lunedì 20 febbraio 2012
Il noir di denuncia di Alessandro Bastasi: Città contro
Città contro
di Alessandro Bastasi
Eclissi Editore, 2011
Racconta di immigrati, clandestini, imprenditori senza scrupoli, intrallazzi criminali e politici Città contro (Eclissi Editore, 2011) di Alessandro Bastasi. Ma non è un saggio di denuncia, è un bel romanzo noir, un noir sociale - come lo definirebbero i più aggiornati - in cui il professore in pensione Alberto Santini torna sua malgrado ad improvvsarsi detective. E si trova coinvolto in una vicenda che oltre ad investire affetti e congiunti, scardina e mette in crisi un bel po' delle sue convinzioni, che fino a quel momento credeva inataccabili. Ambientato in una provincia veneta intrisa di falso perbenismo e razzismo più o meno latente, ipocrisia , diffindenza e intolleranza nei confronti di chi arriva da altre latitudini o ha la pelle più scura, Città contro coraggiosamente dipinge uno scenario tristemente attuale: un campo di immigrati gestito da un'organizzazione religiosa con qualche ombra alle spalle, e che fa gola alla criminalità organizzata nonchè a politici trafficoni. Una polveriera che esplode a causa di due delitti poco chiari, che coinvolgono personalmente Alberto, impegnato come volontario del campo assieme alla moglie. Ma gli omicidi rivelano delitti altrettanto odiosi legati al sesso, alla sperimentazione medica, alla schiavitù. Un pozzo profondo e angosciante che scoperchiato rischia di mandare a ferro e fuoco una città. Alberto cerca di dare delle risposte e restituire anche solo un po' di dignità e giustizia a chi la merita, ma l'indagine è difficle e si rivela pure molto rischiosa per lui e per la coraggiosa moglie che gli resta accanto nei momenti più difficili. Un romanzo duro e tristemente attuale, che racconta esattamente le cose come stanno senza censure e sconti per nessuno.
Recensione di Carla Casazza
di Alessandro Bastasi
Eclissi Editore, 2011
Racconta di immigrati, clandestini, imprenditori senza scrupoli, intrallazzi criminali e politici Città contro (Eclissi Editore, 2011) di Alessandro Bastasi. Ma non è un saggio di denuncia, è un bel romanzo noir, un noir sociale - come lo definirebbero i più aggiornati - in cui il professore in pensione Alberto Santini torna sua malgrado ad improvvsarsi detective. E si trova coinvolto in una vicenda che oltre ad investire affetti e congiunti, scardina e mette in crisi un bel po' delle sue convinzioni, che fino a quel momento credeva inataccabili. Ambientato in una provincia veneta intrisa di falso perbenismo e razzismo più o meno latente, ipocrisia , diffindenza e intolleranza nei confronti di chi arriva da altre latitudini o ha la pelle più scura, Città contro coraggiosamente dipinge uno scenario tristemente attuale: un campo di immigrati gestito da un'organizzazione religiosa con qualche ombra alle spalle, e che fa gola alla criminalità organizzata nonchè a politici trafficoni. Una polveriera che esplode a causa di due delitti poco chiari, che coinvolgono personalmente Alberto, impegnato come volontario del campo assieme alla moglie. Ma gli omicidi rivelano delitti altrettanto odiosi legati al sesso, alla sperimentazione medica, alla schiavitù. Un pozzo profondo e angosciante che scoperchiato rischia di mandare a ferro e fuoco una città. Alberto cerca di dare delle risposte e restituire anche solo un po' di dignità e giustizia a chi la merita, ma l'indagine è difficle e si rivela pure molto rischiosa per lui e per la coraggiosa moglie che gli resta accanto nei momenti più difficili. Un romanzo duro e tristemente attuale, che racconta esattamente le cose come stanno senza censure e sconti per nessuno.
Recensione di Carla Casazza
Il Giappone e le sue tradizioni: una storia di amore e dedizione
IL GIAPPONE E LE SUE TRADIZIONI: UNA STORIA DI AMORE E DEDIZIONE
Intervista a Lesley Downer, a cura di Debora Lambruschini
Intervistare Lesley Downer, affermata autrice di saggi e romanzi
di ambientazione nipponica, contribuisce a sfatare il mito-maledizione
secondo cui il più delle volte l’immagine che ci costruiamo di un autore
che abbiamo amato va a cozzare inevitabilmente con la realtà, facendoci
uscire dall’incontro un po’ frustrati e disillusi. La Downer sorprende
invece per la disponibilità e il desiderio di farci entrare nel suo
mondo alla scoperta di una passione sconfinata per la cultura nipponica,
a cui ha dedicato i suoi lavori.
Nata a Londra da madre di origini cino-canadesi, ha ben presto
scoperto l’amore per l’Asia che dopo un primo viaggio in Giappone nel
1978 si è tradotto in una passione che non si è mai esaurita.
Tra ricordi, chiarimenti e anticipazioni del prossimo libro, ci conduce così in un viaggio dentro il mistero del Sol Levante.
L’amore per l’Asia te l’hanno trasmesso i tuoi genitori, ma cos’è che ti ha colpito di più del Giappone?
Difficile sapere da dove cominciare, dato che la storia d’amore
tra me e il Giappone dura da molti anni – più di trenta! È un paese che
ci vuole del tempo a conoscere, ma più lo conosco e più mi accorgo che
c’è da scoprire.
Non avevo scelto il Giappone. Ci andai per caso da giovane e poi
ci restai, e quando ci torno adesso mi sento come a casa, come in una
seconda casa. È un paese affascinante, intrigante e sfaccettato, e più
tempo ci passo più affascinante diventa.
Di questo paese mi piacciono tante cose diverse. C’è la bellezza
fisica – i monti, i vulcani, le calde primavere, l’aspra campagna del
nord e i lussureggianti paesaggi tropicali del sud. Ci sono templi,
castelli e palazzi dove riesco a immaginarmi nell’antico Giappone, nel
Giappone prima dell’occidentalizzazione. C’è
l’immenso fascino della storia e di tutto quel che ne resta nella
cultura giapponese moderna, sia l’austera cultura zen dei samurai che
l’esuberante cultura scintoista dei festival annuali, della silografia e
dei quartieri del piacere sregolato.
La sua meravigliosa letteratura conta il primo romanzo del mondo,
la Storia di Genji, deliziose poesie che esplorano un modo diverso di
vedere il mondo, commedie fantastiche, pièces e drammi strazianti. Mi
piacciono anche il diverso uso del corpo e l’abitudine di vivere al
pianterreno. E poi le ceramiche stupefacenti, e cibi e tessuti che per
primi hanno acceso il mio interesse per il Giappone
L’Asia, e il Giappone soprattutto, sembra agli
occhi degli occidentali un luogo molto esotico e misterioso, quasi senza
tempo. Quanto resta oggi di questo mistero?
domenica 19 febbraio 2012
Pillole d'autore: Leonardo Sinisgalli
La critica migliore è quella che è divertente e poetica; non quella, fredda e algebrica che, col pretesto di spiegare ogni cosa, non ha né odio, né amore, e deliberatamente si spoglia di qualsiasi traccia di passione.
Leonardo Sinisgalli (Montemurro, 9 marzo 1908 – Roma, 31 gennaio 1981) è un poeta, matematico- poeta/matematico-ingegnere e pubblicitario italiano. Nel dopoguerra a Roma fonda e dirige una delle più importanti riveste dell’epoca Civiltà delle macchine (1953-1958) edita da Finmeccanica, le sue cariche lo vedono consulente dell’Agip di Enrico Mattei, consulente pubblicitario part-time dell’Alitalia e dell’Eni. Nonostante ciò, la scrittura per lui non sarà mai intervento nelle questioni di carattere pubblico, le sue liriche hanno sempre una certa malinconia di fondo e un senso di inquietudine nella sua condizione di emigrante. L’ambiente famigliare, il paese e la Lucania ispirano gran parte della produzione di Leonardo Sinisgalli.
Negli anni Venti e Trenta del Novecento si afferma una corrente letteraria che, generalmente, viene definita ermetismo. Aprono la strada a questa corrente proprio poeti come Leonardo Sinisgalli e Libero De Libero, per i quali l'etichetta ermetica può indicare, con significato piuttosto ampio, l'intenzione di coniare per la poesia un linguaggio diverso da quello fatto proprio dal regime fascista. Si comincerà a parlare di poesia ermetica vera e propria nel 1932, con l’uscita delle opere Isola di Alfonso Gatto e Oboe sommerso di Salvatore Quasimodo. Si rivolge qui l’attenzione a Leonardo Sinisgalli: la sua poesia, raffinatissima e sempre rivolta al suo mondo originario, è ingiustamente poco nota ai lettori rispetto ad altri grandi nomi dell'ermetismo.
Da I nuovi Campi Elisi, Mondadori, Milano 1947
Lucania
Al pellegrino che s’affaccia ai suoi valichi,
a chi scende per la stretta degli Alburni
o fa il cammino delle pecore lungo le coste della Serra,
al nibbio che rompe il filo dell’orizzonte
con un rettile negli artigli, all’emigrante, al soldato,
a chi torna dai santuari o dall’esilio, a chi dorme
negli ovili, al pastore, al mezzadro, al mercante
la Lucania apre le sue lande,
le sue valli dove i fiumi scorrono lenti
come fiumi di polvere.
Lo spirito del silenzio sta nei luoghi
della mia dolorosa provincia. Da Elea a Metaponto,
sofistico e d’oro, problematico e sottile,
divora l’olio nelle chiese, mette il cappuccio
nelle case, fa il monaco nelle grotte, cresce
con l’erba alle soglie dei vecchi paesi franati.
