domenica 25 gennaio 2015

#CriticARTE: Cartier-Bresson al Museo dell'Ara Pacis

“...ogni volta che premo il pulsante dello scatto, è come se conservassi ciò che sta per sparire.” – Henri Cartier-Bresson
Henri Cartier-Bresson 
Finissage: Roma, Museo dell’Ara Pacis
dal 26 settembre 2014 - 25 gennaio 2015


Si chiude oggi al Museo dell’Ara Pacis una retrospettiva dai grandi numeri, proveniente dal Centre Pompidou di Parigi e dedicata all’inestimabile opera di Henri-Cartier Bresson: 16.000 i visitatori che hanno percorso le sale nel periodo di dicembre, con una media di circa 1000 persone al giorno; 500 le opere esposte, tra cui schizzi, filmati e le fotografie originali dell’epoca stampate dallo stesso Cartier-Bresson; 9 le sezioni che compongono il percorso proposto dalla mostra, analizzando ciascuna un diverso periodo della vita e del lavoro dell’artista ed infine 1 il grande catalogo edito da Contrasto, con saggi di studiosi e testi inediti. 
Queste strabilianti cifre non destano stupore, trovandoci di fronte all’opera di colui che è stato definito “lo sguardo del secolo” e che, attraverso un costante lavoro della stessa durata, ha gettato le fondamenta della moderna fotografia, ridisegnato il ruolo del fotografo e diventando egli stesso simbolo e riferimento di quest’arte.

Attraverso il Plutarco delle "Vite parallele" (seconda parte)



Le fonti cui Plutarco si riferisce sono le più varie: anzitutto la grande tradizione storiografica che l’ha preceduto, non solo i grandi nomi, quelli che hanno superato le contingenze quasi cronachistiche e il titolo di testimone oculare (e, per noi, il grande naufragio della letteratura greco-romana), ma anche gli storiografi meno noti o inaffidabili per partigianeria, da cui comunque egli ritiene da poter prendere qualcosa, se non altro, a volte, la possibilità di accennare versioni diverse di uno stesso fatto; poi, i poeti, i tragediografi e i commediografi; le ricostruzioni etimologiche, quelle etnografiche relative alle feste, ai riti e ai culti, che così diventano testimonianze del passato e dell’evento che li ha istituiti, perché ne sono la ripetizione “teatralizzata”; e poi ancora le steli, le iscrizioni, gli altari e finanche i modi di dire, i proverbi. È insomma una storiografia appassionata che fa domande e cerca risposte in ogni direzione dello scibile e cerca di ordinare e interpretare tutti i documenti a sua disposizione. Spessissimo Plutarco, sulla base delle diverse testimonianze e delle diverse fonti, presenta più versioni di uno stesso episodio o dà più spiegazioni di un fatto, preferendo quanto a lui, come già detto, la più verosimile, ma non deprivando il lettore delle altre, anzi invitandolo a prendere autonomamente posizione, in base alle sue convinzioni filosofiche o religiose.

sabato 24 gennaio 2015

Cronaca di una nascita: Centro di Poesia Contemporanea di Catania

Evidentemente, a dispetto della scarsa visibilità mediatica nonché del nocivo elitarismo di certe conventicole intellettuali, c'è ancora un'inspiegabile fame e sete di poesia. È questo il paradosso di un mondo che non troppo di recente ha abbandonato il paradigma dell'umanesimo a vantaggio del dominio/tirannia della tecnica. La poesia continua a essere e a esserci (resiste, dicono alcuni), nonostante tutto. Non c'è altra spiegazione plausibile se un gruppo di giovani studenti del Dipartimento di Scienze Umanistiche (Disum) dell'ateneo di Catania, insieme a docenti universitari e stimati poeti anagraficamente meno giovani, animati dalla comune passione per la poesia, profonde tempo ed energie per dare vita al Centro di Poesia Contemporanea di Catania (CPCC), il terzo in Italia dopo quelli di Bologna e Roma.
Se folli o coraggiosi saranno, come è giusto, i posteri a decretarlo. Intanto, a giudicare dalla partecipazione e dal calore della serata d'inaugurazione del Centro, mercoledì 21 gennaio scorso nei locali dell'ex monastero dei benedettini di Catania, prestigiosa sede del Disum, le premesse per costruire un progetto duraturo e di valore a partire dalle risorse e dalle energie del territorio sono notevoli e fanno intravedere un futuro radioso. A introdurre l'evento e a fare quindi da filo conduttore dell'incontro l'incipit de I versi di Vittorio Sereni: "Se ne scrivono ancora".

