mercoledì 23 settembre 2020

#IlSalotto - Affrontare il nemico invisibile: intervista ad Anna Giurickovic Dato

 

Foto della pagina Facebook dell'autrice
(riproduzione autorizzata)

Dopo tre anni dal suo esordio con La figlia femmina, la giovane scrittrice catanese Anna Giurickovic Dato torna in libreria con Il grande me. È un romanzo potente, il suo, che con una scrittura dinamica e accesa sa commuovere, affrontando al contempo una delle più grandi tematiche della letteratura: l'approccio alla morte.

Ho voluto dunque approfondire alcune delle tante questioni che la lettura di questo romanzo ha saputo sollevare.

Innanzitutto complimenti, Anna, per questo tuo secondo romanzo. Devo dire che l’aspettavo con trepidazione sin da quando l’hai annunciato su Facebook.
Vorrei dunque cominciare con una domanda un po’ di rito: come nasce l’idea del Grande me?
Più che un’idea è una rielaborazione. La vita che, filtrata dalla finzione narrativa, diviene l’anima del romanzo che non avrei voluto scrivere e al quale, tuttavia, sono profondamente grata. Il grande me è il grande che è in tutti noi, non quello che abbiamo inventato, ma quello che dobbiamo ancora scoprire.

Il tuo esordio con Fazi risale al 2017, quando viene dato alle stampe La figlia femmina, un romanzo molto diverso ma che condivide con Il grande me la ferocia dei sentimenti e quell’intimismo così peculiare del tuo narrare. Come è cambiato il tuo approccio alla scrittura in questi tre anni? E come, invece, l’approccio all’iter di pubblicazione?
Ho scritto La figlia femmina pensando che non lo avrei mai pubblicato, ma con la ferocia di chi ce l’avrebbe messa tutta. Ho scritto Il grande me, invece, sapendo che sarebbe stato pubblicato: questa consapevolezza, anziché inibirmi, mi ha dato coraggio, ho spinto il mio timbro oltre le barriere che, io stessa, prima, mi ero imposta; non ho guidato lo stile verso il canone, ma mi sono lasciata guidare da intuizioni, narrative e linguistiche, che mi conducessero verso una scrittura che mi somigliasse il più possibile. Non ho avuto fretta, non mi sono lasciata soddisfare facilmente, mi sono divertita a scandagliare i vocaboli uno per uno, cercando di potenziarne l’effetto. Non so se ci sono riuscita, ma è stato un lavoro che mi ha reso più consapevole. La pubblicazione, questa volta, era là, mi aspettava, per questo non è mai stata una meta; la vera meta era quella di non farmi tradire dalle mie stesse parole.

Il grande me
di Anna Giurickovic Dato
Fazi, 2020

pp. 220
€ 18 (cartaceo)
€ 10,99 (ebook)

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Ciò che emerge da questo romanzo è la difficoltà – quando non l’impossibilità – di accettare l’inevitabile. È una domanda complessa quella che sto per farti, ma sono certo che hai avuto modo di riflettere sull’argomento: perché, ancora oggi, pur con tutte le conoscenze che possediamo, ci è così difficile comprendere e accettare la morte?
La morte è una delle più grandi rimozioni della nostra società. Non solo ci comportiamo come fossimo immortali, ma anche come se gli altri lo fossero. A causa della considerazione irrisoria che abbiamo della morte e dei suoi effetti, alcuni di noi sono capaci di uccidere quasi “per gioco” (pensiamo agli ultimi, terrificanti, fatti di cronaca). Il fatto che la morte sia una rimozione non collide con l’evidenza che i media danno moltissimo spazio alle morti violente: riempire schermi e notizie di morti violente significa relegare la morte all’accidentalità, all’eventualità, non all’ineluttabilità. Mentre la morte violenta viene spettacolarizzata sempre più, la morte biologica si trasforma in un tabù. Difficile comprendere il perché di questa tendenza così estrema, e dico estrema perché se la morte non venisse rimossa, darebbe più valore anche alla vita: alla nostra e a quella del prossimo. Forse nel momento in cui l’individuo prevale sulla collettività, la morte non può che diventare un orrore, non più la normale conclusione della vita. Morire non coincide più con il lasciare una “eredità” ai discendenti, concludere un ciclo, ma con l’insopportabile idea di non poter più essere protagonisti.

Nella presentazione che hai fatto del romanzo sulla pagina di Fazi, parli di una “ricerca spasmodica” della verità che i tre figli mettono in atto per, in qualche modo, chiudere un cerchio lasciato aperto. In effetti nelle ultime pagine del romanzo viene alla luce un segreto enorme e perturbante, che però sembra quasi scivolare via, trascinato dal corso degli eventi. Secondo te, davanti alla morte tutto o quasi è perdonabile? La morte, cioè, svolge un ruolo di “grande assolutrice”?
Nel Grande me la morte è capace di rincollare i pezzi, seppur frammentati, di una serie di vite irrisolte; ma ha anche un’altra funzione, quella di approvare l’irrisolutezza. Il fine ultimo della vita non è quello di non avere rimpianti, ma è, semmai, quello di poterli accettare pacificamente. Il segreto svelato dal padre chiede, ai protagonisti, di compiere una serie di azioni: il padre dovrà accettare che non esiste niente di più grande di sé e che, in fondo, non importa; i figli dovranno consentire al padre di lasciare alcune domande irrisolte. Non ho pensato alla morte come a una grande assolutrice, bensì come a una presenza ineluttabile e imprevedibile che non pretende né compiutezza, né perfezione, né pace.

L’inizio e la fine della vita, così come la sopportazione del dolore e della sofferenza in un’ottica escatologica, sono temi fondamentali nel cristianesimo. In generale, la religione aiuta a superare i momenti di neri perché racconta una storia di speranza. Tu che rapporto hai con la religione, e col cristianesimo in particolare?
Io sono irrimediabilmente atea. Dico “irrimediabilmente” perché mio padre, per esempio, insisteva molto sulla maggiore correttezza dell’agnosticismo rispetto all’ateismo: se non posso sostenere che esiste – perché non ne ho gli elementi – allora non posso neanche sostenere che non esiste. Nonostante i suoi sforzi in tal senso, non riesco a dirmi agnostica: sono atea al punto da farne, quasi, un atto di fede. Nel romanzo Dio è continuamente interrogato: è quello che accade con la morte. Anzi, le religioni esistono proprio per “rimediare” alla morte; il paradiso risponde a quella stessa necessità di cui parlavo poc’anzi: rimuovere la morte con un aldilà. Persino io, che mi professo atea dalla testa ai piedi, quando ho guardato negli occhi la morte mi sono ritrovata a consultare Dio.

Chiudiamo come abbiamo iniziato, con una domanda di rito. Hai già in mente l’idea per il prossimo romanzo? Puoi darci, in caso, qualche anticipazione?
Non ho pensato a cosa scriverò, né se lo farò. Il grande me è ancora troppo forte e spero avrà vita lunga. Dentro vi ho racchiuso non soltanto molte parole, ma considerevoli porzioni di me: ho bisogno di lasciar decantare. La scrittura, per me, non è un esercizio, ma una trasfigurazione.

Intervista a cura di David Valentini