Il sole sbieco sui lauri, il sole buono
con le grandi corna, l’odorosa palato,
il sole avido di bambini, eccolo per le piazze!
Ha il passo pigro del bue, e sull’erba
sulle selci lascia le grandi chiazze
zeppe di larve.
Terra di mamme grasse, di padri scuri
e lustri come scheletri, piena di galli
e di cani, di boschi e di calcare, terra
magra dove il grano cresce a stento
(carosella, granturco, granofino)
e il vino non è squillante (menta
dell’Agri, basilico del Basento)
e l’uliva ha il gusto dell’oblio,
il sapore del pianto.
In un’aria vulcanica, fortemente accensibile,
gli alberi respirano con un palpito inconsueto;
le querce ingrossano i ceppi con la sostanza del cielo.
Cumuli di macerie restano intatte per secoli:
nessuno rivolta una pietra per non inorridire.
Sotto ogni pietra, dico, ha l’inferno il suo ombelico.
Solo un ragazzo può sporgersi agli orli
dell’abisso per cogliere il nettare
tra i cespi brulicanti di zanzare
e di tarantole.
Io tornerò vivo sotto le tue piogge rosse.
tornerò senza colpe a battere il tamburo,
a legare il mulo alla porta,
a raccogliere lumache negli orti.
Udrò fumare le stoppie, le sterpaie,
le fosse, udrò il merlo cantare
sotto i letti, udrò la gatta
cantare sui sepolcri?
Da L’Albero Bianco, edito nel 1999
sabato 18 febbraio 2012
CRITICALIBERA: Libri sullo scaffale
Le mie passeggiate per il centro cittadino si concludono, o interrompono, spesso e volentieri con una visita ad una delle mie librerie di fiducia. E’ quasi più forte di me, gli scaffali mi chiamano e raramente ho la forza di resistere, quando entro in una libreria è come entrare in un universo parallelo, si spalancano le porte di infinite possibilità, mi basta poi pensare che ogni libro racchiude in sé un altro mondo e mi vengono letteralmente le vertigini. Non so a voi, ma a me piacciono le librerie caotiche, quelle troppo ordinate, con gli scaffali etichettati: Fantascienza, Esoterismo, Novità, Narrativa ecc. quelle non le sopporto. Le etichette sono quasi tutte sbagliate, quasi tutte assegnate a casaccio, già etichettiamo le persone, perché anche i libri? Sbagliando tra l’altro. Perché Peter Pan si trova nello scaffale di Narrativa Classica quando ciò che contiene sono contenuti più che attuali? E poi è anche una storia fantastica, perché invece nello scaffale del Fantasy ci stanno libri di alcuni scrittori che non hanno fantasia? Cronache, Guerre e Leggende di qualche mondo fantastico emerso dal nulla e che segue sempre le stesse regole stereotipate del genere. Meglio una libreria senza scaffali etichettati, una dove entri e pensi: “il libro che voglio acquistare deve attirarmi a sé, ci deve essere un legame che lo deve portare tra le mie mani, non una stupida etichetta che fa rientrare a forza qualcosa dentro i suoi standard!”
In più c’è la soddisfazione della ricerca, la libreria diventa un’antica cripta con migliaia di misteri da svelare e reperti archeologici da riportare alla luce. Meglio ancora poi se la libreria è labirintica, se gli scaffali formano un dedalo intricato nel quale puoi ricavarti il tuo angolino di intimità. Detesto invece quelle librerie con gli scaffali a muro e al centro qualche espositore con le novità o i libri che vanno di moda al momento: tutta l’atmosfera mistica intrinseca nella libreria in sé viene a mancare, facendo emergere il chiaro scopo commerciale che purtroppo oggi sta alla base del mercato editoriale.
venerdì 17 febbraio 2012
Il Mai: Anna Casalino

Il Mai
di Anna Casalino
Autodafé, 2010
pp. 160
€ 15
Giulia Terra ricomparve nella mia vita dopo sette anni. Ero certa che non avrei più sentito parlare di lei; l’avevo relegata nel passato remoto della memoria, sicura di non incontrarla mai più. È vero, dall’ultima volta che l’avevo vista non era trascorso giorno in cui non avessi dedicato un seppur fuggevole pensiero a quella troia; ma i ricordi avevano smesso di farmi male e Giulia era diventata parte di un passato a cui pensare con distacco o a cui non pensare affatto.
Arianna è una giovane segretaria di Pesaro piuttosto confusa e insoddisfatta della sua vita. Un giorno, passando davanti alla libreria del padre, si imbatte in una suadente copertina: caratteri bianchi e opachi su uno sfondo nero e lucido sussurrano la parola Mai. L’autrice esordiente del fortunato romanzo è Giulia Terra, sua vecchia e fascinosa compagna di università. La vecchia, fascinosa e stronza coinquilina che anni prima le aveva rubato il manoscritto del romanzo che ora ammicca nelle librerie di tutta Italia.
Si apre così una storia a doppio filo, presente e passato si mescolano tra le pagine: gli anni universitari ricchi di eccessi, speranza ed energia, lasciano il posto ad un’attualità dove Arianna non è felice e deve fare i conti con le delusioni e le occasioni perdute di un tempo neanche troppo lontano. Come riprendere in mano la propria vita e come tornare a scrivere?
Gli ingredienti mi sono piaciuti subito: storia al femminile, ambizioni letterarie che pervadono così tanti studenti universitari, cosa fare quando la vocazione per la scrittura sembra venir meno… un po’ come mettervi davanti la vostra torta preferita. Non si dice di no nemmeno alla seconda fetta. Il rischio che si incorre in questo genere di narrazione è di cadere nello stucchevole, ovvero di declinare la storia al femminile nelle tinte tenui del rosa pastello con conseguente perdita di verosimiglianza e possibilità per il lettore/ lettrice all’identificazione.
L’autrice ha brillantemente scongiurato il pericolo con originalità e forza linguistica. I rapporti tra le protagoniste non sono affettati o portati all’estremo melodrammatico, ma sono tormentati, torbidi, estremamente reali. Non ci troviamo di fronte a signorine compite, ma a studentesse un po’ alla “Rive Gauche” che non disdegnano qualche droga per stimolare il processo creativo. Anche il linguaggio che è, a mio avviso, il vero punto di forza della narrazione, è crudo, anche se mai eccessivo, ed estremamente tangibile. C’è tanta amarezza, ma, come nel vaso di Pandora, in fondo c’è sempre la speranza. Leggendo queste pagine ci si può veramente sentire affini ad Arianna, sognare con lei un futuro da scrittrice, patire le sue stesse frustrazioni e delusioni quando i colori della vita sono in mille sfumature, ma di certo non a tinta pastello.
Giulia Pretta
Imparare a dirsi addio: Concita De Gregorio, Così è la vita
Così è la vita
Imparare a dirsi addio
Imparare a dirsi addio
di Concita De Gregorio
Einaudi, Torino 2011
pp. 122
€ 14.50
Partendo dal più grande mistero della vita umana, la morte, Concita De Gregorio porta il lettore ad affrontare il tema del dolore come un grande occasione di rinascita. Questo perché il dolore più grande è la solitudine ed è per questo che «se non è condiviso diventa rabbia e disperazione». Viene così sfatato il luogo comune che di fronte al dolore «non ci sono parole. E invece ci sono eccome, hanno un'importanza enorme, ogni singola parola che ci è stata detta, anche quella smozzicata o solo intuita, ci ha aiutato tantissimo».
L'autrice, che rivela in questo libro la sua passione per la fiorente letteratura per bambini di questi ultimi anni, sostiene come di qualunque argomento si può parlare ai bambini, anche della la morte. Citando l'autore tedesco Wolf Erlbruch, la De Gregorio ricorda che egli «pensa che i bambini non siano affatto infantili, pensa che siano delle persone piccole. Crede che non esista il limite fra quello che si può raccontare e quello che no». Parlare della morte con tale poesia anche attraverso gli occhi dei bambini aiuta a superare tanti tabù delle nostre societa moderne, che cercano di rimuovere la sofferenza insita nella vita umana con un'immagine di falsa felicità legata solo al successo personale, al mito dell'eterna giovinezza che alla fine essendo così effimera in realtà crea solo realmente infelicità.
Ma in realtà anche quando si muore quello che resta in eterno sono l'intensità dei rapporti umani che abbiamo vissuto e che sono testimoniati da tutti quelli che sentono il bisogno di partecipare al funerale. Non a caso, nel prologo l'autrice esordisce dicendo proprio che «le cose migliori che mi sono successe negli ultimi tre anni sono state a un funerale», forse perché di fronte ad esso - mettendoci di fronte alla prospettiva di un termine della nostra vita - si scopre il vero senso della nostra esistenza.
Accompagnare un malato terminale nel suo ultimo viaggio viene raccontato da chi lo fa per mestiere come grande esperienza umana che arricchisce:
Ho sentito storie, ho visto ricchezze, ho conosciuto persone in questi ultimi due anni come mai mi era accaduto nei venti precedenti. Sono stato in contatto con un'umanita' meravigliosa nel momento piu' fragile e prezioso. Ho raccolto tesori e ne ho come ho potuto, ridistribuiti. Sono diventato quello che non sapevo di essere. Vivo con contentezza.
Lucia Salvati
giovedì 16 febbraio 2012
Introduzione al mondo di Idolo Hoxhvogli
Introduzione al mondo. Notizie minime sopra gli spacciatori di felicità
di Idolo Hoxhvogli
Scepsi & Mattana Editori, 2011
€ 15.00
Quando ho ricevuto il volume “Introduzione al mondo”, mi aspettavo di trovarmi di fronte ad una serie di racconti per adulti: e con questo intendo brevi novelle condite di amaro cinismo, utili ad affrontare con la debita corazza il mondo che ci si presenta. E invece…
Il forestiero cammina che non si vede, su sentieri verso cui le finestre volgono le spalle a sbarre, verso plaghe inabitate, senza mani calde lavorate dalla fatica. Le porte non sono chiuse, non ve ne sono per lo straniero.
