martedì 3 marzo 2015

"Still Alice": perdersi a causa dell'Alzheimer


Still Alice
di Lisa Genova


Piemme 2015

pp. 294
€16.90 (cartaceo), €6.99 (ebook)




L’interpretazione praticamente perfetta di Julianne Moore, candidata all’Oscar, ne sta accrescendo il valore ma, ancora prima, Still Alice  è stato un bestseller per oltre quaranta settimane nella classifica del New York Times. Nel 2007 Lisa Genova,  ricercatrice in neuroscienze, ha pubblicato a sue spese la toccante storia su una paziente affetta dall'Alzheimer, resa un caso editoriale da Simon and Schuster. In Italia il romanzo è uscito quest'anno per Piemme.

Alzheimer era l’ultima risposta che Alice Howland, docente ordinario di psicologia ad Harvard, potesse aspettarsi dai consulti medici. Arrivata a cinquant’anni era portata ad attribuire alcune disturbi alla menopausa, forse a uno stato d’ansia dovuto alla nuova fase della sua vita di donna. Quasi sicuramente comparava la frequente distrazione a un momento del tutto normale anche per lei, scienziata stimata con oltre un centinaio di pubblicazioni, divisa tra lezioni, conferenze in giro per il mondo e tre figli avuti da John con il quale  ha condiviso lo slancio per la ricerca. Ben presto i dubbi degli specialisti vengono confermati dai test neuropsicologici previsti in questi casi. Alice ha una forma presenile di deterioramento cognitivo che mostra tutte le caratteristiche dell’Alzheimer e che, nel suo caso, risulta positivo a una mutazione genetica presente anche nel DNA della figlia maggiore.

lunedì 2 marzo 2015

#CriticaNera - L’altra faccia dell’amore: “La cicala dell’ottavo giorno” di Mitsuyo Kakuta

La cicala dell'ottavo giorno
di Mitsuyo Kakuta
Neri Pozza, 2014

Traduzione di G. Coci

pp. 400
€ 18




San Valentino è passato da poco. La letteratura media – vedi “Cinquanta Sfumature” – ci ricorda che la passione può portare a delle scelte estreme. Ancor più scandaloso, è che anche la cronaca nera ricorda ai comuni mortali il potere distruttivo della passione: la nostra Barbarella nazionale, alias Carmelita, è pronta a ribadirlo ogni giorno in tutte le salse.

Dal Giappone, Mitsuyo Kakuta tratta proprio questo aspetto turbolento e controverso legato alla passione. L’autrice scava a fondo nell’animo dei suoi protagonisti, senza cercare di far emergere forzatamente delle risposte. Al contrario, esplora le vibrazioni e gli impulsi dettati da sentimenti inconsci incontrollabili ma sinceri.
Sono le azioni, le scelte e il destino delle due protagoniste a parlare: due punti di vista che si intrecciano e si fondano, rendendo difficile una vera e propria distinzione sul piano sintattico e narrativo. Difatti, è la sola narrazione a ritroso degli stessi eventi a lasciar intuire al lettore che si tratta di un altro occhio, di un’altra mente pensante. Eppure, le parole, le espressioni, il destino sembrano essere legati ad una sola anima, ad un solo pensiero.

Gli scacchi e la filosofia della guerra (occidentale)

L'eterna battaglia della mente. 
Scacchi e filosofia della guerra
di Giangiuseppe Pili

Le Due Torri, 2014

pp. 167
€ 20,00



Con la pubblicazione di L'eterna battaglia della mente Giangiuseppe Pili si riconferma un chirurgo della parola, capace com'è di evitare orpelli superflui e di mirare con acume e rigore a proporre informazioni e riflessioni su argomenti non troppo frequentati dalla saggistica contemporanea. La filosofia della guerra, in questo caso, e come questa disciplina invero sfuggente e priva di una definizione univoca e definitiva abbracci il gioco degli scacchi. Gli scacchi, per l'appunto, pur essendo sempre presenti non sono a ben guardare il protagonista del presente volume. Quantomeno, non solo l'unico protagonista. È bene chiarirlo, perché il nome della piccola e gloriosa casa editrice («Le Due Torri») che da sempre si occupa del “nobil giuoco” e quello dell'autore, logico e scacchista professionista, potrebbero trarre in inganno il lettore.

