mercoledì 22 ottobre 2014

#TreQuarti14 - Intervista a Stefano Piedimonte

Dopo la recensione di "L'assassino non sa scrivere", l'intervista esclusiva, a cura di Luna Orlando, a Stefano Piedimonte! 


Luna Orlando e Stefano Piedimonte a #TreQuarti14 (Libreria CLU, Pavia)
Foto ©GMGhioni



Ho letto che sei un ex musicista jazz. Deve molto alla musica la tua scrittura? 

Per diversi anni ho insegnato musica e suonato in giro per locali, il mio strumento era la chitarra semiacustica ma studiavo principalmente gli assoli dei sassofonisti come Charlie Parker, Sonny Rollins, John Coltrane. Devo moltissimo ai musicisti, sono loro (Rollins, in particolar modo) i miei principali maestri. Mi hanno insegnato il senso del ritmo, delle pause, delle attese, delle ripetizioni, degli "accenti". Tutto, praticamente.

L'assassino non sa scrivere più che un noir è una "favola nera": una storia affascinante che mescola fatti efferati a risvolti surreali e poesia, una storia che fa pensare a Pennac e a Benni, forse anche ad alcune atmosfere oniriche da "realismo magico". Per parlare della realtà più concreta bisogna passare dal sogno?

Il mistero, l'inquietudine, per rimanere tale ha bisogno di conservare sempre una parte di ignoto, di non svelato. In questo senso il sogno (cos'è il sogno? Come funziona? Quanta parte di vita reale porta con sé?) occupa un ruolo fondamentale nel mistero che sta alla base della nostra esistenza. Questo per uno come me, almeno, che guarda alla vita con una certa incomprensione, un certo agnosticismo.

Foto ©GMGhioni
Veniamo al paesino di tremila soggetti («definirli anime sarebbe un'esagerazione») in cui tu ambienti il romanzo, chiamandolo con un certo coraggio "Fancuno"... Perché? dov'è? E soprattutto: cos'è?
E com'è che ne racconti il mito di fondazione in pagine molto divertenti e belle, quasi marqueziane, che fanno pensare a Macondo?

Fancuno è un posto lontano da tutto, un posto isolato, e i suoi abitanti sono come una pasta di lievito madre lasciata a fermentare dentro un barattolo. L'ho chiamato così proprio perché rappresenta per me un posto lontano, un luogo immaginario dove manderesti qualcuno che proprio non vuoi rivedere più. Il mito, la leggenda che sta alla base della sua fondazione, l'ho raccontato in alcune pagine pensando proprio a certi passaggi dei romanzi di García Márquez, e a Macondo in particolare. Mi piace quel modo di raccontare i miti come se fossero favole, senza che si capisca dove finisce la leggenda e dove, invece, comincia la realtà.

Nel tuo libro dimostri una gran cura dei personaggi, fin dai nomi (o meglio dai soprannomi, che spesso sono "nomi parlanti": il Bastardo e il Dottore, Naso e Ciorno, il cane Pitti, Siusy e le sorelle Verinàis). E molti dei tuoi personaggi interpretano le loro azioni come un modo di aver cura degli altri e della realtà. Cosa significa aver cura per te?

Presto molta attenzione ai personaggi. Per me sono il nucleo del romanzo. Una volta che li hai ben caratterizzati sono loro a decidere lo svolgimento della storia.
Il saluto di Stefano Piedimonte
sul guest-book di #TreQuarti14
Avere cura significa poggiare una mano sulla spalla di qualcuno e dirgli che capisci, che anche per te è così, che è tutto uno scherzo, ma che se ci si stringe la mano diventa più facile fare buon viso a cattivo gioco.

La domanda più semplice e terribile di tutte: perché scrivi libri? E perché vorresti che gli altri li leggessero?

Scrivo romanzi per parlare con le persone. Davvero: è tutto lì. Sta tutto nel fatto di voler avvertire, in un certo qual modo, una vicinanza, una condivisione, una possibilità di comunicare con lentezza.


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Intervista a cura di Luna Orlando

#TreQuarti14 - "L'assassino non sa scrivere" di Stefano Piedimonte

Ringraziamo Luna Orlando (clicca qui) per aver presentato Stefano a #TreQuarti14 e per averci poi inviato la presente recensione e l'intervista esclusiva che leggerete sul sito questo pomeriggio! 


