sabato 25 maggio 2013

Scrittori in Ascolto - Presentazione di "Snuff o l'arte di morire"



Presentazione di Snuff, o l’arte di morire, di Salvatore Mannuzzu
Sassari, Aula Magna del Rettorato
23 maggio 2013, h. 18

A. M. Morace - S. Mannuzzu - M. Manotta
La grande sala del rettorato è piena quando, dopo mezz’ora di autografi, saluti e strette di mano, inizia il bell’incontro che ha visto protagonista Snuff, l’ultimo romanzo di Salvatore Mannuzzu, uscito da poco per Einaudi. Sì, possiamo dire che proprio il testo è stato al centro delle riflessioni dei professori Aldo Maria Morace e Marco Manotta, nonché dell’autore stesso, che ha preferito all’esegesi autoreferenziata un po’ di sana autocritica, sempre velata d’ironia:

Vi confesso che è strano dare un contributo al proprio coccodrillo, corpore presenti!, ha esordito.
Ma prima che Salvatore Mannuzzu prendesse la parola, i professori hanno introdotto al meglio l’opera entro il panorama letterario contemporaneo. Ha cominciato Aldo Maria Morace, che ritiene Mannuzzu il massimo vertice della narrativa sarda contemporanea e certamente uno dei maggiori della narrativa italiana di oggi. Ha quindi delineato il percorso narrativo dello scrittore, a partire dal tardo esordio nel 1988 con Procedura, con la quarta di copertina della Ginzburg, fino a Le fate dell’inverno, che nel 2004 avrebbe dovuto segnare la conclusione della produzione creativa. Fortunatamente, la scrittura di Mannuzzu non si è interrotta, e ha regalato ai suoi lettori questo Snuff, che riprende il movente ispiratore costante della sua narrativa: il dubbio, che pone l'uomo davanti all’enigma e conduce a meditare sulla finitezza creaturale. Con il precedente Le fate dell’inverno, Snuff ha alcuni elementi in comune: la metrica del racconto (12 capitoli); un vecchio protagonista che deve convivere con la propria vecchiaia amara; un tentativo di esorcizzare lo spauracchio del ricordo; la presenza di una donna giovane che attraversa l’ultimo barlume della vita; una meditazione attenta, quasi crudele, sul peccato e sul dolore.

Critica Libera: Quando Venezia ha fatto leggere il mondo


Foto di Marco Caneschi

 Parliamo di libri su questo sito. Ma cos’è quest’oggetto cartaceo, oggi sotto assedio, che a noi piace ancora considerare l’icona del progredire umano? Quanti anni ha, il libro? Qual è stata la sua alba e chi ha seguito il parto dell’editoria? Il secolo era il Cinquecento, quello delle nostre glorie rinascimentali. E spiccavano tre città, equamente distribuite da un punto di vista geografico: Venezia, Firenze, Roma. A far leggere il mondo è stata la prima come descritto da Alessandro Marzo Magno in “L’alba dei libri”, Collezione Storica Garzanti, 2012.

venerdì 24 maggio 2013

#SalTo13 - Aforismi e poesie al Salone del libro

Federico B. Zaffagno - Fabrizio Caramagna - Menotti Lerro a #SalTo13

Che la poesia sia un genere di nicchia è cosa risaputa, soprattutto ai poeti stessi che vivono questa situazione con rassegnazione e sconforto.
Il suo pregio principale - la brevità – le si ritorce contro per la rapidità e facilità, apparente, dell’elaborazione: comodo rifugio alla vanità di chi è più intento a marcare e imbrattare il proprio territorio spirituale piuttosto che viverlo.
Non è però l’unico genere letterario che non riempie desolatamente gli incontri letterari dedicati (escludendo i premi che danno formale credito a quanto indicato sopra): il suo analogo compagno di viaggio è l’aforisma, di cui ironicamente è stato detto essere suo fratello minore, “privo di talento e affetto da sordità tonale”.

"El especialista de Barcelona" di Aldo Busi: contenuto che latita in forma scintillante.