Pili si sofferma ad analizzare, in primis, le caratteristiche che accomunano le più svariate discipline ad ambito di conflitto. Esse sono caratterizzate, innanzitutto, dalla presenza di due o più contendenti che hanno come fine ultimo la vittoria. Sono in gioco interessi contrapposti che non possono coesistere: uno deve affermarsi e l'altro capitolare. La massa combattente, poi, è un altro fondamentale e imprescindibile ingrediente alla base di tutto ciò che prevede una dimensione di lotta. Corrisponde all'esercito nelle guerre, ai trentadue pezzi sulle sessantaquattro caselle. La qualità di ogni insieme complesso da organizzare in vista di una vittoria non è, evidentemente, data soltanto dalla quantità numerica dei suoi costituenti. Lo studioso passa in rassegna ciascun parametro che deve essere considerato quando si voglia raggiungere un elevato grado di efficienza sul campo di battaglia, di qualsiasi battaglia.

domenica 1 marzo 2015

Un’assurda e inquietante allegoria del potere: "La serra" di Harold Pinter

La serra
di Harold Pinter


in Teatro, Einaudi, 2005

Traduzione italiana di Alessandra Serra

pp. 65
€ 18,00


Chi sono gli improbabili protagonisti di quest’opera di Harold Pinter? Che cos’è la serra che dà il titolo alla pièce? Non ci sono battute introduttive che chiariscono le cose al lettore-spettatore; scatta così un meccanismo classico ma sempre efficace per catturare il pubblico, costretto a seguire con attenzione i dialoghi per capire cosa sta succedendo. Pian piano scopriamo di trovarci in una sorta di istituto, una casa di riposo non meglio precisata, dove i pazienti sono indicati con un numero e non hanno la libertà di muoversi dalle loro stanze. Il personale di questa inquietante istituzione è altrettanto preoccupante: Roote, il direttore, fonda il suo ruolo di responsabile sul controllo rigoroso, sul rispetto pedissequo delle procedure, terrorizzato da qualsiasi cosa possa sconvolgere il regolare mantenimento dell’ordine; i due avvenimenti che fanno da motore alla storia, il parto di una paziente e la morte di un degente, turbano Roote proprio perché non previsti e dunque di difficile gestione non essendoci regolamenti che possano indicare come comportarsi. Accanto a lui, in questa casa di riposo-prigione, troviamo i suoi assistenti Gibbs e Lush, l’infermiera Miss Cutts e Lamb, un membro “subalterno” alle dipendenze dell’istituto.

sabato 28 febbraio 2015

CriticaLibera - Su David Leavitt: da "Ballo di famiglia" a "Martin Bauman"


La misura che gli oggetti assumono una volta presa una certa distanza – temporale, spaziale – da essi, non è giusta per antonomasia (la distanza sbiadisce o appiattisce, se non la si stempera con la coscienza del tempo) ma tende a restituirci questi oggetti, pur continuamente definibili e valutabili, in prospettiva, mostrando quanto di essi ha inciso nella storia successiva, quanto essi hanno effettivamente o meno mantenuto, delle loro premesse, quanto di essi sia stato disatteso. La storia della letteratura, in questa ottica, risulta continuamente definibile e soprattutto è una storia che ci è data tanto dalle opere che hanno contribuito all’evolversi del suo senso, quanto da quelle che alla definizione di un senso – del senso principale, della direttrice della storia letteraria – non hanno partecipato. In buona sostanza, una storia letteraria deve tenere conto tanto di ciò che ha contribuito al suo sviluppo, quanto di ciò che non lo ha fatto – ma che potrebbe essere sempre seme di ulteriori o futuri svolgimenti. 

Oggi, a un trentennio dagli anni Ottanta, gli anni cioè in cui si rivelò al pubblico la generazione degli scrittori post-minimalisti (dapprima chiamati minimalisti, quindi assunti in una condizione di posterità rispetto ai primi minimali, Raymond Carver e Ann Beattie), si possono tentare alcune definizioni del fenomeno, si può mettere in prospettiva la parabola dei suoi esponenti, mostrando chi abbia resistito e si sia evoluto, all’interno della storia letteraria, e chi invece non ha consegnato altro che una fotografia di un modo, uno stile, un atteggiamento di un tempo e uno spazio precisi, senza tuttavia svilupparla, così da non poter essere relegato ad altro che alla dimensione – rilevante seppur irrilevante – della civiltà letteraria, del costume, del prodotto del tempo che, nel suo tempo inchiavardato, frutto e rappresentazione, al suo tempo si àncora e con esso, le sue participiali ed effimere espressioni e declinazioni, affonda.

venerdì 27 febbraio 2015

#Scrittori in ascolto – con Nicola Lagioia



Nicola Lagioia, pugliese, uno dei protagonisti di qualità della narrativa italiana contemporanea, è scrittore e si occupa di scrittori visto che dirige la collana “Nichel” per Minimum Fax, voce di “Pagina3”, la rassegna stampa culturale di Radio3, tra i selezionatori dei film per la mostra del cinema di Venezia. Nicola, ci siamo conosciuti su un social, prima che dal vivo, capita frequentemente, e mi ha colpito una tua affermazione: oggi, per spiegare la realtà, dunque anche noi che la abitiamo, è più utile ricorrere all’etologia che non alla sociologia. Cosa intendi dire?