L'assassino non sa scrivere
di Stefano Piedimonte
Guanda, 2014

pp. 251
€ 17.00




Immaginate una serata di chiacchiere e bevute colossali seduti a un tavolo con Stephen King, Stefano Benni, Tim Burton e il musicista jazz Sonny Rollins che accompagna il tutto con generosi assoli di sax.
Così, con questa immagine perfetta che sembra già l'incipit di una storia, Stefano Piedimonte potrebbe descrivervi i miti all'origine della sua scrittura. E in particolare il mix che ha dato vita al suo nuovo libro («Il libro più mio») L'assassino non sa scrivere, uscito per Guanda da poche settimane.
Se dovessimo aggiungere dei convitati a questa favolosa serata di alcolica creatività, diremmo Márquez, Calvino, Pennac... E un qualche arguto autore di satire, un abile scrittore comico antico o moderno, considerata la compagnia potrebbe andar bene anche un epigrammista godereccio e puntuto come Marziale.

martedì 21 ottobre 2014

#TreQuarti14 : intervista a Sara Rattaro




Debora Lambruschini e Sara Rattaro alla Libreria CLU (Pavia)
per #TreQuarti14
Foto ©GMGhioni



Niente è come te di Sara Rattaro è un romanzo che si interroga su un tema importante e urgente, la sottrazione internazionale di minori; con delicata poesia e senza cedere ad eccessivi sentimentalismi, l'autrice porta ai lettori la voce di Francesco e Margherita, un padre e una figlia che lentamente cercano di conoscersi.

Hai affrontato un tema molto delicato, probabilmente mai esplorato prima in un romanzo italiano. Da dove è nato il desiderio di raccontare una storia che ha al centro il tema della sottrazione internazionale di minori?

È nato da una storia vera. Ho avuto la fortuna di incontrare il vero Francesco che non vede sua figlia da moltissimi anni. Quando lui mi ha parlato della sua volontà di seguire la legge per evitare altra violenza a quella già subita dalla figlia, ma per questo suo corretto comportamento non vedrà più sua figlia, ho capito che quella storia doveva essere raccontata.


La famiglia in ogni sua forma, gli affetti, sembrano essere tematiche ricorrenti nei tuoi romanzi; e poi i padri, assenti (non sempre per loro volontà), imperfetti, mancati. Scegliere di raccontare un legame tanto complesso e speciale come quello tra padre e figlia, qui complicato dai lunghi anni di lontananza, non deve essere stato facile: come sei riuscita a restituire al lettore tutta la complessità di questo rapporto?

Che io ci sia riuscita, devono dirlo i miei lettori. Quello che ho fatto è stato semplice. Francesco mi è stato raccontato dal vero protagonista mentre Margherita è venuta fuori da tutte le paure di bambina che ogni donna si porta dietro anche da adulta.

#TreQuarti14 - "Niente è come te" di Sara Rattaro

Niente è come te
di Sara Rattaro
Garzanti, 2014


pp. 200
€ 14.50

Perdonami, Margherita. Non ero preparato. Ho sempre creduto che il mio compito sarebbe stato difficile, ma non così. Potevo spiegarti la matematica, insegnarti a saltare la corda e andare in bicicletta, magari mi sarei annoiato ai tuoi saggi di danza e ti avrei sgridato se non avessi rispettato gli orari o avessi iniziato a fumare. Credevo che mi sarei limitato a spiegarti cos’è l’amore anche quando tutto ti fosse sembrato impossibile, e che le persone migliori al mondo spesso possono fare molto male, o sbagliare, ma questo non le rende peggiori di noi; che mi sarei seduto in prima fila il giorno della tua laurea e che, tra milioni di giovani donne, tu mi saresti sembrata la più bella e che magari un giorno ti avrei accompagnato all’altare e avrei fatto tutte quelle stupide raccomandazioni che fanno i padri a un ragazzo con gli occhi terrorizzati ma pieni di te. Ti avrei spiegato il significato del fallimento, della perdita e della resa, ma avrei condiviso ogni tuo successo, ogni tua scelta e ogni tua vittoria. […] Come sembrano banali ora tutti questi pensieri e come sanno fare male se li allinei uno dietro l’altro.
Francesco e Margherita: un uomo a cui viene negato il diritto di essere padre, una figlia adolescente la cui vita viene improvvisamente sconvolta dalla perdita della madre e dall’arrivo di quel “papà italiano” che non conosce dopo che, dieci anni prima, la ex moglie aveva lasciato l’Italia e l’uomo con cui era sposata per tornare in Danimarca, impedendo a Federico ogni contatto con la figlia amatissima. Un caso di sottrazione internazionale di minore come sporadicamente ci racconta la cronaca, quando magari un coniuge esasperato dalla situazione in stallo decide di compiere un gesto estremo; Sara Rattaro, col suo tradizionale misto di poesia e potenza, sceglie di raccontare una storia ispirata alla realtà di quei padri mancati, che un giorno si vedono sottratti i propri figli, spariti dietro la burocrazia di un paese straniero e abbandonati dalle istituzioni italiane che non riescono ad intervenire. Sarebbe stato facile per uno scrittore inventare colpe, rancori e liti che hanno portato alla rottura del matrimonio, immaginare quegli anni di vuoto che Francesco ha passato facendo la spola tra l’Italia e la Danimarca, gli sporadici incontri permessi con la figlia sotto la supervisione degli assistenti sociali, la frustrazione e la rabbia di un uomo a cui è stata portata via, improvvisamente e senza motivo, una figlia che lentamente si sta dimenticando di lui. Sarebbe stato facile, ma forse anche scontato.

lunedì 20 ottobre 2014

#TreQuarti14 - Intervista a Valentina D'Urbano




Dopo la recensione di "Quella vita che ci manca", l'intervista esclusiva a Valentina D'Urbano, che ha partecipato a #TreQuarti14. 