Attraverso il Plutarco delle "Vite parallele" (prima parte)



Prima di avventurarmi nell’Invito alla lettura delle Vite parallele di Plutarco credo sia giusto preporre almeno due avvertimenti a mo’ di rete di protezione per eventuali, non improbabili, cadute nel risaputo, nell’estemporaneo e nel superficiale. Non sono uno specialista di letteratura greco-romana, ma solo un ammirato lettore dilettante; e non leggo nella lingua originale, bensì in traduzione italiana – nello specifico: Plutarco, Vite parallele, introduzione, traduzione e cura di Carlo Carena, Einaudi Millenni 2 voll., Torino 1958 (V edizione 1975).


Le vite parallele di Plutarco sono una fonte inesauribile di storia antica, esposta con grande perizia letteraria e basata su un’intima e partecipata conoscenza del mondo ellenico e romano, del quale lo scrittore è un insigne rappresentante e un convinto sostenitore. L’opera si compone di 22 coppie di biografie (tante almeno ne sono rimaste, oltre a quattro vite “spaiate”) che mettono a confronto un personaggio storico ellenico e uno romano. L’opzione biografica, rispetto a quelle annalistiche o incentrate su una nazione o su fatti particolari, gli permette di incrociare la storiografia (che comunque rimane preminente) con altre componenti della cultura classica (la poesia, il teatro, la filosofia, l’etnografia, la scienza, ecc.) che arricchiscono l’opera e la distendono su un fondo di erudizione e riflessione di notevolissimo spessore. Si tratta dunque di un’opera a metà strada tra il vero storiografico e il verosimile poetico (secondo la nota distinzione aristotelica): da questo crogiolo si sprigiona spesso un pathos che gli stessi poeti raramente riescono a raggiungere (e non è un caso che nei secoli successivi siano stati i poeti ad attingere da Plutarco – Shakespeare, tra gli altri).

venerdì 23 gennaio 2015

La fuga di Glenn Gould secondo Schneider: l’arte come assenza

Glenn Gould. Piano solo
di Michel Schneider

Einaudi, Torino 1991

traduzione italiana di Sergio Toffetti

pp. 181
14 euro



Michel Schneider, musicologo e psicoanalista, ha proposto un libro su uno tra i musicisti più discussi e allo stesso tempo celebrati di ogni epoca: Glenn Gould. Si tratta indubbiamente di un grande libro, sia per quanto c’è, sia per quello che invece non vi troviamo. Nella sua prosa dall’afflato quasi poetico manca proprio ciò ci si aspetterebbe di vedere: un’approfondita analisi psicologica. Schneider fa il contrario di quel che ci si attende da lui, psicanalista di professione, non concependo un mero saggio in cui si ricerchino spiegazioni al genio eccentrico di Gould, alle sue manie e alle sue scelte.

giovedì 22 gennaio 2015

#CritiComics | "Una brutta storia": siamo fatti della materia di cui sono fatti i pugni

Una brutta storia
di Tommaso "Spugna" Di Spigna
Ed. GRRRZ Comic Art Books, 2014

pp. 112
€ 18,00

Non so se nella vita vi è mai capitato di prendere un pugno. Tra il momento in cui incassi il cazzotto e quello in cui senti il dolore arrivare fino al cervello, c'è un istante in cui hai la sensazione che il tuo corpo si sia modificato per sempre, che gli organi interni - così come lo zigomo e l'occhio poco sopra - si siano adattati alla conformazione delle cinque nocche (e alla potenza esercitata dal tiratore scelto e alla resistenza posta dal proprio corpo). 

Non so nemmeno se nella vostra vita vi è invece capitato di tirare un pugno a qualcuno. Se non lo avete mai fatto dovete sapere che tirare un pugno fa male, non tanto quanto riceverlo ma abbastanza da far sentire distintamente al tuo cervello un differente tipo di dolore per ognuna delle cinque dita. Fate una prova con un oggetto inanimato e ditemi se riuscite ad avere la stessa precisa sensazione di possedere cinque dita quando digitate su una tastiera o stringete una maniglia. 

