domenica 20 aprile 2014

Pillole d'Autore: "1913. L'anno prima della tempesta" di Florian Illies

I dodici mesi che hanno preceduto la tempesta: il 1913 è un anno chiave nella storia occidentale, dentro il quale si riconoscono i primi segni di tutto quello che sarebbe stato il XX secolo. Anno spartiacque, chiude i conti con l’800 classicamente borghese e preannuncia movimenti artistici, correnti di pensiero, assetti politici che avrebbero sconvolto l’Europa e il mondo.
Il 1913 ha i contorni dei disegni di Kirchner, Matisse e Picasso, la musicalità dirompente di Stravinskij, il tono di voce dei racconti di Franz Kafka e del primo romanzo di Virginia Woolf, la forma dei pensieri di Freud e Jung, il respiro del primo volume di Alla ricerca del tempo perduto. Il 1913 è elegante come i primi modelli di Coco Chanel, irriverente come la ruota montata sullo sgabello da Marcel Duchamp, sensuale come la Lady Chatterley di David Herbert Lawrence, passionale come la relazione tra Oskar Kokoschka e Alma Mahler, vedova di Gustav.
Nel 1913 arriva a Vienna, zoppicante e vestito di stracci, un trentaquattrenne russo che si faceva chiamare Stavros Papadopoulos e che presto diventerà Iosif Stalin. Si chiude in un appartamento a scrivere un saggio dal titolo Il marxismo e la questione nazionale e nelle pause va a sgranchirsi le gambe nel vicino parco del castello di Schönbrunn. Ogni tanto incontra un uomo, un pittore fallito e rifiutato dall’Accademia, che nel tempo libero disegna acquerelli e cerca di venderli ai passanti. Ha ventitré anni e il suo nome è Adolf Hitler. Due delle future più importanti personalità politiche del secolo si incontravano, senza saperlo, sullo stesso prato innevato della capitale austriaca.  

sabato 19 aprile 2014

Il Salotto: intervista a Camilla Ronzullo



Se dico Camilla Ronzullo e dico Zelda was a writer molti tra voi avranno capito quale sarà l’ospite del Salotto di oggi, ma vorrei spendere qualche parola per quelli che ancora non la conoscono.
Camilla è prima di tutto una persona adorabile, questo va detto. Uno di quegli esseri umani, in tempi di crisi sempre più rari, che sono in grado di metterti di buon umore nel giro di pochi minuti. Per capirlo basta leggere il blog che cura, Zelda was a writer appunto, in cui raccoglie le sue impressioni quotidiane sul mondo, soprattutto sull’arte e sul bello. Si legge di letteratura, teatro, fotografia e creatività a trecentosessanta gradi e - per i fortunati milanesi – sono pubblicati gli ultimi aggiornamenti sui progetti che sta seguendo nella città: vedere, ad esempio, alla voce Bookeaters Club. Il suo lavoro infatti non è mai autoreferenziale, ma sempre teso alla ricerca di un contatto con il lettore. Ben lontana dall’immagine del blogger che vive nascosto dietro un alter ego digitale, fa della rete il punto di partenza per creare legami più profondi e analogici.

venerdì 18 aprile 2014

#Scrittori in Ascolto - Con Alberto Garlini

Alberto Garlini e Marco Caneschi

Organizza da 15 anni PordenoneLegge.it, il più importante festival letterario italiano con quello di Mantova e nel 2012 ha pubblicato “La legge dell’odio”, Einaudi Stile Libero: è Alberto Garlini scrittore e poeta che si è voluto cimentare con la “meglio gioventù” del neofascismo italiano, stretta tra i suoi miti e gli anni di piombo.

