venerdì 22 febbraio 2019

La poesia al servizio della libertà. Un ricordo di Antonio Machado a 80 anni dalla morte

Si mi pluma valiera tu pistola/ de capitán, contento moriría.

Così scriveva Antonio Machado nel 1937 al Generale dell’esercito repubblicano Enrique Líster. Il poeta aveva messo a disposizione della causa antifascista la sua lirica e la sua arte, pur essendo consapevole che la forza della ragione espressa dal suo canto poetico per la libertà e la democrazia, non aveva scampo contro la ragione della forza dell’esercito franchista. Sono circa una decina i poemi di Machado dedicati alla guerra, vigliaccamente esclusi dal volume Poesía completa pubblicato in pieno franchismo e spregiudicato tentativo del Regime di far propria la voce poetica machadiana.

Il distico citato fa da controcanto a un altro urlo di dolore, rabbia e impotenza, quel vencereis pero no convencereis che Miguel de Unamuno sputò in faccia al generale Millán Astray nel 1936 nel Paraninfo dell’Università di Salamanca, il tempio dell’intelligenza cui il militare fascista aveva augurato la morte, e di cui l’autore di Nebbia era rettore.

Quando davvero conosciamo gli altri? E quanto vogliamo conoscerli?

Quella metà di noi
di Paola Cereda
Giulio Perrone, 2019

pp. 224
€ 15 (cartaceo)



Ci sono vite che sembrano estremamente prevedibili. E invece. Matilde è sempre sembrata un libro aperto per tutti: moglie, madre, maestra elementare appassionata del suo lavoro. Ma chi ha mai davvero provato a conoscerla, a parte il marito, che però è morto da anni? C'è un'altra vita che Matilde ha tenuto a lungo per sé: quella che l'ha vista tornare donna, con speranze, sogni, desideri di una tanto fantomatica svolta fatta pensando a sé, per una volta. Eppure niente è così facile: infatti nelle prime pagine di Quella metà di noi, Paola Cereda, psicologa e scrittrice non alle prime armi, ci presenta la sua protagonista alle prese con un nuovo lavoro come badante, a casa di un capriccioso eppure ancora lucidissimo e interessante ex ingegnere torinese. Perché mai una donna come Matilde, meritatamente arrivata alla pensione, deve riprendere a lavorare? A cosa le servono i soldi che accantona di mese in mese? 

giovedì 21 febbraio 2019

Il vero ponte non unisce Scilla e Cariddi ma Catania e Tokyo: le lezioni di "sicilianitudine" di Ottavio Cappellani

La Sicilia spiegata agli Eschimesi (e a tutti gli altri)
di Ottavio Cappellani
Società Editrice Milanese, 21 febbraio 2019

pp. 128
€ 12,00

Tu, proprio tu che chiami arancina quel cono di riso ricoperto di muddica e ripieno al ragù, sì, proprio tu sei il destinatario dell’ultimo libro di Ottavio Cappellani. Puoi anche non essere Eschimese (anzi, è altamente probabile che tu sia italiano, palermitano nello specifico), ma La Sicilia spiegata agli Eschimesi (e a tutti gli altri) è stato scritto proprio per te. Perciò mettiti comodo, rilassati e inizia la lettura con la consapevolezza che, alla fine, avrai l’impressione di non aver capito meglio la Sicilia, ma avrai vissuto un’esperienza formativa talmente folle e rabbiosa da avere perfettamente cucita addosso la maglia della sicilianitudine.

#CriticArte Dal Nulla al Sogno tra Dada e Surrealismo

Dal Nulla al Sogno. Dada e Surrealismo - dalla collezione del Museo Boijmans Van Beuningen

Fondazione Ferrero, Alba
dal 27 ottobre 2018 al 24 febbraio 2019

Ingresso libero
È consigliata la prenotazione su www.fondazioneferrero.com



Una mostra assolutamente da non perdere, e per la quale restano ancora pochi giorni di visita, è quella che celebra il passaggio dal Dadaismo al Surrealismo, presso la Fondazione Ferrero di Alba (CN). In una sequenza mirabilmente curata da Marco Vallora, la mostra si suddivide in nove sezioni, all'interno delle quali si susseguono opere di grande pregio e dal forte impatto. Le opere, poste in un dialogo continuo, che va dall’armonico al contrastante, seguono una progressione prevalentemente tematica, pur non trascurando un’aderenza alla cronologia degli eventi. 

Tornare a viversi e a sentirsi, oltre a essere madre, compagna, amante

L'isola dell'abbandono
di Chiara Gamberale
Feltrinelli, 21 febbraio 2019

pp. 224
€ 16,50 (cartaceo)
€ 9,99 (ebook)


Quale enorme terremoto scuote le nostre vite, quando si diventa genitori? E quanto la maternità, in particolare, può essere difficile, se portata avanti senza un compagno? Il nuovo romanzo di Chiara Gamberale, L'isola dell'abbandono, si apre in una riunione dei "genisoli", ovvero i genitori single che si riuniscono periodicamente per condividere le proprie storie, insieme alle difficoltà, alle frustrazioni, spesso al rancore per il compagno assente. Se all'inizio pensiamo che Franco possa essere il protagonista, poi cambiamo idea: è certamente Michela, con suo figlio difficile da crescere; anzi, Lidia, con il suo pancione al nono mese e la sua forza d'animo, a narrarci la storia. E invece no: la protagonista è lì presente, in silenzio, e la scopriamo solo dopo che gli altri hanno parlato. Suo figlio si chiama Emanuele, ha sei mesi ormai, ma da tre mesi suo papà Damiano dorme nel suo studio. Cosa sta accadendo? La protagonista non è più convinta di poter essere ancora la compagna di quell'uomo che è stato suo amante per nove anni e che, con la gravidanza, ha deciso di rivoluzionare la vita di entrambi. 

mercoledì 20 febbraio 2019

"Non ero un incapace e nemmeno un mediocre, ero solo un uomo imprigionato": di una Giulia 1300 e di qualche altro miracolo


Giulia 1300 e altri miracoli
di Fabio Bartolomei
edizioni e/o, 2012

pp. 288
€ 9,50 (cartaceo)



Qualche mese fa mi è successo qualcosa: ho letto L’ultima volta che siamo stati bambini e scoperto, pare con imperdonabile ritardo, dell’esistenza di Fabio Bartolomei (qui l'intervista con l'autore). La folgorazione letteraria è stata tale che, spinta dal bisogno di fare ammenda, ho deciso di ripartire dall’inizio.
L’inizio è la Giulia, con i suoi miracoli. Anzi no, l’inizio sono ancora una volta tre personaggi indimenticabili. L’io narrante è Diego, che incarna lo stereotipo dell’uomo medio, in cui la medietà confina pericolosamente con la mediocrità: “altezza media, corporatura media, pancetta da quarantenne medio, occhi e capelli castani […]. Io sono il classico tipo che somiglia in brutto a un sacco di attori americani, più che altro di telefilm” (p. 24). Imprigionato in una vita irrisolta, di cui non è mai stato veramente protagonista e che pure gli calza bene addosso, l’uomo confessa senza nessuna remora di essere affetto da una “acutissima forma di ignavia camuffata da naturale senso di superiorità” (p. 26) che lo rende il venditore perfetto: riesce a intuire i desideri dei clienti, a compiacerli senza risultare viscido, ad aggiustare la verità illudendosi di non stare mentendo.