…nelle prime pagine ho avuto l’impressione di addentrarmi in un quadro di De Chirico, di essere in un universo metafisico e surreale, fatto di pesanti silenzi e, talvolta, di disperazione. Ho dovuto di nuovo cambiare idea…
La città è piena di altoparlanti che gridano “Allegria”. Giorno e notte. Ora dopo ora. (…) E’ giunta l’assuefazione, tanto che “l’Allegria” lo sentono soltanto i forestieri in un fragore confuso
… lo straniero incontra questa città disseminata di trombe e altoparlanti che esortano i cittadini ad essere felici. In questa città, che ha quasi un sapore di “città invisibile” di calviniana memoria, lo straniero non è ben accetto: gli altoparlanti lo respingono, gli abitanti ne sono infastiditi, anche i commercianti lo accusano di crimini non commessi.
Oltre agli stranieri, anche alcuni abitanti non si trovano bene, soffocati dalle continue urla di “Allegria”
Da tempo sono tra vita e morte poiché colpito da allegrite, pericolosissimo morbo che percuote pochi sfortunati. L’allegrite mi rende impossibile vivere l’allegria.
La soluzione per questi animi sensibili (forse lo specchio del poeta o delle Arti che in questo mondo non trovano spazio) è assumere una pastiglia di “Introduzione al mondo” per eliminare il fastidioso eccesso di anima.
Più andavo avanti e più riflettevo: mi trovo davvero in una città invisibile? Il sindaco si chiama Bunga; la Legge, per poter entrare in municipio, deve prima ottenere l’approvazione di maiali ripartiti tra due camere; la Costituzione ha la copertina in ghisa, altrimenti un nano aspetta solo di poterla calpestare; la televisione è ricca di programmi con morbosi opinionisti e “belli senza cervello”.
Siamo davvero sicuri che si tratti di una città invisibile e senza spirito, o forse è qualcosa di molto più tangibile e reale?
“Introduzione al mondo” è uno splendido, lucido e poetico ritratto di un mondo dove l’Arte e la Bellezza non trovano posto, dove lo straniero viene respinto per paura, dove gli animi sensibili vengono anestetizzati e la maggior parte delle persone ha scelto di venire a patti con la deludente realtà. Ho letto il volume con un duplice senso di piacere: il primo, dato dalla prosa poetica che mi ha incantata. Il secondo è stato un senso di sollievo, perché io non potrei mai vivere in un mondo simile, non mi piacerebbe. Meno male che il mio mondo è diverso.
E’ davvero diverso?
Giulia Pretta
Editori in Ascolto - Angelica Editore
Editori in ascolto
--- intervista a Lucia di Angelica Editore ---
Quando è nata la vostra casa editrice e con quali obiettivi?
L’idea di Angelica Editore è nata per la prima volta nel 2003, e ha preso forma dopo circa un anno di studi. L’idea di base era quella di portare in Italia opere di autori ritenuti significativi nel loro Paese di origine e ancora sconosciuti da noi. Poi sono subentrate una serie di altre idee.

Come è composta la vostra redazione? Accettate curricula?
Angelica è, in realtà, una “one-woman band”: non si può parlare di una redazione, il lavoro è svolto interamente da me. Posso contare sull’aiuto di mio marito, grande appassionato di libri da sempre, che mi offre assistenza costante su piccoli e grossi problemi pratici e, quando serve, un paio di occhi in più per la correzione delle bozze ed eventualmente per le altre fasi dell’editing.
La mia intenzione all’inizio dell’attività era però di abbandonare del tutto il mio lavoro di insegnante di liceo (che tuttora svolgo part-time) e dedicarmi completamente alla casa editrice, creando anche un paio di posti di lavoro. Purtroppo la situazione editoriale italiana non ha consentito questo passaggio, ma io non demordo: sono convinta che non sarà sempre così, e che in tempi relativamente ragionevoli ci sarà un incremento del settore legato al libro, con più opportunità di diffusione anche per i piccoli editori e un conseguente aumento dell’impiego.
Al momento ricevo numerosi curricola ogni settimana, e li conservo tutti nel mio archivio in attesa di tempi migliori.
Qual è stata la vostra prima collana? E il primo autore?
L’idea di Angelica Editore è nata per la prima volta nel 2003, e ha preso forma dopo circa un anno di studi. L’idea di base era quella di portare in Italia opere di autori ritenuti significativi nel loro Paese di origine e ancora sconosciuti da noi. Poi sono subentrate una serie di altre idee.

Come è composta la vostra redazione? Accettate curricula?
Angelica è, in realtà, una “one-woman band”: non si può parlare di una redazione, il lavoro è svolto interamente da me. Posso contare sull’aiuto di mio marito, grande appassionato di libri da sempre, che mi offre assistenza costante su piccoli e grossi problemi pratici e, quando serve, un paio di occhi in più per la correzione delle bozze ed eventualmente per le altre fasi dell’editing.
La mia intenzione all’inizio dell’attività era però di abbandonare del tutto il mio lavoro di insegnante di liceo (che tuttora svolgo part-time) e dedicarmi completamente alla casa editrice, creando anche un paio di posti di lavoro. Purtroppo la situazione editoriale italiana non ha consentito questo passaggio, ma io non demordo: sono convinta che non sarà sempre così, e che in tempi relativamente ragionevoli ci sarà un incremento del settore legato al libro, con più opportunità di diffusione anche per i piccoli editori e un conseguente aumento dell’impiego.
Al momento ricevo numerosi curricola ogni settimana, e li conservo tutti nel mio archivio in attesa di tempi migliori.
Qual è stata la vostra prima collana? E il primo autore?
mercoledì 15 febbraio 2012
La badante di Bucarest: un'opera prima davvero meritevole
La badante di Bucarest
di Gianni Caria
Robin Edizioni, Roma 2012
€ 12
pp. 151
Raramente accade di restare colpiti da un’opera prima. Ma che dico?, più che colpiti malmenati, presi a pugni vicino alla bocca dello stomaco, dove si fermano quei tracolli di emozioni che cerchiamo di ricacciare. Per paura di ammettere che una scrittura è riuscita ad abbattere qualsiasi resistenza critica, a trasformare il ductus stilistico in un messaggio che ci raggiunge con la violenza della verità. E così è questa prima prova di Gianni Caria, noto ai più come magistrato e Sostituto Procuratore a Sassari. Ma la storia che è qui raccontata non c’entra nulla con la professione di Caria, né risente di burocratese giurisprudenziale lo stile così fantasticamente curato e ponderato (quante scelte stilistiche di buongusto, tra lirica e realismo!).
Ma passiamo alla trama. Contrariamente a quanto si possa pensare, la badante di Bucarest non è una donna rumena, ma una quarantenne italiana, Maria, che, in una situazione economica critica, lascia il marito Enzo e i due figli per offrire il suo lavoro di badante in Romania. E poco importa a questi nuovi ricchi che la donna sia stata un’insegnante di italiano, come poco importa della sua alimentazione o dei suoi sentimenti, filtrati da una razionalità acuta e da una fantasia trasparente. Così Maria si trova a casa di un vecchio professore, luminare ormai afasico e apatico, abbandonato nel letto per una malattia spietata che lo svilisce fisicamente e intellettivamente. È questo stato simil-vegetativo a generare in Maria riflessioni tra il nostalgico e il cinico - ma si tratta sempre di un cinismo doloroso, mai caustico, che si ripiega quasi teneramente sulla realtà dei fatti, senza incrudelirla ulteriormente.
Accanto al difficile compito di vegliare il professore, la solitudine:
C. S. Lewis e la fede

Il cristianesimo così com’è
di C.S. Lewis
Adelphi 1997
pp. 271
€ 14,00
Da qualche tempo sulgrande schermo è apparso “Il viaggio del veliero”, adattamento cinematografico dell'ultima parte della grande favola,“scritta per i miei nipoti” come ebbe a dire l'autore, de Le cronache di Narnia. La proiezione di questo ultimo atto nel mondo fantastico di Narnia ha portato, dopo alcune dichiarazioni di uno dei doppiatori, al sollevamento di alcune critiche che non volevano riconoscere al film, e men che meno al testo, un qualsiasi senso religioso.
I più conoscono Lewis quasi esclusivamente per questa sua trilogia fiabesca e forse anche per Le Lettere di Berlicche. In realtà, sia le lettere di Berlicche, sia le Cronache di Narnia corrispondono ad una precisa struttura religiosa che appartiene a pieno titolo all'autore Clive Staples Lewis, dapprima ateo e poi convertitosi in seno alla Chiesa d'Inghilterra. Grande autore di letteratura, studioso del Medioevo e eccellente novelist, Lewis, nel periodo posteriore alla sua conversione è giunto alla composizione di numerosi saggi che sono in grado di spiegare e ditrasmettere il senso della fede che egli aveva perduto e riscoperto con rinnovato ardore. Le favole ed i saggi teologici sono animati dal desiderio di trasmettere il messagio perduto e poi ritrovato senza forme di esagerazione o di intransigenza ma nella piena consapevolezza della necessità di riscoprire l'uomo ed il suo autentico senso religioso.
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| Clive Staples Lewis |
C.S. Lewis in questo libro conduce il lettore, con sagacia ed estremo rispetto per i temi trattati, lungo le vie della comprensione delle categorie teologiche della fede, cercando di cogliere il nucleo centrale del credo senza prescindere dalle ovvie implicanze della retta prassi di una seria e cosciente ortodossia. Il testo è quindi un viaggio nel Cristianesimo per poterlo conoscere nell'intimo.