giovedì 26 febbraio 2015

Pantera e Aixi: le Dee si aggirano ancora nel mondo degli uomini

Pantera
di Stefano Benni 

(con illustrazioni di Luca Ralli)

Feltrinelli, 2014
pp. 106

12


Non siamo al bar sport. O meglio, ci aggiriamo pure a quelle latitudini ma stavolta entra in scena un autentico sottoscala infernale dove regnano fumo e oscurità. Scendendo pochi gradini si arriva in una sala biliardo, che è come una memoria del sottosuolo. Sì, in senso dostoevskijano. La città, la superficie, viene abbandonata, e tutto si svolge in un ambiente che è un andirivieni di personaggi con un tratto malfamato, alcuni di rozza volgarità, altri di superba eleganza. C’è una Dea, Pantera, e questa corte dei miracoli di giocatori maschi che lei sfida e batte puntualmente. D’altronde Pantera deve rifarsi di un’infanzia difficile, dove un uomo ha abusato di lei. Finché un giorno non appare un altro giocatore dal talento pari al suo: l’Inglese. Prima di giocare, si siedono e non si sa quel che si dicono. Scambiano speranze per vincere le rispettive solitudini. Benni dimostra una grande maturità narrativa perché è come se prendesse i lettori per farli avvicinare al tavolino e ascoltare un dialogo costruito attorno alla sensibilità di ciascuno.

mercoledì 25 febbraio 2015

Invito alla lettura di "La marcia di Radetzky" di Joseph Roth

La marcia di Radetzky
di Joseph Roth
Adelphi, Milano, 1987 

[Ed. orig. 1932]



Nella Marcia di Radetzky Joseph Roth racconta attraverso la specola di tre generazioni della famiglia Trotta, poi von Trotta, la dissoluzione dell’Impero asburgico all’indomani della Grande Guerra. Con la potenza austro-ungarica, in realtà, si dissolse non solo l’ultima possibilità reale di una dominazione sovranazionale, ma anche quel clima culturale poliglotta e cosmopolita che permeava la Vienna di fine Ottocento e primo Novecento. Roth, che di quel clima fu acceso e illustre protagonista, ne racconta la fine politica, anzi più specificatamente politico-militare. E le più vibranti e turgide pagine del romanzo sono proprio quelle in cui Roth descrive l’annuncio della notizia dell’attentato all’Arciduca Francesco Federinando a Sarajevo, durante una grande festa in una guarnigione di confine, dove si trovano riuniti diversi ufficiali dell’esercito austro-ungarico. Già solo la notizia scopre le crepe sotterranee che i nazionalismi aveva scavato tra quelli che avrebbero dovuto combattere e morire per la saldezza dell’Impero: slavi, magiari, ruteni, tedeschi s’accapigliano fin da subito. La guerra è persa prima ancora di cominciare. I decenni che l’avevano preceduta, cui si dedica la narrazione di Roth, erano stati una lenta e implacabile china verso il prevedibile epilogo. E i personaggi del romanzo, dal capostipite Sottotenente Joseph Trotta al figlio e al nipote, fino ai molti che ne incrociano le vicende, non ultimo lo stesso Imperatore Francesco Giuseppe, sono sbozzati a rilievo entro un arco fatale, un destino, che li sovrasta, indifferente alle virtù o ai vizi di ognuno.

martedì 24 febbraio 2015

"Philip e gli altri" di Cees Nooteboom




Philip e gli altri 
di Cees Nooteboom
Milano, Iperborea, 2005
Prima edizione olandese, 1955.