Gloria Ghioni e Valentina D'Urbano alla Libreria CLU (Pavia)
per #TreQuarti14
Foto ©Cletteraria
Il tuo nuovo romanzo torna alla Fortezza, così come l’avevamo lasciata nel Rumore dei tuoi passi: stessi paesaggi scartavetrati, ma con l’aggiunta di un tocco di modernità, centri commerciali e vita nuova, che forse tra cent’anni… Forse… Dove ti aspettavano i fratelli Smeraldo? Nella piazza della chiesa, all’anfiteatro, al bar o…? E cosa hai provato al primo incontro con loro?

La famiglia Smeraldo l’ho incontrata per la prima volta proprio in una notte d'inverno, davanti a quella porta appena scassinata che è la prima cosa che appare nell’incipit. Stavano lì a congelarsi, ho capito che non potevo farli aspettare ancora a lungo, ho capito che volevo stare un po’ con loro, raccontare di loro.
  
Due protagonisti nel Rumore, tre in Acquanera, il tuo secondo romanzo, almeno quattro in Quella vita che ci manca. Quali sono le difficoltà di avere a che fare con tanti personaggi? I fratelli Smeraldo sono nati tutti “insieme”?

In realtà, due dei quattro fratelli, Alan e Vadim esistevano nella mia testa già da diversi anni. Certo, avevano nomi diversi, caratteristiche diverse, ma in qualche modo erano loro. Gli altri sono arrivati dopo, quando ho deciso di scrivere un romanzo che parlasse di nuovo di dinamiche familiari in un quartiere difficile.
Riuscire a far vivere così tanti protagonisti in contemporanea non è stato un lavoro facile perché ogni volta dovevo cambiare personalità e pensieri per risultare credibile, ma di certo è stato molto divertente!

#TreQuarti14 - "Quella vita che ci manca" di Valentina D'Urbano

Quella vita che ci manca
di Valentina D'Urbano
Longanesi, 2014

pp. 334
€ 14.90





Tu per me sei puro istinto, sopravvivenza. Tu sei il pezzo di vita che mi manca.

Una regola d'oro che mi impongo sempre (e a volte, credetemi, è proprio difficile) è non recensire mai i libri su cui lavoro. Stavolta cedo, e per due motivi: Valentina D'Urbano è stata ospite di #TreQuarti14, e poi sono una lettrice-fan di Valentina dai tempi del suo primo "Il rumore dei tuoi passi", con cui ha vinto il torneo IoScrittore.
Insomma, il ritorno alla Fortezza, quartiere degradato dove ogni giorno bisogna lottare per sopravvivere e mettere insieme il pranzo con la cena - il ritorno, lo aspettavo proprio. Non vedevo l'ora di ritrovare questo luogo (ben più di un posto) che ti scartavetra, plasma, scortica, smussa, forma e, forse deforma.
Valentina D'Urbano ci torna con penna decisa, sposta il tempo narrativo agli anni '90, e sceglie un incipit che ammazza qualsiasi riserva: un uomo (ma chi?) sta tornando a prendere un vecchio amore («L’idea di rincontrarti mi mette una smania addosso, qualcosa che non riesco a controllare, è come avere un ferro rovente ficcato in gola»). Due paginette corsivate, che fanno capire cosa vuol dire amare alla Fortezza: è tutto molto fisico, concreto, e risponde alla regola di sbranarsi a vicenda
L'amore è sopraffazione, lì, ma è anche la difficoltà mista alla volontà di addomesticarsi; ci si ama malgrado le resistenze e le autodifese, e non ci si lascia più. O, se ci si lascia, resta il pensiero: 
Era per questo che pensava ancora a lei: perché avevano un conto in sospeso. 

domenica 19 ottobre 2014

#TreQuarti14 - Intervista ad Alessandro De Roma

Laura Ingallinella e Alessandro De Roma alla Libreria CLU
con #TreQuarti14
Foto ©GMGhioni

Alessandro De Roma (1970), già autore di quattro romanzi - Vita e morte di Ludovico Lauter, La fine dei giorni, Il primo passo nel bosco (Il Maestrale, 2007, 2008 e 2010), Quando tutto tace (Bompiani, 2011) - ha pubblicato quest'anno La mia maledizione (Einaudi 2014), che presto uscirà in Francia per Gallimard. Ho avuto il piacere di presentare Alessandro e il suo nuovo romanzo al festival pavese TreQuarti di weekend lo scorso 11 ottobre. Alcune delle cose che ci ha raccontato in quest'occasione le troverete in quest'intervista.

