lunedì 18 febbraio 2019

Vite piccole per cuori grandi: "Di chi è questo cuore" di Mauro Covacich

Di chi è questo cuore
di Mauro Covacich
La Nave di Teseo, 2019

pp. 243
€ 17 (cartaceo)



Partiamo da un grande presupposto: se non vi piace la letteratura italiana contemporanea, spesso e volentieri rappresentata da scrittori uomini tra i quaranta e i cinquant'anni, questo Di chi è questo cuore di Mauro Covacich, appena uscito per i tipi della Nave di Teseo, non è il libro che fa per voi. Infatti il romanzo dello scrittore triestino è una sorta di perfetta sintesi di un certo stile di composizione di romanzi all'italiana, con quei personaggi senza grandi slanci, il più delle volte vere e proprie emanazioni degli stessi autori, che passano l'esistenza in una sorta di realtà "gelatinosa" dove, sostanzialmente, non cambia nulla da 2.000 anni a questa parte: cambiano i nomi delle situazioni, le forme di Governo, si ha più o meno libertà, ma le cose sono sempre quelle. La vita dell'uomo (e della donna) è sempre quell'affannoso slalom tra i piccoli/grandi traumi dell'esistenza per godere di piccole pagliuzze se non di felicità almeno di rasserenante tranquillità. 
Ed è proprio questo il nucleo intimo e assieme manifesto del libro di Covacich, ben scritto e ben organizzato attorno a un paio di Leitmotiv, come ad esempio quello della corsa (o dell'esercizio fisico in generale) che per lo scrittore/protagonista rappresenta un utile modo per interpretare il mondo, dato che, immerso com'è in una Roma quasi sempre assonnata e o troppo caotica o troppo vuota, le proprie gambe sono il mezzo di locomozione più semplice e più rapido. Attraverso quindi le gambe che si muovono per l'azione del cuor, "vediamo" il mondo attraverso lo scrittore. Uno scrittore, va detto, che non è che brilli di simpatia, anzi. Nonostante infatti compaia una specie di suo doppio, più grasso, più antipatico, più tagliente, anche il "vero protagonista" non ha quasi mai slanci di umorismo, non lo vediamo mai in situazioni particolarmente nobili, se non nel suo rapporto con i clochard o comunque con chi vive ai margini della società.

Ecco questo è forse il punto di maggiore interesse di Di chi è questo mio cuore. Se infatti il "trucco letterario" della malattia/paura della morte di un uomo adulto che ha passato i cinquant'anni è stato ormai più e più volte esplorato in lungo e in largo dalla letteratura e dal cinema, lo sguardo di Covacich verso i senzatetto stupisce per la sua lucidità, freddezza e personalità. Non c'è alcun tipo di discorso paternalistico o retorico, ma una sincera e genuina sincerità, che spinge quelle donne e quegli uomini ad "avvelenarsi di alcol scadente giorno dopo giorno per anestetizzare la propria esistenza". Se questo discorso affascina (anche se la chiusura, con l'incontro di uno di questi clochard non impressiona per qualità letteraria), convince molto meno la descrizione del rapporto con la compagna e con gli amici, che paiono soltanto ombre fugaci sullo sfondo del grande tema cardine del libro. Lo scrittore maschio che ha passato i cinquant'anni e che parla di sé. Sempre.

Intendiamoci. A parlare di sé, a riflettere con il proprio io, Covacich è bravissimo a farlo ed è abilissimo nel descrivere quella Roma e quell'Italia così immutabile da 2.000 a questa parte, dove per ogni cosa i tempi sono biblici e le attese interminabili, anche se l'ansia della modernità bussa sempre dalle "finestre" dei nostri telefoni. Eppure questo discorso simil-solipsistico, dicevamo anche prima, rischia davvero di affaticare un lettore non particolarmente avvezzo (o amante) della letteratura italiana contemporanea. A proposito di ciò Covacich non pare assolutamente preoccupato, anzi, si pasce di questo "introflessione verso se stesso" e persevera in tutti i modi (addirittura sdoppiando la propria persona, tanto per dire).

A conti fatti, quindi, accade molto poco in questo Di chi è questo cuore, ma non è detto che sia una male. Il romanzo è ben scritto, Covacich sa come organizzare un discorso e l'inquadratura intima del proprio ego è curata e certosina. Se però volete alzarvi in volo, uscire dalla mefitica aria dell'immota suburra (tanto per usare un linguaggio un pochetto desueto) e guardare le cose da un punto di vista più largo, questo libro non è il libro giusto per voi. Questo libro infatti è un bellissimo micro-labirinto pieno di micro-sorprese: proprio come quei giocattoli che andavano di moda nei primi anni Novanta, quelle "conchiglie" con i personaggi così minuscoli che solo le piccole mani dei bimbi potevano "animarli" e farli vivere. Ecco, approcciando il libro con gli occhi di "piccoli bambini mai veramente cresciuti", la lettura sarà molto arricchente per voi. 

Mattia Nesto