sabato 25 aprile 2015

#CriticaLibera - Tre romanzi della trasformazione

TRE ROMANZI DELLA TRASFORMAZIONE: “I PANTALONI D’ORO”, “MELAMPUS”, “CIMA DELLE NOBILDONNE”.



Determinante negli ultimi anni, eterno nel suo svolgersi, il tema della trasformazione è costante della letteratura, al punto da essere tòpos, tratto distintivo, tema carsico di tanta produzione letteraria ad ogni altezza, forma e genere, e infine mito, leggenda, classico. Come metamorfosi, evoluzione e cambiamento, ritorno alle origini o riscoperta di sé, affondo a piombo nella spirale della psiche, tuffo nelle profondità di carni che brulicano di segni diversi e che proliferano e trasmutano, oltre che passaggi e attraversamenti di lingue,  la trasformazione attraversa il romanzo e la poesia sia nei testi dove essa più si fa palese, tema cardine, sia in altri, in cui carsicamente serpeggia, strisciandovi intorno, senza farsi intendere apparentemente, poi rivelandosi. Ultimi esempi nelle lettere occidentali, a mostrarne la vitalità, la bella e divertita epica dell’Ermafrodito greco-americano di Middlesex (Mondadori, Premio Pulitzer 2003) di Jeffrey Eugenides, grande del romanzo americano il cui pezzo migliore rimane ancora Le vergini suicide (Mondadori, 1993), in cui pure l’inquietudine dell’attraversamento, della trasmutazione, della forma mai quieta e risolta, si concreta, lungo tutto l’arco del racconto nell’oscillare tra morte e vita, colpa e innocenza, coro e individuo;  il bel romanzo di formazione e storia americana di John Irving, In una sola persona (Rizzoli, 2012), dove la coscienza sessuale si assume e dismette di continuo, slittando e sfuggendo a categorie e definizioni, come i personaggi che intorno al protagonista si muovono, parenti attori per gusto del travestitismo, primi transessuali o travestiti in una provincia americana ove ancora questo era impensabile, amanti o amati che si riveleranno anch’essi artefici di inaspettate e stupefacenti trasformazioni; la trilogia della trasmutazione di Camilleri, perla della sua narrativa, Maruzza Musumeci, Il casellante, Il sonaglio (Sellerio, 2007, 2008, 2009), di dolce e ironica bellezza, dove gli echi sabbatici e metamorfici della Pietra lunare di Landolfi (Adelphi, 1937), pietra miliare del genere e del tema nel Novecento italiano, si fondono con la lingua sapida che fa di Camilleri un degno erede di Bonaviri.

venerdì 24 aprile 2015

Frane, più che smarginature

Storia del nuovo cognome
di Elena Ferrante

E/O, 2012


pp. 480
19,50


Siamo al secondo capitolo di queste vite intersecate che, in una Napoli non più condannata a un eterno dopoguerra sottoproletario ma percorsa da anni contraddittori, dove ai rioni “vecchi” si accavallano rioni “nuovi”, coinvolgono soprattutto, ma non solo, Elena Greco e Raffaella Cerullo. Il primo libro, nel titolo, riportava un riferimento alla “amica geniale”, che si scopre essere proprio Elena, definita così da Raffaella.
Adesso, il “nuovo cognome” rimanda a quest’ultima, soprannominata Lila e sposatasi giovanissima con Stefano Carracci, uno dei rampolli emergenti del quartiere, rimasto orfano da bambino ma con gli agganci giusti e una passione: il denaro. Salumiere e poi scarpaio. Indebitato con i boss della zona: la famiglia Solara. Raffaella Carracci.
Il “nuovo cognome” è un marchio che, nel breve periodo del fidanzamento, Lila non ha faticato a indossare. La macchina nuova, i foulard al vento, l’ostentazione dell’uscita dalla miseria. Ma la smarginatura di cui ho accennato nella recensione a “L’amica geniale” (leggi qui) è dietro l’angolo. Così anche Stefano, partito con le migliori premesse, perde subito per Lila i suoi contorni definiti. Fin dal giorno delle nozze. Addirittura a cerimonia in corso, per una vicenda di scarpe, dove si mescolano orgoglio e sottomissione, ruffianeria e rabbia. Il cambiamento di Stefano, agli occhi di Lila, è immediato, irrimediabile. Stefano diventa una persona dalla identità sfilacciata, riempie di botte Lila mentre le confida il suo bene, sembra sul punto di esplodere ma poi non crede alle confessioni più crudeli della moglie. Stefano è talmente “smarginato” che Lila ha paura che dilaghi e diventi un corpo putrefatto mentre già lo è nello spirito.

giovedì 23 aprile 2015

#ioleggoperché | La redazione si racconta: Gloria

#ioleggoperché c'è chi osa come io vorrei

Era una giornata soleggiata e anche piuttosto noiosa come i padani sanno ben riconoscere, quando ho aperto per la prima volta l'Orlando Furioso di Ludovico Ariosto raccontato da Italo Calvino. Un compito estivo da fare, come ce ne sono tanti: la mia prof del liceo aveva un'idea ambiziosa: farci conoscere l'Orlando Furioso attraverso occhi novecenteschi che l'hanno riscritto, chiosato, spiegato. Occhi che, non a caso, appartengono a Italo Calvino e ne ripropongono la chiarezza e l'estrema sintesi.