El especialista de Barcelona
di Aldo Busi
Dalai editore, 2013


Pochi mesi fa ha visto la luce per i tipi di Dalai il nuovo atteso romanzo di Aldo Busi, El especialista de Barcelona. Sono passati dieci anni dalla precedente pubblicazione, e nel frattempo l'autore ha fatto parlare di sé per le sue partecipazioni a programmi improbabili e per provocazioni di bassa lega a beneficio dell'indice Auditel.

Una delle difficoltà principali quando si parla dello scrittore bresciano è, per l'appunto, quella di scindere il personaggio Busi dal letterato che niente ha a che spartire con la vacuità colorata dei salotti tivù. El especialista dimostra l'innegabile e rara abilità del suo autore di padroneggiare la lingua italiana, la capacità affabulatoria che appigliandosi alla flessibilità di una sintassi fluente e incantatoria – periodi che si rifiutano di giungere al punto fermo e proseguono, inciso dopo inciso, tenendo dietro al pensiero che vaga, compiaciuto della sua stessa incapacità di seguire linee rette – rende piacevole la lettura. Tuttavia, questa che è la massima qualità è anche al contempo il limite più evidente del romanzo. Sembra quasi che l'autore abbia speso tutte le sue energie per costruire un edificio linguistico rilucente e cangiante, musicale (virtuosistico) ed esteticamente ineccepibile senza badare troppo alle fondamenta che dovrebbero sorreggerlo, senza far caso ai contenuti con cui riempirlo. Ma su questo torneremo. Una trama, di fatto, non c'è. Non è mai buona regola quella di riferire, in sede di recensione, l'intreccio di un testo, come se conoscendone il 'plot' fosse possibile cogliere qualcosa di essenziale; qui però non si tratta di una reticenza intenzionale: una trama non c'è, e questo di per sé non va in alcun modo a detrimento del libro.

giovedì 23 maggio 2013

#PagineCritiche - Antonella Colonna Vilasi: Storia dei Servizi segreti italiani

Storia dei Servizi segreti italiani, dall'Unità d'Italia alle sfide del XXI secolo.
di Antonella Colonna Vilasi
Città del Sole Edizioni 


262 pp.

17 euro


Un excursus voluminoso e pregno di contenuti sulla storia dei servizi segreti in Italia quello realizzato dalla studiosa Antonella Colonna Vilasi, presidente del Centro Studi sull'Intelligence e prima autrice europea ad aver pubblicato una trilogia su questo tema. Un testo approfondito che tratta in maniera ampia la nascita e la storia dei Servizi Segreti in maniera completa, a volte eccessivamente destinata a un pubblico "settoriale" ma senz'altro dettagliata e ben documentata.

Il volume si struttura in un'introduzione e una chiusura composte da interviste, ben tredici, condotte dall'autrice ai protagonisti dei servizi d'informazione italiani. Ex direttori d'intelligence, ex capi di Stato Maggiore e generali d'Armata, che forniscono - rispondendo alle domande della studiosa - la propria esperienza e i propri punti di vista, arricchendo il tutto con aneddoti, racconti e pareri. Punti di vista di un periodo travagliato che ha segnato l'Italia per decenni, con gli occhi di chi ha dovuto prendere decisioni fondamentali per le sorti dello Stato Italiano.

Da Lucy a semplicemente “lei”. Ma resta un capolavoro


Quando lei era buona

(When she was good)
di Philip Roth

Einaudi, 2012 (1967)
p. 312


Non c’è nulla da fare, quando capita fra le mani un libro di Philip Roth e leggi l’ultima riga hai un moto di soddisfazione. Sono anni che mi arrovello per capire se è più grande lui o Cormac McCarthy, la trilogia sull’America o la trilogia della frontiera. È una lotta serrata ma come un po’ l’ultimo scudetto è sempre il più bello, appena finito questo romanzo Philip torna a sopravanzare Cormac. “Quando lei era buona”, edito da Einaudi, uscì per Rizzoli nel 1970 con il titolo “Quando Lucy era buona”. La lei nella nuova traduzione di Norman Gobetti è dunque Lucy Nelson. La storia è ambientata a Liberty Center, una cittadina americana del Midwest degli anni quaranta.

