 8,99 (ebook)

 

Siamo sempre e solo il risultato degli incontri che facciamo. Siamo sempre e solo la storia delle nostre storie d’amore. (p. 156)
Alessandro Barbaglia è un abilissimo cantastorie. Un libraio-poeta, che incidentalmente scrive romanzi, tutti attraversati da quella vena lirica, pervasi da un’immaginazione vivace e un confine sempre più labile fra realtà e finzione, spunti storici e ispirazione letteraria. Questo suo ultimo romanzo, Nella balena, edito come sempre da Mondadori, è Barbaglia all’ennesima potenza e più di ogni altro rifugge etichette e rigide classificazioni. Per me, che sono decisamente ancorata al realismo, alle scritture minime, essenziali, ogni libro di Barbaglia è una sfida e uno slancio verso qualcosa di ignoto, una libertà di immaginazione e voli empirici attraverso le parole con cui l’autore sa sempre magistralmente giocare. Arrivati qui, al terzo romanzo che leggo, riconosco alcuni tratti della scrittura di Barbaglia in quello che a mio avviso è il suo libro più interessante, maturo, che si poggia su una struttura narrativa solida in cui si intrecciano due storie, due piani temporali distinti e una serie di tematiche e spunti differenti, che trovano in qualche modo alcuni punti di contatto. Su tutti, Goliath, la balena. Barbaglia gioca con uno dei simboli più amati dalla letteratura occidentale, magnificamente reso nel capolavoro di Melville ma di cui la narrativa è ricchissima, riprendendo un certo immaginario del mistero, del fascino che questi grandi mammiferi suscitano nell’uomo e nei lettori, ergendolo a simbolo, custode di imperscrutabili verità e segreti, e riuscendo a creare la propria versione originale, in cui i rimandi letterari sono un omaggio all’interno di una narrazione del tutto nuova, fresca e avvincente.

La storia dell'umanità raccontata da Enrico Camanni a partire da un cristallo di ghiaccio

Il grande libro del ghiaccio
di Enrico Camanni
Editori Laterza, 2020



pp. 372

€ 22,00 (cartaceo)
€ 12,99 (e-book)


Un grande libro, in tutti i sensi. Sia dal punto di vista delle dimensioni (quasi 400 pagine, realizzate con carta di prima qualità e profumatissima, almeno per chi ama, come la sottoscritta, mettere il naso tra le pagine) sia dal punto di vista del contenuto. "Il grande libro del ghiaccio", da poco uscito per le edizioni Laterza, è un ampio racconto su tutto ciò che concerne il ghiaccio, materiale che racchiude in sé una magia: tanto può essere duraturo, quasi "eterno" (pensiamo alle "carote" di ghiaccio raccolte nell'Antartide che possono darci segnali risalenti a un milione e mezzo di anni fa), quanto può essere labile, caduco, effimero, proprio come ghiaccio al sole...
La magia del mondo bianco risale agli albori della Storia, fino a un centinaio di anni fa, quando il freddo e la neve rappresentavano un ostacolo insormontabile per tante attività umane, dalla guerra alla vita domestica. Il "generale inverno", insieme al suo luogotenente, il ghiaccio, era un nemico da temere e rispettare. Molto più recente e repentina l'inversione di prospettiva, che ha visto nell'Ottocento svilupparsi la visione romantica dei ghiacciai e nel secolo scorso l'addomesticamento della neve, con la nascita del turismo e dello sci di massa. Fino ad arrivare al paradosso dell'invenzione della neve, con le piste innevate artificialmente. Perché nel frattempo il riscaldamento globale (in gran parte dovuto alle attività dell'homo industrialis) ha messo in grave pericolo il mondo bianco, ha sciolto ghiacciai che si pensavano perenni, ha sgretolato rocce tenute insieme per millenni dal ghiaccio, ha cambiato la fisionomia delle montagne e delle valli con frane e inondazioni.

mercoledì 9 settembre 2020

Muzzopappa "a pezzi" nel nuovo libro uscito per Fazi




Un uomo a pezzi
di Francesco Muzzopappa
Fazi editore, agosto 2020


pp. 160
€ 15,00 (cartaceo)
€ 7,99 (ebook)


Tanti piccoli racconti di vita quotidiana di un pugliese trapiantato a Milano: torna in libreria Francesco Muzzopappa con Un uomo a pezzi, un libro che racconta frammenti di vita vissuta, descritti con l’ironia pungente che caratterizza l’autore.
Francesco aveva iniziato a leggere questi episodi alla fine delle presentazioni dei suoi libri e ne aveva anche registrati alcuni per Storytel; ora questi sono uniti tutti insieme, come se fossero un romanzo. Il filo conduttore è la vita di tutti i giorni, le piccole abitudini, i ricordi d’infanzia, il tutto condito con garbo ed empatia.

