domenica 24 febbraio 2019

#CritiMUSICA - Quando il rap incontra Émile Zola: intervista a Murubutu.

Sotto un nero d'inchiostro, luna in cielo e d'avorio
Frugavamo dentro il buio, fra i lumi del cosmo
Cercatori di comete nei feudi dispersi
Ladri di Perseidi nel cielo d'agosto
E noi bambini del posto salivamo oltre il bosco
Scalavamo col fiatone per guidar la fila
Come per prenderci il nostro, il primo posto del borgo
O per vedere Orione appena più vicina
"La notte di San Lorenzo" (Tenebra è la notte)


Il confronto, in aula, si anima sempre sul tema: la professoressa che prova a propinare i grandi classici, il cantautorato con cui è cresciuta, magari citando brani celeberrimi che, è ovvio, qualunque diciottenne dovrebbe conoscere (perché, dai, chi non conosce La guerra di Piero?); i diciottenni di cui sopra che sollevano il sopracciglio e rilanciano con qualcosa di "moderno" che, è chiaro, la professoressa non potrà mai capire perché decisamente troppo âgée (anche se, duole ammetterlo, il termine a cui pensano è probabilmente un altro). 
Poi un giorno arriva la sfida: "Prof, secondo me questo piacerebbe anche a lei!". A questo punto, a sollevare il sopracciglio sono io. Ricevo prontamente elenco di titoli: "Parta da San Lorenzo, che c'è anche Pascoli". Frenata la momentanea commozione per il riferimento intertestuale, mi metto a fare i compiti. Scopro che Alessio Mariani, in arte Murubutu, è un insegnante di storia e filosofia in una scuola superiore, che la sua musica si propone di essere al tempo stesso etica e narrativa, che la forte cifra di letterarietà dei testi diventa il veicolo di una missione, di un senso di forte responsabilità educativa di fronte a un pubblico giovane. Rimango colpita dalle storie, dai testi, dalle parole: da un rap che ha il coraggio di utilizzare un lessico prezioso, ricercato, eppure è in grado di raccontare storie piccole, quotidiane, che affrontano temi e problemi importanti rendendoli accessibili. Ho provato quindi a contattare l'autore, per approfondire il rapporto che esiste (e viene orgogliosamente e meritatamente rimarcato) tra musica e letteratura, ma anche per scoprire qualcosa di più sul suo ultimo album, Tenebra è la notte, uscito pochi giorni fa.  
 


Sono entrata in contatto con la tua musica grazie ai miei studenti, che cercavano di convincermi che il rap a volte (per loro quasi sempre) merita di essere ascoltato. La cosa che mi ha colpito da subito è stato il nome d’arte che hai scelto. Sto iniziando a imparare che la linea musicale e ideologica del rapper si può iniziare a intuire già da lì, che il nome è già una dichiarazione d’intenti. Ho scoperto che il tuo fa riferimento a un termine in uso nell’Africa settentrionale e subsahariana per indicare i santoni, coloro che sono in grado di guarire i mali della società. In questo senso, trovo particolarmente interessante sia l’intento etico della tua musica, che il legame esplicito che tu dichiari con il Naturalismo francese… vuoi spiegarci un po’ meglio? 
Le mie narrazioni vogliono essere un modo per interpretare la realtà, e quindi c’è un aggancio col Naturalismo in un senso soprattutto descrittivo: come i Naturalisti osservavano con un occhio scientifico la realtà e la riproponevano in modo realistico, voglio dipingere con le parole contesti così realistici da essere abitabili. Il fine è quello di favorire lo sviluppo di un pensiero empatico, cioè fare sì che le persone si possano immedesimare realisticamente nei personaggi e in questo modo non solo capire i sentimenti degli altri, ma soprattutto i propri. 

L’idea di creare un rap “letterario”, colto, che attinga da un serbatoio di forme e motivi che non è quello classico del genere musicale e che non cavalca gli stereotipi è rischioso, eppure funziona, anche tra ragazzi giovani che non amano magari né il cantautorato tradizionale, né la letteratura, a cui tu ti rifai. Perché, secondo te? Quale “cortocircuito” si crea? 
Io ti ringrazio per il “funziona”, però funziona fino a un certo punto, nel senso che comunque prevede una scrematura nell’ascolto, soprattutto fra i giovanissimi. Ad ogni modo, se funziona, funziona perché è un ibrido, cioè prende in modo trasversale elementi della narrativa ed elementi del rap. Sappiamo che il rap è tanto diffuso, e questo sicuramente aiuta anche la trasmissione di contenuti più complessi, che magari in un’altra forma non arriverebbero. A volte però mi chiedono se la mia musica non sia destinata a saturare, visto che è abbastanza intensa e complicata: credo che, sotto questo aspetto, la fortuna maggiore stia non tanto nella longevità del rap, quanto in quella della narrativa, che esiste da sempre e non morirà mai.   