#PagineCritiche - Il sovraccarico della nostra epoca: il pianeta nervoso di Matt Haig


Vita su un pianeta nervoso
di Matt Haig
Edizioni e/o, 2019

Traduzione di Silvia Castoldi

pp. 408
€ 15 (cartaceo)
€ 11,99 (ebook)

La gente non ha bisogno solo di spazi fisici, ma anche dello spazio per essere mentalmente libera. Uno spazio privo di distrazioni indesiderate che ci ingombrano la testa come finestre pop-up mentali in un mondo già frenetico. Tale spazio esiste ancora. Solo che non possiamo darlo per scontato. Dobbiamo cercarlo consapevolmente. Potremmo dover stabilire orari fissi per leggere, praticare yoga, immergerci in un lungo bagno caldo, cucinare il nostro piatto preferito o uscire a fare una passeggiata. Potremmo dover spegnere il cellulare. Chiudere il portatile. Potremmo doverci scollegare, per ritrovare una sorta di versione alleggerita, acustica di noi stessi (pp. 340-1)

Matt Haig ha sofferto di depressione e soffre attualmente di attacchi di panico, ansia e crisi di nervi. Il modo in cui il tempo ci sfugge fra le mani, affaccendati come siamo fra centinaia di attività quotidiane molte delle quali superflue, lo ossessiona: proprio il suo fluire implacabile, d’altronde, è il grande protagonista del suo ultimo romanzo, anch’esso uscito per i tipi di e/o (Come fermare il tempo, 2018). E come lui, molti di noi oggi soffrono delle stesse malattie e degli stessi disturbi: l’epoca contemporanea, quella in cui noi tutti viviamo, è dominata da ritmi frenetici, dal sovraccarico di input e dal desiderio di raggiungere ideali e standard di per sé inafferrabili. Viviamo, cioè, su un pianeta nervoso nella doppia accezione dell’aggettivo: da un lato, come neuroni siamo (iper)connessi da tecnologie che consentono di collegarci con potenzialmente qualsiasi essere vivente sul pianeta; dall’altro, questo sistema che abbiamo creato è in grado di soffrire esattamente come farebbe un sistema vivente, e oggi la situazione è drammatica. Siamo nevrotici.
Haig si mette a nudo sin dalle prime pagine, rivelandosi come una creatura fragile e preda dei vizi: del bere, del dormire poco, del tempo speso sui social network a osservare quanti like e commenti i suoi post hanno ricevuto. Lo scrittore si apre al mondo con un preciso intento: come più volte ripete, uno dei suoi obiettivi è dimostrare come la malattia mentale, demonizzata in ogni epoca e ancora un forte tabù in quella contemporanea, abbia la stessa dignità di quella fisica poiché, a differenza di quanto la religione e determinate filosofie ci hanno fatto credere, uno è il corpo e non c’è separazione fra il territorio fisico e quello mentale.

martedì 19 febbraio 2019

Colson Whitehead, "La ferrovia sotterranea"

La ferrovia sotterranea (The Underground Railroad)
di Colson Whitehead
Sur, 2017

Traduzione italiana di Martina Testa

pp. 376
€ 20 (cartaceo)
€ 4,99 (ebook)


Negli anni in cui era in vigore lo schiavismo nel sud degli Stati Uniti, i diversi movimenti abolizionisti, presenti sia in quei luoghi ma soprattutto negli stati del nord, combattevano questa pratica anche attraverso il sostegno attivo a quei pochi neri che tentavano la fuga dalle piantagioni per raggiungere gli stati “liberi” o, addirittura, il Canada.
Tra le diverse strategie elaborate vi era la cosiddetta “ferrovia sotterranea”, che era una sorta di percorso a tappe attraverso il quale lo schiavo fuggiasco poteva contare sull’aiuto di una serie di “passatori” che lo avrebbero nascosto, rifocillato e accompagnato fino alla meta.
Compito tutt’altro che facile per questi individui coraggiosi, perché il fatto di essere bianchi non li metteva al riparo da ritorsioni e da punizioni non molto diverse da quelle previste per gli schiavi riacciuffati.

#PagineCritiche - Io dentro e tu fuori, tra cemento e filo spinato

L'età dei muri
di Carlo Greppi
Feltrinelli, 2019

pp. 284

€ 18,00 (cartaceo)
€ 9,99 (ebook)



Il sottotitolo del saggio di Carlo Greppi è "Breve storia del nostro tempo". E con questo l'autore rende immediatamente chiara al lettore la portata temporale del suo sguardo storico. Che non è il passato, il Novecento, il tempo delle guerre e delle conseguenti divisioni, bensì l'hic et nunc, il luogo e il tempo che tutti noi ci troviamo a vivere in questo nostro mondo. Greppi ci dice, in sostanza che l'età dei muri è la nostra.

E questo già mette il lettore in una predisposizione d'animo diversa, consapevole del fatto che non sta accingendosi a leggere soltanto un saggio storico, ma una riflessione sul nostro tempo, su noi stessi e sui concetti di inclusione/esclusione da queste nostre società.
Carlo Greppi, classe 1982, è, peraltro, uno storico giovane e quindi ancor più incline a guardare al passato non tanto per quello che ha già dato, con la consueta analisi di cause e conseguenze, ma anche e soprattutto per interrogarlo sulle risposte da dare al presente (e al futuro), nuovo e complicato, ma allo stesso tempo riflesso e ricorso di ciò che è già accaduto. E che troppe volte è stato etichettato con un poco preveggente "Mai più".
Il saggio quindi si propone di lanciare uno sguardo il più ampio possibile sul mondo di questo nuovo millennio per osservare i luoghi laddove ancora esistono muri di divisione. Tra un gruppo umano e l'altro, tra ricchi e poveri, tra neri e bianchi, tra chi segue un credo religioso e chi un altro, tra chi possiede e chi non ha. Facendo una scoperta: 
Se all'inizio del XXI secolo nel mondo i muri erano meno di venti, secondo la documentatissima serie Un mundo de muros (...), in un quindicennio sono diventati settanta. (p. 240)

lunedì 18 febbraio 2019

#PagineCritiche - "Nella setta", si alza il velo sul business dell'associazionismo


Nella setta
di Flavia Piccinni e Carmine Gazzanni
Fandango, 2018



pp. 365

€ 18,50 (cartaceo)
€ 9,99 (ebook)


"C’è un’Italia che esiste, ma non si vede": quella dei membri delle sette. Parliamo di migliaia o milioni di individui sparsi da Nord a Sud, una vera e propria nazione nella nazione, con delle regole, dei codici di condotta e di fedeltà. Con autorità, poteri e controlli e, naturalmente, un patrimonio.
Su questa nazione, o meglio sulle sue manifestazioni variamente denominate e organizzate, hanno provato a far luce Flavia Piccinni e Carmine Gazzanni, autori di Nella setta.
Il metodo dei due giornalisti segue diverse direttrici: a monte c’è un’indagine documentale (articoli di giornale e libri sull’argomento sono il punto di partenza dell’inchiesta). Successivamente, si passa ai tentativi di approccio più concreti: Piccinni e Gazzanni si recano nei luoghi in cui operano le sette, negli edifici amministrativi e del culto. Conosciamo in questo modo le sedi di Scientology a Milano e quella di Damanhur, a Vidracco (Piemonte).