Il tema centrale di La mia maledizione è un'amicizia su cui il lettore è spinto a interrogarsi continuamente, perché nasce sotto una dicotomia irredimibile – quella tra schiavo e padrone. Emilio Corona potrebbe vivere (come uomo, ma anche come personaggio) senza un Cosseddu?
Penso che nessuno potrebbe vivere da solo e gli incontri che si fanno condizionano tutte le nostre possibilità esistenziali; delimitano i confini di ciò che possiamo diventare o che potremmo diventare se ne avessimo il coraggio. Cosseddu per Emilio Corona è in negativo ciò che lui stesso potrebbe essere se non godesse di tutti i vantaggi sociali con cui è nato, ossia l’ultima ruota del carro, un inetto, uno scarto; dall’altro, in positivo, è ciò che Emilio potrebbe essere se avesse il coraggio di non curarsi delle opinioni della gente, di non vergognarsi dei suoi sogni e della sua stessa giovinezza. Cosseddu è l’arco di tutte le potenzialità di Emilio e per questo certamente, senza di lui, Emilio non potrebbe vivere. In ogni caso io non lo avrei potuto raccontare. Ogni volta che Cosseddu sparisce, nel libro, Emilio arranca.

#TreQuarti14 - "La mia maledizione" di Alessandro De Roma

La mia maledizione
di Alessandro De Roma

Einaudi, 2014


A chi mi chiede che genere di libri preferisco, rispondo sempre in modo secco e deciso: quelli in cui ci sono opposizioni violente, geometrie forti. Vi racconto questo aneddoto per due motivi: primo, perché la persona che mi ha insegnato ad amare questi elementi in un romanzo condivide con Alessandro De Roma la passione per la filosofia; e secondo, perché di geometrie e opposizioni La mia maledizione, il suo ultimo romanzo, è così mortalmente intessuto da impedirmi di fare altrimenti.

Geometrie e opposizioni quasi teatrali, anche a vedere i personaggi principali di questa storia: sul palco di una Sardegna degli anni Novanta le luci sono puntate con violenza sul solo Emilio Corona, protagonista della storia, e sul suo amico assurdo, sul suo impossibile amico Cosseddu. Difficile che i due non possano essere visti se non come improbabili altari a due mondi opposti. 

sabato 18 ottobre 2014

#TreQuarti14 - Intervista a Sergio Garufi





Ringraziamo Sara Bauducco (visitate il suo blog!) che, dopo aver incontrato Sergio Garufi a #TreQuarti14 a Pavia, ha intervistato in esclusiva l'autore per noi! 

Sara Bauducco e Sergio Garufi alla Libreria CLU
con #TreQuarti14
Foto ©GMGhioni


Sergio Garufi (1963), già autore di Il nome giusto edito da Ponte alle Grazie nel 2011, è uscito quest’anno con un nuovo romanzo che sta riscuotendo consensi da parte di lettori e critica: Il superlativo di amare, sempre per la stessa casa editrice. Il titolo contiene - non a caso - un gioco linguistico che riassume il dizionario interiore e la vita del protagonista Gino, traduttore cinquantenne che altalena tra collaborazioni precarie e ricerca la pienezza di una relazione affettiva stabile, e degli altri personaggi grazie ai quali si declinano anche amicizia, attenzione e affetto. Ho avuto il piacere di presentare lo scrittore al festival TreQuarti di weekend a Pavia, sabato 11 ottobre ed ecco ora l’intervista.   

Come è nato Il superlativo di amare? Quale è stata la scintilla che ha dato il via alla narrazione?

È nato tutto da una frase, che era presente già nel mio primo romanzo, e che in quest’ultimo ho utilizzato come esergo. La frase è: “che tutti i tuoi desideri si possano realizzare”, ed è un’antica maledizione gitana. Mi ha sempre colpito perché è precisamente il testo più comune degli sms che ricevo per gli auguri a Natale. Da noi è un auspicio, per i gitani una maledizione. Da questa frase mi è venuta voglia di raccontare la storia di un uomo che “ce la fa”, che riesce a realizzare i propri sogni, e di quanto salato sarà poi il conto da pagare.

Nel romanzo tratteggi diverse sfumature dell’amore, da quello più romantico a quello più passionale e persino disincantato. Cosa rappresenta per te l’amore e come lo definiresti? 