Bene, all'inizio è stata ostica: uno scrittore può scrivere in modo così sciolto e dinoccolato sull'opera di un altro? Lì per lì sono rimasta basita: leggevo Calvino, ritrovavo l'Ariosto che avevo conosciuto e sottolineato sull'antologia, quello delle ottave che veniva riscritto in prosa, qualche volta con una strizzatina d'occhi al lettore. Dunque... Si poteva? C'erano secoli in mezzo, e tanta vita e letteratura, e poi c'era la penna di Calvino, che non ha mai rinunciato alla sua limpidezza lessicale e, anzi, ne ha fatto uno strumento fondamentale per traslitterare Ariosto in chiave moderna... Ok, quando sono arrivata a queste riflessioni, ero già a metà libro, e il progetto che, di primo acchito, mi era parso quasi sacrilego si era ormai ammantato di qualcosa di mistico. Era la meta-letteratura, e io la scoprivo con i miei quindici anni di sogni, di illusioni - ancora non avevo perso la speranza di diventare una scrittrice famosa (ché, si sa, a quindici anni i sogni o li fai bene, o li trasformi in incubi, ma sempre senza mezze misure).

#ioleggoperché | La redazione si racconta: Laura

#ioleggoperché sono come Pollicino
(e i libri sono le mie briciole)

Io leggo perché ho avuto la fortuna di crescere in una casa piena di libri. Con tutta l'onestà del mondo, devo dirlo: se oggi per me le parole scritte sono il tesoro più prezioso, lo devo ai miei genitori e alla loro abilità nel disseminare libri lungo la mia infanzia, lasciando a me il compito di raccoglierli e scoprirli.

(Dalla foto qui a lato vedete che l'abitudine di circondarmi di libri in modo a dir poco caotico non m'è passata.)

Il mio primo libro - alla faccia del profumo della carta - aveva solo due pagine di plastica, ed era uno di quei giocattoli galleggianti per distrarre i bambini durante il bagnetto. Tra i miei primissimi ricordi ho proprio la consistenza al tatto di quel libro giocattolo, le poche, grandi lettere nere accompagnate da semplicissime illustrazioni su sfondo bianco.

#ioleggoperché | La redazione si racconta: Martina



#ioleggoperche i libri raccontano la storia di ognuno di noi







Mi sono sempre piaciute le storie: raccontate, ascoltate per caso, origliate. Insomma, ero una bambina di quelle che volevano sapere tutto e riempivano genitori e nonni di mille domande. I libri non potevano lasciarmi indifferente, erano uno scrigno da aprire e trovarci dentro chissà quali meraviglie.
Le storie che contenevano le ho lette e rilette e rilette ancora, non volevano sapere di uscire dalla realtà finendo per accompagnarmi nei pensieri così come nei giochi. Sarà per questo che oggi non mi piace riporre i libri negli scaffali, preferisco lasciare le loro tracce un po’ ovunque.
E in tutto ciò, leggo perché le storie dei libri mi ricordano mio padre. Non è mai stato un grande lettore, ma non importa quanti libri si abbiano letti, ha saputo trasmettermi l’entusiasmo dentro un’avventura o l’incanto di un mito antico.

#ioleggoperché | La redazione si racconta: Mattia


#ioleggoperché quando ero piccolo pioveva sempre


Quando avevo appena imparato a leggere e a scrivere in modo decente, diciamo arrivando a risultati similari a quelli che uno scimpanzé mediamente intelligente potrebbe conseguire dopo anni e anni di applicazione e abnegazione (alla faccia di Cesare de Il Pianeta delle Scimmie), mi sentivo orgoglioso e pieno di fiducia “nelle parole e nelle cose”. Me ne andavo in giro per la mia città a tormentare i genitori, nonni e amichetti leggendo praticamente tutte le scritte, manifesti, insegne e scarabocchi sui muri che mi si paravano di fronte. Erano giornate piene di sole, gli uccellini cinguettavano nel cielo e io mi sentivo “uno scopritore di mondi arcani”, riuscivo a decifrare dei segni che prima, all’occhio distratto del fantolino dell’asilo, apparivano come antiche orme di zampe di dinosauri di piccoli taglia. Già i dinosauri, questi enormi lucertoloni che avevano affascinato il mio immaginario quando ancora non sapevo leggere. Ora che riuscivo a capire le lettere, non mi interessavano più, li consideravano troppo “primitivi e barbari” per un bambino raffinato e preparato come me: io, il bambino che ormai sapeva leggere e scrivere.
Ma poi arrivò la pioggia e non è che mi avvertì con una scritta sul muro o un cartellone pubblicitario. O meglio, magari qualche colonnello dell’Aeronautica Militare l’avrà pure detto ma io non mi curavo di guardare le previsioni del tempo in televisione, all’epoca ero entrato nel tunnel della dipendenza da Mighty Max e preferivo il ragazzino biondo che viaggiava nel tempo ai tempi atmosferici.