Traduzione di David Santoro.
Postfazione di Rudiger Safranski

pp.168
13,50


Pubblicati a distanza di pochi anni l’uno dall’altro, tra il 1945 e il 1951, In gioventù il piacere di Denton Welch, Il giovane Holden di Salinger e La veglia all’alba di James Agee consegnano alla letteratura una originale mappa della formazione, che rilancia alcuni temi propri della gioventù, della letteratura che si incardina nel racconto della gioventù, altri li reinventa. Certo è che, comunque, il mito di Holden presto spazza via gli altri due romanzi, quello di Agee estremamente complesso, fitto di allegorie, quasi un tentativo filosofico di descrivere, nel turbamento adolescenziale, il rapporto tra l’Io e il Tutto, l’infinitamente grande del mondo e la necessità di costringerlo nell’infinitamente piccolo dell’uomo, appena esso si rivela, all’alba della maturità, quello di Welch troppo presto consegnato, per una fraintesa semplicità dello stile, allo scaffale della buona narrativa per ragazzi che più di tanto, dopo Il grande amico di Alain-Fournier, si credeva (si crede) non possa dare. 
E così Holden, vincendo sugli altri due romanzi coevi, e quindi sugli altri due modi di raccontare ed intendere la formazione – quello simbolico-allegorico e quello fantastico-immaginifico – con la sua vicenda elettrica, nevrotica, la lingua frizzante, il discorso diretto e immediato, adrenalinico e quasi tutto visivo, gestuale, attivo, da un lato inaugura una lunga stagione di epigoni holdeniani, tuttora fiorente e nel tempo più o meno rilevanti, dall’altro pare chiudere, con la potenza del suo mito, la possibilità di raccontare le stesse cose in modo diverso, cioè la formazione itinerante – il viaggio di formazione – con altro stile che quello all’americana di Salinger.

lunedì 23 febbraio 2015

Scrivere per fermare il tempo: la guarigione secondo De Majo

Guarigiorne
di Cristiano De Majo
Ponte alle Grazie, 2014

pp. 241
€ 16,50



Per anni sono stato un appassionato lettore di complicate costruzioni cerebrali e, anche se non sento il bisogno di rinnegare i miei vecchi amori letterari, ho la sensazione che, diventando più vecchio e accumulando sempre più esperienze, stia cercando una letteratura che mira a rappresentare la complessità della vita anche sul piano emotivo. Una letteratura che parla di dolore, di perdita, o anche di amore e di felicità in modo esplicito. 
Questo passo, che legge a pagina 125, potrebbe perfettamente riassumere il messaggio dell'intero Guarigione, libro di Cristiano De Majo salutato a fine 2014 come grande prova di emozione e letteratura al tempo stesso. Non c'è freddezza, né compiacimento o lamentela in queste duecentoquaranta pagine dedicate a un viaggio tra i più complessi: quello nella paternità, nel dolore e nella perdita, ma anche nella malattia e nella sua risoluzione. Il tutto, in toni «disarmanti», per riprendere l'azzeccata definizione di Leonetta Bentivoglio sulle pagine della «Repubblica» (6/11/2014): è un'opera che disarma, impone al lettore di scoprire il fianco esattamente come ha fatto lo scrittore, senza mai erigere schermi razionali e resistenze preconcette. Lo si coglie fin dagli interrogativi iniziali: 
Era una paura simile, lo scampato pericolo di non riuscire a essere padre, che mi fece venire voglia di avere un figlio, o qualcosa che aveva a che fare con la naturale evoluzione di un rapporto, o ancora la fatica spesso insopportabile di essere sempre e soltanto figlio? (p. 13)

Di libri, percorsi e opere sopravvalutate: intervista a Tiziano Cornegliani

Per i lettori curiosi sempre a caccia di nuovi spunti e per noi addetti ai lavori, i “libri che parlano di libri”- siano essi romanzi o saggi sul genere del recente I 100 libri che rendono più ricca la nostra vita di Dorfles, o La sovrana lettrice di Alan Bennet pubblicato un paio di anni fa, solo per citarne un paio - sono una buona occasione per farsi guidare da un lettore d’eccezione in una passeggiata tra autori ed opere, lasciarsi ispirare, condividerne gli entusiasmi o contestarne scelte ed esclusioni. In questo filone, che negli ultimi anni pare aver trovato nuovo slancio, La farmacia dei libri. Rimedi per l’anima del prof. Cornegliani, recentemente pubblicato in ebook e cartaceo, è l’interessante viaggio tra i testi – romanzi, saggi, racconti – identificati dall'autore come meglio rappresentativi intorno ai ventiquattro temi ricorrenti nella letteratura e organizzati in ordine alfabetico dalla A di Amore alla V di Vanità. A ognuno di essi Cornegliani dedica un paio di pagine circa e dopo aver introdotto brevemente il tema si concentra su quei testi che meglio di altri hanno saputo farsene interpreti, spesso partendo dalla tradizione greco latina, per giungere a classici e contemporanei. Opere e autori scelti risentono ovviamente del giudizio e del gusto personale dell’autore del saggio, come inevitabile in lavori di questo genere, e il lettore non sempre si troverà d’accordo con le scelte operate, le opere escluse a discapito di altre: semplicemente sono le scelte soggettive e personali di un lettore appassionato, che da sempre si occupa di medicina ed editoria medico scientifica, oltre a ricoprire il ruolo di docente nell’ambito del Master in Editoria dell’Università Cattolica di Milano. Con toni per nulla accademici e tantomeno saccenti, Cornegliani ci guida in questa passeggiata tra i libri che ha più amato e, lungi dal voler esaurire l’argomento, offre spunti e suggerimenti di lettura che inevitabilmente invogliano il lettore ad approfondire, rileggere, trovare nuovi esempi intorno al tema scelto o individuarne altri su cui la letteratura si è interrogata. Una chiacchierata vivace che noi di Critica Letteraria abbiamo avuto il piacere di proseguire oltre lo spazio del saggio pubblicato, intervistando il prof. Cornegliani per parlare ancora con lui dei numerosi spunti che la lettura de La farmacia dei libri ci ha suggerito.