mercoledì 22 maggio 2013

#SalTo13 - Cioran al Salone del libro



Emil Cioran (1911-1995), scrittore romeno – francese, non è autore da incontri formali o accademici.
Rifiutò tutti i premi letterari, di cui aveva evidentemente una pessima opinione (Sainte-Beuve, Combat, Nimier, Morand, ecc.), tranne il Rivarol nel 1949, che accetterà giustificandolo come un’esigenza finanziaria.
Ci trovava troppa vanità, troppo formalismo, troppa inutile autocelebrazione.
Non frequentava nessun ambiente accademico, non partecipava a convegni o simili e l’unica concessione alla malinconica girandola di promozioni letterarie cui si assiste con un certo smarrimento tutt’oggi, sono state le straordinarie interviste raccolte dalla Gallimard nell’anno della sua morte e tradotte in italiano nel 2004 dall’Adelphi sotto l’evocativo titolo di “Un apolide metafisico. Conversazioni”.
Con tali premesse, si può ben comprendere che Cioran non è autore che si concilia con un fenomeno di massa come è una fiera del libro.
Già l’anno scorso, nonostante la sua fama ormai ampiamente riconosciuta in tutto il mondo e nonostante uno dei due paesi ospiti fosse la Romania, nel Salone internazionale del libro di Torino era totalmente e incomprensibilmente assente, ma tutto sommato anche ciò era in linea con il personaggio.

 Quest’anno invece Cioran “appare” nel padiglione 3 del Salone, nell’area Incubatore dedicata alle case editrici emergenti, per la presentazione del libro della Mimesis Edizioni, Lettere al culmine della disperazione (1930-1934), che fa il verso al suo primo saggio scritto (in romeno) nelle notti insonni della giovinezza, Al culmine della disperazione.  
Il libricino (98 pagine) riprende la corrispondenza di Cioran negli anni della sua giovinezza (tra i 19 e i 23 anni) con alcuni suoi amici romeni, in particolare con Bucur Ţincu (amico d’infanzia), Petre Comarnescu (promotore di una nota associazione e rivista culturale dell’epoca, “Criterion”) e Mircea Eliade, storico delle religioni e componente della celebre triade romeno–francese, di cui, oltre Cioran, faceva parte anche Eugène Ionesco, esponente di spicco del teatro dell’assurdo e autore de La Cantatrice Calva.
Nelle lettere, pur in uno stile ancora acerbo, sono presenti tutte le tematiche cioraniane: la sofferenza e il dolore, la disperazione, la morte, lo scetticismo e il cinismo e sopra tutto l’incredibile lucidità e l’arguta capacità di osservazione (“per me tutto si riduce alla comprensione della vita”, pag.27) che hanno fatto di Cioran uno dei più grandi  pensatori del Novecento, pur nella sua assoluta umiltà (in una lettera a Mario Andrea Rigoni, pubblicata nel libro “Mon cher ami”, lo pregava perentoriamente di togliere in un commento la parola “grande” da “grande scrittore del novecento”).
L’incontro, dopo una breve presentazione di Giovanni Rotiroti, psicanalista e professore di Lingua e Letteratura romena presso l’Università di Napoli (autore di altri libri su Cioran) che ha curato questa antologia, si trasforma in un reading avvincente.
Emergono così alcuni particolari fin qui sconosciuti: il suo iniziale proposito di scrivere una tesi su Kant (la scriverà invece su Bergson) o il suo disinteresse per il giornalismo:
“tutti i giovani di una certa cultura, che entrano nel mondo del giornalismo, iniziano prima a discutere con incredibile passione di problemi lontani dall’attualità, ma poi finiscono con effimeri reportages”.
Coerentemente con l’impostazione del libro (dove ha scritto la postfazione), conclude l’incontro Antonio Di Gennaro.

