lunedì 25 febbraio 2019

Giulietta e Romeo nella periferia milanese degli anni Cinquanta: a volte irritanti, ma sempre figli del loro tempo

Il Fabbricone
di Giovanni Testori
Feltrinelli, 2015

1^ edizione: 1961

pp. 141
€ 8 (cartaceo Economica Feltrinelli)
€ 6,99 (ebook)


La Milano del Dopoguerra: non il centro di Milano, ma la periferia, quella che si raccoglie attorno agli appartamenti del Fabbricone, dove arrivano i fumi delle fabbriche, dove si dorme in sette in una stanza, dove tutti sanno tutto dei vicini di casa, dove si covano gli odi politici e le battaglie intestine tra i democristiani e i comunisti. 
È questa la dimensione in cui Giovanni Testori ambienta quello che è considerato il suo primo romanzo, dopo i racconti brevi e le opere teatrali che fanno parte del ciclo de "I segreti di Milano". Benché le prime pagine lascino pensare a un romanzo corale, in realtà gli sguardi che il narratore esterno getta nei diversi appartamenti sono funzionali al cuore della storia: l'amore decisamente complicato tra Rina e Carlo. Chiamarlo amore, poi, è improprio: all'inizio Carlo si avvicina alla ragazza tutta-casa-e-chiesa con l'obiettivo di vendicarsi per questioni di partito, visto che, con le elezioni in arrivo, di notte sotto al Fabbricone vengono ripetutamente strappati o deturpati i manifesti ora di questo ora dell'altro partito. Carlo ha capito che Rina prova qualcosa per lui e per questo vuole violarla, sporcarla, mortificarla agli occhi del suo credo e della sua famiglia; ma lei, incomprensibilmente, resta a farsi umiliare, prega Carlo per un abbraccio e riceve gli insulti e le angherie di lui con una umiltà e una pazienza cocciute, senza mai rassegnarsi. 
Certamente, questo per il lettore (specialmente oggigiorno) pare quasi inaccettabile: Carlo passa più volte il limite, prima fa l'amore con Rina e poi la accusa di essere una puttana, di accettare di fare di tutto con lui,... Eppure - forse - al di là del masochismo, Rina ha la testarda insistenza di chi sa di essere nel giusto: vede in Carlo il tentativo di resistere al sentimento. E, in effetti, presto qualcosa si smuove nel petto del ragazzo; ma come fare? Come dire alle famiglie del loro sentimento?
Perché il Fabbricone è anche questo: una storia d'amore è condivisa da tutti, sulla bocca di tutti, e contravvenire alle regole della famiglia e del partito significa accettare il pubblico ludibrio e, quel che è peggio, l'emarginazione. Carlo e Rina sono disposti a tanto? 
Tuttavia, la loro vicenda, che è decisamente il filo narrativo principale, si intreccia però ad altri temi, come quello della miseria, che porta alla prostituzione un ragazzetto, Sandrino, che, per emanciparsi dalla famiglia numerosissima, cede alle lusinghe di una paga "facile", nonostante non sia omosessuale. O la quotidiana battaglia contro i dolori del vecchio Oliva, fervente democristiano, che dal suo letto non fa che redarguire la famiglia e prevedere le prossime mosse dei "rossi". 
Sono tante le storie, ma una sola tocca l'animo dei lettori: la classica ingiustizia dell'amore osteggiato dalle famiglie. Ma bisogna dire che questi novelli Giulietta e Romeo sono infinitamente meno romantici, meno integri, meno vittime dei modelli shakespeariani. Non solo appartengono a opposte fazioni politiche; loro stessi sono due opposti che certamente si amano, ma che faticano a trovare un loro equilibrio. Perennemente vittima e capro espiatorio, Rina appare quasi irritante ai lettori di oggi (o forse ancor più alle lettrici); Carlo, con il suo machismo di facciata, innervosisce senza dubbio per la sua insensibilità, tutta auto-imposta. Eppure qualcosa succede: anche se non sono personaggi che amiamo, alla fine ci ritroviamo a tifare per il loro amore, perché riesca a imporsi nonostante tutto.
Certamente Il Fabbricone (uscito nel 1961 ma, come già detto, ambientato negli anni Cinquanta) è un romanzo che ha rappresentato il suo tempo e che è invecchiato, ma con una sua dignità. Leggerlo significa immergersi non solo nei fatti di allora, ma anche nella mentalità, distante anni-luce per tanti versi. Preziosa e indenne a qualsiasi intaccamento è la cura dei dialoghi (da cui traspare tutta l'esperienza teatrale di Testori), nonché l'attenzione alla discrepanza tra ciò che si dice e ciò che si prova. 

GMGhioni


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