#ioleggoperché | La redazione si racconta: Alessio




1. Estate 1997, Savona, provincia rivierasca come ce ne sono tante nel mondo. Una noia mortale, a meno che uno non accetti di mescolarsi con i turisti. Ma a me i turisti non erano mai piaciuti, soprattutto quelli che hanno la brillante idea di trascorrere in Liguria la loro estate. Non ce l'ho con i milanesi; negli anni avrei vissuto a Milano e me ne sarei anche innamorato. Il punto era il caos, la folla, in luoghi che nove mesi all'anno erano praticamente deserti. A quell'età ero forse meno socievole di oggi, e oggi chi ben mi conosce mi definisce un orso, un lupo solitario, un eremita. Tendo a stare zitto, le poche parole che dico, o scrivo, sono pesate. Molti anni dopo, quando dovetti scrivere la tesi di dottorato e tutti non riuscivano a sintetizzare, io avevo il problema inverso: allungare. La sintesi è un dono, come il saper convivere con se stessi, apprezzare la solitudine, che è un lusso per un animale sociale come l'uomo. Lo diceva De André presentando Anime Salve in giro per l'Italia, proprio in quel periodo, nel 1998. 

Grazie a un buon esame di licenza media mi venne regalato un motorino 50 che accentuò il vizio di appartarmi: se prima me ne andavo in un raggio di pochi chilometri con la bicicletta, su e giù per la campagna savonese, ora lo avrei fatto per tragitti molto più lunghi, in lungo e in largo per la Riviera. Fino all'università, quando il mio rifugio prese il nome di una città, Genova. 

Oltre al motorino mi venne regalato, o meglio prestato, un libro: Cent'anni di solitudine di Gabriel García Márquez. Era una di quelle edizioni Mondadori tascabili, con la copertina mezza verde e facilmente deteriorabili. Fu mia madre, stufa di vedermi leggere fumetti Bonelli e romanzi di Wilbur Smith, ad avere l'idea. “Prendi, secondo me ti piace”. “E come lo sai?”, “Lo so e basta”. Mia madre e io siamo così: ci bastano pochissime parole. Ricordo di aver passato con lei intere domeniche, con mio padre a lavorare sui treni e mia sorella da qualche amica, senza che volasse una mosca. Ore di silenzio, un silenzio che non era vuoto, ma pieno di voci. Abbiamo sempre comunicato così. Quel giorno mi mise in mano il libro che io, diffidente, posai sul comodino e lì lo lasciai una settimana fino a quando, una notte, non potevo prendere sonno. Accesi l'abat-jour verde e mi decisi a sfogliare il libro:
Molti anni dopo, di fronte al plotone di esecuzione, il colonnello Aureliano Buendía si sarebbe ricordato di quel remoto pomeriggio in cui suo padre lo aveva condotto a conoscere il ghiacchio.
Ma come, pensai, può essere che nel mondo esista gente che non sappia cos'è il ghiaccio? Continuai a leggere e mi ritrovai avvinghiato nella rete della prosa dello scrittore colombiano, fino a quel momento, per me, un totale sconosciuto. La vertigine di personaggi che succedono nell'incredibile universo-mondo-città-villaggio di Macondo mi travolse e avviai in quei giorni una pratica che avrei riservato solo alle mie letture preferite: rallentare. La paura del distacco dal libro fece sì che gli ultimi capitoli li consumai in un tempo lunghissimo. Quando terminai il libro sentii quasi un senso di abbandono e per mesi me lo tenni sul comodino, fino a quando un bel giorno mia madre mi chiese se l'avevo letto. “Sì”, risposi svogliato. “Ti è piaciuto?”. “Ma sì, dai. Non è male”. Fine della conversazione. Lo rimisi nella sua libreria e per qualche anno me ne dimenticai. 

Durante la primavera del 2000, quando frequentavo il terzo anno dell'Istituto Tecnico, arrivai a non poterne più di resistenze, transistor e antenne. Le mie lezioni preferite erano quelle di storia e detestavo la professoressa d'inglese perché non era per nulla British. Alle medie avevo avuto due docenti: la prima era una sfegatata ammiratrice dei Beatles e ci portò una sua foto scattata durante il concerto a Roma del 1965. Ricordo che per spiegarmi il significato della parola breathe si mise ad ansimare, quasi simulò un orgasmo. Volevo solo capire il significato del titolo di una canzone di Midge Ure. La seconda era appena rientrata da Londra dove aveva lavorato come lettrice di italiano in una università. Era un uragano. Ci convinse a partecipare a uno di quei programmi di pen friend che all'epoca andavano di gran moda. A me era toccata in sorte Patty, della Pennsylvania. L'ultima e-mail ce la siamo scambiati qualche giorno fa. Con queste esperienze alle spalle, la professoressa d'inglese dell'ITIS non poteva che deludermi, a meno che non si fosse presentato Mr Bean in persona. 

Ero deluso e annoiato, senza stimoli e inquieto. Un bel giorno vidi sul divano della sala quel Cent'anni di solitudine che mi aveva incantato pochi anni prima. Lo rilessi in tre giorni e lo rimisi al suo posto.