Il mare, il vento, adesso la notte… gli argomenti dei tuoi concept albums, che trovo densi e trascinanti nella loro narratività proprio come alcuni dei miei preferiti (penso ad esempio a quelli immortali di De André, la cui matrice è ugualmente poetico-letteraria) si rifanno ad alcuni elementi che, per la loro natura duttile e suggestiva, sono anche topoi letterari per eccellenza. Vuoi raccontarci la tua scelta?
In realtà questi sono solo dei medium strategici, nel senso che poi, benché io dica che si tratta di concept album, io finisco per parlare sempre della stessa cosa, ovvero della sofferenza umana. È anche questo che mi avvicina ai naturalisti. Avere dei comuni denominatori mi aiuta ad affrontare un tema centrale, sia dal punto di vista metaforico che paesaggistico, da più angolazioni. È un limite che mi pongo nella scrittura che però mi porta in territori che forse non arriverei ad esplorare.

A proposito del tuo prossimo album, in uscita a breve, il titolo Tenebra è la notte strizza l’occhio al Tender is the Night (“Tenera è la notte” di Francis Scott Fitzgerald. Al di là dell’efficace gioco di parole che lega il romanzo al filo conduttore dell’opera, ci sono altre somiglianze o punti di contatto più profondi tra la raccolta e lo scritto di Fitzgerald? Più in generale, da dove vengono le ispirazioni per le tue canzoni?
Ammetto che Fitzgerald è più che altro un pretesto: mi piaceva il gioco di parole e soprattutto serviva a identificare la notte come comune denominatore, nonché l’ispirazione fortemente letteraria dell’album. Per questa raccolta le mie fonti letterarie sono state varie: i naturalisti francesi e russi, ma anche opere più classiche, e alcune contemporanee. Tutte però gravitano intorno al concetto della notte. Due testi che mi hanno ispirato particolarmente sono l’ultimo romanzo di Kent Haruf, Le nostre anime di notte, e un romanzo che ha vinto l’International Literary Festival di Berlino, di notte, di un’autrice esordiente, Mercedes Lauenstein. Più in generale, pensando ad autori di riferimento, da un punto di vista musicale citerei sicuramente i grandi cantautori, De André, Gaber, Guccini… Da un punto di vista letterario, come dicevamo, sono un amante dell’Ottocento (Zola, Maupassant…), ma anche di scrittori più moderni, come Marquez, e comunque mi piace tenermi aggiornato sul contemporaneo. Per esempio apprezzo molto Cognetti, con Le otto montagne

Per concludere, ti chiedo un’ultima cosa (forse quella che mi preme maggiormente, ma anche la più difficile a cui dare risposta). Noi insegnanti ogni giorno combattiamo per convincere i ragazzi che l’etica passa anche attraverso la parola. Che il linguaggio che usiamo ci contraddistingue, che le etichette a volte uccidono, che ciò che si dice ha un peso che non può non essere considerato (e in questo veniamo smentiti continuamente da un panorama sociale e politico non sempre adeguato o coerente). In che modo il rap può rispondere a questa esigenza, diventare portatore di valori? Questo vale anche per la sua forma più tradizionale, diciamo mainstream, o è perché dubiti dell’efficacia di quel linguaggio che hai pensato di elaborarne uno nuovo?
Il rap può veicolare messaggi etici, cioè in potenza può farlo, è nell’atto che spesso non lo fa. Esiste comunque anche in Italia un filone di rap cosiddetto “conscio”, il quale per l’appunto è portatore di tematiche più profonde, più intense, più consapevoli. Un rap non militante, ma consapevole, che non è la stessa cosa, e quindi comporta anche temi impegnati da un punto di vista morale. Io ho scelto di affrontare temi etici perché penso che la musica possa essere divertimento, ma anche impegno e responsabilità, e soprattutto profondità, e quindi ho imboccato questa strada. Di certo siamo in meno rispetto a chi la pensa diversamente, ma è anche giusto che ci sia una pluralità di modi e forme di fare musica.  

Carolina Pernigo