Foto ©GMGhioni
Nel romanzo metto in scena diversi modi di intendere l’amore, ma i due principali sono quelli di Gino, il protagonista, e di Martino, il suo migliore amico. Per certi versi queste due concezioni quasi opposte ricalcano il modello dialettico degli Asolani di Pietro Bembo. Gino è un sentimentale. Pur essendo single da molti anni e portando avanti un surrogato di amore, rappresentato dalla relazione adulterina con una donna sposata che incontra saltuariamente, lui continua a crederci, a pensare che l’amore sia il motore del mondo, l’amor che move il sole e l’altre stelle. E in un certo senso fa bene a crederlo, perché proprio l’incontro con una donna di nome Stella imprimerà alla sua vita monotona e grigia una svolta decisiva. Martino è un po’ il suo contraltare, un dongiovanni, un cinico sciupafemmine che considera la passione anzitutto un patire, una sofferenza, qualcosa da temere perché ti rimette in discussione, sconvolge ogni equilibrio. Da che parte sto io non saprei dire. Dipende dai momenti. Cercare un autore nei suoi personaggi è come cercare l’amido nel pane: sta dappertutto. Per molti versi la penso come Gino, e quello che è capitato a lui è capitato anche a me. Se oggi faccio quello che ho sempre sognato, e cioè scrivere di professione, lo devo a una donna, la mia fidanzata, che mi ha incoraggiato e sostenuto in ogni modo, ma allo stesso tempo non mi nascondo che la costruzione di un amore è un’impresa ardua, roba da spezzare le vene, come dice una bella canzone.

#TreQuarti14 - "Il superlativo di amare" di Sergio Garufi

Ringraziamo Sara Bauducco (clicca qui per visitare il suo blog) che, dopo aver presentato Sergio Garufi a #TreQuarti14 a Pavia, ci offre questa recensione e l'intervista che sarà online dalle 15. 


Il superlativo di amare
di Sergio Garufi
Ponte alle Grazie, 2014

pp. 309
€ 16.50





L’amore e la letteratura, l’amicizia e la ricerca di una stabilità professionale, l’attenzione ai piccoli gesti e alle parole sono i grandi temi che si incontrano nel romanzo “Il superlativo di amare” di Sergio Garufi, edito da Ponte alle Grazie. Eppure c’è molto di più in questo libro che racconta la vita del 50enne Gino come una parabola: tanto è vero che, come afferma l’autore attraverso il personaggio di Martino, “i libri emanano un odore ma si impregnano anche dell’odore di chi legge”, quanto che il lettore si ritrova avvolto dalla narrazione di Garufi per giorni cercando il proprio “superlativo di amare” e definendo il proprio dizionario interiore.

venerdì 17 ottobre 2014

#TreQuarti14 - Intervista ad Annarita Briganti

Alla Libreria CLU di Pavia per #TreQuarti14


Dopo la recensione (clicca qui per leggerla), Annarita Briganti ci ha concesso un'intervista esclusiva, in ricordo della partecipazione a #TreQuarti14. 

Foto ©Cletteraria
Il tuo romanzo si apre con un’esplosione: nel ventre di Gioia, innanzitutto, che abortisce un bambino che non sapeva di attendere; nel suo mondo affettivo, nelle sue aspettative, negli equilibri della sua vita da precaria. A distanza di quasi un anno dall’uscita, quali sono gli effetti di questa esplosione letteraria e contenutistica?

In realtà il romanzo è uscito il 19 marzo quindi sono ancora in piena luna di miele. Sto girando l’Italia, mi avvio alla cinquantina di presentazioni, da Pordenone a Polignano. Credo di essere la debuttante record, quella che ne sta facendo di più. Ieri sera Non chiedermi come sei nata (Cairo) è stato messo in scena per la prima volta in un locale di Milano. Una formula innovativa, che ho fortemente voluto, tra libro, bar e talk. C’è interesse da non posso dire dove, mi ha cercato la stampa straniera e ho una rassegna cartacea e digitale, sui media tradizionali e sui social, che ci avrei messo la firma. Non ci credo, ma ci speravo. Un romanzo multitasking che germoglia, attecchisce, purché ci sia un po’ di amore in chi se ne occupa, lo legge, lo consiglia. E la seconda parte in preparazione. Da piccola volevo scrivere un dittico come l’Idiota. L’ultima pagina di Non chiedermi come sei nata finisce senza il punto e non è un caso.