Vite piccole per cuori grandi: "Di chi è questo cuore" di Mauro Covacich

Di chi è questo cuore
di Mauro Covacich
La Nave di Teseo, 2019

pp. 243
€ 17 (cartaceo)



Partiamo da un grande presupposto: se non vi piace la letteratura italiana contemporanea, spesso e volentieri rappresentata da scrittori uomini tra i quaranta e i cinquant'anni, questo Di chi è questo cuore di Mauro Covacich, appena uscito per i tipi della Nave di Teseo, non è il libro che fa per voi. Infatti il romanzo dello scrittore triestino è una sorta di perfetta sintesi di un certo stile di composizione di romanzi all'italiana, con quei personaggi senza grandi slanci, il più delle volte vere e proprie emanazioni degli stessi autori, che passano l'esistenza in una sorta di realtà "gelatinosa" dove, sostanzialmente, non cambia nulla da 2.000 anni a questa parte: cambiano i nomi delle situazioni, le forme di Governo, si ha più o meno libertà, ma le cose sono sempre quelle. La vita dell'uomo (e della donna) è sempre quell'affannoso slalom tra i piccoli/grandi traumi dell'esistenza per godere di piccole pagliuzze se non di felicità almeno di rasserenante tranquillità. 

domenica 17 febbraio 2019

#IlSalotto - Vivian Maier, la fotografa invisibile: intervista a Francesca Diotallevi


Il romanzo prende spunto da una storia vera, quella di Vivian Maier. Una fotografa nata nel 1926 a New York e morta nel 2009, una donna che visse facendo la tata e che ha visto il successo come fotografa solo anni dopo la morte.
Dai tuoi occhi solamente
di Francesca Diotallevi
Neri Pozza, 2018 

pp. 207
€ 16,50 (cartaceo)
€ 9,99 (ebook)
I suoi rullini sono stati ritrovati nel 2007, in modo casuale da John Maloof, figlio di un rigattiere che comprò a Chicago a un’asta, per meno di 400 dollari, un baule contenente rullini fotografici. Dopo aver sviluppato il materiale si rese conto che le foto erano perfette e, da lì, iniziò a indagare per scoprire a chi appartenessero. Tuttavia, avendo Vivian lasciato un nome falso, non riuscì mai ad incontrarla. 
Maloof iniziò a far conoscere Vivian pubblicando in internet gli scatti e ottenendo un successo così elevato da decidere di togliere le foto dal web per muoversi in modo serio e organizzare una più degna diffusione delle opere. Attraverso mostre e retrospettive, Vivian diventa così un personaggio mondiale.
Nel libro come nella vita, Vivian ha avuto un’infanzia molto difficile, divisa tra continui spostamenti tra l’America e l’Europa e caratterizzata da un’estrema solitudine. La fotografia ha rappresentato l’unione tra lei e il mondo, un occhio sulla vita e sulle emozioni degli altri: «Le foto non mentono sulle storie che raccontano, nemmeno le più artificiose» (p. 14).
Molte le tematiche trattate nel romanzo, ma l’aspetto centrale è costituito dalla “invisibilità” di Vivian, una donna sola, un’anima che l’autrice Francesca Diotallevi ha saputo porre in evidenza ripercorrendo la vita di Vivian: una esistenza caratterizzata da assenze, in tutti i sensi del termine.
La Maier è una donna la cui personalità è il risultato del suo passato, delle sue ferite e delle cicatrici mai risolte completamente. 

sabato 16 febbraio 2019

Marina Café Noir, l'anteprima: tre giorni di lezione con Accademia Popolare


Foto di Alessandra Liscia

"Due non è il doppio ma il contrario di uno, della sua solitudine.
Due è alleanza, filo doppio che non è spezzato"[Il contrario di uno, Erri De Luca]

Marina Café Noir compie diciassette anni. Il festival di letterature applicate più longevo di Cagliari quest'anno festeggia il nobile record riproponendo, come l'anno passato, un'anteprima imperdibile: trattasi di tre giorni (dal 13 al 15 febbraio) in cui illustri e sapienti docenti universitari si alternano su un piccolo palco per tenere lectio magistralis di breve durata, ognuno sulla propria specializzazione.
Il fil rouge prende spunto dal titolo di un celebre libro di Erri De Luca “Il contrario di uno”, titolo che lo scrittore ha gentilmente concesso alla manifestazione.
È lo scrittore stesso a spiegare quale sia il significato del titolo della raccolta di diciannove racconti, edito nel 2013 da Feltrinelli.

"Le acque del Nord" di Ian McGuire: una riflessione profonda sulla cattiveria

Le acque del Nord 
di Ian McGuire
Einaudi, 2018

Titolo originale: The North Water

Traduzione italiana di Andrea Sirotti

pp. 288
€ 19,50 (cartaceo)
€ 9,99 (ebook)



Una buona recensione – secondo quelli che la sanno lunga – deve contenere il sunto della trama, in modo da dimostrare che il recensore ha effettivamente letto il libro e non si è limitato a sbirciare la quarta di copertina. D’altro canto però, rivelare la trama di un libro può privare il potenziale lettore del piacere di scoprirne lo sviluppo e i principali eventi.
Nel caso di Le acque del Nord, lo svelamento della trama sarebbe un peccato mortale, pari al rivelare il nome del colpevole in un giallo classico. Si sappia, quindi, che il romanzo tratta di una nave inglese che salpa nel 1857 dal porto di Hull diretta verso l’Artico a caccia di balene e che non tutto va secondo i piani. Anzi, a un certo punto comincia ad andare proprio tutto a rotoli. Fine dello svelamento della trama.
Perché parlarne, quindi? Perché oltre alla storia in sé, Le acque del Nord è un romanzo strepitoso (ma proprio STRE-PI-TO-SO) che svetta grazie a diversi aspetti: sul piano meramente narrativo, è un thriller magnetico e dinamico, una storia angosciante che trascina il lettore pagina dopo pagina in un crescendo di orrore e violenza; la scrittura di McGuire è scorrevole ma mai superficiale, minuziosa fino all’estremo, quasi a ricordare la relazione di un entomologo. Ben poco è lasciato all’immaginazione, il lettore è quasi brutalizzato con descrizioni di personaggi, fatti e anatomie vivide e volutamente sgradevoli, che acuiscono la tensione e il senso di disagio.

venerdì 15 febbraio 2019

E se casa nostra fosse il palcoscenico di uno spettacolo teatrale permanente?

Appartamento 401
di Yoshida Shūichi
Feltrinelli, 7 febbraio 2019

Traduzione di Gala Maria Follaco

pp. 240
€ 16,00 



Gli appartamenti giapponesi, si sa, sono piccolissimi. Specialmente quelli delle grandi metropoli come Tokyo, Osaka o Yokohama, tutte sviluppate in verticale e dove una famiglia riesce a vivere in 50 metri quadrati. E se la nostra sensibilità mediterranea inorridisce di fronte a questa assenza di spazi, noi, figli del boom economico che voleva a tutti i costi assegnare una camera a ogni abitante di un appartamento, che rabbrividiamo di fronte ai consigli di riordino di Marie Kondo (che si è spinta addirittura ad affermare di eliminare dalla nostra libreria i testi che non ci suggeriscono gioia), di certo proviamo un senso di claustrofobica oppressione pensando a quattro, prima, e cinque, poi, ragazzi costretti nelle tre camere di un appartamento di Setagaya a Tokyo, l’Appartamento 401, appunto, del romanzo di Yoshida Shūichi.