Il suo intervento è una sorta di indagine psicologica sulle motivazioni della disperazione cioraniana: “ho la disperazione nel sangue; in me non è un sentimento o un atteggiamento, ma una realtà fisiologica, per non dire fisica” (pag. 89).
Per Di Gennaro,
“Cioran, privato dalla gioia (illusoria, effimera, momentanea) dell’amore, racconterà per una vita intera, la desolazione (reale, fattuale) di una vita senza amore” (pag. 91).
Una tesi affascinante, ma a mio avviso un po’ forzata, che riprende perfino un episodio del primo amore  - e dunque la prima grande delusione amorosa - di un Cioran adolescente.
Non so se ha senso cercare di scoprire “la causa prima di tanta sofferenza”…quello che più interessa il lettore credo invece sia lo stile “feroce” di Cioran che nei Cahiers (Quaderni, 1957-1972) non a caso affermerà:
In letteratura, tutto ciò che non è spietato è noioso” (pag. 535).

[E. Cioran, Lettere al culmine della disperazione (1930-1934), a cura di Giovanni Rotiroti, Mimesis Edizioni, 2013]

Passione e furor: il Solus ad solam dannunziano

 Solus ad solam
di Gabriele D'Annunzio
ES, Milano 2012

a cura e con postfazione di Federico Roncoroni

€ 28
pp. 316



Solus ad solam di D’Annunzio, forse la sua «opera più facile a leggere e più difficile a giudicare»,[1] nasce dall’intricato epistolario tenuto dal Vate con la contessa Giuseppina Mancini, conosciuta nel 1906 e amata tra il 1907 e il 1908. La donna, sposata e continuamente combattuta tra il desiderio passionale e il senso di colpa, è offesa da una malattia nervosa che complica la relazione con D’Annunzio. Le tante lettere, materiale spurio per il diario e anche per il Forse che sì forse che no (1910), sono qui riutilizzate come base da cui ricostruire la cronaca dell’amore e, più densa, la «cronaca della sua disperazione»[2] e della pazzia della donna, seguita a distanza attraverso le diagnosi mediche.

martedì 21 maggio 2013

#SalTo13: la cronaca di sabato 18 maggio

Lo scorso 18 maggio ho trascorso l’intera giornata al Salone Internazionale del libro di Torino. La XXVI edizione ha avuto per tema la creatività e la cultura del progetto, come si evince dal titolo “Dove osano le idee”. Per cinque giorni il Salone è stato un vero e proprio laboratorio creativo nel quale analizzare il modo in cui le idee prendono forma e si trasformano in piani compiuti. Il rilancio della creatività si traduce in rilancio della progettualità, quell’elemento così prezioso che l’editoria degli ultimi anni sembra aver bisogno di recuperare per uscire fuori dalla crisi. Ernesto Ferrero, Direttore editoriale del Salone, ha parlato di “grammatica della fantasia 2.0”, riallacciandosi al titolo di una nota opera di Gianni Rodari il quale della creatività ha fatto la materia prima delle sue storie. Aggiungerei che, accanto al bisogno di ritornare a progettare e innovare, il desiderio di confronto dialogico è stato uno dei principali presupposti di questa edizione del Salone. Non è stato semplice scegliere tra gli eventi nella vasta offerta di incontri con grandi ospiti, dibattiti, presentazioni, laboratori per lettori di tutte le età, convegni professionali, dirette tv e radio.

#SalTo13: la prima giornata al Salone

Tornare annualmente a Torino, per il Salone Internazionale del Libro, dà sempre un senso di spaesamento al visitatore, chiunque egli sia.  La città stessa è un paesaggio sospeso tra  novità che sanno di antico e un antico che si celebra in moderno. Un insieme composito, che contraddistingue Torino e il Salone, e ne può in qualche modo spiegare le contraddizioni.
Il Salone, infatti, è una celebrazione per sua natura piena di contraddizioni: l'incontro tra novità e tradizione, lo abbiamo già detto, ma anche tra editoria indipendente, a grande distribuzione e a pagamento, tra cultura mainstream ed eventi di nicchia, scritture commerciali e d'avanguardia può dare certamente l'impressione di una congerie disarmonica, senza un vero filo conduttore, a rischio "schizofrenia" - rischio con cui l'organizzazione di ogni grande fiera deve in qualche modo venire a patti - e che certamente non può non porgere il fianco ad alcune critiche, come quella che Alessio Piras aveva lanciato proprio su CriticaLetteraria l'anno scorso (potete leggerla qui) o, più recente e provocatoria, quella di Gian Paolo Serino sulle pagine di Satisfiction (che potete leggere qui). Certo, non bisogna dimenticare che cos'è il Salone: un salone, appunto; non potrebbe celebrarsi se non a Torino ed è un bene che vi sia. 