#TreQuarti14 - "Non chiedermi come sei nata" di Annarita Briganti

Non chiedermi come sei nata
di Annarita Briganti
Cairo Editore, 2014

pp. 204
€ 13


Il romanzo di Annarita Briganti (lo aveva recensito anche Martina: clicca qui) si apre con un'esplosione: nel ventre di Gioia, che perde il figlio che non sapeva di aspettare, ma anche nel suo mondo affettivo e nelle aspettative di vita di una precaria della cultura, tanto energica e speranzosa quanto con gli occhi aperti su una realtà difficile.
La reazione, inevitabile per il mondo che frequenta Gioia, è quella di comportarsi «come se non fosse successo niente», mantenendo alto «il livello di glamour», pretesa di una Milano che non perdona le fragilità.
Attorno a Gioia, grande solitudine: tanti scrittori da intervistare (e anche questa è una chiave di lettura interessante, curiosa per i lettori forti), uomini che si offrono fisicamente, ma inaffidabili. Il compagno Uto, padre del bambino, lascia sola ancora una volta Gioia, non la accompagna nell'epopea della fecondazione assistita, non l'appoggia durante gli esami invasivi e complessi, né la sostiene: e d'altra parte fa parte del personaggio, perché «Uto rottama le persone che non gli servono più».

giovedì 16 ottobre 2014

#TreQuarti14: intervista a Valerio Piperata



Claudia Consoli e Valerio Piperata alla Libreria CLU (Pavia)
per #TreQuarti14
Foto ©GMGhioni



Romano, venticinquenne, studente di Lingua e Letteratura Russa... e un primo romanzo con Edizioni e/o, che è un traguardo niente male. Ci racconti un po' com'è nato questo primo libro?

Diciamo che la storia l’ho sempre avuta un po’ in testa, mi piaceva l’idea che un giorno avrei provato a scrivere su una band, ma ancora non sapevo come avrei fatto. Sicuramente non era una storia comica quella che immaginavo, anzi, volevo fare una cosa seria, mezza drammatica. Nel frattempo poi ho sparato un paio di “romanzi” (o tentativi di romanzi, più precisamente) terribili che nessuno leggerà mai, per fortuna. Tutti e due hanno anche rischiato di essere pubblicati, poi è sfumato tutto (di nuovo, per fortuna). Si è verificata poi una serie di eventi sfortunati con la mia band, che paradossalmente hanno dato la spinta definitiva a tirare giù la storia, stavolta con un’impronta del tutto comica e smaliziata. L’ho scritta in pochi mesi, prima dell’estate, e dopo l’estate ho trovato un paio di editori interessati, per poi scegliere E/O.

Il protagonista Davide Fagiolo è sempre in bilico tra realtà e aspirazione, sogna a occhi aperti e poi si sveglia bruscamente. Sembra coltivare fantasie un po' infantili ma è uno dei pochi a non fingere d'essere quello che non è. Ti rivedi perfettamente in lui o hai voluto creare un personaggio più smaliziato per sottolineare un contrasto con la realtà?

Mi ci ritrovo a metà, credo, anche se mi sono sforzato per creare un personaggio completamente devoto ai suoi sogni, infantili ma genuini, e da una parte completamente indifeso rispetto al mondo “reale” che ancora non conosce, e dall’altra armato di una specie di tenacia resistente come il carbonio.
Mi ci ritrovo a metà perché forse alla sua età (nel periodo post liceo / primo anno di università) ho vissuto dei mesi in cui ho abbandonato quasi tutto perché ho creduto veramente che sarei riuscito a fare il musicista e guadagnare il necessario col mio gruppo. Non so quanto ci abbia creduto io spontaneamente o quanto mi ci abbiano portato le parole di alcuni “addetti ai lavori”, “discografici” “manager” o come vogliamo chiamarli (un nome preciso non c’è). L’unica cosa che non ho mai abbandonato veramente è stata la scrittura, che c’è sempre stata, e si è piegata e modificata man mano che le esperienze, belle e brutte, si sommavano.

#TreQuarti14: "Le rockstar non sono morte" di Valerio Piperata

Le rockstar non sono morte
di Valerio Piperata
Edizioni e/o, 2014

pp. 158
€ 14,00



Davide Fagiolo è un liceale romano che alla realtà preferisce i sogni; quando chiude gli occhi immagina di essere una rockstar (e non una qualunque...):

Sognavo di essere Ringo Starr. Secondo me era il più sfigato, il più brutto, quello con meno fan di tutti, e per questo era il mio idolo. Me lo immaginavo, seduto alla batteria dietro Paul, John e George, che dimenava la frangetta su quel naso gigante e suonava le canzoni che stavo ascoltando io a cinquant'anni di distanza. A lui, ci scommetto, non gliene fregava niente se non piaceva alla gente. Dicevano tutti che era una schiappa, eppure aveva contribuito a inventare nientemeno che la musica pop.

Davide in vita sua non ha mai suonato altro che il flauto e per di più alle scuole medie, ma è determinato a diventare un batterista e ogni sera prega perché questo accada.
Il Dio del rock, si sa, non può esaudire i desideri di tutti, ma Davide ha davvero il fuoco della musica dentro e per lui sembra intenzionato a fare un'eccezione.

mercoledì 15 ottobre 2014

#TreQuarti14 - Intervista a Giovanni Montanaro

  
Noemi Cuffia e Giovanni Montanaro alla Libreria CLU (Pavia)
per #TreQuarti14
Foto ©GMGhioni



E dopo la recensione, Noemi Cuffia intervista Giovanni Montanaro per Critica Letteraria. Ecco le sue domande e le generose risposte di Giovanni.