Il libro risulta gustoso ed avvincente nella sua esposizione. Alle volte i contenuti sono capaci di spiazzare, per la loro nettezza, perché essendo indirizzati ai radioascoltatori sono stati elaborati per assere accolti sia dai credenti che dai non credenti.
Leggere Lewis, ai nostri occhi è un'esperienza stimolante, capace di mettere in discussione e di scuotere sia per il necessario approfondimento teologico che presuppone, sia per la semplicità con cui si può testimoniare il Depositum fidei.
Francesco Bonomo
Francesco Bonomo
martedì 14 febbraio 2012
Flavio Graser, Sentieri di Luce, sentieri d'Ombra
Sentieri di Luce, sentieri d’ombra
di Flavio Graser
autopubblicazione [2011]
pp. 490
Questo romanzo di Flavio Graser, che si annuncia come il primo volume di una saga intitolata Sole Nero sui Campi Elisi, s’inscrive consapevolmente nel genere narrativo del Fantastico (Fantasy). Letteratura d’intrattenimento e modaiola, come mi era già capitato di definirla proprio su questo stesso sito qualche tempo fa (vedi recensione a Sara di Furia, Il mondo di Eva). Ma come si evinceva da quella recensione, c’è modo e modo di intrattenere e di seguire le correnti, e questo romanzo mi conferma che anche adagiandosi su un genere letterario predefinito si possono proporre soluzioni formali e tematiche originali.
La trama, gli ambienti e gli snodi narrativi rispondono perfettamente alle regole del genere: esistenza di mondi paralleli dove le leggi fisiche di quello che siamo abituati a considerare come il nostro mondo smettono di funzionare; la connessione tra questi mondi assicurata da personaggi, adepti di varie categorie di magia, che hanno la capacità di passare da uno all’altro; le relative trasformazioni che fanno del personaggio umano (o apparentemente umano) un essere dotato di poteri strabilianti, in virtù dei quali abbattono gli ostacoli e vincono i nemici.
Due studenti universitari,
di Flavio Graser
autopubblicazione [2011]
pp. 490
Questo romanzo di Flavio Graser, che si annuncia come il primo volume di una saga intitolata Sole Nero sui Campi Elisi, s’inscrive consapevolmente nel genere narrativo del Fantastico (Fantasy). Letteratura d’intrattenimento e modaiola, come mi era già capitato di definirla proprio su questo stesso sito qualche tempo fa (vedi recensione a Sara di Furia, Il mondo di Eva). Ma come si evinceva da quella recensione, c’è modo e modo di intrattenere e di seguire le correnti, e questo romanzo mi conferma che anche adagiandosi su un genere letterario predefinito si possono proporre soluzioni formali e tematiche originali.
La trama, gli ambienti e gli snodi narrativi rispondono perfettamente alle regole del genere: esistenza di mondi paralleli dove le leggi fisiche di quello che siamo abituati a considerare come il nostro mondo smettono di funzionare; la connessione tra questi mondi assicurata da personaggi, adepti di varie categorie di magia, che hanno la capacità di passare da uno all’altro; le relative trasformazioni che fanno del personaggio umano (o apparentemente umano) un essere dotato di poteri strabilianti, in virtù dei quali abbattono gli ostacoli e vincono i nemici.
Due studenti universitari,
L'oblio: il ricordo non muore
L'oblio
di Josephine Hart
Feltrinelli economica, 1997
Traduzione di Mariapaola Dettore
Titolo originale: Oblivion
Prima edizione: 1995
pp. 149
€ 7.00
Ma quando ci si sposa sono tante le cose che si ignorano. Eppure sono così importanti, modi diversi di soffrire... ma in fondo chi mai si sposa pensando al dolore? (p. 131)
Libri forti, quelli di Josephine Hart, adatti a un lettore che vuole riflettere ed essere sconvolto, a costo di interrogarsi su quanto la scrittrice irlandese ha saputo evincere dai meandri del più profondo e vergare su carta. Se già nel 1991 Il Danno si era imposto per l'anticonvenzionalità nel trattare rapporti erotico-amorosi implicati con equilibri familiari molto delicati (come non ricordare la splendida recitazione di Jeremy Irons nel film tratto dal romanzo?), L'oblio si spinge oltre i confini del noto. Protagonista indiscussa è la morte, l'oblio per l'appunto, e paradossalmente il permanere del ricordo - ossessivo, annichilente, pervasivo - nei vivi. Sarebbe riduttivo ricondurre l'opera all'esperienza del protagonista, vedovo da poco, che cerca di ricostruire la propria fragile esistenza avvicinandosi a Sara, donna sinceramente innamorata e comprensiva, ma così diversa dalla defunta Laura. E Laura non abbandona il marito, neanche nell'intimità con la nuova donna:
Tu sei qui. Tu sei qui con noi. E io sono intrappolato qui con lei. Non puoi restare qui. Non è giusto. Non puoi restare qui con me. Ti ho desiderata. Ti ho sempre desiderata. Ti ho desiderata nella forma longilinea della tua trionfale adolescenza e nella forma del tuo potere di moglie. Cosa strana, desideravo mia moglie. (p. 11)
lunedì 13 febbraio 2012
Il salotto: intervista ad Arturo Robertazzi
Abbiamo conosciuto Arturo Robertazzi grazie alla bellissima esperienza di LibrInnovando...ed è stato una rivelazione! I primi contatti via Twitter, un libro scritto insieme - La lettura digitale e il web - poi la stretta di mano a Milano, la serata bolognese e quella sua simpatia acuta e contagiosa!
Proprio per questo siamo contentissimi di ospitare Arturo qui nel nostro salotto di CriticaLetteraria. Qualche domanda per saperne di più!
Nato a Napoli, hai viaggiato un po' per poi emigrare a Berlino. Un cervello in fuga, insomma. Sei scrittore e blogger, ti destreggi con disinvoltura tra i social network e non disdegni telecamere e microfoni. Ma durante le giornate lavorative sei un chimico. Come si concilia tutto questo?
Non è tanto una questione di tempo, la mia giornata di 36 ore è piuttosto lunga.
È più una questione di testa.
Qualche tempo fa – parecchio tempo fa – ho scritto un articolo su Destinazione Cuore Stomaco e Cervello, il mio blog, in cui parlavo di “Bipensiero”. I miei due cervelli hanno sempre combattuto: quando scrivevo avevo difficoltà a essere chimico e quando ero chimico non riuscivo a scrivere. Ormai ho imparato a gestirli, i due cervelli.
Tornato dall’università, un po’ di sport, vado a bere qualcosa o magari faccio uno shampoo, e passo da chimica a scrittura senza grandi mal di testa. A volte, però, l’emicrania è inevitabile
Noi di CriticaLetteraria abbiamo recensito il tuo primo romanzo, Zagreb, definendolo un "esordio coraggioso". Qual è stato, se c'è, il motivo scatenante o l'episodio che ti ha spinto a raccontare la guerra in ex Jugoslavia?
L'inarrestabile Zia Mame
ZIA MAME
di Patrick Dennis
Adelphi, Milano 2009
€ 19.50
pp. 380
“Caro libraio,
quel cialtronello di mio nipote Patrick ha scritto un libro su di me che trovo estremamente scurrile. E soprattutto per niente veritiero. Pensa, racconta che una volta mi sarei fatta beccare nuda in un dormitorio di Princeton. Smentisco nel modo più categorico: non era Princeton, era Yale. Dunque, sappi che farò causa a Patrick. Farò causa all'editore. E, nel caso tu venda una sola copia del libro, farò causa anche a te.
Baci, baci, baci.
Mame.”
Eccentrica, vivace, avventurosa, vagamente irresponsabile e anticonformista: l’adorabile zia Mame, ricchissima newyorkese dall’età imprecisata nata dalla penna di Patrick Dennis, è un tesoro di comicità ed eccessi che qualche anno fa è tornato in auge mezzo secolo dopo la sua prima apparizione.
Dennis, che nei due romanzi presta il nome –o meglio il suo più popolare pseudonimo, essendo lui in realtà l’altisonante Edward Everett Tanner III- al nipote della strampalata Mame, deve la consacrazione proprio a questo personaggio, a coronamento di una carriera letteraria brillante cui tuttavia non ha corrisposto lo stesso successo nella vita privata. Di indole eccentrica e godiva, Dennis si è lanciato con passione in numerosi progetti non sempre fortunati, in bilico costante tra l’io reale e i personaggi che di volta in volta si apprestava ad interpretare, intervallati tuttavia da crisi psicologiche e una certa tendenza alla bottiglia, oltre ad un’omosessualità latitante, che lo spingono ad entrare perfino in una clinica e sottoporsi all’elettroshock.
Ma se fingiamo per un momento che personaggio ed autore coincidano perfettamente,
domenica 12 febbraio 2012
Pillole d'autore: Verdi colline d'Africa di Ernest Hemingway
La storia di Ernest Hemingway inizia a Oak Park ( Chicago) e sarà sempre segnata da due grandi passioni: la scrittura e la letteratura.
Quest'ultima gli viene trasmessa dalla madre, Grace Hill, una figura importante, una donna dal carattere fiero, molto forte, con la quale i rapporti sono da sempre tesi.