Storie di salite e di cadute: "Il rimedio miracoloso" di H.G. Wells

Il rimedio miracoloso
di H.G. Wells
Fazi Editore, 2019

Traduzione di Chiara Vatteroni

pp. 430
€ 20,00 (cartaceo)



«Devi fare il bravo, George», disse. «Devi imparare... E non devi metterti contro i tuoi superiori e contro chi ti è socialmente superiore... E neppure invidiarli».
«No, mamma», dissi.
Fu una promessa avventata.

L'Inghilterra vittoriana offre molte possibilità. Innovative tecnologie, persone energiche e con uno sguardo rivolto prepotentemente al futuro, la pubblicità, il nuovo che avanza sono un fertile humus per chiunque abbia abbastanza spregiudicatezza per approfittarne. George Ponderevo, figlio di una governante di una casa nobiliare, viene colpito da questa "forza obliqua" del progresso che lo rapisce al suo ceto sociale e lo innalalza a vette che mai avrebbe immaginato: essere il braccio destro di suo zio, farmacista e inventore di un tonico eccezionale, il Tono- Bungay. Da queste boccette di ricostituente scaturisce il loro successo e diventa inesauribile fonte di denaro, di progetti e nuove possibilità. Però, si sa, quando si sale così in alto e così in fretta, le cadute possono essere molto dolorose. 
H.G. Wells, apprezzato e celebre autore britannico di fantascienza, con Il rimedio miracoloso indaga sulla società britannica del suo tempo, così rutilante e multiforme da essere più estrosa di qualunque invenzione fantascientifica si possa mai immaginare.

giovedì 14 febbraio 2019

#ScrittoriInAscolto - «Cosa succede quando siamo alle prese con un'ossessione non espletata?»: "Fedeltà", raccontato da Marco Missiroli


I The National? Chi sono? Me lo sono chiesta, quando l'altra sera a Milano Marco Missiroli ci ha raccontato che sono stati la sua colonna sonora, insieme all'album Conversations with Myself di Bill Evans. Ma adesso che la voce di Matt Berninger si diffonde nelle cuffie, tutto si fa più chiaro: l'atmosfera evanescente, a tratti onirica, estremamente sensuale che la sua voce dipinge si presta benissimo alla scrittura e mi immagino Marco Missiroli al tavolino del Refeel di Via Sabotino 20, dove ha scritto tutto Fedeltà (qui la recensione). Mi pare di vederli: per circa sei ore e mezza al giorno, dal mattino alle 8, lui e il suo computer, la sua consumazione accanto, lo sguardo fuori dalla grande vetrata. E tutta la Milano che corre, fuori, mentre dentro i personaggi di Margherita, Carlo, Sofia, Andrea, Anna prendono forma sulla pagina. 

«Avevo paura a scriverlo da solo a casa», ha confessato l'autore, che ci ha accompagnati in un viaggio speciale per le strade raccontate nel libro, su un suggestivo tram antico. Se la zona dove abita Anna è dove lo stesso Missiroli ha vissuto con una sua ex fidanzata, Porta Romana (zona di Andrea) è un luogo di scoperta, mentre il quartiere Isola dove sta in affitto Sofia ospita un locale a cui Missiroli è molto legato. Infine, Concordia è la strada dove, proprio come nel romanzo, l'autore ha comprato una casa al quarto piano senza ascensore, novantasei scalini di fatica eppure un intero appartamento di soddisfazione. Destinazione ultima del viaggio: il bar Refill, dove brindare insieme all'uscita di Fedeltà. Ma che dire di questo viaggio nelle parole, tra smottamenti, curve, semafori, mentre la prima sera di Milano scendeva? Potrei dire tanto delle confessioni magnetiche e schiette di Missiroli, ma sarebbe sempre comunque poco, rispetto all'atmosfera di condivisione calda, sincera, un po' ansiosa: Marco sa benissimo che scrivere Atti osceni in luogo privato è stata una benedizione e una maledizione al tempo stesso, ha fidelizzato il pubblico, che ora non farà che paragonare il nuovo romanzo al bestseller. 

"Sofia si veste sempre di nero": Cognetti, l’universo femminile e un personaggio indimenticabile

Sofia si veste sempre di nero
Di Paolo Cognetti
Minimum Fax, I edizione 2012

pp. 205
€ 16,00 (edizione 2017) 

La ragazza aveva gli occhi strabici. E questo modo di guardarti la bocca mentre parlavi, come se intorno ci fosse un rumore d’inferno e lei dovesse leggerti le labbra per distinguere le parole. Aveva l’aria di una persona in pericolo. Guardava allo stesso tempo te e dietro di te. Ecco che cosa colpiva al cuore gli uomini la prima volta che la incontravano: tu le parlavi e lei ti fissava le labbra come se da un momento all’altro potesse saltarti al collo e morderle, e quel morso salvarle la vita. (p. 177)
La ragazza è Sofia Muratore. La scrittura, intensa, che rasenta la perfezione, è quella di Paolo Cognetti. Sono passati quasi sette anni da quando “Sofia si veste sempre di nero” uscì per Minimum Fax, rivelando al pubblico il talento di questo scrittore milanese che si era fatto strada nel cuore dei suoi lettori con racconti che richiamavano la grande tradizione della short story americana di Carver, Salinger, Hemingway, Berlin, solo per citare alcuni tra i nomi tutelari della narrativa breve d’oltreoceano; il ragazzo con “lo sguardo sempre rivolto a Ovest”, dimostrava ancora una volta le potenzialità del racconto, una tradizione che anche in Italia vanta scrittori fuoriclasse e lettori fedeli, soprattutto negli ultimi tempi. In sette anni, Cognetti ha continuato a scrivere e pubblicare, spaziando tra differenti forme espressive ma sempre con una particolare attenzione verso il racconto, si è aggiudicato un Premio Strega – anche se assegnato per quello che, ad oggi e a mio personalissimo parere, è il suo libro meno potente, ma forse il più facile da premiare – insegna in numerosi corsi di scrittura creativa e quando gli è possibile cerca il modo di unire le sue passioni per la montagna, la scrittura e New York, sulla pagina o perfino nella realtà, per esempio con corsi e workshop in alta quota. E per noi lettori della prima ora, questo successo di pubblico e critica non è che una conferma di quello che avevamo già da tempo intuito, soprattutto, si, dopo la scoperta di Sofia, una raccolta che oggi si rilegge con lo stesso piacere.

mercoledì 13 febbraio 2019

#CritiCOMICS: il cammino per spezzare il dominio dell'uomo sull'uomo. Storie da uno slum di Nairobi

Lamiere
di Danilo Deninotti, Giorgio Fontana, Lucio Ruvidotti
Feltrinelli, 2019
Collana Feltrinelli Comics

pp. 144
€ 16,00

Un genere che stiamo lentamente iniziando a conoscere è il graphic journalism, l’insieme cioè delle opere a fumetti che raccontano una storia non fiction (una cronaca, per intenderci) servendosi di disegni e parole. Più che la definizione, forse, a identificare il genere basterebbe dire Kobane Calling. Insieme a Michele Rech Zerocalcare, comunque, molti altri autori italiani si stanno affacciando a questa forma di letteratura, inevitabilmente, impegnata e che possiede una forza d’immedesimazione che la cronaca giornalistica, priva di immagini, non riesce a evocare. Abbiamo letto da poco Salvezza di Lelio Bonaccorso e Marco Rizzo e con Lamiere di Danilo Deninotti, Giorgio Fontana e Lucio Ruvidotti, uscito per Feltrinelli (nella collana Feltrinelli Comics) il 7 febbraio, ci viene offerta una nuova chance di consapevolezza.