Un libro coraggioso, anche antropologicamente, che immagino ti abbia impegnato sul piano della ricerca storica.
«Pensa che volevo scrivere un libro sull’idea antropologica di nomadismo, incentrata su Chatwin, e mi sono ritrovato con il suo opposto, ovvero i miti della terra, della razza, del suolo. Sono arrivato a raccontare la vicenda del camerata Stefano Guerra prima pensando di mettere in conflitto nomadismo e stanzialità, una delle partizioni primarie dell’antropologia. Per un nomade l’immagine stessa di città equivale a un cimitero, alla morte, mi viene in mente Gengis Khan che non a caso ne radeva al suolo una ogni volta che la incrociava nei suoi spostamenti. Per un fascista, la città, la terra più genericamente, è tutto e va difesa a ogni costo. Ho cominciato così a leggere molto sugli anni “nomadi” di Chatwin ma allo stesso tempo tanta pubblicistica di destra e biografie di fascisti, infine ho notato una foto di Valle Giulia, il primo grande atto di rivolta universitaria italiana e ho notato che in prima fila in attesa degli scontri c’erano 21 fascisti acclarati. Per cui a questo momento, storicamente caratterizzatosi come patrimonio della sinistra, ha partecipato attivamente l’estrema destra. Con gli scontri a Valle Giulia ho deciso di aprire il libro che oramai era diverso dal progetto iniziale tanto che a Chatwin ho lasciato un cammeo, una piccola parte marginale. Come vedi la genesi di un romanzo è molto complessa».

Federico Fascetti: la mia voce, il mio fiato, la mia corsa, le mie parole

Tutti i chilometri che servono 
di Federico Fascetti
Fermento, 2012


Ci sono in noi infiniti segni che si sono incisi
e la memoria opera tra questi scegliendo misteriosamente,
forse secondo il senso che ognuno vorrebbe dare alla propria esistenza
(Giuseppe Zigaina)

Il sottotitolo del romanzo di Federico Fascetti potrebbe essere: «…e anche tutte le parole». 
Ed è strano per  un romanzo che si basa interamente sul non detto, sul taciuto, su muri che si ergono, continuamente, in un attrito incessante e che tende all’accumulo. 
Perché servono le parole, così come servono i chilometri? Perché entrambi sono una strada, un cammino, una fatica: ma, allo stesso tempo, anche un riscatto, un’accettazione del limite, e la volontà potenziale di superarlo. Le parole, come i chilometri, esigono una responsabilità, una scelta iniziale, un fiato che regga, un cuore che pompi. 
Ma i chilometri e le parole possono incontrarsi? E, in caso affermativo, dove? 

giovedì 17 aprile 2014

Le Lettere appassionate (e alcuni altri scritti) di Frida Kahlo de Rivera


Dal 20 marzo al 31 agosto 2014 le Scuderie del Quirinale ospitano una retrospettiva dedicata alla pittrice messicana Frida Kahlo (1907-1954), curata da Helga Prignitz-Poda. Molti anni fa, quando la storia dell'arte vantava maggiore autorevolezza e dignità nei nostri licei nazionali (perfino quelli meno gloriosi della provincia) seguii una lezione con film-documentario sulla vita e le opere di questa leggendaria, pasionaria Frida. I semi della sua arte fecondarono la mia nozione del mondo e mai avrei previsto una sua esposizione in Italia, già immaginando di partire alla volta di Città del Messico e della sua casa blu, dove lei nacque e morì, e nel 1958 divenuta Museo Frida Kahlo ovvero, secondo le volontà di Diego Rivera, eredità del popolo messicano. Non mi avventuro qui in considerazioni di natura tecnica sull'opera di Frida, sui periodi della sua produzione né sulle operanti – se pure lo fossero – suggestioni dei vari -ismi del primo Novecento sul suo stile (dal Pauperismo al Realismo magico attraverso il Surrealismo); le quali, in ogni caso, varrebbero a ben poco e sarebbero disorganiche o tutt'al più parziali.

#LectorInFabula - Il richiamo della foresta e la riscoperta degli istinti primordiali