In questa prima giornata ho seguito per CriticaLetteraria ha seguito gli eventi dedicati, in particolar modo, al rapporto tra letteratura, critica e mondo digitale.
Il primo evento a cui abbiamo assistito era intitolato Open Access e società globale della conoscenza, a cura del Centro Nexa e del SIOI (Società Italiana per l'Organizzazione Internazionale), con gli interventi di Juan Carlos De Martin, Claudio Giunta e Alberto Oddenino. Ciò che è emerso è che l'Open Access va visto come un vero e proprio "contropotere", contrapposto ai valori del mondo mercificato: la messa a disposizione di un patrimonio comune per l'intera umanità. Se questo è lo sfondo si comprende perché l'UNESCO abbia deciso di prendere posizione a favore dell'Open Access, decidendo di pubblicare tutti i suoi documenti, diretti o indiretti, con tale sistema. Una decisione dall'alto valore simbolico e pratico.

#CritiCOMICS: Letteratura e fumetto: "Orgoglio e Pregiudizio" con i balloons


Orgoglio e Pregiudizio
di Sicks

Zandegù (collana "I Bignè"), 2013


Un tempo, ma non tanto tempo fa, quando eravamo piccoli, ogni mese uscivano in edicola "I grandi classici Disney". Come non ricordare I Promessi Paperi e la versione successiva I Promessi Topi? Le avventure di Top Sawer, Canto di Natale con Zio Paperone nei panni di Scrooge? Personalmente adoravo L'inferno di Topolino, l'intero inferno dantesco riscritto in terzine e riadattato con una cura e una precisione strabiliante. Quando ancora si era troppo piccoli per apprezzare i capolavori della letteratura mondiale ci si poteva fare una prima infarinatura con le versioni annacquate e divertenti degli eroi Disney.

Se ci si pensa è un modo per educare i giovani lettori. Se si sono divertiti da piccoli con queste storie, da grandi apprezzeranno con maggiore sottigliezza (e anche, perché no, con un sorriso) la narrativa di Manzoni e i danteschi "vuolsi così colà dove si puote". La giovane e fresca casa editrice indipendete Zandegù si è posta su questo filone con la collana I Bignè, ovvero Bignami letterari a fumetti.

lunedì 20 maggio 2013

Tra ablazione e tradizione: "Ablativo" di Enrico Testa

Ablativo
Enrico Testa
Einaudi, 2013

pp.126

Dopo la lirica in quali forme e modalità può darsi la poesia contemporanea? Una risposta (parziale of course), o meglio un motivo di riflessione ce lo offre l'uscita per la "bianca" einaudiana di Ablativo, ultima fatica del "poeta" Enrico Testa. Attributo d'obbligo, considerato che l'attività creativa di Testa da sempre si intreccia con il suo lavoro di stimato docente universitario e critico letterario. Dopo la lirica. Poeti italiani 1960-2000 (2005) è, infatti, forse la più importante antologia di poesia contemporanea del primo decennio del nuovo secolo/millennio.

Dunque, salpati dalle sicure e soleggiate spiagge della tradizione italiana, al poeta-critico o critico-poeta (nel caso in questione binomio inscindibile: creatura bicefala) non resta che prendere il largo in un mare che rimesta e confonde "veglie albe notti, / preghiere a volti muti, ascolti / sempre in duplice tensione: / rivolto altrove e ad altri / o nell'attesa di una chiamata" (la litania dei casi recitata al ginnasio). 

L'ablazione si presenta pertanto come la cifra distintiva di quest'opera che accoglie sezioni o raggruppamenti di testi che dir si voglia piuttosto eterogenei. Un processo (studiato, costrutio a tavolino) di rimozione che genera una poesia volutamente anemica, minimalista al punto da rasentare un nihil variamente declinato: "non portava notizie di nessuno / l'ape che ti punse la mano / nel camposanto di Dego; / né richieste di preghiere / o di suffragi e neppure / una momentanea attenzione / rivolta ai nostri passi. / Era solo un capriccio della natura, / una stizzosa manovra dell'insetto / incattivito dall'afa" (non portava notizie di nessuno).

