sabato 23 febbraio 2019

#CriticARTe - Le notti bianche: Una rappresentazione di un classico lieve e attualissimo

Le notti bianche
adattamento e regia di Francesco Giuffrè
con Giorgio Marchesi, Camilla Diana

tratto da Le notti bianche di Fëdor Dostoevskij
(edizione di riferimento Mondadori, De Agostini, 1993)

"Allora domani ci riconteremo qui e ci racconteremo le nostre vite!" "Sì, però innanzitutto un patto!" "Un patto? Va bene, acconsento a tutto!" "Non dovete mai innamorarvi di me!" "Lo giuro!" (p. 20)
Portare a teatro un'opera come Le notti bianche dello scrittore russo Fëdor Dostoevskij è sempre un rischio, come ha ammesso il regista di questo spettacolo, Francesco Giuffrè, soprattutto quando nella memoria del grande pubblico è ancora vivo il ricordo dello splendido film del 1957 diretto da Luchino Visconti e interpretato da Maria Schell e da un bravissimo e fascinoso Marcello Mastroianni.
D'altra parte l'entusiasmo che ha percorso l'intera platea alla fine della rappresentazione è stato la prova più significativa dell'ottima riuscita di questa esibizione.
  
Le notti bianche (in russo: Белые ночи, Belye Noči) è un racconto apparso per la prima volta nel 1848 sulla rivista Otečestvennye zapiski (Annali patri), che prende il nome dal periodo dell'anno noto col nome, appunto, di "notti bianche", in cui nella Russia del nord, inclusa la zona di San Pietroburgo, ove la storia è ambientata, il sole tramonta dopo le 22.

Un momento della rappresentazione
La vicenda ha per protagonisti due giovani, il ventiseienne sognatore (del quale non sapremo mai il nome e qui interpretato dal bravo Giorgio Marchesi) e Nasten'ka (una Camilla Diana il cui ruolo sembra sia stato cucito addosso a lei), una ragazza di diciassette anni percorsa da un'incredibile entusiasmo e da una grande voglia di vivere.
Era una notte incantevole, una di quelle notti che succedono solo se si è giovani, gentile lettore. Il cielo era stellato, sfavillante, tanto che, dopo averlo contemplato, ci si chiedeva involontariamente se sotto un cielo simile potessero vivere uomini irascibili ed irosi (p. 9).
Nel corso di una passeggiata nel bel mezzo di una notte nordica un timido sognatore vede sul lungofiume una ragazza importunata da un ubriaco e accorre in suo soccorso, mentre sente nel suo animo subito nascere un sentimento di tenero amore per la giovane.
Nasten'ka, questo il nome della fanciulla, è colpita dai modi goffi e impacciati di lui e, nel corso delle quattro notti successive, lo rincontra e gli racconta la sua vita, i suoi sogni e l'amore che prova ormai da un anno per un ex inquilino della nonna, mentre anche lui confessa il suo distacco dalla realtà, la banalità della vita e la profonda solitudine che lo spingono a vagare in un mondo di fantasie e illusioni.

L'interpretazione dei due attori è sempre misurata e mai eccessiva: Marchesi è bravissimo a dare un volto e una fisicità al sognatore, percorso da una lievità che incanta lo spettatore e gli fa provare un'infinita tenerezza per questo giovane uomo così timido e gentile.
Anche Camilla Diana riesce a rendere al meglio i sogni e le emozioni che pervadono e scuotono Nasten'ka, rendendola un personaggio etereo e dolcissimo.
Una scena del film del 1957
Io sono un sognatore; ho vissuto così poco la vita reale che attimi come questi non posso non ripeterli nei sogni (p. 19).
Il plauso più grande che va al regista (figlio del grande Carlo e nipote dell'altrettanto celebre Aldo) è quello per non aver cercato di stravolgere la trama del racconto, di modernizzarla, di attribuire delle sfaccettature frutto di una rilettura personale che però avrebbero certamente snaturato l'opera (fin troppo facile, ad esempio, sarebbe stato paragonare la figura del sognatore, estraniato dalla realtà circostante, a quella di tanti adolescenti che vivono una sorta di "doppia vita" sui social network).

Aiutati da una scenografia ricercata ma non eccessiva e da costumi semplici che ci fanno immergere nelle atmosfere proprie della Russia dell'Ottocento, i due attori si muovono con maestria e leggerezza sul palcoscenico del teatro Ghione di Roma, regalando a noi spettatori un'opera che purtroppo scivola via velocissima, ma che si vorrebbe prolungare ancora.

Il viaggio di Nasten'ka e del sognatore a Roma è concluso, ma non possiamo che augurarci che continui il più a lungo possibile lungo tutto il nostro Paese, per regalare momenti di autentica emozione al pubblico.
Dio mio! Un minuto intero di beatitudine! È forse poco per colmare tutta la vita di un uomo?... (p. 72).
Ilaria Pocaforza