Il richiamo della foresta
Titolo originale: The call of the wild
di Jack London
Oscar Mondadori

pp. 115 

Chiacchierando con un amico, qualche sera fa di fronte ad un aperitivo, è venuta fuori l’annosa questione della differenza tra maschi e femmine. Invece di concentrarci sugli stereotipi del “voi maschi curate più la macchina che la fidanzata” e “non capisco come voi donne possiate avere delle borse così grandi”, siamo andati a scavare nelle nostre memorie infantili e ci siamo resi conto che le nostre differenze di sesso cominciano già dalla favola della buona notte.
A me leggevano “Piccole donne” (e anche l’Inferno di Dante, in realtà) a lui “Ventimila leghe sotto i mari”; Per me è inconcepibile non conoscere la storia de “Il giardino segreto”, lui rideva pensando che di Salgari ho letto solo l’improbabile, e poco riuscita, “Figlia del Faraone”. Fin qui tutto bene: dove mi sono sentita veramente in fallo è stato quando ha nominato Jack London e a come mi ha guardato quando gli ho rivelato che, benché lettrice accanita, io non abbia mai aperto “Zanna Bianca” o “Il richiamo della foresta”. Come prevedibile reazione, anche per orgoglio femminile, sono andata subito a ripescare dalla biblioteca “Il richiamo della foresta”. E mi sono resa conto che le mamme dovrebbero rivedere la scelta delle favole della buona notte.

mercoledì 16 aprile 2014

"L'uso dell'uomo" di Aleksandar Tišma

L'uso dell'uomo
(Upotreba čoveka, 1976)
di Aleksandar Tišma
traduzione italiana di Lionello Costantini
Jaca Book, 1986

pp. 326

€ 16.53

La letteratura sulla tragedia dell'Olocausto è decisamente ricca, ed è difficile orientarsi in questa selva di voci potenti quanto desiderose di raccontare. La prosa di Tišma, in questo contesto, si pone certamente come un caso singolare, animato dall'esigenza del ricordo quanto dalla volontà di non rinchiudere la vena poetica entro i confini angusti della denuncia e della commemorazione. L'effetto è un romanzo monumentale, il più famoso dello scrittore serbo, ritradotto quest'anno negli Stati Uniti e forse rappresentativo di un'intera tradizione letteraria, quella della Jugoslavia novecentesca. 



L'uso dell'uomo è la storia di tre ragazzi, della loro crescita nella cittadina serba di Novi Sad e delle loro disavventure provocate dallo scoppio della guerra, dalla follia nazista e dalle inevitabili asperità cui va incontro ogni esistenza individuale. Le vite di Vera Kroner, Milinko Božić e Sredoje Lazukić sono accomunate dalle lezioni di Tedesco presso la signorina Anna Drentwenscheck, malinconica insegnante che riversa la propria solitudine sulle pagine di un diario rosso. Quello stesso diario, decenni dopo, sarà l'unico ricordo di gioventù dei ragazzi sopravvissuti, girovaghi in una terra dilaniata dalla guerra. È in questo modo che il dramma della Shoah, che investe la giovane Vera e la segna per sempre con il marchio dell'umiliazione, si intreccia alle alterne vicende della Resistenza jugoslava, in cui Milinko e Sredoje militano con spirito e sorti divergenti.

Scrittori in Ascolto: #BrunchSophia a Milano con Giorello e Regazzoni

Simone Regazzoni e Giulio Giorello a #BrunchSophia
13 aprile 2014, h. 12,00
Longanesi, via Gherardini 10, Milano

Dove può arrivare la filosofia? E quali sono davvero gli animi liberi? Con queste due domande è iniziato il #BrunchSophia, la scorsa domenica in Longanesi. Simone Regazzoni e Giulio Giorello, non solo famosi accademici ma anche filosofi "pop", hanno presentato i personaggi storici che hanno l'animo libero. Nella loro selezione, un po' di tutto: da filosofi impegnati a scienziati, scrittori, registi e... Minnie e Iron Man! Tante, le curiosità: ad esempio, sapevate che Diogene è stato il primo a fare... il dito medio ai sofisti? O che Spinoza ha collezionato moltissime scomuniche? Una risata contagiosa ha accolto la slide con i personaggi preferiti: Regazzoni ha scelto Iron Man perché è politicamente scorretto e irriverente, pur restando sempre ammaliante; Giorello ha proposto Minnie, perché la fidanzata di Topolino ha sempre una soluzione pronta: ad esempio, mentre cade un aereo, riesce a fare un paracadute con le sue mutande! 