2. Settembre 2003, salone dell'immatricolazione dell'Università di Genova. Una folla immensa stava aspettando che venissero esposti i risultati delle prove d'ammissione ai corsi di laurea delle professioni sanitarie. Erano tutti in fibrillazione. Io leggevo la Gazzetta dello Sport. Per sicurezza mi ero portato anche un Dylan Dog, nel caso in cui l'attesa fosse stata troppo lunga. Quando il segretario uscì con i pesanti fogli, testimoni di un'era pre-Internet che sembra lontana quanto il Pleistocene, tutti si ammassarono. Li lasciai sfogare. Dopo dieci minuti ragazze e ragazzi da tutti gli angoli della regione si dileguavano tra sorrisi e delusioni verso il banchetto delle iscrizioni alla Facoltà di Medicina. Mi alzai e andai a vedere. Non avevo passato Fisioterapia, poco male. Avevo superato Scienze Infermieristiche ed ero stato assegnato a Savona. Bene, mi dissi, niente sveglie e niente treni in ritardo. Andrò a lezione in macchina o con la Vespa di papà, come quando facevo l'ITIS. Mi diressi verso il banchetto di Medicina, assiepato dagli sghignazzanti personaggi che poco prima deliravano davanti a dei tabelloni, ma non avevo alternative. Prima di arrivarci dovevo transitare di fronte a Ingegneria, Lettere e Lingue che, in quel momento, era deserta. Per ammazzare il tempo mi fermai e chiesi informazioni, così tanto per fare qualcosa, visto che avevo finito sia la Gazzetta che Dylan Dog e a Medicina mi aspettava una lunga coda. “Insegnate spagnolo?”, chiesi. “Certo, abbiamo alcuni tra i migliori docenti in Italia”. Non me ne fregava nulla della qualità della didattica, ma andai a fondo. “E questi docenti sarebbero in grado di insegnarmi abbastanza bene lo spagnolo da farmi leggere Cent'anni di solitudine in lingua originale?”. “Già alla fine del primo anno”. La ragazza rispose con una tale sicurezza che in cinque minuti mi ero ritrovato in coda all'ufficio postale di via Bensa, con il bollettino d'iscrizione alla Facoltà di Lingue e Letterature Straniere da pagare. Una settimana dopo, durante la prima lezione di spagnolo, avrei conosciuto quella che oggi è mia moglie e sette anni dopo avrei vinto una borsa di studio per un dottorato di ricerca in Letteratura Spagnola. Ora, nel 2015, dedico la mia vita allo studio e alla divulgazione delle letterature ispaniche. Io leggo perché un solo libro mi ha cambiato la vita.

mercoledì 22 aprile 2015

#ioleggoperché: tanti eventi per la promozione della lettura


Un evento senza precedenti, questo di #ioleggoperché. C'è da sempre da parte degli editori, delle biblioteche, delle librerie e delle istituzioni scolastiche il desiderio di invogliare la lettura, ma per la prima volta in assoluto, l'AIE (Associazione Italiana Editori) è riuscita a mettere tutti (o quasi) d'accordo, e a sviluppare un progetto di mesi, che - crediamo - proseguirà ben oltre il 23 aprile, culmine delle iniziative di #ioleggoperché con numerosissimi eventi
Ci saranno cinque città capofila: Milano, Cosenza, Sassari, Roma e Vicenza (come vedete, alcune scontate e altre meno per fortuna). Lì gli eventi saranno davvero tantissimi, ma non mancano incontri e appuntamenti anche in città minori e nelle singole scuole, librerie, università, biblioteche, ma soprattutto per strada. Sì, perché questo evento ha deciso di "invadere" il territorio con iniziative bellissime e nuove. 
Un esempio? Una sorta di "book-crossing", o meglio di donazione di libri, ai non lettori. Infatti, i cosiddetti messaggeri della lettura ricevono un kit con 12 libri, 6 per ogni titolo, da donare a chi normalmente non legge mai. 

La pericolosa tentazione del Panopticon sentimentale: “Sotto falsa identità” di Caterina Falconi

Sotto falsa identità
di Caterina Falconi
Galaad Edizioni, 2014

pp. 152
€ 12

Fiore, dottoressa di un poliambulatorio situato a ridosso di un centro commerciale, ha alle spalle una intensa storia d’amore con un medico francese conosciuto in Africa; nonostante quest’uomo sia scomparso nel nulla da dieci anni, o forse proprio per questo, egli ingombra ancora con la sua presenza i pensieri quotidiani della protagonista di questo breve romanzo.
Attraverso le parole di una narratrice esterna (assente nel caso di Fiore, unico personaggio ad avere il privilegio della prima persona) conosciamo anche Marilena, reclusa in casa dalla figlia Elisabetta, che da piccola ha ricevuto poco affetto e che probabilmente per questo ha sviluppato un atteggiamento feroce nei confronti della madre; spinta da quella che sembra proprio essere una malattia paranoica ha rinchiuso l’anziana donna in casa impedendole qualsiasi contatto col mondo esterno, costringendola a condividere quella prigione con l’ex marito ora malato e reso inerme da Alzheimer e farmaci ma un tempo violento picchiatore, tentando così una posticcia ed insana riconciliazione familiare.

