sabato 16 febbraio 2019

"Le acque del Nord" di Ian McGuire: una riflessione profonda sulla cattiveria

Le acque del Nord 
di Ian McGuire
Einaudi, 2018

Titolo originale: The North Water

Traduzione italiana di Andrea Sirotti

pp. 288
€ 19,50 (cartaceo)
€ 9,99 (ebook)



Una buona recensione – secondo quelli che la sanno lunga – deve contenere il sunto della trama, in modo da dimostrare che il recensore ha effettivamente letto il libro e non si è limitato a sbirciare la quarta di copertina. D’altro canto però, rivelare la trama di un libro può privare il potenziale lettore del piacere di scoprirne lo sviluppo e i principali eventi.
Nel caso di Le acque del Nord, lo svelamento della trama sarebbe un peccato mortale, pari al rivelare il nome del colpevole in un giallo classico. Si sappia, quindi, che il romanzo tratta di una nave inglese che salpa nel 1857 dal porto di Hull diretta verso l’Artico a caccia di balene e che non tutto va secondo i piani. Anzi, a un certo punto comincia ad andare proprio tutto a rotoli. Fine dello svelamento della trama.
Perché parlarne, quindi? Perché oltre alla storia in sé, Le acque del Nord è un romanzo strepitoso (ma proprio STRE-PI-TO-SO) che svetta grazie a diversi aspetti: sul piano meramente narrativo, è un thriller magnetico e dinamico, una storia angosciante che trascina il lettore pagina dopo pagina in un crescendo di orrore e violenza; la scrittura di McGuire è scorrevole ma mai superficiale, minuziosa fino all’estremo, quasi a ricordare la relazione di un entomologo. Ben poco è lasciato all’immaginazione, il lettore è quasi brutalizzato con descrizioni di personaggi, fatti e anatomie vivide e volutamente sgradevoli, che acuiscono la tensione e il senso di disagio.

Su un piano più concettuale, Le acque del Nord è un romanzo che opera una riflessione profonda sulla cattiveria; una cattiveria ubiqua e assoluta, da cui non vi è scampo e che pervade, in misura differente, tutti gli attori della vicenda, compresi quelli che non vi compaiono direttamente. Non ci sono personaggi positivi, c’è solo qualcuno che è un po’ meno spregevole degli altri, e in nessuno di essi è possibile alcun tipo di identificazione.

Ne Le acque del Nord, McGuire delinea una perfetta compenetrazione fra umani cattivi e natura crudele, senza tuttavia giustificare la malvagità dei primi con la necessità di combattere la durezza della seconda: nel romanzo vengono presentati i fatti in modo asettico e distaccato, la cattiveria è percepita e accettata dalle persone come normale dinamica esistenziale, un mostro che risiede naturalmente nell’intimo di chiunque e che, altrettanto naturalmente, ha il dominio completo delle emozioni e dei meccanismi comportamentali, data l'assenza di qualsiasi senso morale e la struttura sociale ferma a una condizione primitiva simile a quella teorizzata da Hobbes (un po' come nel 2019, insomma).

Anche l'ambientazione chiusa e claustrofobica in cui i personaggi sono calati gioca un ruolo fondamentale nelle interazioni fra essi e con il mondo circostante, una prigione da cui è impossibile fuggire. Nessuno uscirà indenne da questa vicenda, che segnerà in modo indelebile anche chi, tra i protagonisti, riuscirà a raggiungere le righe finali del libro.


Stefano Crivelli