Insomma, un inizio che alterna fin da subito "pop" e filosofia ad alto livello, a dimostrare che la filosofia raggiunge i suoi obiettivi senza annoiare. Anzi, uno dei problemi più grandi dei filosofi secondo Regazzoni è quello che aver "teorizzato e legittimato la pallosità"! I due filosofi qui con noi hanno fatto di tutto per sconfessare questa equazione filosofia = noia: Regazzoni ha scritto Pornosofia e Lost. La filosofia; Giorello, da parte sua, ha accostato un'opera come La filosofia di Topolino a Senza Dio

martedì 15 aprile 2014

Scrittori in Ascolto: a Bellano con Andrea Vitali

A Bellano con Andrea Vitali

Quando si pensa a Lecco, viene sempre in mente "Quel ramo del lago di Como..." manzoniano. Da un po' d'anni a questa parte, a pochi chilometri da Lecco, un autore ha movimentato la vita di Bellano, un paesino di circa tremila anime, che probabilmente altrimenti avrebbe vissuto di turismo domenicale. Invece, è arrivato Andrea Vitali a ripopolare le stanze chiuse, i palazzi abbattuti (purtroppo per fare appartamenti asettici e anonimi) di vite passate e di vitalità estremamente presenti.

Una targa simpatica ma forse un po'... prematura?!
Per questo, l'idea di una gita a Bellano con Andrea Vitali come guida d'eccezione è stato un richiamo troppo forte per chi, come me, si rifugia nei suoi libri nei momenti di stress, quando c'è bisogno di lasciar parlare un mondo che fu, più semplice per certi versi, ma con contorcimenti e ipocrisie profondamente umani! Insomma, uno dei punti che sempre fanno breccia nei cuori dei lettori di Vitali è proprio la spontaneità. La stessa spontaneità con cui l'autore ci ha accolto alla stazione la mattina del 12 aprile, e ci ha portati per le vie del paese, salutando a destra e a manca conoscenti, amici, parenti.

La crociata in Terra Santa parabola del viaggio verso se stessi


Il Pellegrinaggio
di Tiit Aleksejev
Atmosphere Libri, 2013

€16,00

Il pellegrinaggio, già per i primi cristiani, era simbolo di un viaggio spirituale, condotto presso la città santa, nella speranza di rivivere con la fede i luoghi in cui era nato e vissuto Cristo. Divenne un'usanza fissa a partire dal 313 d.C. con l'editto di Costantino, e con la libertà di culto nell'Impero Romano. Tanti erano gli esempi presenti all’interno del Vecchio e Nuovo Testamento, e il rituale del mettersi in viaggio, da parte del peregrinus o homo viator (termini molto simili ma con implicazioni diverse, il primo era colui che si recava fuori dalla città e da straniero cercava di trovare il “suo” cammino, il secondo si metteva in viaggio con una missione personale, un compito che a lui era stato affidato e che doveva portare a termine), inizialmente era solo un fenomeno individuale. Verso la fine del primo millennio, invece, prende corpo il pellegrinaggio collettivo, mentre addirittura nel VII secolo si cominciò a prescriverlo come pratica votiva, come penitenza per i peccati mortali. Nel corso del secolo XI, dall’Europa i pellegrini si recavano in Terra Santa e considerando i benefici economici portati dalla loro venuta, durante il dominio dei califfi Abbasidi di Baghdad, i cristiani erano liberi di visitare i luoghi santi; sbarcando ad Haifa, si recavano così a Gerusalemme. Ma nella seconda metà dello stesso secolo i turchi Selgiuchidi si impossessarono della regione ed iniziarono le stragi.

lunedì 14 aprile 2014

...E alla fine arrivano i Dodici: notizie dal Premio Strega



I dodici finalisti del Premio Strega hanno un nome, un cognome e soprattutto un titolo. 
Tra conferme dei pronostici, e smentite, di seguito le opere selezionate dal Comitato direttivo, presieduto da Tullio De Mauro e composto da Giuseppe D’Avino, Valeria Della Valle, Simonetta Fiori, Alberto Foschini, Paolo Giordano, Enzo Golino, Melania G. Mazzucco, Edoardo Nesi, Luca Serianni, rese note venerdì 11 aprile 2014:

1. Non dirmi che hai paura (Feltrinelli) di Giuseppe Catozzella (Presentato da Giovanna Botteri e Roberto Saviano)

2. Lisario o il piacere infinto delle donne (Mondadori) di Antonella Cilento (Presentato da Nadia Fusini e Giuseppe Montesano)

#SaveTheBook: una campagna della Fondazione Feltrinelli

Quando ho visto circolare su Twitter l'hashtag #SaveTheBook ne sono rimasta incuriosita. Sulle prime ho pensato si trattasse di uno dei tanti hashtag letterari che spingevano gli utenti a confrontarsi dichiarando il proprio libro preferito. Invece ho subito scoperto che #SaveTheBook i libri permette di salvarli davvero, materialmente e non solo col cuore e l'immaginazione. 

Giovedì 10 aprile il progetto #SaveTheBook è stato presentato nella sede milanese della Fondazione Giangiacomo Feltrinelli che con questa campagna, in collaborazione con Feltrinelli Editore, laeffe, laFeltrinelli e Scuola Holden,  porta avanti una delle sue tante attività di ricerca e intraprende un importante cammino di digitalizzazione. 
Tra i preziosi libri che costituiscono il patrimonio della fondazione ci sono anche gli storici volumi dell'Universale Economica della Colip (Cooperativa del Libro Popolare di Milano). I volumetti tascabili (editi dal 1949 al 1954) contraddistinti dal celebre simbolo del canguro e venduti al prezzo di cento lire l'uno, nascevano con lo scopo di diffondere la cultura presso tutti gli strati sociali, divulgando la conoscenza dei grandi classici della letteratura e del pensiero. La Colip era una collana simbolo di impegno politico e sociale, fatta di libri che anche un operaio, alla fine della giornata in fabbrica, avrebbe potuto comprare. 
Destinando il 5x1000 (il codice fiscale è: 800410901529) o tramite donazione diretta su savethebook.fondazionefeltrinelli.it, tutti gli amanti dei libri possono diventare 'booksavers' adottando personalmente uno dei testi della collana.

domenica 13 aprile 2014

Pillole d’Autore: “Il male oscuro”, di Giuseppe Berto

Giuseppe Berto (1914 - 1978) ottenne le maggiori soddisfazioni, editorialmente e letterariamente parlando, con il romanzo “Il male oscuro” (1964), che vinse il Premio Viareggio e il Premio Campiello. Gadda (a cui Berto è debitore del titolo) scrisse, nella prefazione:
«L’opera di Giuseppe Berto si contempera dei riscontri d’una assai povera (nel senso economico, sociale) o le molte volte drammatica e talora atroce esperienza del vivere; di una indagata e approfondita conoscenza dei rapporti psicologici tra i componenti di gruppo, per esempio il gruppo di famiglia, vere unità psichiche della gente più di quanto unità non sia il vecchio pupazzo denominato persona singola, persona individua; di un’arte del raccontare che snida accanitamente il disperso branco dei motivi, dei temi reali, con la muta latrante delle idee implacabili, le sue proprie dovute alla nevrosi e quelle di certi altri sciagurati che la follia è pervenuta ad asservire. Questa è l’arte o, se si vuole, la tecnica del romanziere Berto: esprimere l’angoria col descrivere la nevrosi, esprimere la follia col penetrare lucidamente, razionalmente, l’interno delirio.»
Chi, meglio di Gadda (che se ne intendeva di “interni deliri”), può dunque presentarci quest’opera che qualcuno può trovare esasperante (a causa di una sintassi liberista e di una punteggiatura dispersa) ma che per qualcun altro rappresenta l’angosciante epifania di una psiche?

Edizione di riferimento: Giuseppe Berto, Il male oscuro, prefazione di Carlo Emilio Gadda, I Grandi Romanzi BUR 2006, pp. 420, Euro 8,50

sabato 12 aprile 2014

#CriticaLibera - I Comizi di Pasolini: quale amore?