domenica 22 febbraio 2015

I diari di Tommasi Landolfi: "Des Mois" (terza parte)

Des Mois
di Tommaso Landolfi

Vallecchi, 1967



Des mois, terzo tassello di questa “autobiografia” programmaticamente schivata e programmaticamente costruita come una sorta di autobiografia delle forme letterarie, dopo un approccio di nuovo sconcertante per il lettore, ché tocca acclimatarsi di bel nuovo e reintrodursi in nuovi meandri formali, si rivela alla fine non solo degno compare dei suoi predecessori, ma fors’anche ad essi superiore. Qui Landolfi riprende a “giocare” con le forme, inventa una nuova maschera, una nuova mistificazione vera più del vero. 

Des mois è un prosimetro dove il rapporto tra prosa e versi non è logico-consequenziale, né si ridice in versi ciò che è stato detto in prosa, né la prosa serve a introdurre e spiegare i versi: qui i versi fanno un discorso discorde rispetto alla prosa, dicono altro, invitano a diffidare della prosa e della maschera che essa costruisce. Dunque, da un lato una prosa frammentaria, che ricava lacerti più o meno preziosi dal già pensato o esperito (la prosa come punta dell’iceberg), dove frequentemente Landolfi tradisce se stesso, tenta vie che non gli appartengono (la satira sociale, ad esempio), scadendo talvolta, e talvolta attingendo risultati sorprendenti anche per quelle vie, quasi sempre riprendendo la sua “naturale” – anche di questo tratta esplicitamente – bella scrittura; dall’altro i versi, che, indossano a loro volta la maschera della facile cantabilità, quasi da novello Chiabrera, della misura metrica prenovecentesca, il cui colorito giocoso, anacronistico e parodico ripropone, per antifrasi, la sua sete più inestinguibile: il senso di inappartenenza, la cupa disperazione, la vertigine razionalistica che “batte il naso” nell’irrazionalizzabile o nel misticismo, nel disincanto cosmico. Spesso i versi cominciano con una formula del tipo “lasciamo questo, parliamo d’altro” e sarebbe da dire con “altra forma”.

sabato 21 febbraio 2015

Come nasce un classico? Il carteggio tra Calvino, Rigoni Stern e Vittorini


Mario Rigoni Stern

Come si fa a riconoscere uno scrittore? Quali sono gli ingredienti per fare di un libro un classico della letteratura? Per capirlo non basta andare per librerie, allungare il braccio e leggere i libri più belli di sempre, perché si resta comunque all’oscuro di cosa c’è stato dietro la manifattura di un testo: quello sotto i nostri occhi è solo il progetto finito. Per indagare bisogna mettere il naso nelle carte dell’editore, tra le lettere dei suoi redattori e, se pensiamo alla casa editrice Einaudi di qualche decennio fa, tra loro figuravano nientemeno che Italo Calvino, Elio Vittorini, Cesare Pavese e Raffaele Crovi. 
Nella Storia dei Gettoni, la collana diretta da Vittorini, ritroviamo le lettere che ricostruiscono il caso del Sergente nella neve di Mario Rigoni Stern, che fu sergente durante il periodo della Seconda guerra mondiale nel corpo degli Alpini. 
Nell’ottobre del ’51 Vittorini si adoperava per far pubblicare Il sergente, che gli sembrava «la cosa più viva» che avesse letto sulla guerra, seppure rimaneva forte il dubbio che fosse un tema ormai sviscerato in numerosissime pubblicazioni politiche; ma poi tornava di nuovo a pensare che se Einaudi non avesse voluto pubblicarlo l’avrebbe proposto a Laterza. Rifletteva sulle imperfezioni del testo, Vittorini, ma sapeva che con qualche modifica il testo sarebbe stato perfetto. Poco più di un anno dopo, Rigoni Stern riceveva una lettera dell’editore in persona: Giulio Einaudi dichiarava che il suo libro fosse «di grandissimo interesse», ma la copia che l’autore ha inviato risultava «molto scorretta», bisognava dunque intervenire sul testo. Nel carteggio relativo al romanzo di Stern ritroviamo molte lettere di Calvino: nella prima, ad esempio, richiedeva a Vittorini di scrivere la quarta di copertina e un buon titolo; fu Vittorini a proporre Il sergente nella neve, che in seguito venne confermato, e scrisse un breve testo di rara efficacia per la quarta: 
Mario Rigoni non è scrittore di vocazione. […] alpinista, impiegato statale, forse non sarebbe mai capace di scrivere di cose che non gli fossero accadute. Ma può riferire con immediatezza e sincerità di quello che gli accade. […] Rigoni non testimonia per rendersi utile a una causa o a un’altra, ma per il semplice gusto che prova, in comune coi poeti, a testimoniare.