Tipologia di dolore a parte (e dici poco), non c'è poi molta differenza tra essere preso a pugni e prendere a pugni qualcuno, anche perché in queste situazioni difficilmente riesci solo a dare o solo a prendere (macisti e smidollati a parte). Perché da qualche cazzotto ben assestato, esce fuori quasi sempre una buona storia da raccontare e qualche cicatrice da ammirare solitari allo specchio del bagno.

Il peso che ci opprime e che ci convince che questo è l'unico luogo per morire

Il corpo della città
di Giuseppe Elia Monni
Mondadori, 2014

pp. 168
€ 17,00 cartaceo



Voi non credete che per studiare un luogo si dovrebbe attraversarlo, e aprirlo, ed osservarne l'aspetto interno come quello esteriore, con lo stesso scrupolo che si dovrebbe avere nello studiare un corpo? (p. 15)

Attraversare Cagliari, aprirla, così come i corpi senza vita (e ormai senza anima) che il dottore e professore don Gemiliano Deidda seziona alla facoltà di Chirurgia. L'uomo, realmente vissuto, non è però tanto ricordato per i suoi esperimenti e scoperte scientifiche, ma per la cultura enciclopedica e, in particolare, archeologica. Attorno a Cagliari, infatti, si incaponisce di riuscire a riportare alla luce un antico acquedotto romano, in grado di salvare la città di Cagliari dalla siccità. E da qui le sue lunghe camminate nella natura: potrebbe sembrare un don Ferrante per la passione infinita per la cultura, ma ha in realtà molta più acribia, e senso pratico. Infatti, «la sua idea di Natura, e si risolve che per lui è solo un corpo da conoscere, per trasformare» (p. 41). Vi si trova tutta l'eterna lotta tra natura matrigna e natura che si lascia scoprire plasmare: chi vincerà? Perché sotto le terre della sua Sardegna, don Gemiliano si illude davvero di riportare alla luce non solo la saggezza degli antichi, ma anche le loro capacità rabdomantiche. Uomo rinascimentale e al tempo stesso positivista, profondamente radicato alla sua epoca di infinita fiducia nelle facoltà intellettive,
Per lui l'immaginazione non era mai una fantasticheria, ogni sogno doveva essere un progetto, ogni visione una profezia. Tutto il resto, fine a se stesso, tempo sprecato. (ib.)

mercoledì 21 gennaio 2015

#CriticaNera. Cala il sipario: "Arrigoni e l'omicidio di via Vitruvio" di Dario Crapanzano

Arrigoni e l'omicidio di via Vitruvio
di Dario Crapanzano

Mondandori, 2014


Milano, 8 marzo 1953.  Mentre si consumano i festeggiamenti per il matrimonio del vicecommissario Mastrantonio, un noto impresario e attore teatrale, Flavio Villareale, viene assassinato nel suo appartamento di via Vitruvio. Il corpo viene ritrovato dal suo socio in affari, Umberto Calcaterra, legato mani e piedi e quasi completamente denudato, lasciando presagire un incontro piccante non andato a buon fine. Sul posto intervengono gli uomini del commissariato di Porta Venezia: l'ispettore Giovine e, in un secondo momento, l'agente Di Pasquale e il commissario Arrigoni. Le indagini partono spedite, addentrandosi nel torbido universo dello show biz dell'epoca, di cui la vittima era un esponente emblematico: ricco, affascinante e con qualche vizio sessuale che lo portava a sedurre molte delle attrici che scritturava trascinandole in un vortice di immagini e fotografie che le ritraevano quasi completamente nude. Sono proprio queste fotografie l'unico oggetto ad essere stato in parte trafugato dall'abitazione di Villareale e quelle che restano rappresentano il principale elemento probatorio nella mani degli investigatori che, immediatamente, pensano a un delitto passionale.