Quando gli Stati Uniti prendono parte alla prima Guerra Mondiale, il giovane Ernest, appena diciannovenne, si arruola e viene mandato sul fronte italiano, dove si distingue per il suo coraggio, venendo poi decorato alla fine del conflitto con la Croce di guerra americana e la Medaglia d'argento italiana. Tornato in patria è celebrato come un eroe, ma l'esperienza appena vissuta lo ha ormai cambiato, si sente fuori posto nel suo paese, vuole dare una svolta alla propria vita. Decide di seguire il suo amore per la scrittura e nel 1919, dopo una grave lite con la madre, contraria alle sue idee, intensifica le collaborazioni con varie testate giornalistiche e scrive brevi racconti. Ma è solo con la pubblicazione di "In our time", nell'aprile del 1924, che Hemingway è definitivamente consacrato come grande scrittore, ottenendo un immenso successo.
Il 1935 è l'anno in cui The green hills of Africa vede la luce. Si tratta di un libro molto controverso, che suscita reazioni contrastanti nel pubblico e tra gli intellettuali del periodo. Edmund Wilson, uno dei più importanti critici dell'autore e suo grande estimatore, scrive:
"Quando Kaskin (critico sovietico N.d.A.) leggerà Verdi Colline d'Africa, troverà indubbiamente molte conferme della sua teoria che l'autore di Nel nostro tempo si è andato isterilendo, man mano che si è allontanato dai temi sociali del suo tempo".
Come si nota, viene espressa una posizione molto netta, condivisa per altro da diversi contemporanei. Le ragioni di questo atteggiamento critico
sabato 11 febbraio 2012
CriticaLibera - Dante a Palermo (5)
Dante a Palermo (5)
(Verosimile al 50%)
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13. Appena arrivati a Roma, andammo subito alla ricerca di un WC. Rasserenati gli animi, facemmo colazione: cornetto e cappuccino. Non ci bastò, così passammo al panino con la porchetta. Dopo il panino, data l’ora, pensammo che fosse corretto concludere il pasto con un piatto di carbonara in trattoria. E l’amatriciana? E l’abbacchio? E i ceci? E la cicoria? E il pecorino? Ma certo!, dovevamo assaggiarli. Li assaggiammo e ci imponemmo di smetterla e bere un caffè per tappare il nostro buco. Ma sulla vetrina di una pasticceria vedemmo un maritozzo. E con il maritozzo, che fare? Semplicemente abbandonarsi al suo richiamo… semplicemente abbandonarsi. Non avevamo ancora visto nulla di Roma, ma capimmo dalla gastronomia che sarebbe stata una città stupenda. Dedicammo la mattinata restante ai monumenti storici, anche se notammo che era faticoso camminare e digerire contemporaneamente. Forse non avremmo dovuto permettere che cappuccino e abbacchio si incontrassero, e nemmeno cornetto e ceci, o cicoria e maritozzo. Ma erano così buoni! Con le cinture dei pantaloni pendolanti, vagammo per la città; poi, in lontananza, notammo il corteo. «Andiamo, è il nostro momento!», disse Fulippu, stringendo “Indignatevi!” in mano (aveva i jeans alle caviglie e i boxer in mostra). Dante pescò dalla sua tracolla il “De Monarchia”, lo alzò in cielo ed esclamò: «Sono pronto!». E con aria di sfida aggiunse: «Il mio libro non sarà fresco come il tuo, caro Fulippu, ma ai miei tempi ne fece di casino!». I due mi guardarono, attendendo che anche io sfilassi la mia sciabola letteraria. Mi trovai smarrito. In tasca avevo soltanto qualche souvenir rubato qua e là: un paio di scontrini, un pacco di fazzoletti, un copri water di carta biodegradabile, una forchetta, bustine di zucchero e il menù della trattoria “Dalla fregna zozza. Specialità dello chef Er Cacarella: magnateve tutto, ma ridatemi la padella”, quattro pagine di specialità romane, con la copertina in pelle. «Andiamo!», dissi. E per giustificare il menù, conclusi con il ritmo di un attore di soap opera: «Tutto, tutto è letteratura». Ci inserimmo nel corteo, tra bandiere sventolanti, urla e trenini; e parlammo con tantissima gente. Poi, fatti all’incirca un centinaio di metri, o forse meno, ci fermammo. Dante uscì dal corteo, salì sulle spalle di Fulippu e puntò lo sguardo per capire cosa stesse accadendo. Il corteo era in silenzio. «A bello, che vedi?», disse una ragazza dai capelli rasati. «Fiamme!», urlò il Sommo. Alcuni imbecilli sprovvisti di logos[1], infatti, stavano per calpestare quei principi ai quali Fulippu, Dante, io e il resto del corteo abbiamo sempre creduto. Rumore di un’immagine che si sgretola. Immagine: foglie mosse dal vento.
Prova di dialogo numero uno.
Un uomo e una donna.
Uomo: Penso di essere allergico alla lavanda.
Donna: E come puoi dirlo?
U: Da quanto tempo hai messo quei rametti di lavanda nella credenza?
D: Non so… una settimana?
U: Ecco, una settimana. Infatti, starnuto esattamente da una settimana.
D: Non vedo come la lavanda e i tuoi starnuti possono essere collegati.
U: È facile, te lo spiego io. Starnuto da una settimana, perché da una settimana c’è della lavanda in giro per casa.
14. Il pomeriggio seguente, salutammo Roma ferita e ritornammo a Palermo. Durante il viaggio non accadde nulla di significativo: Fulippu flirtava in inglese con una polacca bellissima, Dante osservava il paesaggio dal finestrino, io osservavo Fulippu e Dante. Arrivati a Reggio Calabria, ci imbarcammo sul traghetto e andammo sul ponte per respirare l’aria fresca. Era buio intorno a noi. Notavamo, di fronte ai nostri occhi, il chiaro di luna sullo Stretto e Messina brillante più in là. Ci sentivamo parecchio stanchi e delusi: la stanchezza si fondeva alla delusione, la delusione alla stanchezza… la rabbia. La nostra occasione di democrazia si era perduta tra le fiamme e la distruzione di Roma. Avremmo preferito proporre, più che marciare e poi impallidire per la stupidità di questo mondo. Arrivati nel punto in cui le coste italiane e siciliane appaiono equidistanti, Dante andò a poppa, osservando il sole che meravigliosamente stava per sorgere dal mare; lo seguii. Qui si manifestò quella che dopo, passando nei pressi dell’Etna, io definii “L’illuminazione dello Stretto”. Con il palmo della mano rivolto al cielo, Dante disse: «È furbo il sole, che guarda il mondo, e non sente il suo rumore; senza alba e tramonto non si addolora per la bellezza che fugge, perché è lui bellezza… e luce! Lontano dalla stupidità, risplende. Ma non sa cos’è la notte, o cosa siano i sogni. C’è da scegliere: o il dolore e le storie, o la solitudine e lo splendore». Voltandosi, incontrò il mio sguardo perduto. Avrei voluto dire qualcosa, ma non lo feci. Osservammo l’alba, il mare tagliato dal timone e la spuma frizzante, la Calabria, gli innamorati infreddoliti che si scambiavano sussurri sotto la scialuppa. Poi, il Sommo mi chiese: «Perché viviamo ciò che viviamo?». Mi rivolsi al sole, che veniva fuori dal mare come una piccola arancia, colorando l’orizzonte di rosa. E risposi: «Viviamo… perché non riusciamo a fare altro». Qui si concluse “L’illuminazione dello Stretto”… ὑποκείμενον: mi piacerebbe essere una scimmia con il papillon, il piede di una sedia traballante, uno specchio in una stanza senza finestre, oppure un gelato che si scioglie, lo sciacquone del water, un aquilone legato al ramo di un albero, il sipario di un teatro… insomma, qualcosa che non ha coscienza, che non si tormenta. La coscienza è quel bambino malato che, a scuola, alza la gonna alle compagne.
Prova di dialogo numero due.
Un uomo e una donna.
Donna: Ma non ha senso! Allora, dovresti starnutire anche a letto. E invece, a letto non lo fai.
Uomo: Che vuoi dire?
D: Che voglio dire… ti spiego. Ogni sera, prima di andare a dormire, spalmo una crema. Indovina che tipo di crema? Alla lavanda.
U: E allora?
D: Allora sei proprio scemo. Non dormiamo insieme?
U: Sì.
D: Se tu fossi davvero allergico, moriresti.