Il Vietnam attraverso gli occhi del viaggiatore: il reportage di Stefano Calzati


In Vietnam. Digressioni di viaggio
di Stefano Calzati
Prospero editore, 2018

pp. 303
€ 14

È spesso l’eurocentrismo che ci contraddistingue: andiamo in Africa o in Asia per le nostre due settimane di ferie e, osservando le abitudini locali, gli odori e i colori dei luoghi sacri di religioni diverse, la cultura culinaria che rischia di far impazzire i nostri intestini, giudichiamo. Facciamo continui paragoni con la nostra cultura e al contempo andiamo a caccia di foto e souvenir da mostrare alle persone per mostrare come abbiamo accolto la loro, come ci siamo sentiti parte del popolo cavalcando gli elefanti, indossando copricapi di paglia, praticando una tantum la posizione del loto in un tempio buddista.
Non sempre è così, ovviamente, ma è innegabile che questo è il più delle volte il mood con cui partiamo: vogliamo vedere il vero volto di un luogo esotico e poi prenotiamo una suite con vista sui grattacieli approfittando del cambio. È questo viaggiare o è piuttosto fare i turisti, seguendo l’etimo della parola che rimanda al Grand tour, il lungo percorso che i giovani e ricchi europei compivano nei secoli scorsi per acculturarsi?

martedì 12 febbraio 2019

Tornare a credere nella forza del "noi": le sedici storie illustrate di "Noi siamo tempesta"

Noi siamo tempesta. Storie senza eroe che hanno cambiato il mondo
di Michela Murgia
Salani, 11 febbraio 2019

Illustrazioni di The World of Dot
Con un fumetto di Paolo Bacilieri

pp. 128
€ 16,90 (cartaceo)
€ 8,99 (ebook)


Premessa doverosa per sincerità: non sono un'estimatrice dei libri illustrati, il più delle volte mi sembra che la grafica accattivante punti a far da miele per addolcire l'amara medicina della scrittura (e io parteggio sempre per l'amara medicina, lo sapete ormai). Il più delle volte. Nel progetto di Noi siamo tempesta, definito da Michela Murgia una delle sue più grandi imprese, immagini e testi vanno invece perfettamente a braccetto, senza forzature, ma sposandosi in un connubio perfetto, in linea con il tema centrale del libro. Infatti, l'idea di fondo è la seguente: per troppi secoli le favole con cui siamo cresciuti hanno visto sfilare eroi individualisti, impegnati a gareggiare e primeggiare, spesso a scapito degli altri. Al contrario, in Noi siamo tempesta troviamo tanti esempi che avvalorano l'antico proverbio "l'unione fa la forza", o se non altro la compagnia rende più tollerabili le avversità e gli ostacoli, più o meno grandi. 

Quando restare fedeli significa tradire sé stessi? Missiroli torna in libreria con un romanzo che farà discutere

Fedeltà
di Marco Missiroli
Einaudi, 12 febbraio 2019

pp. 230
€ 19 (cartaceo)
€ 9,99 (ebook)

«La mano sulla schiena di Sofia non era un'interferenza, era una dimensione parallela, era l'aforisma che funestava l'immaginario adultero: "Non significa niente". O meglio: "Non significa troppo"». (p. 39)
Un "malinteso", lo hanno definito così: il professor Carlo Pentecoste è stato visto nel bagno della facoltà, mentre reggeva in modo equivoco la studentessa Sofia Casadei. Per soccorrerla, è stato spiegato da entrambi: e il rettore, i colleghi, gli studenti hanno chiuso la questione. Ma non la moglie di Carlo, Margherita, che per quanto cerchi di superare la vicenda, non riesce a darsi pace e più volte si è trovata a girovagare per i cortili di facoltà, tanto quanto sui profili social della ragazza, chiedendosi come siano realmente andate le cose. Ma immaginare le mani di suo marito su una ventiduenne può diventare un'ossessione? E, viceversa, il ricordo di quel contatto con Sofia, può diventare un pensiero fisso per Carlo? Questo allontanerà la coppia? Si realizzerà quello che Margherita ritiene il suo "reale spavento", ovvero «perdere Carlo dentro di sé poco alla volta» (p. 98)?

lunedì 11 febbraio 2019

Il posto è piccolo, la gente è grande: "Luce d'estate ed subito notte" di Jón Kalman Stefánsson

Luce d'estate ed subito notte
di Jón Kalman Stefánsson
Iperborea, 2013

Traduzione di Silvia Cosimini

pp. 290
€ 17,00

Il mare è profondo, cambia colore e sembra che respiri. È un bene per noi avere il mare, perché a volte i giorni passano senza che accada un bel niente e allora guardiamo il fiordo che diventa blu, e poi verde, e poi scuro come la fine del mondo. (p. 43)
Lassù, in alto in alto, dove le giornate possono durare una manciata di minuti o interminabili ore, c'è una nazione con grandi spazi, una nazione ancora indecisa se migrare sempre di più verso la Groenlandia o restare ancorata alla Vecchia Europa. L'Islanda, orgogliosa terra di vulcani, geyser e ricordi vichinghi, è disseminata di paesini di poche anime. Quattrocento persone, a farla larga, e qualche altro grumo nelle fattorie dalle sconfinate estensioni. Posti così dispersi che non hanno nemmeno un cimitero perché anche la morte si è dimenticata di quegli abitanti e i centenari la sera ridacchiano e giocano a minigolf. Proprio uno di questi paesi è al centro della narrazione di Luce d'estate ed è subito notte di Jón Kalman Stefánsson. In un romanzo corale dalla narrazione non sempre in rigoroso ordine di tempo, l'autore islandese fa luce sulla vita dei piccoli centri sperduti islandesi: solo perché un posto è piccolo, non vuol dire che non contenga storie dal respiro così ampio da arrivare fino al cielo.