Pietro. Tra i protagonisti di Tommaso sa le stelle, Pietro è dotato di una personalità articolata e complessa, e a lui ci si affeziona all'istante. Fortissimo se chiuso nel suo mondo "a parte", solitario e più vulnerabile nel confronto con la realtà. Hai tratteggiato davvero un personaggio memorabile, come solo gli scrittori autentici sanno fare (mi ha ricordato un po' il protagonista di Una solitudine troppo rumorosa di Hrabal Bohumil). Qual è stato lo spunto iniziale dal quale ha cominciato a formarsi nella tua mente? In una parola: come è nato Pietro?

Io credo che Pietro sia un personaggio molto mio, che avevo dentro da molto tempo, che non veniva fuori per pudore. Un uomo buono, ma un po’ burbero, che non capisce più niente del mondo che ha intorno. Ha sessant’anni, ma potrebbe averne trenta. Ogni tanto io mi sento Pietro, benché io non sia certo memorabile; ma ho la sua voglia di distanza e vorrei avere la sua ironia. Non c’è dubbio che Pietro sia il protagonista del romanzo, anche quando fa spazio a Tommaso. Avevo voglia di scrivere un personaggio così, di scrivere della bontà e del desiderio, della solitudine e del silenzio. Di Nina e di Laura.

#TreQuarti14 - "Tommaso sa le stelle" di Giovanni Montanaro

Ringraziamo Noemi Cuffia (Tazzina-Di-Caffé) per aver accettato il nostro invito su CLetteraria per raccontarci "Tommaso sa le stelle", da lei presentato a #TreQuarti14! 


Tommaso sa le stelle
di Giovanni Montanaro
Feltrinelli, 2014

pp. 176
€ 15




Tommaso sa le stelle è un romanzo anticonformista e coraggioso. Trentaquattro capitoli brevi che sono come piccoli tableau vivant, scene vive e colorate che compongono ciascuno una trama essenziale, quasi scarna e al tempo stesso ricca di emozioni da decodificare. 

Questa storia è stata già definita una “favola contemporanea”, e in effetti racconta di un incontro importante e a suo modo “magico”. Pietro, superata la sessantina e, forse, un'antica delusione d'amore, trascina le sue giornate tra le mura di un deposito giudiziario, di cui è il custode. Questo luogo senza tempo, ma molto concreto, in cui confluiscono oggetti di ogni tipo, ci appare come uno spazio che di volta in volta accompagna i suoi stati d'animo. 

martedì 14 ottobre 2014

#TreQuarti14 - Intervista a Federico Baccomo

Federico Baccomo e Debora Lambruschini a #TreQuarti14
Libreria CLU, Pavia
©GMGhioni

Federico Baccomo, conosciuto anche con lo pseudonimo di Duchesne, è tornato da poche settimane in libreria con un nuovo titolo; un romanzo che segna un punto di svolta, diversificandosi per temi ed ambientazioni rispetto alle opere precedenti, ma anche per la conquista di uno stile più maturo e un’amplificata capacità di analisi di personaggi e situazioni. Ritroviamo intatti lo stile ironico e i dialoghi fulminanti, abilmente inseriti in una storia capace insieme di far sorridere e commuovere con la sua pungente critica alla vacuità dello show business, una macchina che affascina e abbaglia per quei 15 minuti di celebrità concessi ad un uomo qualunque, senza particolari talenti e disperatamente solo, trascinato sempre più a fondo nella lotta per sopravvivere in un mondo cinico e spietato.

Incontriamo l’autore, per la seconda volta ospite a ¾ di weekend, per discutere con lui del romanzo da poco in libreria:

Foto ©GMGhioni
Con Studio illegale e La gente che sta bene hai raccontato uno spaccato di quel mondo di avvocati e multinazionali che personalmente conoscevi molto bene, rielaborandolo al servizio della narrazione, mettendone in luce meschinità e contraddizioni con il tuo stile ironico. Peep show si pone come un punto di svolta: cambia l’ambiente rappresentato, lo stile e le riflessioni si fanno più mature. Da dove nasce l’ispirazione per un romanzo come questo, e come mai la scelta di mettere in scena proprio la decadenza dello show business?