" Figli dello stesso padre" di Romana Petri


Figli dello stesso padre
 di Romana Petri
Longanesi, Milano 2013

pp. 304
cartaceo € 16,40
e-book € 11,99.

           

            Con i suoi due ultimi romanzi, Romana Petri ha battuto un colpo forte e deciso sul tavolo della narrativa italiana contemporanea. Un colpo che non l’ha scompaginata, non le ha fatto cambiare il corso o il paradigma, ma ha, quanto meno, creato lo spazio per una voce ben definita e riconoscibile. Figli dello stesso padre, come, del resto, Tutta la vita, s’avvale di una scrittura piana, immediatamente comunicativa, descrittiva, minuziosa, referenziale, fondata sul significato, più che giocata sul significante. Una scrittura che nel romanzo precedente era impreziosita da perle lessicali e sintattiche che erano il risultato di una ricerca espressiva accurata e sobria, quasi un invito a un pasto frugale fatto di alimenti genuini, rispetto ai banchetti fastosi d’altri tempi e d’altri tipi di scrittori. Qui, invece, l’impreziosimento non è dato tanto dalle molto più rare perle lessicali o sintattiche, quanto dall’aver creato tutta una serie di colorite e credibili espressioni idiomatiche appartenenti ai personaggi, ai loro legami familiari e ai loro ricordi.

domenica 19 maggio 2013

#PilloleDiAutore - Virginia Woolf, Freshwater


Forse non tutti sanno che Virginia Woolf ha scritto (anche) una commedia. Si intitola Freshwater, ed è stata rappresentata per la prima volta nel 1935 e pubblicata dalla Hogarth Press nel 1976. La traduzione italiana è uscita prima nel 1983 per la casa editrice La Rosa e in seguito nel 1992 per Ripostes. Dallo scorso 12 aprile è possibile trovare in libreria una nuova traduzione italiana di Freshwater, curata da Chiara Valerio per  Nottetempo.  La pregevole edizione include, oltre alla commedia, il racconto Una scena dal passato (A scene from the past) e due saggi scritti dalla Woolf, uno sulla fotografa Julia Margaret Cameron e l’altro sull’attrice Ellen Terry. Il racconto e i saggi sono tradotti in italiano per la prima volta.
Freshwater è una commedia leggera, un ironico ritratto dell’epoca vittoriana. Notevoli i personaggi: i coniugi Cameron – lui filosofo, lei fotografa –  il pittore George Frederick Watts e la sua bellissima moglie/musa Ellen Terry, il poeta laureato Alfred Tennyson. A Freshwater, sull’isola di Wight, il gruppo vive il sodalizio artistico in idilliaca armonia, in attesa dell’arrivo di due bare che i coniugi Cameron vogliono portare con loro in India. Perché, “nel caso”, la coppia vuole premunirsi dall’attacco delle termiti della giungla.
La commedia è stata scritta per essere rappresentata “in famiglia”, da coloro che poi diventeranno i membri del circolo di Bloomsbury: Vanessa Bell e Leonard Woolf interpretavano i giovani Cameron, Duncan Grant aveva il ruolo di Watts, mentre Virginia Woolf coordinava e faceva da suggeritrice.

sabato 18 maggio 2013

CriticaLibera: “La simmetria dei desideri senza l’equilibrio della pace”


Foto di Marco Caneschi

Israele ha avuto grandi scrittori fin dalla nascita dello Stato ebraico nel 1948, quello fondato dai sopravvissuti di Auschwitz, quello del socialismo dei kibbutz e di Ben Gurion: Oz, Yehoshua, Grossman, Sharansky, Tammuz, Kaniuk. Per introdurre però un viaggio in Israele mi sento di proporre l’ultimo che ho scoperto: Eshkol Nevo, autore de “La simmetria dei desideri” (Mishalà ahat yemina) edito da Neri Pozza nel 2010. Quattro amici si frequentano fin dall’infanzia ma hanno scelto come rito irrinunciabile il ritrovarsi in occasione dei mondiali di calcio. Una volta, in attesa della partita, scrivono dei bigliettini dove lasciano traccia dei loro desideri. Appuntamento fra quattro anni per scoprire se quanto scritto si sia avverato.