15. L’evento più importante della nostra vita (della mia, quella di Dante e di Fulippu Ogghiu Friutu), fu vissuto in sordina. Il fatto è che dopo il ritorno da Roma, dopo il disincanto, decidemmo di non pensare più alla politica, un po’ come fece Platone successivamente la condanna di Socrate[2]. A casa, passato un periodo di noia, rispolverammo un vecchio videogioco, di proprietà degli inquilini precedenti, che se ne stava sul terrazzo a prendere polvere e pioggia; appiccicammo i vari cavi alla televisione, la quale (questo non è un’informazione secondaria) veniva accesa solamente per giocare. Passammo quattro giorni con le mani attaccate allo joystick, scorazzando su piste di formula uno e di sterrato, con automobili da sogno, che mai avremmo potuto guidare. Vivevamo di pizza a domicilio; il nostro caro amico pizzaiolo Mohammed era stato incaricato da Fulippu con ordini precisi: doveva portarci da mangiare tre volte al giorno, mattina (quattro formaggi), pomeriggio (margherita), sera (capricciosa). I nostri resti venivano ripuliti da Stalin il topolino. Bevevamo acqua di rubinetto[3] e i bisogni li facevamo a turno, per non abbandonare il videogioco. Avremmo potuto vivere così per sempre (e non ci sarebbe nemmeno dispiaciuto). Purtroppo, come accade in tutte le favole, arrivò il mostro. Fulippu, infatti, aveva dimenticato di pagare le bollette della luce, e aveva dimenticato anche di ritirare la posta che era piena di solleciti di pagamento; al quinto giorno di ritiro dalla vita sociale, mentre stavamo iniziando una nuova partita, ovvero il novemilasettecentoquarantunesimo giro (al volante di una bellissima monoposto c’era Dante), l’emissione di corrente elettrica fu bloccata. Oltre le parolacce, aprimmo bocca per chiederci cosa fare; innanzitutto rescindemmo il contratto con il pizzaiolo, poi spaccammo qualche sedia (per scaricare la rabbia), poi ancora decidemmo di andare al Ballarò per un aperitivo a base di panelle e “Bomba[4]”. E così fu. Come sempre, a Ballarò, ci sedemmo sulle casse di birra vuote, per rilassarci e per permettere al tempo di non infastidirci. La gente ci apparve parecchio agitata, ma non ne capivamo il motivo. Passata circa un’ora, scendemmo alla Vucciria per verificare se tale agitazione fosse presente anche lì. Era presente. Incontrai il mio vecchio amico di Bologna e biologo molecolare Piripino Senzadita, con il quale qualche anno fa visitai Monreale per uno studio sulla posizione dei monumenti rispetto il sistema astrale. Correndo verso di noi, disse con gli occhi di una donna innamorata: «Avete saputo? Il governo è caduto! È caduto, come cadono le foglie, perché arriva l’autunno. È caduto… e non è stata la gente, democraticamente, a farlo cadere». Era caduto davvero. Pochi giorni dopo assistemmo a una sorta di confutazione del principio di non contraddizione: il presidente di una università (privata) al governo di uno Stato che odia l’università (libera). C’è da dire, tuttavia, che anche dalle più stridenti contraddizioni possono fiorire logiche inizialmente incomprensibili. “Dunque”, pensò Dante, “stiamo a vedere e, nel caso, mettiamoci in testa che è nostro dovere partecipare alla democrazia… nonostante sia arduo parlare di partecipazione: la gente, in questo periodo storico, è al pascolo, privata della creatività critica”. Ha ragione: senza creatività critica, non è possibile democrazia; e senza democrazia, è troppo facile l’inganno. Ma Dante non era monarchico? Qui ci vuole una poesia:
[…] E forse il mio cercare e il mio agitarmi
non mi dovrebbero immalinconire?
Forse il significato dell’esistere
sta nel cercare il suo significato[5]? […].
Prova di dialogo numero tre.
Un uomo e una donna.
Uomo: Secondo te un’ipotesi, per esempio la mia ipotesi, cioè il collegamento tra la lavanda e l’allergia, è sicuramente errata solo perché sostieni che dovrei starnutire di notte?
Donna: Se la crema non fosse alla lavanda, la tua ipotesi avrebbe alcune possibilità. Siccome è alla lavanda…
U: Siccome lo è, la mia ipotesi è errata. E se, invece, non mi andrebbe di starnutire di notte?
D: Ma smettila! Le possibilità sono due: o hai un’allergia alla lavanda, oppure non ce l’hai. E tu non ce l’hai, perché la lavanda… l’hai ingerita.
U: Ah… questo non lo avevo capito.
D: Tu non capisci mai niente.
U: Falso. Una cosa l’ho capita: la crema è insapore.
Dario Orphée
[1] Chissà perché presenti alla manifestazione, chissà perché non espulsi immediatamente.
[2] Cfr. la lettera VII. Ma vi sono dubbi sull’attendibilità.
[3] Per quelli del nord, bere acqua di rubinetto è normalissimo. In alcune parti del sud, tranne per le città e i paesini delle montagne, bere acqua di rubinetto è anormale, come l’acqua distribuita.
[4] Bevanda dolciastra la cui ricetta è -più e meno- segreta. La gradazione alcolica rispetta fedelmente il suo nome.
[5] E. Evtušenko, “Poesie 1952-1973”, Garzanti 1982. Pag. 60.
venerdì 10 febbraio 2012
Erri De Luca - Tu, mio
Tu, mio
di Erri De Luca
Universale Economica Feltrinelli, 2003
116 pp.
€ 6.50
di Erri De Luca
Universale Economica Feltrinelli, 2003
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€ 6.50
Partivo da lì, dall'accidente che accompagna a vita una persona più di un'ombra, perché almeno al buio l'ombra smette, il nome invece no. E vuole essere così parte di una persona da pretendere di spiegarla, di annunciarla: "io sono" e poi segue il nome, come se si possa essere un nome, anziché avere un nome. Mi accorsi più tardi che lei non diceva "io sono Caia", ma "mi chiamo Caia". Lei non era Caia, un nome, lei era una persona che si chiamava così. Forse voleva tenere a bada quel piccolo pezzo d'identità, oppure non le piaceva. Ecco, già sta vo indagando su di lei, in cerca di una sua verità. Ci si innamora così, cercando nella persona amata il punto a nessuno rivelato, che è dato in dono solo a chi scruta, ascolta con amore. Ci si innamora da vicino, ma non troppo, ci si innamora da un angolo acuto un poco in disparte in una stanza, presso una tavolata, seduto in un giardino dove gli altri ballano al ritmo di una musichetta insulsa e decisiva che fa da colla di pesce per una faccia che si appunta a spilli sul diaframma del petto.
In un piccolo paese del meridione italiano nel dopoguerra, un io-narrante sedicenne vive la sua «estate brutale di amore e di furore», a contatto con le regole inflessibili del mare («Si ottiene dal mare quello che ci offre, non quello che vogliamo») e la ferocia del primo innamoramento per una ragazza più grande, Caia:
Incontrarti è stato come il sole che spacca la pelle e l'aspro dello scoglio che indurisce la pianta del piede. Mi hai fatto crescere un'altra buccia sopra la mia, mi hai dato ingresso al mondo chiamandomi tuo.
Tra le parole sagge dello zio e di Nicola, pescatori, e gli incontri procacciati dal cugino Daniele, il protagonista si misura con un mondo che in città non conosce. Libero della libertà dei ragazzi, ma anche interessato a quella Storia di guerra che ormai si sta seppellendo anche nei racconti dei reduci, il protagonista non è un tormentato Agostino, ma pare riproporre in chiave più problematica la spinta vitale del giovane Arturo morantiano, sullo sfondo di un paesaggio-personaggio almeno topograficamente affine.
E l'isola è luogo fatato d'incontro con la bella Caia,
giovedì 9 febbraio 2012
“Della rabbia, della tenerezza”. Dei ricordi…

Della rabbia, della tenerezza
di Carlo Gremo
Puntoacapo, 2010
€ 12
pp. 96
È notte. Forse una notte perduta di qualche anno fa, forse una notte della mente. Il lirismo di Carlo Gremo, guidato dai ricordi, o da […] lucciole, stelle […], si trova a contemplare gli amori passati e le vecchie amicizie. Gremo sale su una collina, come un viaggiatore alla ricerca di se stesso, per scrutare la pianura sottostante, per scrutare e “sentire” la bellezza di un luogo familiare, per ascoltare […] il mormorio degli alberi che fanno cintura alla cattedrale, […] il rincorrersi delle nuvole nel cielo terso. […], per permettere agli occhi, gli occhi sicuri di un poeta, di passeggiare […] sul profilo delle montagne, […] nel continuo dei canaloni e dei crinali […], nel […] luccichio dei pendii innevati […]. Sì, leggerissimi fiocchi di neve vengono giù, coprendo silenziosamente i tetti rossi di una cittadina medievale. Gremo pesca dal taschino della giacca il suo taccuino, acuisce lo sguardo allentando con calma il nodo della cravatta, e annota: […] venerdì 22 gennaio 2010 (tormenta e gelo) […]. Il suo cuore diviene un ribollio di versi, un dialogo con un amico della città, baci a ragazze bionde con lunghe gambe, sorrisi ghiacciati. Semplicemente, […] tristezze addomesticate […], diventate assonanze:
[…] Come stella cadentesono esploso nel cielo,un attimo, un fuocoe un poco ho capito,ho capito che l’uomoè inutile al mondo,è un graffioun insulto,una mania suicida,la vita un sospiroevaporato e sparso,che lascia una gocciache il vento disperde. (Pag. 27).
Autodafè in festa a Milano: editori, autori e lettori uniti nella condivisione di una precisa idea di editoria.
Autodafé Edizioni in festa a Milano
- inviata speciale per CriticaLetteraria: Claudia Consoli -
E ci muoviamo, poi, verso il romanzo vero e proprio con Sabrina Minetti e la sua Isola dei Voli Arcobaleno (leggi la recensione) nata come storia fiabesca e poi evolutasi come romanzo classico, che restituisce attraverso un coro di voci il senso della disperazione di chi affronta un terribile viaggio per mare e fugge perché prostrato dalla sofferenza.
| Claudia Consoli all'evento di Autodafé Edizioni |
O ancora verso Le nausee di Darwin di Giordano Boscolo che parte da una cornice reale per costruirvi attorno un’invenzione romanzesca dove il tempo dilatato e lo scenario del mare circostante fanno da quinta a una vicenda di incontro e progressiva comprensione dell’altro. Ma trova posto anche la ricerca della verità in Diecipercento e la Gran Signora dei tonti di Antonella Di Martino, “giallo di confine” certamente non ascrivibile al genere del giallo classico perché si serve anche del fantastico per cogliere la realtà e sa scrutare la storia della società italiana da due ottiche molto distanti, portatrici di due valori (forse non troppo) divergenti.
Parlare con gli autori che mi hanno raccontato dei propri testi ha reso evidente come Autodafè si ponga sul mercato in maniera interessante, con una proposta molto orientata e con la scelta di una specializzazione forte che non rappresenta un limite in termini di valore letterario, ma al contrario una decisione coraggiosa, e, come tale, da valorizzare.