Tra il 1963 e il 1965, in un tour italiano in compagnia di telecamere e microfono, Pasolini concepisce un format televisivo sui generis, non riconducibile ad alcun genere cinematografico specifico, piuttosto vicino – citando Moravia – al cinemaverità francese ma senza alcuna pretesa di rielaborazione artistica. Vediamo secondo quali sequenze cronachistiche si snoda questo filmato in due tempi con titolo Comizi d'amore (durata: 90' circa):

Primo tempo

Ricerche 1 - Grande fritto misto all'italiana. [didascalia: Dove si vede una specie di commesso viaggiatore che gira per l'Italia a sondare gli italiani sui loro gusti sessuali: e ciò non per lanciare un prodotto, ma nel più sincero proposito di capire e di riferire fedelmente.]
      Come gli italiani accolgono l'idea di film di questo genere?
      Come si comportano di fronte all'idea d'importanza del sesso nella vita?
    Ricerche 2 - Schifo o pietà?
Fine primo tempo [didascalia: (Vi consigliamo di approfittare dell'intervallo, per pensare a tutt'altro. Non c'è niente di più faticoso infatti che parlare del sesso – e il peggio deve ancora venire!)]

Secondo tempo
    Ricerche 3 - La vera Italia?
      Comizi nelle spiagge romane o il sesso come sesso
      Comizi sulle spiagge milanesi o il sesso come hobby
      Comizi sulle spiagge meridionali o il sesso come onore
      Comizi al lido o il sesso come successo
      Comizi sulle spiagge toscane (popolari) o il sesso come piacere
      Comizi sulle spiagge toscane (borghesi) o il sesso come dovere

    Ricerche 4 - Dal basso e dal profondo

venerdì 11 aprile 2014

Otello Chelli, "Gente della Venezia"



Gente della Venezia
Otello Chelli
Finegil Editoriale spa 2014
Divisione Il Tirreno
Gruppo Editoriale l’Espresso



Narra la leggenda che Otello Chelli, classe 1933, abbia imparato a leggere sedendo accanto alle locandine dei giornali. Autodidatta genuino, scrive in una lingua dove ogni parola è letteraria ed intrisa di pathos, ma gli sfuggono errori e refusi che il Tirreno - da cui si può scaricare l’ebook  “Gente della Venezia” - non ha provveduto a correggere proprio perché la materia di questo cantore della labronicità più intensa deve rimanere quella che è, grezza e lucente come un diamante appena scavato, aulica e popolare insieme.
Anarchico e libertario, comunista in senso quasi evangelico, Otello Chelli ha alle spalle una lunga produzione di opere sia in prosa che in poesia. Il suo romanzo “La stirpe dei Morgiano”, ormai introvabile, passa di mano solo fra gli amatori. Quello che ci lascia oggi, all’età di ottantuno anni, è un vero e proprio testamento. Prima di congedarsi vuol testimoniare un mondo che vive e palpita solo nei cuori degli ultimi superstiti. Con la generosità e lo spirito solidale, a momenti francescano, che lo anima, Chelli fa in modo che il suo lascito sia fruibile da tutti e scaricabile gratuitamente dal quotidiano della sua città.
Già, la città, quella stessa Livorno cantata da Caproni, patria di Mascagni, Fattori, Modigliani. Ma non tutta, solo un quartiere, piccolo per la verità, che si dilata e giganteggia, erge invisibili mura di fossati, di ponti, di barriere che lo separano dal resto del centro toscano: la Venezia.
Il quartiere si chiama così perché ricorda la città lagunare, fra ponti e canali, scalandroni e navicelli; è architettonicamente molto bello, ha conosciuto il suo massimo splendore nel settecento, Luchino Visconti vi ha girato “Le notti bianche”. Per Chelli costituisce un macrocosmo, un intero universo, il teatro all’aperto dei suoi sogni di bambino, il luogo dell’anima dove tutto è possibile.

