giovedì 14 febbraio 2019

"Sofia si veste sempre di nero": Cognetti, l’universo femminile e un personaggio indimenticabile

Sofia si veste sempre di nero
Di Paolo Cognetti
Minimum Fax, I edizione 2012

pp. 205
€ 16,00 (edizione 2017) 

La ragazza aveva gli occhi strabici. E questo modo di guardarti la bocca mentre parlavi, come se intorno ci fosse un rumore d’inferno e lei dovesse leggerti le labbra per distinguere le parole. Aveva l’aria di una persona in pericolo. Guardava allo stesso tempo te e dietro di te. Ecco che cosa colpiva al cuore gli uomini la prima volta che la incontravano: tu le parlavi e lei ti fissava le labbra come se da un momento all’altro potesse saltarti al collo e morderle, e quel morso salvarle la vita. (p. 177)
La ragazza è Sofia Muratore. La scrittura, intensa, che rasenta la perfezione, è quella di Paolo Cognetti. Sono passati quasi sette anni da quando “Sofia si veste sempre di nero” uscì per Minimum Fax, rivelando al pubblico il talento di questo scrittore milanese che si era fatto strada nel cuore dei suoi lettori con racconti che richiamavano la grande tradizione della short story americana di Carver, Salinger, Hemingway, Berlin, solo per citare alcuni tra i nomi tutelari della narrativa breve d’oltreoceano; il ragazzo con “lo sguardo sempre rivolto a Ovest”, dimostrava ancora una volta le potenzialità del racconto, una tradizione che anche in Italia vanta scrittori fuoriclasse e lettori fedeli, soprattutto negli ultimi tempi. In sette anni, Cognetti ha continuato a scrivere e pubblicare, spaziando tra differenti forme espressive ma sempre con una particolare attenzione verso il racconto, si è aggiudicato un Premio Strega – anche se assegnato per quello che, ad oggi e a mio personalissimo parere, è il suo libro meno potente, ma forse il più facile da premiare – insegna in numerosi corsi di scrittura creativa e quando gli è possibile cerca il modo di unire le sue passioni per la montagna, la scrittura e New York, sulla pagina o perfino nella realtà, per esempio con corsi e workshop in alta quota. E per noi lettori della prima ora, questo successo di pubblico e critica non è che una conferma di quello che avevamo già da tempo intuito, soprattutto, si, dopo la scoperta di Sofia, una raccolta che oggi si rilegge con lo stesso piacere.
Dieci storie, ognuna godibilissima di per sé ma che nell’insieme costruiscono il ritratto di Sofia, protagonista assoluta di ogni pagina e parola anche quando non c’è anzi forse ancora di più in quel caso, in trent’anni di vita, solitudini, rabbia, delusioni, amore, sogni e desideri. E una cosa è presto evidente leggendo non solo queste ma numerose altre storie di Paolo: la sua straordinaria capacità di rappresentare l’universo femminile, di cui Sofia è, ad oggi, il soggetto più riuscito. Un personaggio complesso, di cui l’autore esplora gli angoli più bui e nascosti, ne mostra fragilità e contraddizioni, senza mai giudicarla ma lasciando al lettore il compito di accoglierla, affezionarsi, tentare di comprenderla. Tentare, perché Sofia è sfuggente, un mistero che, in fondo, non vogliamo davvero svelare del tutto, è una e mille altre donne, figlie, amanti, amiche, ad ogni ruolo sempre diversa eppure la stessa.
Tra frammenti, ricordi, scorci di ciò che sarà, Cognetti costruisce dieci racconti in cui alla storia di Sofia si lega, inevitabilmente, quella della sua famiglia, degli uomini che l’hanno amata e abbandonata, delle persone che in qualche modo hanno incrociato la sua strada, tra l’Italia e New York. Ognuno di loro conosce la propria versione di Sofia e, ognuno di loro, contribuisce ad arricchire di spunti, dettagli, tematiche, il paesaggio immaginato da Cognetti, pur restando sempre chiaro il fulcro intorno a cui questi racconti ruotano. Cognetti esplora quindi l’universo femminile da punti di vista di volta in volta diversi, spesso conflittuali e problematici: è Sofia, in ogni pagina, in ogni ruolo. Nell’affannosa e a tratti disperata ricerca di sé stessa e del proprio posto nel mondo, nei traumi e nei fantasmi del passato con cui pare impossibile riuscire a venire a patti, nel ruolo di figlia che ancora a distanza di anni sembra incapace di interpretare, nella solitudine e nel vuoto di una stanza, nella malattia, nel disagio, nella paura più profonda:
E Sofia allora si ricorderà di questa notte. Ricorderà di aver detto a Oscar: «Io di stare da sola». E di quanto fragili le sembrassero, da bambina, le presunte sicurezze della vita: le famiglie erano come sommergibili sotto il tiro di disgrazie casuali, bombe di profondità lasciate partire dall’alto dei cieli in una battaglia navale tra te e l’imperscrutabile volontà di Dio. (p. 23)
Spesso le parole diventano lame, la malinconia pervade la pagina, eppure, nonostante tutto, ci sono lampi di luce abbagliante in queste storie, che riescono, a tratti, ad illuminare l’inquietudine di Sofia e il suo mondo che più volte va in pezzi. C’è dolore, ma anche bellezza. E desiderio di riscatto. La convinzione, in fondo, che siamo capaci di salvarci. C’è il coraggio, che chissà, forse si impara, come tante altre cose della vita. C’è il desiderio, fortissimo, di essere felici, proprio adesso, perché è un’urgenza. Ci sono le cicatrici, che tutti noi in forme diverse e più o meno evidenti portiamo addosso, ma c’è anche la forza, l’ostinazione, con cui proviamo a vivere, tra sbagli, cadute, battute d’arresto, e luce di una bellezza sorprendente. 
Cominciò a pensare che la gente va aiutata anche senza motivo, anzi soprattutto in quel caso, per il semplice fatto che qualcun altro ha aiutato te al momento giusto, come un debito che si trasmette tra chi allunga la mano e chi affoga, e che non finisci mai di saldare. (p. 60)

Debora Lambruschini