venerdì 20 febbraio 2015

#EditorinAscolto - Con Giuseppe Laterza al Collegio Santa Caterina

Collegio Santa Caterina, inaugurazione del Master in Professioni e Prodotti dell'Editoria
12 febbraio 2015

Anche quest'anno il giorno di inaugurazione del Master in Professioni e Prodotti dell'Editoria presso il Collegio Santa Caterina di Pavia non si smentisce, con una lectio magistralis che apre a molteplici osservazioni sul mondo editoriale e culturale. 
Se l'anno scorso era ospite Roberto Calasso di Adelphi, quest'anno è stato Giuseppe Laterza a inaugurare questa nuova edizione di un master che sta portando sempre più giovani a imparare e poi testare sul campo in uno stage di due mesi cosa significhi lavorare per una grande e prestigiosa casa editrice. 

Fin da subito, Giuseppe Laterza si distingue per spontanaeità: è un po' emozionato, e non fa nulla per nasconderlo, ma poi parte con una considerazione potente, che zittisce tutta la platea: 
Il libro è molto meno potente della tv e dei giornali, manca in globalità e in impatto, ma se pensiamo a un evento drammatico come le Twin Towers, ecco che all'inizio la gente ha guardato la tv, nei giorni successivi ha letto i giornali ma per capire davvero cosa ci fosse alla base dell'attacco terroristico si vanno a prendere libri.

#CritiMusica - Caro Duke, non ci crede nessuno!

La musica è la mia signora. L'autobiografia
di Duke Ellington
Minimum Fax, Roma 2014

traduzione italiana di Franco Fayenz e Francesco Pacifico
prefazione di Franco Fayenz

pp. 462 
17 euro

Il libro è la versione integrale dell’autobiografia scritta da Duke Ellington. Sì, proprio il grande Duke Ellington, in persona. Leggendolo però il sottofondo musicale che ne esce è tutt’altro che jazz. Direi che piuttosto sentiamo in lontananza un Yann Tiersen del favoloso mondo di Amélie, ma tutto in un ottimistico e stucchevole maggiore, senza modulazioni né malinconia. Duke ci sta servendo una scatola di dolcissimi macarons mentre ci fa accomodare nei suoi appartamenti che sembrano arredati da Barbie Principessa. Perché Duke vuol mostrarsi un uomo tutto d’un pezzo, religioso senza macchia e senza paura, amante della vita e di tutti – proprio tutti – gli esseri umani: il ritratto che ne esce è quello di una creatura mitologica mezzo Madre Teresa e mezzo Pangloss. Sì, perché Duke vuol davvero convincerci di aver vissuto nel migliore dei mondi possibili. E noi lettori non gli crediamo, nemmeno per un attimo.

giovedì 19 febbraio 2015

Don't be a drag, just be a (drag) queen

God Save the Drag Queen. Dall'officina al palco, un viaggio memorabile tra arte, piume e paillettes
Sara Perro

Zandegù, 2015


Non so a quanti di voi sia mai capitato di assistere ad uno spettacolo di drag queen. Io ci sono stata, più volte, e posso assicurarvi che non è affatto disdicevole. Quelli a cui sono stata io si svolgono in comunissimi caffè, con un pubblico di gente perfettamente padrona di se stessa, in un'atmosfera gioiosa e allegra, e senza traccia di quel côté equivoco che si tende a dare agli spettacoli da nightclub. Si fa spesso confusione quando si parla di drag queen: non hanno niente a che vedere con prostituzione, transessualismo, pratiche estreme. Delle volte il discorso non è neanche riferito totalmente all'omosessualità. Quello che generalmente non viene recepito è che chi si traveste non si traveste perché è omosessuale. Si traveste perché gli piace farlo. Il fatto che poi la maggioranza delle drag queen sia effettivamente omosessuale non è il punto più fondamentale della discussione.