martedì 21 aprile 2015

#CriticaNera. I mille volti del dolore: "La banda degli amanti" di Massimo Carlotto

La banda degli amanti
di Massimo Carlotto
edizioni e/o, 2015


Confesso che finora Massimo Carlotto mi era del tutto indifferente a causa di un forte pregiudizio nei suoi confronti: la sua storia passata. Non voglio con questo dire che, per quanto successo ormai qualche decennio fa, egli porti la stigmate del condannato a vita. Semplicemente, nel perverso universo editoriale italiano, ero convinto, a torto, che questo turbolento passato, e non la qualità letteraria, fosse alla base del suo successo. Pubblicare, vendere, comprare i libri di Massimo Carlotto perché è stato al centro di un caso giudiziario. Dopo aver letto La banda degli amanti, devo ammettere di aver compiuto un errore da principiante: ho giudicato senza leggere. Tempo per rifarmi ne ho a sufficienza, ma queste righe d'introduzione hanno il senso di avvertire il lettore che quella che leggerà non sarà probabilmente la recensione che si aspetta, come invece inviterebbe il sottotitolo del romanzo: “Il ritorno dell'Alligatore”. Non un bilancio quindi, semmai la personale e parziale opinione di un nuovo lettore.

lunedì 20 aprile 2015

Anima di Wajdi Mouawad


Anima
di Wajdi Mouawad 
Fazi,2015

Traduzione di Antonella Conti 

pp. 496
€ 18,50




Un uomo fa ritorno a casa e trova sua moglie in una pozza di sangue, il corpo trafitto da coltelli in più parti del corpo. Era incinta. Il protagonista, Wahhch Debch, si mette sulle tracce dell’assassino, che ha un modo particolarmente crudele di uccidere le sue vittime e abusare di loro. Anima è un libro a tratti cruento, ma questo aspetto non dilaga in ogni pagina. Senza dubbio ciò che salta subito all’occhio riguarda le voci narranti: sono quelle degli animali. Ogni capitolo – sono quasi tutti brevi – si intitola con il nome latino della specie che racconta: columba livia, canis lupus, felis sylvestris catus, procyon lotor, e questi sono solo alcuni degli animali che si trovano insieme ai protagonisti e che raccontano quello che vedono, quello che sentono, a volte; ognuno ha un suo modo di narrare, a tratti molto essenziale, schematico, a tratti poetico. Ad esempio, una civetta descrive così due personaggi che si aggirano di notte per il bosco: 
Hanno devastato le tenebre e tagliato la notte col coltello delle loro luci. Hanno affondato i piedi nella terra inzuppata di pioggia e di neve sciolta: uomini, cani e macchine, usciti dal nulla per spostare le ombre degli alberi e fendere il silenzio.
Lo stile rispetta l'ipotetico modo di pensare che può avere questo o quell’animale, questa molteplicità dello sguardo restituisce una visione d’insieme esterna e, allo stesso tempo, interiore: alcune specie sentono gli uomini per come sono davvero, ne percepiscono l’aura, il temperamento e le inquietudini e questo li porta a provare per loro simpatia, repulsione o paura. Tra i capitoli che rimangono singolarmente impressi, c’è quello in cui è una scimmia a raccontare. 
Avrei voluto guardarlo e ascoltarlo parlare senza sosta, […] perché la deflagrazione della sua voce, nella muscolatura del suo corpo, infiammava la mia memoria. La collera! la rabbia! il tormento! la pena! Bruscamente, senza nessun preavviso, si risvegliava in me il dolore di essere stato strappato, tanto tempo fa, all’insaziabile libertà delle mie giungle e dei loro cieli, quando, saltando tra i rami, divoravo spazi sempre più vertiginosi, vedevo la verginità del mondo dispiegarsi sotto i miei occhi nella sua commovente infanzia. Tutte le sfumature del verde delle vite selvagge, dove sono? Dove sono? Ecco che un uomo, pur senza restituirmele, mi riportava a loro perché la sua voce, le sue parole, immuni da qualunque esitazione e pervase dalla stessa follia, diventavano mie.
Questi animali narratori descrivono il protagonista in modo molto sentito e insieme a lui raccontano l’uomo come essere umano: il testo è ricco di frasi con cui gli animali dimostrano di conoscerlo come egli stesso non potrebbe. 
L’umano è un corridoio stretto, bisogna andarci dentro per sperare di conoscerlo. 
Oppure: 
Il mondo è vasto, ma gli umani si ostinano ad andare laddove la loro anima si strazia. 
Oltre alla violenza e al dolore, un altro tema che percorre tutta la trama è il viaggio. Il protagonista si sposta da una località all’altra del Québec senza fermarsi troppo a lungo, per inseguire l’assassino della moglie e guardarlo in faccia, un’ossessione che lo pervade sempre di più. I paesaggi sono montani, l’espediente della narrazione animale prosegue dunque indisturbata; nel suo cammino, Wahhch Debch incontra molti personaggi, si dipanano particolari di un passato su cui vorrà indagare a fondo; un viaggio nel Nord America e dentro di sé, alla ricerca delle proprie radici. I risvolti della trama rendono la lettura coinvolgente, è come una nuova esperienza apprendere la storia da tutte quelle voci insieme. Apparentemente Anima è una storia fantasiosa dai toni noir, ma più si va avanti, più si scopre che ciò che l’autore vuole raccontare non è solo il massacro delle vittime di un pazzo, ma soprattutto il massacro di Sabra e Shatila, avvenuto durante l’invasione israeliana del Libano, nel 1982, da cui peraltro proviene l’autore. 
Il libro è diviso in parti, di cui due narrate in modo corale da bestie di varia natura, le altre due parti sono raccontate da un cane e da un uomo. Nella parte in cui è il cane a narrare in prima persona, si racconta di come si sia unito al suo padrone, il che costituisce a mio parere una delle peculiarità più belle del libro: la descrizione del modo in cui un cane prende ad amare un essere umano. 
Sentivo il mio cuore che batteva durante la corsa e, per la prima volta, il timore di essere separato da un’altra creatura mi ha attanagliato, dandomi la misura del mio affetto per quell’uomo, un affetto che nessuno, quali che siano i suoi denti, potrà mai lacerare. 
Il tono della narrazione è malinconico, volutamente poetico e lo stile piano; la trama è avvincente e riserva delle sorprese. La terza parte è raccontata da un uomo, un narratore inaspettato, che descrive gli sviluppi della vicenda che ha vissuto da fuori e che rende ancora più vera e incredibile la storia e il suo epilogo. Non si possono svelare troppi particolari o si rovinerebbe il piacere della lettura, che si gusta tutta d’un fiato.