L’idea del libro nasce diversi anni fa, addirittura durante la scrittura di Studio Illegale, ricordo che mi venne in mente l’immagine di un personaggio più o meno arrogante, più o meno famoso, che in diretta televisiva fa una battuta terribile, di quelle che non si possono dire in televisione. E pensai che quell’ambiente, quello della celebrità, potesse essere un ottimo scenario per una storia: non tanto per la dimensione pubblica, quanto per quella privata, raccontare la testa, gli umori, gli abissi di un uomo che scala le vette della fama per poi raccontarne la rovina. Poi, visto che gli uomini di successo mi divertono poco, ho pensato che potevo tralasciare la scalata e concentrarmi direttamente sulla caduta. Da questo nucleo iniziale, negli anni, la storia si è arricchita di personaggi, di dettagli, di vicende, mentre io, piano piano, cercavo di conquistare i mezzi tecnici per poterla scrivere.

#TreQuarti14 Peep Show: Baccomo, la vacuità dello show business e la discesa agli inferi


Peep Show
di Federico Baccomo Duchesne
Marsilio, 2014

pp. 368
€ 18.50




In futuro, tutti avranno quindici minuti di celebrità. Quindici minuti. E poi? Che cosa c’è laggiù, alla fine di quei quindici minuti, alla fine di quei lunghissimi quindici minuti brevissimi? Tutti quegli altri milioni di minuti che seguono, di che cosa sono fatti?
Nicola Presci, trentenne milanese vincitore di un’edizione del Grande Fratello, nessun talento particolare se non l’esperienza di quei mesi nella Casa da cui è infine uscito – inaspettatamente e contro ogni pronostico- vincitore. Poi, nei mesi che sono seguiti alla sua vittoria, il turbinio della fama: le interviste, gli inviti, le feste, autografi e soldi.. Ma cosa succede quando quei “quindici minuti” di celebrità svaniscono e il tuo nome, la tua faccia, vanno sbiadendo sempre più? È la domanda intorno a cui ruota l’ultimo romanzo di Federico Baccomo, già autore apprezzato di Studio illegale e La gente che sta bene, e da poco tornato in libreria con un romanzo che i primi lettori hanno giudicato un punto di svolta nella sua produzione letteraria.

lunedì 13 ottobre 2014

#TreQuarti14: intervista a Violetta Bellocchio

Foto di ©GMGhioni

Dopo la recensione, uscita stamattina su CriticaLetteraria (clicca qui), ecco l'intervista esclusiva di Claudia a Violetta.

Diario intimo e pubblico: com'è stato scrivere un libro che è tanto focalizzato sull'io ed 'estroflesso' allo stesso tempo? Come hai vissuto la sensazione di essere esposta agli sguardi degli altri raccontando una storia così personale, interiore?
Credo di aver usato la definizione di "diario pubblico" per descrivere proprio il grosso del processo di scrittura, più che per il libro finito. In senso materiale, mentre scrivevo, mi sembrava l'unico modo di finire il libro; l'unico modo per maneggiare quel materiale di base. Nella decisione di consumare materiali biografici di questa natura esiste una certa componente di voyeurismo / rallentare passando davanti all'incidente stradale  (almeno, in me esiste); a un certo punto mi sono detta, ok, rivisitiamo pure questa lunga serie di incidenti stradali, ma  facciamolo insieme: un lettore deve salire a bordo con me, starmi seduto accanto durante tutta l'operazione. 
Un discorso simile - credo - vale per l'esporsi allo sguardo degli altri: se mentre mi espongo ti guardo anch'io, diventiamo tutti e due parte di quello che sta succedendo. È diverso. Non è "migliore" o "peggiore"; è solo diverso.

#TreQuarti14: "Il corpo non dimentica" di Violetta Bellocchio

Il corpo non dimentica 
di Violetta Bellocchio

Mondadori, 2014
€ 17,00
pp. 274



E allora. A volte dici che essere dipendenti da qualcosa significa avere una storia d'amore epica con te stesso. Come certi eterni passi a due, tra persone che non possono stare separate. Vivere all'interno di una storia; essere una storia. 

Per scrivere un libro come Il corpo non dimentica, più che coraggio ci vuole onestà intellettuale. 
Guardarsi dentro senza autocommiserarsi e senza cercare di abbellirsi, esporsi agli sguardi degli altri senza tante armi di difesa, richiede onestà prima di tutto con se stessi.
Leggendolo ho avuto l'impressione che l'autrice Violetta Bellocchio si sia guardata in uno specchio rotto in mille pezzi e la scrittura sia stata il tentativo di rimetterli insieme. Come? Dicendo la verità. 

La voce narrante è l'autrice e la protagonista; tutte e tre potentemente dicono "io", in un processo di identificazione che sembra totale:
Mi chiamo Violetta Bellocchio. Ho trentaquattro anni. Sono nata a Milano, il quattro nove settantasette, carta d'identità scaduta, vado in giro col passaporto. Non sono mai stata sposata, non sono mai stata incinta, e non riesco più ad abitare da sola.