Pregare per un orgasmo

Ginger Man
(The Ginger Man)
di J.P. Donleavy
Neri Pozza, 2006 

1^ edizione: 1955

pp. 393


A questo punto vale la pena chiedersi, riscoprendo questo classico che ha conosciuto una vita molto travagliata fin dalla sua uscita, con strascichi legali tra l’autore e l’editore francese che coraggiosamente lo aveva lanciato nel panorama letterario internazionale, perché sono i figli di puttana a farci sognare di più.
Vorrei fare un ragionamento che va al di là del romanzo che non è proprio originalissimo. Siamo vicini a Henry Miller, semmai interessante è l’ambientazione, cioè la Dublino del dopoguerra, fine anni Quaranta, provinciale e bigotta, dove perfino chiedere un preservativo in farmacia porta a una denuncia penale. La fatiscenza delle strade e dei palazzi richiama la Londra dell’Ottocento, quella di Oliver Twist, piuttosto che la città di James Joyce. Per non parlare della Dublino di oggi.
Sebastian Dangerfield è uno sbandato colossale che ha prestato servizio nei marines durante il conflitto e si ritrova studente di legge al Trinity Collage, sposato e padre di una bimba. È talmente infame che la moglie finisce per scrivere al suocero, lamentandosi ovviamente, e quest’ultimo non può che darle ragione rinnegando Sebastian. Il quale passa da una giornata da puttaniere a una giornata da ubriacone.

giovedì 10 aprile 2014

Cronache romane parte terza. Malvaldi vivo, così come il suo «Argento»,a «Libri al centro»

«Un atto di generosità», così Roberto Ippolito ha salutato la presenza di Marco Malvaldi alla terza giornata di «Libri al centro». L’incontro con lo scrittore pisano ha animato il centro commerciale Cinecittàdue nel tardo pomeriggio di mercoledì 9 aprile. 
Da subito Malvaldi ha impostato la conversazione sull’ironia e sull’umorismo, mai fini a se stessi o gratuiti, ma calati in una leggerezza pensante e, soprattutto, feconda: si è definito, infatti, un chimico di formazione, non voluto dall’università, ma dalle case editrici. 
Ippolito, nel ripercorrere la brillante carriera dello scrittore, ha posto l’accento sulla fortunata serie di romanzi BarLume, la quale attende uno svolgimento: e dando voce ai lettori fedeli, ha chiesto se la saga proseguirà. 
Malvaldi ha risposto che la pausa “narrativa” è dovuta a una domanda che si è posto: «c’è un rimedio alla statistica negativa che “infesta” il piccolo agglomerato urbano?». E citando la famosa Signora Fletcher, ha asserito che sembra che qualcuno «porti merda» nella cittadina, dove, in ogni romanzo, c’è qualcuno che muore. Dopo un’attenta riflessione, però, si è reso conto che forse l’unica soluzione è quella di allargare lo spettro dei possibili morituri: e visto chi vota il 20 per cento degli Italiani (senza sterili polemiche politiche) si è assuefatto all’idea che, in Italia, ogni stranezza è possibile e ammissibile. 

Scrittori in ascolto - Un libro, un sondaggio, un incontro e tante domande

7 aprile 2014, h. 11.30
Officina 22, Milano

Ci sono domande che tutti quanti ci poniamo, a volte ad alta voce, a volte solo la sera prima di andare a dormire. Tra queste, sarà capitato di domandarsi: a che età vorrei tornare e vivere perpetuamente? Un avverbio impegnativo, certo, che non si presta a risposte superficiali. E lo dimostra il sondaggio che ha portato avanti online la società di consulenza Barabino & Partners su un campione di 2400 soggetti anonimi (di cui 1476 erano donne) tra febbraio e marzo.
Una ricerca simile è stata condotta anche negli Stati Uniti, con risultati abbastanza sorprendenti: se potesse tornare indietro, in America un uomo su tre e una donna su quattro sceglierebbe di rimanere per sempre nella fascia tra i 15 e i 19 anni. Insomma, l'adolescenza non intimorisce, nonostante sia una delle età più complesse e piene di disequilibri, come ricordava Scaparro.
In Italia, invece, non è andata così: oltre il 32% ha scelto tra i 30-40 anni, ovvero la maturità, perché (in ordine di apprezzamento) vi trova maggiore stabilità personale e professionale; consapevolezza; maturità ma ancora forza fisica; contesto familiare; esperienza; sicurezza.
Parafrasando il proverbio francese "se gioventù sapesse, se vecchiaia potesse", la maturità sa e può, per questo è l'età ideale.