Quando l'autofiction esclude il lettore: "In tutto c'è stata bellezza" di Manuel Vilas

In tutto c'è stata bellezza (Ordesa)
di Manuel Vilas
Guanda, 2019

pp. 416
€ 18 (cartaceo)
€ 9,99 (ebook)

Non mi dispiace mettere in mostra la vita di mio padre. Anche se in Spagna nessuno vuole mettere in mostra nulla. Ci farebbe bene scrivere delle nostre famiglie, senza nessuna finzione, senza romanzare. Solo raccontando ciò che è successo, o ciò che crediamo sia successo. La gente nasconde la vita dei propri progenitori. Quando conosco una persona, gli chiedo sempre dei suoi genitori, vale a dire della volontà che ha portato al mondo quella persona. (p. 134)
Bisogna aspettare 134 pagine di In tutto c'è stata bellezza (Ordesa) per avere la certezza di essere davanti a un caso di palese autofiction, perché prima le coincidenze biografiche tra autore e io narrante rischiavano di farci semplicemente cadere in una sovrapposizione corriva. In effetti, l'aufofiction ha invaso la narrativa con esperienze personali e in questi ultimi anni sono usciti libri di rara bellezza, ma la domanda che, dopo aver chiuso un manoscritto, un autore deve porsi è la seguente: perché dovrei pubblicarlo? Cosa potrebbe trarre il lettore dal mio libro? Divertimento, ansia, mutua rispondenza di sentimenti, spunti di riflessione,...? Perché se la risposta tarda ad arrivare e tutto resta schiacciato sull'esperienza personale, non replicabile, non universalizzabile né condivisibile in alcun modo, il libro resta un esito forse catartico per l'autore, ma non certo per il lettore, che semmai è ridotto a mero osservatore. 
Almeno è questa la riflessione a cui sono giunta leggendo In tutto c'è stata bellezza (Ordesa) di Manuel Vilas, autore affermato in Spagna e ora arrivato anche in Italia. Fernando Aramburu, famoso autore di Patria, da me amatissimo, ha definito questo romanzo «un libro potente, sincero, a tratti crudo, sulla perdita dei genitori, sul dolore delle parole non dette e sulla necessità di amare e di essere amati». Ho riletto più volte questa definizione, e ogni volta mi trovavo in disaccordo: come definire "potente" un libro che spesso è un soliloquio sulla propria crisi esistenziale, bloccato in un circolo vizioso di contemplazione e adorazione del passato, in particolare dei propri genitori, e relega il presente a poche pagine qui e là, detta tutta, piuttosto irrilevanti? Insomma, per quanto ci abbia provato, non sono proprio riuscita a entrare sintonia con questo libro, ma andiamo con ordine.

domenica 10 febbraio 2019

Col naso all'insù, a cercare le stelle e inseguire i sogni: «Se i pesci guardassero le stelle», di Luca Ammirati.

Se i pesci guardassero le stelle
di Luca Ammirati
DeA Planeta, 2019

pp. 336
€ 16,00 (cartaceo)
€ 7,99 (ebook)



Sanremo, giorni nostri. Il mare scorre lento, lambisce le spiagge e incanta i turisti che giungono in riviera speranzosi di vedere dal vivo la città dei fiori e delle canzoni, quella che ogni anno rinnova il suo appuntamento con le luci dello spettacolo. Tra i tanti abitanti della città ligure c'è Samuele, trent'anni, giornalista e astrofilo appassionato, sognatore e idealista. Le sue giornate scivolano tranquille, tra il lavoro al giornale – un contratto a breve termine in scadenza e un ambiente poco stimolante – e l'impiego presso l'osservatorio astronomico di Perinaldo, dove occupa le sue serate facendo da guida ai visitatori. Giorno dopo giorno Samuele vede la sua vita scorrere, senza troppi problemi né grandi scossoni, anche se con un rovello interiore, l'amore.
Il punto è che non ne capisco nulla , dell'amore. Per me è sempre stato un grande rompicapo, un cubo di Rubik in cui le facce non vogliono mai saperne di andare al loro dannato posto. Non sono capace di interpretare quelle impercettibili sfumature negli sguardi femminili. Sarà forse per questo che le donne finiscono immancabilmente per lasciarmi, deluse, perché “non sono un uomo pratico”: un uomo con la testa fra le stelle, troppo sognatore, incapace di prendersi cura come si deve della propria compagna. Che colpa ne ho se sono disordinato e notturno, se sono dotato di un animo poetico e osservo il cielo per lavoro e passione, anziché tenere i piedi piantati a terra? (pp. 102-103)

sabato 9 febbraio 2019

"Italiani si rimane": la creatività irriverente di Beppe Severgnini



Italiani si rimane
di Beppe Severgnini
Solferino, 2018

pp. 274

€ 17,50 (cartaceo)
€ 9,99 (ebook)



La tipica verve di Beppe Severgnini alimenta un viaggio narrativo all’interno del vissuto dell’autore, tracciando le tappe salienti che lo hanno portato dai giovani esordi alla Provincia di Cremona come studente-giornalista, alla direzione di 7, il settimanale del Corriere della Sera, passando per Il Giornale di Indro Montanelli, gli anni londinesi e The Economist, dai libri alla radio, alla famiglia.

Edito da Solferino, Italiani si rimane è caratterizzato dallo stile inconfondibile dell’autore, che mischia l’arguto sense of humor a osservazioni profonde sulla nostra società, spesso provocando nel lettore il sorriso, unito alla riflessione su una lezione di vita appresa, che Severgnini condivide con apparente semplicità, allo stesso modo di come un Lucio Fontana taglia la tela, il gesto che apre la luce al buio e il buio alla luce, metafora dell’inconscio. Pertanto potremmo applicare spesso agli aneddoti narrati da Severgnini, la stessa celebre frase che si ode in campo artistico: “potevo farlo/dirlo anch’io”, ma la potenza dell’illusorio luogo comune consiste proprio nell’invidiabile capacità dello scrittore di individuare quei tratti fondamentali “dell’essere italiani”.

#CritiCOMICS - "Ero diventata umana, viva e vulnerabile. Anche la Callas era trasfigurata": la Divina della lirica secondo Vanna Vinci

Io sono Maria Callas
di Vanna Vinci
Feltrinelli Comics, 2018

pp. 176
€ 22,00


Vanna Vinci non è una melomane. Ah no? No. Neanche un po’. Per quanto possa sembrare paradossale, dato il soggetto al centro del suo ultimo (capo)lavoro – ovvero Maria Callas, la dama del melodramma per antonomasia – la maestra del fumetto italiano non sa mentire ai suoi estimatori, a cui confessa (in cauda venenum, si fa per dire) la sua totale estraneità al genere: «non sono un’appassionata di musica lirica (…) Per me, la voce di Maria Callas rimane un mistero incomprensibile, un suono non umano, fatto di molte voci come quello di un’intera foresta». Eppure non lo si direbbe affatto. Non solo per la competenza mostrata in corso d’opera – che è frutto di uno studio evidentemente accorto e partecipato delle fonti biografiche, saggistiche e documentarie – ma anche per l’intensità con cui, tavola dopo tavola, il personaggio della Callas e soprattutto la persona di Maria si imprimono nella memoria del lettore. Io sono Maria Callas è una biografia a fumetti in cui, con la complicità del tratto deciso dell'illustratrice, ogni suono citato si incide come un solco sul vinile: a partire dalla magia vocale della Divina e dal cinguettio degli adorati canarini che le insegnarono a gorgheggiare passando per gli applausi che progressivamente ne scandirono le presenze sui palcoscenici di tutto il mondo; fino ad arrivare, nel precoce ultimo atto di uno spettacolo esistenziale ormai ridotto a farsa, al fruscio impalpabile delle ceneri dell’artista al momento del loro spargimento in mare.

venerdì 8 febbraio 2019

Fede, Speranza e Anarchia nel nuovo romanzo di Giulia Caminito


Un giorno verrà 
di Giulia Caminito 
Bompiani, 2019 

pp. 240 
€ 16 (cartaceo) 
€ 9,99 (ebook) 




Nel 1983 lo scrittore peruviano Manuel Scorza pubblicava il suo ultimo, indimenticabile, romanzo, La danza immobile, la storia di un bivio e di due uomini: uno, Santiago, sceglie l’amore, e l’altro, Nicolàs, sceglie la rivoluzione. L’epilogo è sconfortante, perché entrambe le scelte si rivelano perdenti. Ho istintivamente ripensato a quel libro e a quell’epilogo quando ho iniziato a leggere Un giorno verrà di Giulia Caminito, anche questo un libro sulle scelte, su due uomini, di cui uno si chiama Nicola. La sconfitta che chiudeva il libro di Scorza si è legata inaspettatamente a una speranza, che il titolo di Caminito mi sembrava nascondere: cosa verrà un giorno? 