Le drag queen sono performer, sono individui di sesso maschile che si travestono da donna, scimmiottando le soubrette e le svampite della tv (e i loro nomi, da Carla Stracci a Simona Sventura, da Ivana Tram a Wanda Gastrica) con straordinaria e sorprendente abilità, e intrattengono il pubblico con balletti, canzoni, allegri siparietti in spettacoli divertenti e coinvolgenti. Un drag show è una splendida kermesse baracconesca, un carnevale di tacchi, paillettes, piume e battute salaci che non scadono mai, però, nella volgarità banale e scontata. I tabù vengono affrontati, ribaltati, perché ci sia un dialogo. Perché non ci si vergogni mai, di nulla, e soprattutto di se stessi.

Per farci un'idea fresca e veloce di cosa ci sia dietro questo mondo, possiamo seguire Sara Perro, giovane giornalista piemontese, nel suo reportage God save the drag queen, appena uscito in ebook per la casa editrice Zandegù. Sara - che se avesse deciso di mettersi anche lei piume e parrucche, sarebbe stata Anita Vicì, soprannome inventato da una delle regine che ha incontrato «sostenendo che avevo la capacità di infilarmi dappertutto come il noto prodotto per la pulizia dei gabinetti: l’Anitra WC, appunto» - si sposta a Viareggio per la finale di Miss Drag Queen Italia e, con lievità e curiosa attenzione, raccoglie storie. Storie di accettazioni difficili, di emarginazione, di solitudine ma anche di riscatto e di soddisfazione professionale. Qui si va al di là dei pregiudizi e degli obsoleti discorsi sul gender e sull'identità sessuale, si racconta di chi il salto (e non senza difficoltà) l'ha fatto ed ha il coraggio e l'ironia bastanti a scherzarci su e a rendersi, al contrario, visibilissimo. 

Ma si riflette anche sul bisogno di riconoscimento, sulla necessità di fare gruppo e configurarsi in associazioni di categoria: «Drag può anche voler dire impegno sociale». Fare la drag queen non è soltanto un modo di (voler) essere, ma anche una forma d'arte che può salvarti la vita. Quanto mai lontana dall'idea di “roba da pervertiti” che solo i retrogradi più imbecilli possono ancora avallare, quella del travestirsi è un'attività, oltre che divertente, molto utile, non soltanto per chi la pratica. Implica il prendersi poco sul serio e allo stesso tempo l'accettarsi, paradossalmente, per come si è.
«Entrare nel mondo delle drag queen mi ha permesso di conoscere persone interessanti, simpatiche, preparate, con la voglia di divertirsi. Vorrei che dopo aver letto l’ebook venisse la voglia di partecipare a una serata con loro. Di andare a vedere un loro spettacolo. Come di qualsiasi altro artista. Perché è questo ciò che sono e che fanno.»

Mi trovo perfettamente d'accordo con Sara. 

Giulia Marziali

La donna è mobile? Sì, ma solo se non è felice

Chi è felice non si muove
di Giulia Villoresi
Feltrinelli, 2014

pp. 336
€ 17,00


L'esperienza insegna che facciamo bene ad avere i timori che abbiamo; che non c'è niente di peggio che uno spirito d'avventura fasullo per rovinarsi la vita. Il mio pensiero, nel giorno in cui sono partita, tornava spesso a Francesco Totti. Un giocatore del suo talento, dicono alcuni, poteva andare ovunque, poteva andare al Real Madrid, ma il suo provincialismo e la sua vigliaccheria gliel'hanno impedito inchiodandolo a Roma. E che cosa ha vinto la Roma? E che cosa ha vinto Totti? Non sono d'accordo. C'è chi ambisce al premio materiale e c'è chi punta più in alto. I veri artisti riproducono la propria vita nell'arte: veder giocare Totti e vederlo vivere è tutt'uno. Se a un genio non gli va di partire, non deve partire. Non c'è niente di peggio che uno spirito d'avventura fasullo, per sprecare i doni del cielo.

Chi è felice non si muove, il secondo romanzo di Giulia Villoresi, prende a prestito una citazione da Thomas Mann (il titolo) e la usa per giustificare l'elogio di Francesco Totti. Abbinamento bizzarro, ma perfettamente nelle corde della protagonista, romana in trasferta che a Totti (un genio che non gli andava di partire e infatti non è partito) pensa fin dalle prime battute del suo viaggio, a bordo di un taxi che dalla Plaka di Atene conduce all'aeroporto lei e il fidanzato Olmo. Là i due si saluteranno: lui tornerà a Roma, lei prenderà un aereo per Rodi, poi a Rodi un traghetto per una sperduta isola del Dodecaneso in cui, lontana dal mondo e dai pensieri, potrà dedicarsi al progetto di scrivere le vite dei poeti del Novecento per un nuovo Canone Occidentale promosso (ma non pagato) dalla UTET e dall'Università di Yale. Un'esperienza destinata a una "gloria" finale parecchio diversa da quella prevista: perché, se chi è felice non si muove, chi si muove con "uno spirito d'avventura fasullo" potrà scoprire la felicità solo tornando a casa.