Circostanze come questa restituiscono il senso dell’editoria come scommessa e rivelano come, accanto ai giganti del mercato e alla grande distribuzione, si costituiscano e crescano realtà editoriali di grande vitalità, che meritano attenzione per le scelte e la linea adottata. Dietro di esse operano persone volenterose e desiderose di curare scrupolosamente i testi, che perseguono degli obiettivi commerciali ancorandoli alla ricerca di precisi valori letterari, e non solo.
Resta solo da augurarsi che i lettori diano a queste realtà le opportunità di cui sono degne.
Claudia Consoli
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Ringraziamo Anna Chielli di Autodafé per averci messo a disposizione le foto della serata.
Per maggiori informazioni sulla casa editrice
Il sito ufficiale: http://www.autodafe-edizioni.com/
La nostra intervista per "Editori in ascolto"
Editori in ascolto - Intervista a GenerAzione Rivista
Intervista
a GenerAzione rivista
GenerAzione
rivista
è nata a Mantova nel 2008, nel corso del Festivaletteratura,
attraverso la volontà di alcuni giovani volontari del Blurandevù
(www.festivaletteratura.it).
I
fondatori di GenerAzione Rivista sono un gruppo di ragazzi
motivati da uno spirito comune ch'è diventato anche un manifesto:
Iuri Moscardi, Alessandra Trevisan, Anna Carrozzo, Flavia Russo,
Marcello Bardini, Filippo Bergamo.
Ma
«non è scrittura generazionale o giovanilista». Piuttosto è un
«portare avanti la bandiera della propria personale esperienza
culturale, una bandiera apolitica, sostenuta dall’asta della
letteratura fai-da-te». Quelli di GenerAzione Rivista sono «ragazzi
alla moda e demodés, moderni e all’antica, frequentatori dei
luoghi nevralgici delle nostre città (Milano, Pisa, Venezia,
Brescia, Ferrara, Lecce…)» (dal Manifesto di GenerAzione
rivista).
Qualcosa
di più, quindi, di un blog collettivo, e qualcosa di meno d'un
movimento generazionale.
Oggi
intervisterò GenerAzione rivista, come fosse lei
stessa un personaggio, un individuo. Ma non riceveremo una risposta
personale e individuale, di un rappresentate del gruppo. Piuttosto
plurale, ecumenica.
Benvenuta
su CriticaLetteraria, GenerAzione
rivista!
GenerAzione
Rivista: Ciao Riccardo, da Clara,
Iuri e il comitato di redazione della rivista. Grazie per lo spazio
che hai deciso di dedicarci.
mercoledì 8 febbraio 2012
Mario Lavagetto, Quel Marcel! Frammenti dalla biografia di Proust, Einaudi, Torino 2011
Quel Marcel! Frammenti dalla biografia di Proust
di Mario Lavagetto,
Einaudi, Torino 2011
pp. 395
€ 25,00
di Mario Lavagetto,
Einaudi, Torino 2011
pp. 395
€ 25,00
Per la, ahimè, ristretta, ma, vivaddio!, qualificata cerchia dei cultori di critica letteraria un libro di Mario Lavagetto su Proust è un avvenimento editoriale da non perdere. La statura dei nomi, l’imponenza e il valore dell’opera e della biografia messa sotto la lente d’ingrandimento (Proust e la Recherche), l’erudizione, la lucidità, la più che ventennale dedizione e la non comune capacità interpretativa del critico sono garanzia di sicura riuscita. E infatti il libro non delude, proponendo aperture interpretative e ricerche di senso che non scaturiscono solo dall’erudizione.
È un libro di critica letteraria che s’avvale di una strategia comunicativa “straniante” rispetto al genere e ai codici espressivi che normalmente lo supportano. Non è sul piano stilistico in senso stretto (lingua, sintassi, tono o figure) che Lavagetto costruisce la sua peculiare strategia comunicativa, il critico letterario non si traveste da artista o da filosofo, è sul piano dell’esposizione della ricerca e delle riflessioni che essa suscita nello studioso, sul piano della loro presentazione che l’autore dà corpo al suo particolare approccio alla Recherche e a tutto quanto la alimenta (biografia e scritture precedenti e coeve, considerate, a ragione e finalmente, parti integranti della biografia – quindi, non soltanto come la biografia diventa letteratura, ma anche come la letteratura entra e trasforma la biografia). Non volendo travestirsi da artista, il critico letterario lascia sul terreno, qua e là, un certo asetticismo; e non volendo fare il filosofo, deve autoimporsi una puntuale perlustrazione della bibliografia proustiana e, più in generale, della teoria letteraria (che, del resto, è il campo d’insegnamento specifico di Lavagetto), non può permettersi, insomma, quegli scorci interpretativi peculiari dei filosofi che mettono tra parentesi tutto quanto è già stato detto prima di loro. Il critico letterario ha il dovere di essere lento, dettagliato e paziente, correndo il rischio di apparire riepilogativo e didascalico.
Lo “straniamento”, di cui parlavo, nasce dal fatto che il critico prende le mosse da una programmatica rinuncia ad “un attacco frontale” e tendenzialmente esaustivo all’opera di Proust, lo studioso accumula frammenti di ricerca, spesso anche molto minuziosa, che prendono l’abbrivio da frammenti selezionati della biografia proustiana (e il sottotitolo non potrebbe essere più chiaro). In questo modo riesce ad incunearsi nel profondo della biografia e dell’opera proustiana, riesce a ricostruire alcune linee dell’intricatissimo rapporto tra l’una e l’altra, riesce ad estrarne alcuni elementi essenziali, per illuminarli e offrirli alla riflessione sua e del lettore, magari tralasciandone altri, che altri lettori e altri critici hanno considerato altrettanto essenziali. Ad esempio è addirittura eclatante il silenzio su due elementi essenziali della biografia proustiana, l’omosessualità e la malattia (e se, per la prima, si può rimandare al precedente libro di Lavagetto, Stanza 43. Un lapsus di Marcel Proust, Einaudi 1992, per la seconda bisognerà ricorrere agli splendidi saggi di Giovanni Macchia su “malattia e creazione” contenuti ora in Tutti gli scritti su Proust, Einaudi 1997). Ma ciò che innegabilmente e unanimemente fa della Recherche un’opera unica e compatta, nonostante i mille rivoli da cui nasce e nei quali, poi, si dipana, è una concezione della letteratura come esperienza esistenziale, come centro gravitazionale di una vita (o della vita?), e che riconosce “la discontinuità” del mondo e della stessa letteratura, ma offre una modalità, una possibilità – provvisoria, revocabile, accidentale e, cionondimeno, da perseguire con tutte le proprie forze, senza perciò garanzia di successo – di senso, di riconoscimento di sé e del mondo, attivando e realizzando la riconciliazione e l’incontro tra coscienza e spirito vitale, tra il pensiero della vita e la vita. Una conciliazione che passa attraverso la scoperta del sé e del mondo come oggetti della coscienza – della conoscenza, dell’analisi, dell’azione – e del sé e del mondo come produttori e parti integranti della coscienza. Il rapporto frontale io/mondo è sostituito da un rapporto fluido, reciproco, bidirezionale: io dentro il mondo, il mondo dentro l’io. Dopo la celebre formula di Rimbaud “Je est un autre”, “trent’anni più tardi all’uomo già sfrattato, dopo Copernico e dopo Darwin, dal centro dell’universo e dal centro della storia naturale, arriverà (…) un terzo e definitivo sfratto”, lo sfratto dall’identità oggettivamente definita, dal soggetto come perno della conoscenza. “L’identità è un residuo, ricostruibile solo partendo dall’altro, da una realtà che si manifesta per segnali enigmatici e intermittenti”. E non potrà che essere un io che, pur non potendo slacciarsi mai del tutto dalla sua contingenza storico-biografica, ha l’immane compito di diluirsi in un Soggetto collettivo e universale di “dimensioni enormi e sconosciute che procede oscillando sulla cima vertiginosa degli anni, accumulati sotto di lui”. Questa è, insomma, la conclusione verso cui, frammento dopo frammento, pista dopo pista, tentativo dopo tentativo, selezione dopo selezione, ci conduce Mario Lavagetto in un finale avvincente come quello di un romanzo, del quale non tutte le sezioni intermedie ci hanno avvinti e convinti alla stessa maniera. Ecco, il libro di Lavagetto si può leggere anche come una sorta di romanzo storico del quale il lettore è già a conoscenza della fabula, e durante il quale lo specialista può trovare motivo di disaccordo, integrando e correggendo dentro di sé quelle parti che, a suo parere, potevano essere presentate in altro modo, magari lamentandosi che questo o quell’episodio della fabula sia stato trascurato o soppresso, ma ciò che poi conto non è la riproposizione di una vicenda conosciuta, ciò che conta in un romanzo storico è la nuova e originale (quando c’è) visione che di quella vicenda si vuol dare, è la condivisione di un senso ultimo di quella vicenda che non era mai stato presentato o che l’autore ritiene di poter ribadire, se non scoprire.
Paolo Mantioni
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La citazione del giorno
LA CITAZIONE DEL GIORNO
02/02/2012
Gli parlo di tutto ciò che vuole:
delle formiche morenti d'amore
sotto la costellazione del soffione.
Gli giuro che una rosa bianca,
se viene spruzzata di vino, canta.
Mi metto a ridere, inclino il capo
con prudenza, come per controllare
un'invenzione. E ballo, ballo
nella pelle stupita, nell'abbraccio
che mi crea.
(Wisława Szymborska, da Accanto a un bicchiere di vino. Trad. di Pietro Marchesani)
02/02/2012
Gli parlo di tutto ciò che vuole:
delle formiche morenti d'amore
sotto la costellazione del soffione.
Gli giuro che una rosa bianca,
se viene spruzzata di vino, canta.