L’autrice, al suo secondo romanzo, dopo l’Africa Orientale de La grande A ci porta ora a Serra de’ Conti, un paese in provincia di Ancona. La trama copre un arco temporale denso di eventi: dalla fine dell’Ottocento alla fine della prima guerra mondiale, e in mezzo le rivolte contadine, la febbre spagnola, le espropriazioni di una patria che “si fa padrona, possiede, colonizza, ruba”. I protagonisti sono i poveri, la sfortunata famiglia del fornaio del paese e due fratelli in particolare, Lupo e Nicola. Uno l’opposto dell’altro: il primo vitale, nato temerario, tutto corpo; il secondo delicatissimo, solitario, tutta mente. E poi un personaggio che ha davvero fatto la storia di Serra de’ Conti, una donna nata in Sudan, divenuta schiava e che poi ha trovato la libertà nella monacazione, e cioè Suor Clara (nella realtà Suor Maria Giuseppina Benvenuti), detta la Moretta.

"Pensare, scrivere, insegnare - cioè fare quello che gli intellettuali devono fare - significava provocare": la distopia di Giacomo Papi

Il censimento dei radical chic
di Giacomo Papi
Feltrinelli, 24 gennaio 2019

pp. 141
€ 13 (cartaceo)
€ 9,99 (ebook)

La Commissione era al lavoro dal primo mattino. A comporla erano tredici membri: un Presidente nominato dal Governo con potere di indirizzo e sei tra scrittori, studiosi e linguisti, oltre a sei commissari sorteggiati a caso in rappresentanza del popolo: una commercialista, un personal trainer, una maestra elementare, un meccanico, una modella e un fantino. Fu subito individuato un metodo elementare, ma efficace: i sei membri acculturati si davano il turno nel leggere a voce alta i 250mila lemmi del Dizionario Devoto-Oli (lo Zingarelli fu scartato a causa del nome imbarazzante, tanto più nella versione con Cd-Rom) e i sei commissari popolari ascoltavano, soffiando dentro un fischietto tutte le volte in cui si imbattevano in un termine di cui non conoscevano il significato. 
Avete già capito: Giacomo Papi fa dell'ironia e della satira due strumenti efficacissimi, che vanno di pari passo al gusto per l'iperbole e la parodia. Ma è proprio così, con la levità di una penna solo apparentemente leggera e disimpegnata, che invece arriva potentissima la critica del presente. Ma andiamo con ordine: intanto, devo proprio dire che sono incappata in questo titolo curioso per caso, poi la trama e le recensioni online mi hanno convinta subito. Intanto, l'idea di un mondo in cui un Ministero dell'Ignoranza mette alle porte gli intellettuali e inizia schedarli (da qui l'idea del "censimento", per l'appunto), a perseguitarli e a ucciderli di botte, è qualcosa che porta all'estremo alcune tendenze attuali: se anni fa era un vanto definirsi "intellettuali", di recente al suono di questa parola non è raro scorgere nello sguardo degli interlocutori sospetto, se non addirittura presa di distanza e disgusto, quasi fosse una colpa lavorare nell'ambito culturale. 

giovedì 7 febbraio 2019

Il PFI (Progetto Famiglia Infinita): l'interesse di livello comunitario nel destino di ogni bambino

Piccolo mondo perfetto
di Kevin Wilson
Fazi Editore, 2018

Traduzione di Silvia Castoldi

pp. 426
€ 18,00 

La multimilionaria Brenda Acklen e lo psicologo Preston Grind hanno un’idea in comune a proposito della famiglia ideale. Per loro il Piccolo mondo perfetto è «una famiglia più ampia di quella formata da un marito, una moglie e i loro figli» (p. 73), in cui tra i bambini venga ricreato spontaneamente lo spirito comunitario che la signora Acklen ha conosciuto in prima persona nell’orfanotrofio in cui è cresciuta e ha conosciuto l’amore della sua vita, il luogo più felice che lei ricordi. Condividendo quest’idea, il dott. Grind aggiunge altri dettagli alla «famiglia che non avrà mai termine, a prescindere dalle circostanze. Una famiglia perenne. Una famiglia infinita» (p. 73): la marca distintiva di questo nucleo familiare (che non ha nulla a che vedere con una comune o una setta, sia ben chiaro!) deve essere lo spirito comunitario. Proprio perché «spesso i genitori sono abbandonati a se stessi» nella crescita di un bambino, Preston è convinto che l’investimento per l’allevamento di un individuo debba provenire da un gruppo, non da una coppia né da un singolo, che abbia un interesse a «livello comunitario per il destino» (p. 126) di questa nuova vita che nasce.

#PagineCritiche - "Il giorno che durò vent'anni" (o forse più): la storia della marcia su Roma secondo Di Pierro

Il giorno che durò vent’anni. 28 ottobre 1922: la marcia su Roma
di Antonio Di Pierro
Clichy, 2018

pp. 325
€ 18,00 


Quella narrata da Antonio Di Pierro è una storia che è bene iniziare dalla fine, una fine tristemente nota ai più e riassunta dall'autore con parole lapidarie, che sottolineano in modo evidente il carattere quasi surreale degli eventi: venerdì 17 novembre 1922 Mussolini sancisce, con il successo della votazione per la fiducia al nuovo governo, l'inizio della sua scalata al potere. Come osserva Di Pierro,
il capo della destra estrema ha compiuto un vero e proprio miracolo: minacciando un colpo di Stato che aveva scarsissime possibilità di successo, ha ottenuto il potere per vie legali. Chiamato dal re e ricevuto l'incarico di formare il nuovo esecutivo è riuscito, lui, leader di un partito che alle ultime elezioni ha fatto eleggere appena 35 deputati, a ottenere il favore della stragrande maggioranza del Parlamento. (p. 250)
L'intera trattazione de Il giorno che durò vent'anni ha lo scopo di mostrare come, dietro a questa ascesa rapidissima e apparentemente inspiegabile, si celi in realtà una concatenazione di eventi che trova in interessi politici e scarsa lungimiranza da parte delle istituzioni il suo carburante principale.