domenica 19 aprile 2015

Islam e integrazione in Italia: un manto di Arlecchino intarsiato con arabeschi

Islam e integrazione in Italia
a cura di Antonio Angelucci, Maria Bombardieri e Davide Tacchini
Marsilio, 2014
pp. 219

€ 22





Quante volte avete sentito dire al telegiornale, oppure letto distrattamente al bar su di un quotidiano oppure ancora avete ascoltato, quasi per caso, durante una conversazione in metropolitana, la seguente frase: “L’Islam in Italia è soprattutto un problema”. Ora il libro in questione, Islam e integrazione in Italia, a cura di Antonio Angelucci, Maria Bombardieri e Davide Tacchini ed edito da Marsilio, non vuole rispondere a questa domanda ma ad un’altra, da un certo punto di vista più stringente: qual è l’Islam in Italia e quanto è integrato nel tessuto sociale? Senza rispondere a questa domanda che, come tutte le domande preliminari, è fondamentale per iniziare ad argomentare una tesi di qualsiasi genere (come c’insegna la retorica antica e moderna), non si può fare il passo successivo. Non c’è problema senza soluzione recita un proverbio. Forse, ma di sicuro non esiste un problema (e la sua possibile soluzione) senza prima porsi una domanda (possibilmente quella giusta).

sabato 18 aprile 2015

Tutte le possibili "fini" dell'amore per Ilaria Bernardini


La fine dell'amore
di Ilaria Bernardini
ISBN Edizioni, 2006

pp. 243
€ 12


La fine dell'amore. Graphic short stories
artisti vari per Ilaria Bernardini
Hop Edizioni, 2014
pp. 240 a colori
€ 20



"La fine dell'amore c'entra col fondo delle tazze bianche, che piano piano diventano scure e macchiate. C'entra con i bicchieri che da sei sono diventati quattro e c'entra anche con la cucina all'ingrosso che più di due anni non regge perché inizia a scollarsi e lascia vedere che è fatta di nulla. [...] Non è capace di far durare l'amore e di far durare le sue parti finte. Non è capace di restare come per la foto mentre tu la ricordi così com'era, perfetta sul catalogo a cento pagine, con le luci flou e le ciotole azzurre".

Quando diciamo "la fine dell'amore", a cosa pensiamo? Ecco, probabilmente in questo momento ognuno ha disegnato nella sua testa un'immagine diversa, condizionata dai vissuti, dalle paure, dall'insondabile grado di drammatizzazione che percepiamo e tolleriamo nel rappresentare un addio. Probabilmente, se ci raccontassimo l'uno l'immaginazione dell'altra resteremmo sorpresi da dettagli che non avremmo mai scelto o pensato. E questo è ciò che avviene leggendo La fine dell'amore, raccolta di racconti di Ilaria Bernardini, di recente trasposti in graphic short stories in una bella e curata edizione Hop!. 
Le tredici storie riflettono luci e ombre di quell'indefinito e infinito prisma che porta l'amore: amori diversi (passionali, fraterni, familiari,...) esplorano la loro fine, senza sconti né pensieri addolciti. Tuttavia, quasi loro malgrado, non mancano le pagine dense di poesia: è la paradossale poesia degli oggetti quotidiani, che risuonano d'assenza o impersonano e reinterpretano il presente, così diverso da quando loro erano entrati nella vita dei protagonisti. Oppure è l'accumulazione dei dettagli privati, delle abitudini che in Bernardini si accavallano furiosamente, portando il lettore nella routine di personaggi che prendono atto, analizzano, o sono ben lontani dal realizzare la fine della loro storia. 