"Passaggi segreti" di Federico Pace: di luoghi, incontri, epifanie


Passaggi segreti
di Federico Pace
Laterza, luglio 2020

pp. 176
€ 15 (cartaceo)
€ 9,99 (ebook)


Un pomeriggio d’inverno sono partito per un breve viaggio che non pensavo potesse condurmi così lontano. (p. 83)

“Passaggi segreti”: sono le strade poco battute, le vie secondarie, le porte per entrare in luoghi reali o del ricordo, le storie ascoltate, le epifanie, con cui Federico Pace accompagna il lettore in un viaggio lungo un anno, il racconto che si intreccia al ricordo, alla riflessione personale. Un piccolo gioiello che in questa strana stagione leggiamo con una partecipazione diversa da quanto sarebbe stato se fosse arrivato in libreria in un’estate ben più ordinaria. Il nostro tempo è mutato, il viaggio ha contorni nuovi, il nostro Paese non ci era mai sembrato così ricco di gemme, luoghi da scoprire con rinnovato interesse e meraviglia. Con uno stile molto curato, evocativo, lirico a tratti, Pace accompagna il lettore alla scoperta di luoghi che sorprendono non tanto – o non solo – per la bellezza paesaggistica e storica, ma per quel valore che assumono perché caricati del ricordo, dell’incontro, delle connessioni che talvolta si creano.

Un anno di viaggi-racconti che si legge perciò su due binari: da una parte gli interessanti spunti di viaggio, luoghi poco noti o comunque osservati da angolazioni differenti, lo sguardo sempre attento e curioso del viaggiatore – e non certo del turista – che prova a restituire sulla pagina quanto osservato e vissuto, tra montagna, mare, laguna, da Nord a Sud; dall’altra la sensibilità con cui si ascoltano le storie, il racconto delle piccole, fondamentali epifanie che colpiscono l’autore lungo il cammino, le riflessioni verso cui il viaggio lo spinge e dalle quali anche il lettore è ispirato a confrontarsi. In questa duplice chiave di lettura risiede, quindi, la bellezza del libro e la sua “atemporalità”.

martedì 8 settembre 2020

Mordere il mondo: "Devo essere brava" di Alessandro Ferrari

Devo essere brava
di Alessandro Q. Ferrari
DeA, 2020

pp. 320 
€ 15,90 (cartaceo)
€ 7,99 (ebook)



Devo essere brava è un monito che Sara si ripete nei momenti di stress, quelli in cui la realtà la opprime e lei vorrebbe spaccare qualcosa, o scappare via, o disattendere le aspettative che tutti sembrano avere su di lei. Devi essere brava è quello che le hanno detto e ripetuto, facendo ricadere su di lei la responsabilità di rimettere insieme una famiglia distrutta. Una mamma depressa e alcolizzata; un fratellino lontano, in una “prigione” da cui riesce comunque a mandare fantasiosi messaggi vocali, nell’attesa che la sorella vada a liberarlo; un padre che ha deciso di scappare di casa, abbandonando la figlia sedicenne a se stessa. Solo Sara resta, perché è la cosa più difficile, ma anche la più coraggiosa da fare. Perché qualcuno deve pur essere maturo, se gli adulti non ce la fanno.
Ho dei brutti pensieri. Ho la rabbia e i brutti pensieri. Mi mordo le dita imprimendo i denti nella pelle, non sanguino mai per quanto stringa. Me ne posso andare anche io, non è così eroico andarsene, ma se me ne vado Rocky da chi torna?
Sara resta, anche se il paese, con i suoi palazzi fatiscenti, le fabbriche abbandonate, la piccola chiesa sbarrata e il grigiore dilagante e contagioso, accresce il suo malessere e pare un destino, una condanna: 
Poi tornerò a far parte del paesaggio, una delle pecorelle nel presepe di don Walter, nate qui da genitori di qui che parlano il dialetto di qui e non se ne andranno mai da qui. Non me ne andrò mai da qui, non si può evadere da Roveto.

"Prima di noi": una saga familiare dentro la grande storia del '900 nell'appassionante romanzo di Giorgio Fontana


 Prima di noi eBook: Fontana, Giorgio: Amazon.it: Kindle Store

Prima di noi
di Giorgio Fontana
Sellerio, 2020

pp. 896
€ 22 (cartaceo)
€ 14,99 (ebook)

“La storia dell’umanità è quasi totalmente una narrazione di progetti falliti e speranze deluse”.

A questo non sfugge la famiglia Sartori protagonista, per quattro generazioni, del corposo, coraggioso e appassionante romanzo di Giorgio Fontana, Prima di noi, edito da Sellerio.
Ammetto candidamente che nelle prime due parti il libro, che consta di quasi 900 pagine, mi ha lasciato un po’ perplesso; dalla terza parte in poi, invece, man mano che i fatti si avvicinavano alla contemporaneità, è stato un continuo crescendo di emozioni e colpi di scena, per cui si può asserire che se l’autore ha lanciato una sfida, mettendo a dura prova la concentrazione del lettore, ebbene questa sfida l’ha vinta alla grande.
Viviamo nell’era di Twitter e siamo abituati a leggere commenti brevi e quasi telegrafici, pertanto tenere desta l’attenzione per le vicende di una famiglia che ci accompagna per quasi un secolo di storia, 95 anni per essere esatti, dalla disfatta di Caporetto, passando per la dittatura fascista, la seconda guerra mondiale, la Resistenza, la ricostruzione e il boom economico, le prime contestazioni giovanili e il ’68, il terrorismo e gli anni di piombo, le stragi e le lotte operaie, gli scioperi, le conquiste sociali delle donne, le rivendicazioni sindacali fino ad arrivare ai più recenti anni del berlusconismo, non era un compito facile con il rischio di annoiare il lettore e di non riuscire a coinvolgerlo emotivamente e a renderlo partecipe delle delusioni, delle sofferenze, delle gioie e dei dolori dei protagonisti.