mercoledì 6 febbraio 2019

#CritiCOMICS - La biografia pop di Andy Warhol illustrata da Typex

La vita e le avventure di Andy Warhol
di Typex
Bao Publishing, 2019

pp. 562
€ 29,00


Monumentale, ambiziosa, un po' folle: questa è l'opera di Typex – volutamente si sceglie di chiamarla così, perché più che un graphic novel si tratta di un'opera d'arte essa stessa, una straordinaria dimostrazione di virtuosismo e un omaggio al genio sensibile, versatile "e un po' tonto" (p. 142) che è stato Andy Warhol. Dieci albi dedicati a dieci diversi periodi della vita dell'artista, dieci stili differenti, dieci diverse tecniche di illustrazione e tipi di colorazione per restituire il carattere in evoluzione e le fasi creative di Warhol, in un'opera tutta pop, con una veste grafica che rimanda ai cartoni del detersivo Brillo, tanto di istruzioni per l'uso ("Per il massimo godimento si raccomanda di non leggere più di un capitolo alla volta") e figurine da ritagliare dedicate ai principali comprimari ("Gratis all'interno 120 celebrità. Collezionatele tutte!").
Sempre scandalosa e controcorrente, la biografia di Andy offre materiali in abbondanza al volume, che rivela in ogni pagina l'enorme lavoro di scavo, di studio e di preparazione che si nasconde – ma neanche troppo – dietro a ogni singola tavola. Così anche il lettore deve impegnarsi e mettersi nella stessa attitudine dell'autore, con curiosità e passione genuine, disponibilità a lasciarsi avvolgere dalla narrazione e farsi trascinare in un vortice di spunti e dettagli, tempo da investire nella conoscenza di uno degli artisti segnanti del Novecento.

"Esercizi di sepoltura di una madre": essere una famiglia è anche ridere insieme, parola di zio.

Esercizi di sepoltura di una madre
di Paolo Repetti
Mondadori, 29 gennaio 2019

pp. 159
€ 17,00 (cartaceo)
€ 8,99 (ebook)


Provocatorio e divertentissimo: così si potrebbe definire Esercizi di sepoltura di una madre, il nuovo libro di Paolo Repetti. Noto ai più come co-fondatore Einaudi Stile Libero, Repetti da tempo è seguito sui social come un acuto osservatore del reale, satiricamente spietato nel cogliere i controsensi del presente. Chi lo segue da un po' su Twitter, si è certamente imbattuto nei suoi sketch familiari, in cui i suoi nipoti adolescenti la fanno da padroni e riescono sempre a strappare un sorriso. Proprio da lì è nato il desiderio raccogliere e proporre una selezione delle scenette più divertenti, spesso ridotte a meri dialoghi, folgoranti perché imprevedibili, ma anche perché i tre nipoti sono a dir poco diversi. Se Isaac è un matematico, forse un po' sociopatico, con una visione estremamente immanente, Davide è tanto appassionato alla Juve quanto alle ragazze, due poli verso cui dirige tutte le sue attenzioni; ma a sconvolgere di più è la nipotina Saretta, che alterna momenti di incredibile misticismo, con domande esistenziali davvero profonde, a quesiti altrettanto precoci sul sesso, sulle relazioni e sul mondo. 

martedì 5 febbraio 2019

Introversione? Sì, grazie. Un libro di Jennifer Granneman ci spiega perché

La vita segreta degli introversi.
Il bello di chi sa tacere in un mondo fatto di chiacchiere
di Jennifer Granneman
Feltrinelli, 2018

Traduzione di Paolo Poli

pp. 232
€ 16,00

Dura la vita delle persone introverse, al giorno d’oggi. Forse lo è sempre stata, se è vero che l’essere umano è un animale politico e sociale, ma non c’è dubbio che l’avvento dei social network abbia contribuito a peggiorare le asprezze esistenziali di chi, per sua natura, è meno proiettato verso gli altri e verso l’esterno. In tempi in cui conta essere sempre connessi e in cui tutto ciò che non è esibito e condiviso (anche e soprattutto on line) semplicemente non esiste, la fatica nel tenere il ritmo incalzante dei contatti può essere esasperante; come se gli impegni della virtualità, poi, fossero meno reali di quelli della vita off. Ciò che è peggio, le persone non estroverse sono spesso soggette al fraintendimento delle loro pacifiche e riservate intenzioni, e dunque considerate a torto variamente maleducate, arroganti, snob, supponenti, asociali, noiose e (sotto sotto) depresse. Se appartenete alla categoria e vi siete rassegnati allo stigma di questi stereotipi, o se magari siete tra coloro che ne hanno alimentato il pregiudizio nei confronti di parenti e conoscenti evidentemente diversi da voi (ma non per questo peggiori o inferiori), fareste bene a leggere La vita segreta degli introversi di Jennifer Granneman, appena pubblicato in Italia da Feltrinelli: nel primo caso, vi riconcilierà con la vostra introversione liberandovi dal senso di inferiorità indotto dai diktat di una certa idea dominante della vita associata; nel secondo caso, ridimensionerà la vostra pretesa di superiorità rispetto a chi vi appare portatore di un patologico mistero, e invece chiede solamente il vostro rispetto.

Trattenere o liberare la fantasia horror: "Gli annientatori" di Gianluca Morozzi

Gli annientatori
di Gianluca Morozzi
TEA, 2018

pp. 196
€ 13 (cartaceo)



Giulio Maspero è uno scrittore il cui terzo romanzo, Zanne e artigli, sembrava averlo avviato ad una carriera di successo, che però poi ha faticato a concretizzarsi. Sin dalle prime pagine sappiamo che gli succederà qualcosa di misterioso e grave: finirà, per usare le sue stesse parole, all'inferno. Tutto comincia dall'incontro con Veronica Monaco, una studentessa di un suo corso di scrittura con la quale intrattiene una relazione adulterina. Ciò mette in modo una serie di eventi casuali che lo porterà ad occupare l'appartamento di un suo conoscente in un palazzo periferico di Bologna. Come in tutti gli horror che si rispettino, quell'edificio è un personaggio vero e proprio, che assorbe le energie (negative) di chi lo ha occupato e le fa respirare ai nuovi inquilini.

lunedì 4 febbraio 2019

All's well that ends Welles - Un Orson e una Balena

Moby Dick. Prove per un dramma in due atti
di Orson Welles
Gaffi ItaloSvevo, 2018

pp. 116
€ 13,50



Da poco è uscito per Gaffi Editore ItaloSvevo, in quella collana gioiellino che è la Piccola Biblioteca di Letteratura Inutile (preziosa non solo per la qualità dei testi, ma anche per una veste grafica curata e resa deliziosamente rétro dalle pagine da tagliare col tagliacarte) Moby Dick. Prove per un dramma in due atti.
Si tratta dell'adattamento che Orson Welles operò a partire dal celeberrimo testo di Herman Melville incentrato sulle avventure della nave baleniera Pequod e della sua ciurma guidata dal capitano Ahab alla disperata ricerca della Balena Bianca.

Lo spettacolo andò in scena nel 1955 al Duke of York's Theatre di Londra, con lo stesso Welles fra gli interpreti, nel ruolo dell'impresario della compagnia, di padre Mapple (che aveva già portato sullo schermo nel film di John Houston, la cui uscita era prevista per il giugno successivo) e del capitano Ahab.

Nell'originale inglese il titolo sarebbe Moby Dick - Reaharsed, con un participio passato che sottolinea - come spiega l'ottima prefazione al volume di Paolo Mereghetti - la particolare natura dello spettacolo, «messo in prova, provato».
Infatti, nella finzione narrativa, s'immagina che questo sia un testo provato durante i pomeriggi liberi di una compagnia impegnata nelle repliche del Re Lear di Shakespeare, alla fine dell'Ottocento.
In tale ambiente di raccordo, si stratificano i rimandi e i confronti tra due giganti della tradizione, Shakespeare e Melville.