venerdì 17 aprile 2015

Un dramma familiare alla voce: autismo

Pulce non c’è
di Gaia Rayneri
Einaudi, 2009

pp. 228
€ 12


È certo che dalla lettura di questo libro, emerge innanzitutto una riflessione sull’autismo e la disabilità in generale. Ma siccome si parla, per l’appunto, di un libro, di narrativa, non va trascurato il modo in cui Gaia Rayneri ha costruito la vicenda. La storia di una bambina autistica sottratta alla sua famiglia, senza che nessuno dia una spiegazione ai genitori, è raccontata attraverso la voce, gli occhi, le fantasticherie della sorella poco più grande. Nel dramma kafkiano che gli adulti vivono, si inserisce la voce dell’innocenza e della semplicità che a livello stilistico porta a dosi di ironia utili a edulcorare il mattone allo stomaco che altrimenti ci soffocherebbe. Anche perché la vicenda è tratta da accadimenti reali che hanno coinvolto l’autrice.

giovedì 16 aprile 2015

"Ritratto di famiglia con bambina grassa" di Margherita Giacobino


Ritratto di famiglia con bambina grassa
di Margherita Giacobino
Mondadori, 2015

pp. 256
€ 17
«Quando ho cominciato a scrivere dei miei, a cominciare da Ninin, ho obbedito a un bisogno che mi guida ormai da molto tempo: quello di cercare, senza mai trovare del tutto, il nocciolo oscuro degli esseri amati. Ricreare la loro presenza, evocarli. Queste pagine equivalgono, forse, alle immagini degli antenati a cui certi popoli detti primitivi dedicano uno spazio apposito della casa, un altare o addirittura una stanza. Si dice che offrire cibo ai morti serva a placarli, perché non tornino a disturbare i vivi. Ma a me piacerebbe che tornassero, non sarebbe affatto un disturbo; e scrivendo ho cercato di persuaderli a venirmi a trovare.»
È un banchetto imbandito, il romanzo che ci propone Margherita Giacobino.
Il titolo ci parla di famiglia e di bambine grasse. Ma chi si aspettasse una versione aggiornata e al femminile di Cuore di ciccia resterebbe, per rimanere in tema, a bocca asciutta.
Le uniche pietanze presenti sono infatti, una che tira l'altra, come le ciliege, le storie della famiglia -matriarcale- dell'autrice non più bambina e finalmente sazia.

mercoledì 15 aprile 2015

Passaparola: la confessione di un innocente colpevole di idiozia

Passaparola. A murder mistery
di Simon Lane
Ottolibri edizioni, 2015

Traduzione di C. Ingiardi
pp. 192
ebook € 4,49 




Spesso le piccole confessioni si trasformano nel racconto di un’intera vita. Così capita nella prima opera di Simon Lane pubblicata in Italia, Passaparola (Ottolibri edizioni). La confessione però non è dell’autore, ma di un maggiordomo filippino, Felipe, che un giorno, trovatosi davanti al cadavere di un suo datore di lavoro assassinato, monsieur Charles, decide di ripulire la casa (geniale senso del dovere!) e occultare il cadavere portandolo in giro per Parigi – per un’intera giornata – dentro un cassonetto. Le vicende che si svolgono successivamente sono il resoconto, da lui stesso narrato, delle sue divagazioni nella Ville lumière.

martedì 14 aprile 2015

Un "Agostino" ribaltato: dove finisce l'innocenza?

Elogio della matrigna
di Mario Vargas Llosa
Einaudi,1999

Traduzione di Glauco Felici

pp. 167
€ 12



Eravamo una donna e un uomo e ora siamo eiaculazione, orgasmo e un'idea fissa. Siamo divenuti sacri e ossessivi. (p. 129)

Quanta innocenza e quanta malizia celano i riccioli d'oro degli amorini nella tradizione pittorica? E quanta perversione si riflette nel visino perfetto, al limite dell'androginia, del piccolo Alfonso? Il ragazzino, con la gracilità della prima adolescenza e il corpo ancora duro, scomposto nella crescita frettolosa, tradisce tutta l'ambiguità tipica dell'età. Così gli abbracci che lo legano alla sua matrigna, la conturbante e perfetta donna Lucrecia, hanno un retroscena sensuale o manifestano l'affetto spontaneo e vivace da figliastro? 
Donna Lucrecia, amareggiata quanto eccitata dalle attenzioni del tutto insperate di Fonchito, si lascia cullare dall'utopia di un rapporto familiare perfetto e cerca di non interpretare forzatamente le carezze del figliastro. Tuttavia non resta indifferente: è il suo corpo ad accendersi, suo malgrado, e poi a cercare il corpo del marito, come ogni notte. Sì, perché con Don Rigoberto, marito di Lucrecia e padre di Alfonso, la donna ha stabilito un legame fortissimo, di chiara dipendenza sessuale ed estatica passione, che porta a sperimentare quotidianamente una forma nuova di felicità:
Perché la felicità era temporanea, individuale, eccezionalmente duale, molto di rado tripartita e mai collettiva, comune. (p. 32)