mercoledì 18 febbraio 2015

Des Esseintes e l’estetica del disturbo antisociale di personalità


Si è comunemente portati a pensare ai secoli passati come ad un’epoca lontana anni luce dai giorni nostri. Una società diversa, regole diverse, persone diverse, conseguentemente una psiche diversa. Eppure, è bene ricordare che è proprio negli ultimi anni di questo affascinante secolo che gli studi sulla psiche umana cominciano a radicarsi e a diventare fondamentali nell'analisi dell’animo umano, soprattutto in ambito romanzesco.

Adesso, si immagini la Parigi dell'Ottocento. Una società sporcata dal materialismo borghese e da una politica dedita all'occultamento di prove. Un secolo in cui i romanzieri tentano di rispecchiare la società senza ripulirne il riflesso. Un periodo di rivolte, violenza ma di tanta evoluzione intellettuale. Il periodo delle tecnologie che stravolgono la vita dell’uomo comune. O meglio, dell’uomo benestante, perché le scoperte toccano sempre chi può farne buon uso, di certo non il comune cittadino. Il secolo in cui il concetto di popolo comincia ad avere un’entità ben definita ma al contempo reclama la singolarità dell’individuo. Un secolo che, seppur si è ben lungi dall’ammetterlo apertamente, prolunga i suoi strascichi fino ai giorni nostri. C’è poi così tanta differenza rispetto alla società nella quale viviamo?

"Charlotte" di David Foenkinos

Charlotte
di David Foenkinos
Mondadori, 2015

pp. 204



“È tutta la mia vita”: con queste parole, una ventiseienne pittrice tedesca di origine ebraica consegna nelle mani di un medico una valigia contenente la sua opera definitiva che intitola “Vita? O teatro?”. Disegni, parole e musica che ripercorrono la breve vita della giovane artista, segnata dalla sofferenza e dal lutto ma anche dall’amore profondo per un uomo, Alfred Wolfsohn, mai dimenticato.
In quelle parole rivolte al dottor Moridis,  l’evidente nota autobiografica dell’opera racchiusa nella valigia ma anche la drammaticità del momento e il valore di ciò che gli sta affidando: tutta la mia vita, qui rielaborata in ogni suo dramma, sentimento, dolore o gioia, tutto ciò che rimane di me. Sarà il testamento di Charlotte Salomon, di lì a poco deportata ad Auschwitz dalla furia nazista, dove morirà a soli ventisei anni. Con la fine della guerra si rimettono insieme i pezzi di molte vite devastate e l’opera della pittrice tedesca troverà finalmente un pubblico fuori dalla cerchia degli affetti, nonostante il successo e il suo nome non giungano mai davvero all’attenzione che meritano.

martedì 17 febbraio 2015

Giordano Bruno, martire della libertà


Era il 17 febbraio dell’anno 1600 quando Giordano Bruno fu arso vivo in piazza Campo de’ Fiori, a Roma. Venne scortato verso il rogo con la lingua in giova, serrata in una morsa di legno. Sino all’ultimo la follia controriformistica lo volle tenere imbavagliato. Prima di quella fatidica data pare sia stato talvolta sul punto di abiurare. Tentò di venire a patti con gli inquisitori, ma questi non gli lasciarono scelta. O tutto o niente. Venga rinnegato in toto quello che la Chiesa ti contesta, o morte. Siamo in piena Controriforma, c’è poco da trattare. Bruno deve fare quanto gli viene chiesto per avere salva la vita. Ma non lo fece. Non poteva rinunciare alla sua verità, alle sue opinioni.

Pochi sanno che Giordano Bruno si chiamava in realtà Filippo: il nome Giordano gli fu dato quando entrò nell’ordine domenicano. Già: era cresciuto e aveva studiato proprio in seno a quella Chiesa che poi lo condannò. Insomma era partito col piede giusto. Studiava teologia. Sulla materia nulla da eccepire. A metterlo nel sacco è stato l’approccio. Bruno faceva come un po’ come i teologi tardoantichi, quelli che se ne stavano tutto il giorno a discutere con altri teologi e poi cercavano un punto d’incontro nei concili ecumenici. Dio è uno? Dio è trino? Bruno voleva dibattere, dialogare sugli argomenti che non lo convincevano, questioni teologiche comprese. In piena Controriforma.