mercoledì 9 aprile 2014

Cronache romane parte seconda. I libri al centro commerciale: Paolo Di Paolo, il corpo, i corpi

Paolo di Paolo e Roberto Ippolito



Nulla è cambiato. / Il corpo prova dolore, / deve mangiare e respirare e dormire, / ha la pelle sottile, e subito/ sotto – sangue, / ha una buona scorta di denti e di unghie, / le ossa fragili, le giunture stirabili./ Nelle torture di tutto ciò si tiene conto. / Nulla è cambiato. / Il corpo trema, come tremava / prima e dopo la fondazione di Roma, / nel ventesimo secolo prima e dopo Cristo, / le torture c’erano e ci sono, solo la Terra è più piccola / e qualunque cosa accada, è come dietro la porta. / Nulla è cambiato. / C’è soltanto più gente, / alle vecchie colpe se ne sono aggiunte di nuove, / reali, fittizie, temporanee e inesistenti, / ma il grido con cui il corpo / ne risponde / era, è / e sarà un grido di innocenza, / secondo un registro e una scala eterni. / Nulla è cambiato. / Tranne forse i modi, le cerimonie, le danze. / Il gesto delle mani che proteggono il capo / è rimasto però lo stesso, / il corpo si torce, si dimena e si divincola, / fiaccato cade, raggomitola le ginocchia, / illividisce, si gonfia, sbava e sanguina. / Nulla è cambiato. / Tranne il corso dei fiumi, / la linea dei boschi, del litorale, di deserti e ghiacciai. / Tra questi paesaggi l’anima vaga, / sparisce, ritorna, si avvicina, si allontana, / a se stessa estranea, inafferrabile, 7 ora certa, ora incerta della propria esistenza, / mentre il corpo c’è, e c’è, e c’è / e non trova riparo.
Torture di Wislawa Szymborska, Premio Nobel per la Letteratura 1998

Con questo omaggio, letto da Ilaria Parisella, si è aperto il terzo incontro di «Libri al centro», presso Cinecittàdue.
Roberto Ippolito, prima di dare la parola a Paolo Di Paolo, ha ricordato come il giovane scrittore, appena trentunenne, sia stato tra i finalisti del Premio Strega del 2013 con Mandami tanta vita (Feltrinelli), romanzo sulla vita di Gobetti, opera che ha dimostrato come dietro i suoi libri ci sia sempre una quantità notevolissima di studio e documentazione. 
Il libro (nel cui retro di copertina sono riprodotti due versi della poesia di Wislawa Szymborska) di cui si è parlato durante la seconda giornata di «Libri al centro» è Piccola storia del corpo (Giulio Perrone), un viaggio all’interno dell’arte e della letteratura che vuole esplorare le modalità di rappresentazione, di percezione e di visione del corpo umano. Lo scrittore ha voluto indagare come il corpo è stato visto, osservato, percepito in tutta la gamma delle sfaccettature possibili. Un discrimine importante, ha sottolineato Ippolito, è segnato dall’apparizione dell’oggetto specchio. 

#LectorInFabula: Intervista a Licia Troisi


A Bologna Children's Bookfair di quest'anno, Carla Casazza ha incontrato Licia Troisi, che è stata gentilissima e ha risposto volentieri alle sue domande per #LectorInFabula, la rubrica dedicata all'infanzia! 

Lo so: ci sono almeno altre venti domande più intelligenti per aprire questa veloce chiacchierata con Licia Troisi, regina del fantasy italiano. Ma mi sembra una premessa necessaria. Quindi... Perché per il tuo esordio narrativo (la trilogia Cronache del mondo emerso n.d.r.) hai scelto come genere il fantasy classico?
In realtà non è stata una scelta consapevole; semplicemente quando ho cominciato a scrivere mi è venuta in mente la storia di Nihal e mi sono accorta che era una ambientazione nella quale mi trovavo particolarmente a mio agio.

Però poi hai continuato sul quel filone...
Sì, perché mi appartiene, è l'ambientazione nella quale riesco ad esprimermi meglio. Tutte le idee che mi vengono hanno un elemento fantastico all'interno quindi è il mio modo di raccontare.