Mi metto a ridere, inclino il capo
con prudenza, come per controllare
un'invenzione. E ballo, ballo
nella pelle stupita, nell'abbraccio
che mi crea.
(Wisława Szymborska, da Accanto a un bicchiere di vino. Trad. di Pietro Marchesani)
Stiamo leggendo per voi
STIAMO LEGGENDO PER VOI...
GLORIA M. GHIONI:
IRENE PAZZAGLIA:
- Boccamurata di S. Agnello Hornby
- La religione del mio tempo di P.P. Pasolini
- Le due ragazze con gli occhi verdi di G. Montefoschi
- Ethan Frome di E. Wharton
- Senti un pop di G. Michelone
- Lentamente nell'ombra di P. Handke
- L'origine dell'opera d'arte di M. Heidegger
LUISA ROBERTO:
- La purga di S. Oksanen
- Kafka sulla spiaggia di M. Haruki
- Viaggio al termine della notte di Céline
- Uomo bianco alla periferia dell'impero di U. D'Agostino
ALESSANDRO GRECO:
- Le giostre sono per gli scemi di B. Di Gregorio
- Tutti i poveri devono morire di G. Di Iacovo
- Brevi interviste con uomini schifosi di D. F. Wallace
ELISA PARDI:
- Vuoti a perdere di P. Paccini
- I pesci non chiudono gli occhi di E. De luca
- La danza della realtà di J. Alejandro
- Lo sbaglio di F. Piccinni
- Cose che nessuno sa di A. D'Avenia
- Un'eredità di avorio e ambra di E. De Waal
ALESSANDRA PAGANARDI:
- La casa del silenzio di O. Pamuk
- Il libro degli aforismi, a cura di F. Roncoroni
- Stat rosa di G. Isetta
- Filosofia della noia di L. Fr. H. Svendsen
- Salva la notte di L. Pianzola
- Penelope su Sunset Boulevard di G. Mobili
- I contorni delle cose di P. Rabissi
- La moneta a noi donata di E. Montini
- Le particelle elementari di M. Houellebecq
- Fino a qui di E. Marià
- Il campo dei colchici di M. G. Giovannelli
ARIANNA DI TOMASSO:
- Quando la notte di C. Comencini
- Come piante tra i sassi di M. Venezia
- 4 demoni per il commissario Narducci di M. Crescenti
- I giochi di Carolina di A. Capobianchi
DAVIDE CASTIGLIONE:
- Shelter di M. Giovenale
- Non parlo a tutti di D. Balicco
- Un mondo che non può essere migliore di J. Ashbery
- La sete di A. Gelasimov
RODOLFO MONACELLI:
- Realismo e letteratura: una storia possibile di F. Bertoni
- Kelefa. La prova del pozzo di M. Gadji
STEFANO CRIVELLI:
- Grande Sertão di João Guimarães Rosa
- Primavera di bellezza di Beppe Fenoglio
- La manomissione delle parole di Gianrico Carofiglio
XHEJLAN KADRIJA:
- Una morte dolcissima di S. De Beauvoir
- Bel ami di G. De Maupassant
- Sociologia delle religioni di J.P. Willaime
- Belli e dannati di F.S. Fitzgerald
- Pornografia di W. Gombrowicz
- 2666 di R. Bolano
- Il disprezzo di A. Moravia
- Il giocatore invisibile di G. Pontiggia
GLORIA M. GHIONI:
- L'uomo invaso di G. Bufalino
- La vita agra di L. Bianciardi
- Diario del seduttore di Kierkegaard
- Le Beatrici di S. Benni
- Il corpo nel Medioevo di J. Le Goff
- Diario clandestino di G. Guareschi
- Il giorno prima della felicità di Erri De Luca
- L'eleganza del riccio di M. Barbery
- Il piccolo principe di A. de Saint-Exupéry
- Ristorante al termine dell'Universo di D. Adams
- Paura e delirio a Genova di Aa. Vv.
MARIA TERESA ROVITTO:
- Il treno era in orario di H. Boell
- Lezioni spirituali per giovani samurai di Y. Mishima
- America Amara di E. Cecchi
- Perso nel vuoto di V. Malara
- Le Voci di Nike di S. M. Damiani
RODOLFO MONACELLI:
- 11 Settembre di N. Chomsky
- Le piccole vacanze di Arbasino
EMMA GABRIELE:
- Superbia di L. Bazzicalupo
- L'abitudine di amare di D. Lessing
- La luna e i falò di C. Pavese
- La vita agra di L. Bianciardi
- Diario del seduttore di Kierkegaard
- Le Beatrici di S. Benni
- Il corpo nel Medioevo di J. Le Goff
- Diario clandestino di G. Guareschi
LAURA INGALLINELLA:
- Confessioni di un evirato cantore di A. Maccapani
- Una barca nel bosco di P. Mastrocola
- L'inestinguibile sete di G. Tavčar
- Prognosi riservata di L. Gurrieri
- Sul viso... tutte le parole del tempo di V. Gaglione
- Rallenta il passo di L. Gavazza
- Sognando ancora di M. Pugliares
- I fiori del male di C. Baudelaire
SILVIA SURANO:- Confessioni di un evirato cantore di A. Maccapani
- Una barca nel bosco di P. Mastrocola
- L'inestinguibile sete di G. Tavčar
- Prognosi riservata di L. Gurrieri
- Sul viso... tutte le parole del tempo di V. Gaglione
- Rallenta il passo di L. Gavazza
- Sognando ancora di M. Pugliares
- I fiori del male di C. Baudelaire
- Il giorno prima della felicità di Erri De Luca
- L'eleganza del riccio di M. Barbery
- Il piccolo principe di A. de Saint-Exupéry
- Ristorante al termine dell'Universo di D. Adams
- Paura e delirio a Genova di Aa. Vv.
CARLA CASAZZA:
- Storia dell'Europa 1848-1918 di E. Nolte
- Il mio perfetto angelo custode di V. Demes
- Storia dell'Europa 1848-1918 di E. Nolte
- Il mio perfetto angelo custode di V. Demes
MARIA TERESA ROVITTO:
- Il treno era in orario di H. Boell
- Lezioni spirituali per giovani samurai di Y. Mishima
- America Amara di E. Cecchi
DARIO GRECO (SIGFRIED):
- La regina dei dannati di A. Rice- Perso nel vuoto di V. Malara
- Le Voci di Nike di S. M. Damiani
CLAUDIA CONSOLI:
- La passion predominante di G. FerroniRODOLFO MONACELLI:
- 11 Settembre di N. Chomsky
- Le piccole vacanze di Arbasino
EMMA GABRIELE:
- Superbia di L. Bazzicalupo
- L'abitudine di amare di D. Lessing
- La luna e i falò di C. Pavese
IRENE PAZZAGLIA:
- Boccamurata di S. Agnello Hornby
- La religione del mio tempo di P.P. Pasolini
- Le due ragazze con gli occhi verdi di G. Montefoschi
- Ethan Frome di E. Wharton
ADRIANO MOREA:
- On the road di J. Kerouac- Senti un pop di G. Michelone
- Lentamente nell'ombra di P. Handke
- L'origine dell'opera d'arte di M. Heidegger
LUISA ROBERTO:
- La purga di S. Oksanen
- Kafka sulla spiaggia di M. Haruki
- Viaggio al termine della notte di Céline
- Uomo bianco alla periferia dell'impero di U. D'Agostino
ALESSANDRO GRECO:
- Le giostre sono per gli scemi di B. Di Gregorio
- Tutti i poveri devono morire di G. Di Iacovo
- Brevi interviste con uomini schifosi di D. F. Wallace
ELISA PARDI:
- Vuoti a perdere di P. Paccini
- I pesci non chiudono gli occhi di E. De luca
- La danza della realtà di J. Alejandro
- Lo sbaglio di F. Piccinni
- Cose che nessuno sa di A. D'Avenia
- Un'eredità di avorio e ambra di E. De Waal
ALESSANDRA PAGANARDI:
- La casa del silenzio di O. Pamuk
- Il libro degli aforismi, a cura di F. Roncoroni
- Stat rosa di G. Isetta
- Filosofia della noia di L. Fr. H. Svendsen
- Salva la notte di L. Pianzola
- Penelope su Sunset Boulevard di G. Mobili
- I contorni delle cose di P. Rabissi
- La moneta a noi donata di E. Montini
- Le particelle elementari di M. Houellebecq
- Fino a qui di E. Marià
- Il campo dei colchici di M. G. Giovannelli
ARIANNA DI TOMASSO:
- Quando la notte di C. Comencini
- Come piante tra i sassi di M. Venezia
- 4 demoni per il commissario Narducci di M. Crescenti
- I giochi di Carolina di A. Capobianchi
DAVIDE CASTIGLIONE:
- Shelter di M. Giovenale
- Non parlo a tutti di D. Balicco
- Un mondo che non può essere migliore di J. Ashbery
- La sete di A. Gelasimov
RODOLFO MONACELLI:
- Realismo e letteratura: una storia possibile di F. Bertoni
- Kelefa. La prova del pozzo di M. Gadji
STEFANO CRIVELLI:
- Grande Sertão di João Guimarães Rosa
- Primavera di bellezza di Beppe Fenoglio
- La manomissione delle parole di Gianrico Carofiglio
XHEJLAN KADRIJA:
- Una morte dolcissima di S. De Beauvoir
- Bel ami di G. De Maupassant
- Sociologia delle religioni di J.P. Willaime
- Belli e dannati di F.S. Fitzgerald
- Pornografia di W. Gombrowicz
- 2666 di R. Bolano
- Il disprezzo di A. Moravia
- Il giocatore invisibile di G. Pontiggia


