venerdì 17 maggio 2013

"Apnea" di Lorenzo Amurri

Apnea
di Lorenzo Amurri
Fandango, 2013, 
pp. 251





Musicista e produttore musicale, l'esperienza di scrittore di Amurri è cominciata con il blog tetrahi.blogspot.com, proseguita poi con un racconto (una lettera al fratello, in verità) inserito nella raccolta Amore caro, curato da Clara Sereni, che ha subito creduto in lui come scrittore. Apnea è il suo primo romanzo.



Guardo di nuovo l'acqua e so che non mi mancava l'aria perché ero immerso: sono mesi ormai che vivo in apnea trasportato dalla corrente degli eventi, senza decidere che rotta prendere; mesi che mi nascondo dietro al dolore, che cerco rifugio in piani goffamente architettati per risolvere drasticamente una situazione che ho voluto rendere più angosciante possibile; mesi che ascolto solo la mia voce ferita, e non mi curo di nessun altro; mesi che ho chiuso la mia personalità e la mia voglia di vivere dentro uno sgabuzzino; mesi che trattengo il respiro, e con lui, tutte le parole che non riesco a pronunciare.
Di tutte le parole che non era riuscito a pronunciare, Lorenzo Amurri ha fatto un romanzo, quello di un evento che ha cambiato del tutto la sua vita, e di com'è riuscito a venir fuori dall'apnea, lo stato in cui si precipita quando si soffre e basta, senza lottare.

Biblioteche, piazze del sapere


Le piazze del sapere. Biblioteche e libertà
di Antonella Agnoli
Laterza 2009

pp. 172
€ 18,00 


Parlare di Biblioteche significa orientarsi all'interno di una serie di luoghi comuni, positivi o negativi. Sta di fatto che in un paese in crisi come il nostro, in cui non si riconosce il sostanziale apporto della cultura, le biblioteche vivono un momento drammatico.
Molto si è detto in proposito e sembra che l'unico problema sia legato alla sfera economica. Indubbiamente i tagli alle strutture bibliotecarie sono ingenti e vergognosi perché l'Italia è stato il centro della cultura, dell'arte e della conservazione libraria per secoli, se solo pensiamo a cosa sono state le abbazie benedettine del nostro territorio nazionale, Montecassino per fare solo un nome, le grandi esperienze tipografiche/editoriali, con punte di eccellenza come i Manuzio, e molto altro ancora.

Dicevamo che a nostro avviso il problema non risiede solo nell'aspetto economico. L'idea è maturata dalla lettura del saggio di Antonella Agnoli, Le piazze del sapere. Biblioteche e libertà dell'editrice Laterza.

giovedì 16 maggio 2013

George MacDonald, "Sulle ali del vento del nord"





Sulle ali del vento del nord
George MacDonald

Traduzione di Lotte Vignola
Auralia edizioni, 2012

pp323
15,00


È indubbio che sia in atto una rivalutazione delle opere dello scrittore scozzese George MacDonald (1824 – 1905) e, in particolare, di “At he back of the North Wind”  del 1871.
George MacDonald, noto per le sue favole e i suoi romanzi di argomento fantastico, si mosse in quell’atmosfera preraffaellita di cui faceva parte William Morris e s’inserì nell’ambito di frequentazioni che annoveravano Mary Shelley, John Ruskin, Charles Dickens, William Thackeray, Mark Twain (del quale fu amico) e C.S. Lewis.
Quest’ultimo aveva una grande ammirazione per la produzione di MacDonald, lo considerava il suo maestro, a differenza di Tolkien che, come fa notare Roberto Arduini, aveva una vera e propria antipatia per la scrittura dello scozzese.
Il motivo di tanta crescente avversione”, ci spiega Arduini, “era proprio una delle caratteristiche principali di MacDonald, che divideva profondamente Tolkien da Lewis e Il Signore degli Anelli dalle Cronache di Narnia. Come scrive nella bozza di prefazione a La chiave d’oro, «MacDonald è un predicatore, e non solamente dal pulpito della chiesa; egli predica in tutti i suoi numerosi libri». A Tolkien andava di traverso l’allegoria morale: «Non sono molto attratto (anzi, direi il contrario) dalle allegorie, mistiche o morali» (R. A.)