lunedì 13 aprile 2015

"Il palazzo dei sogni" di Ismail Kadaré e gli incubi del totalitarismo

Il palazzo dei sogni
di Ismail Kadaré
Tea, 2010

Traduzione di Francesco Bruno

pp. 205
€ 10,00




Il parallelo più immediato guarda ai soliti noti della distopia fantapolitica: 1984 di Orwell, Brave New World di Huxley o We di Zamyatin, ma quando Ismail Kadaré concepisce Il palazzo dei sogni ha in mente soprattutto l'Inferno di Dante. Ciò che si propone è la creazione di una realtà alternativa altrettanto oscura e chimerica di quelle elaborate dalla mitologia egizia, da Virgilio e Sant'Agostino, in grado di sviluppare una connessione con la contemporaneità politica (nella fattispecie la dittatura comunista di Enver Hoxha in Albania) abbastanza intima da poterne costituire una spietata allegoria, come i gironi danteschi per l'Italia medievale.

Al pari di Dante, Kadaré dispone di materiale di prima mano per arredare il suo Inferno. Al tempo stesso apocalittico e integrato, prima di partire per l'esilio volontario in Francia nel 1990 Kadaré è un nome di spicco di quello stesso sistema dittatoriale contro cui si scaglia nelle sue opere. Membro dell'Unione degli Scrittori e Artisti Albanesi, deputato al Parlamento durante gli anni più duri del Partito Unico, vicepresidente del Fronte democratico e direttore di una rivista letteraria, Kadaré non veste certo i panni mimetici del ribelle confinato sui monti. Subisce, certo, censure e attacchi per i contenuti libertari di alcuni suoi testi, ma invece del plotone d'esecuzione se la cava con temporanei divieti di pubblicazione. Nello stesso anno in cui viene pubblicato Il palazzo dei sogni (il 1981), Hoxha arresta e mette a morte alcuni dirigenti di partito accusati di attività controrivoluzionaria, ma Kadaré, il cui nuovo romanzo contiene la descrizione puntuale di un episodio molto simile, non subisce alcuna ritorsione oltre alla messa al bando del libro.

Appoggiati al tavolino di un triste saloon



La ballata del caffè triste (The Ballad of the sad cafè)
di Carson McCullers
Einaudi, 2013, 1^ edizione 1951

Traduzione di Franca Cancogni
pp. 155




In letteratura ci sono due tipi di "Stati Uniti del Sud". Da una parte, le atmosfere familiari, confortanti e bonarie di autori come Fannie Flagg che riesce a pennellare di speranza e leggerezza temi anche gravi come la Grande Depressione. Dall'altro lato, gli stati del profondo sud fanno da sfondo a storie di cupezza e disperazione, di povertà e miseria. Ci si aggira per posti dove le torte non vengono messe suoi davanzali a raffreddare e i vicini non si salutano amichevolmente e con una punta di invadenza.
Il paese in sé è squallido: non c'è nulla tranne la filanda del cotone, le case di due stanze dove vivono gli operai, pochi alberi di pesco, una chiesa con due finestre colorate e una misera via principale, lunga appena un centinaio di metri.(...) Il paese è solitario, triste, come un luogo remoto ed estraniato da tutti gli altri nel mondo.
Così inizia il racconto eponimo della raccolta "La ballata del caffè triste" di Carson McCullers e non si fatica ad indovinare in quale dei due filoni letterari si collochi.

domenica 12 aprile 2015

#PillolediAutore - Tutti al bar con Stefano Benni



Quando si dice un libro che non conosce limiti temporali, perlomeno per ancora un 50ennio: Bar Sport, l'intramontabile successo che ha consacrato Stefano Benni tra i più divertenti narratori umoristici del nostro '900. La raccolta di racconti ruota attorno a un unico filo rosso: il Bar Sport del titolo, appunto, con i suoi protagonisti quotidiani, che si presentano a noi non solo come tipi fisici, ma anche come personaggi di microstorie ambientate al bar. Un'altra costante? L'ironia, che non tramonta in nessuna pagina.
Viene da chiedersi se anche giovanissimi lettori, che non conoscono i flipper e i juke box, si divertiranno come è accaduto alle generazioni precedenti. Altamente probabile: perché anche gli "elementi preistorici" raccontati da Benni in questo libretto sono inquadrati in una più generale tipologia dell'umano (e dell'animale, andrebbe detto). E non smette di stupirci un fatto: dal 1976, data della prima edizione, a oggi, il "pubblico" da bar è rimasto drammaticamente o fortunatamente lo stesso. 

Il brano scelto per questa domenica di Pillole d'Autore è forse uno dei più divertenti: racconta il playboy da bar, sperimentando diverse forme di focalizzazione e di punti di vista. L'ironia nasce proprio dalla discrasia tra realtà e libera interpretazione dei fatti. Dove sta, poi, la verità? Nella risata del lettore.

Dunque, buona lettura divertente per questa domenica!