mercoledì 15 maggio 2013

"Il cielo è dei potenti" di Alessandra Fiori


Il cielo è dei potenti
di Alessandra Fiori
edizioni e/o, 2013
pp. 294
Un affresco della politica italiana ai tempi della Prima Repubblica, su cui si stagliano le sagome di Roma e della provincia capitolina imbevute di quell'inconfondibile atmosfera paesana e caciarona ai limiti del surreale, che si dipana dalla macerie del secondo dopoguerra per ritrovarsi ad imbastire l'ordito della ricostruzione sui telai dell'abusivismo edilizio delle borgate: tutto è lecito pur di accaparrarsi i voti e le preferenze di palazzinari e alti prelati, con un occhio di riguardo anche per i delinquenti, i pazzi e gli impostori, blandendoli sì, ma facendo anche attenzione a tenerli a debita distanza, tanto per scongiurare il rischio che "gli odori e più spesso le puzze" di questa variegata fauna italica si impregnino nelle carni e nelle viscere dei pochi (si fa per dire) eletti - in senso proprio e figurato - dinanzi ai quali si spalancano le stanze del potere.
Alessandra Fiori, che ben conosce questo mondo (suo padre, Publio Fiori, è stato ministro, vicepresidente della Camera dei Deputati, militando per lungo tempo nelle fila dell'ex Democrazia Cristiana), ha cesellato con mirabile destrezza uno spaccato della nostra storia affidandolo alla voce di Claudio Bucci, io narrante nonché protagonista di questo sogno che più volte viene deturpato dalle cicatrici di più di un incubo, al quale tuttavia sceglie stoicamente di non soccombere fino al brusco risveglio all'alba di Tangentopoli.

Un libro-esperienza: Conversazione in Sicilia




Conversazione in Sicilia
di Elio Vittorini
BUR, Milano, 2008.



Mi ritrovai allora un momento come davanti a due strade, l’una rivolta a rincasare, nell’astrazione di quelle folle massacrate, e sempre nella quiete, nella non speranza, l’altra rivolta alla Sicilia, alle montagne, nel lamento del mio piffero interno e in qualcosa che poteva anche non essere una così scura quiete e una così sorda non speranza.
Il narratore protagonista di Conversazione in Sicilia è Sebastiano Ferrauto, di origine siciliana che vive in una città del Nord; in una giornata d’inverno e di pioggia, fu colto dalla consapevolezza della “quiete, nella non speranza”, nell’assoluta perdita d’identità e di coscienza della felicità, era come se mai in tutti i suoi anni avesse mangiato pane, bevuto vino, o bevuto caffè, mai avuto un’infanzia in Sicilia tra i fichidindia e lo zolfo, nelle montagne  e,  nel momento in cui pensa che il genere umano sia ormai perduto, ecco che riceve il richiamo del piffero della sua terra, nella quale può ritrovare quello che sembra aver dimenticato.
Il romanzo si colloca a metà strada tra Realismo, Lirismo ed Ermetismo, un connubio di forze che lo rendono un libro-esperienza che sa di umanità.
Inizia-come iniziazione-il viaggio di Sebastiano dal Nord al Sud, tra gente che chiacchiera mentre viaggia e, inizia la sua conversazione, che non è con un uomo solo, ma con tanti, con l’umanità tutta, con il genere umano perduto. Il tema dell'offesa al mondo, dell'ingiustizia, della violenza dell'uomo sull'uomo che nella sofferenza è più uomo, era presente già nel Garofano rosso in cui  Alessio scopre il "fossato di offesa" che lo divide dagli operai che lavorano per suo padre, in Sardegna come un’ infanzia nelle condizioni dei minatori,  in Erica e i suoi fratelli nella miseria della protagonista, in Uomini e no, nei morti di Largo Augusto.