martedì 20 gennaio 2015

"Sottomissione" di Michel Houellebecq: la decadenza dei romani

Sottomissione
di Michel Houellebecq

Bompiani, 2015

traduzione di V. Vega

pp. 252
17,5



Sottomissione di Michel Houellebecq non è un libro come tutti gli altri. Non lo può essere perché noi tutti, in quanto donne e uomini che vivono in un universo contingente, non possiamo non fare i conti con la realtà. E della correlazione, più voluta e propagandistica che, ovviamente, determinata da una volontà precisa dell’autore, tra i fatti di Parigi, il massacro nella redazione di Charlie Hebdo e nel supermercato casher, e l’uscita del libro, avvenuta proprio il 7 gennaio 2015, difficilmente si potrà prescindere, ma si dovrà prescindere. Sottomissione è solo apparentemente un classico esempio di distopia, in cui si descrive l’affermazione del partito della Fratellanza Musulmana, capitanato da Mohammad Ben Abbas, brillante politico, uomo colto e raffinato, alle Presidenziali francesi del 2022. Questo è stato il “messaggio” passato dai Media, di tutto il Mondo, “Ben prima del romanzo, è arrivata la leggenda”: così giustamente afferma Pierre Assouline su La République de livres.

lunedì 19 gennaio 2015

#LibrinTrincea: Franz Ferdinand, cronaca di una morte annunciata

Franz Ferdinand. Da Mayerling a Sarajevo. L'erede al trono Francesco Ferdinando d'Austria-Este (1863-1914)
di Roberto Coaloa

Parallelo45 Edizioni, 2014

pp. 390
€ 12,00


Lo storico Roberto Coaloa, in questo meticoloso e approfondito saggio ci permette di conoscere più da vicino la figura dell'Arciduca Franz Ferdinand e la rete di avvenimenti che, da Mayerling al fatidico 28 giugno 1914, ne determinarono la morte strumentalizzata immediatamente allo scopo di innescare la Prima Guerra Mondiale.

Scrive Coaloa nelle prime pagine del libro: "Una delle tante domande che devo pormi ogni qual volta scrivo di storia è: devo giudicare o devo comprendere? Spesso lo storico si identifica nella figura del giudice del passato (ma anche il pubblico che lo legge commette questo sbaglio: aspettando dei giudizi anzichè la narrazione dei fatti e la loro analisi). La storia è una vasta esperienza delle varietà umane, un lungo incontro degli uomini. La storia non è testimonianza inerte di cose morte, bensì memoria cosciente. Come la vita, nella comprensione e nell'incontro tra uomini, la storia progredisce nello scambio fraterno. Analizziamo quindi la complessa figura del principe Rodolfo, senza giudicarlo, cercando - semplicemente - di comprenderlo."

domenica 18 gennaio 2015

#CriticARTe - A Milano la mostra "Van Gogh: l'uomo e la terra"





Una coda lunghissima. Sicuramente da considerare prima di recarsi alla mostra “Van Gogh: l’uomo e la terra” fino all’8 marzo a Milano a Palazzo Reale, è la grande affluenza di pubblico: un’attesa che, soprattutto se si sceglie di visitare la mostra nel fine settimana e sprovvisti di prenotazione, può protrarsi anche per un paio d’ore nel piazzale adiacente al Duomo. Un tempo di attesa che potrebbe essere superiore all’effettiva visita quando, finalmente superata la biglietteria, ci si ritrova nelle poche sale che ospitano opere selezionate del maestro olandese. È una mostra dall’indubbio fascino, curata da Kathleen Adler, l’occasione per ammirare dal vivo quasi cinquanta dipinti e disegni provenienti soprattutto dal museo Kröller-Müller di Otterlo e dal Van Gogh Museum di Amsterdam, oltre a collezioni private mai esposte prima al pubblico ed opere provenienti da Città del Messico e Utrecht; soprassedendo poi sulla calca inevitabile in un freddo sabato pomeriggio milanese che rende difficile godere appieno della visita indugiando liberamente di fronte alle opere, è innegabile il rapporto immediato che l’arte di Van Gogh ha con il suo pubblico, quando anche non specialistico, che si muove da una tela all’altra seguendo l’audioguida fornita all’entrata e che, piuttosto dettagliatamente, accompagna durante il percorso scelto fornendo utili indicazioni via via sull’opera che abbiamo di fronte.

sabato 17 gennaio 2015

Daniel Glattauer: la letteratura per chi ha paura di vivere


Le ho mai raccontato del vento del Nord
di Daniel Glattauer

Feltrinelli, 2010

Traduzione di Leonella Basiglini
pp. 256
€ 15,00

Più che un vento, una tempesta. Meglio ancora, un ciclone: come la tromba d'aria che trasporta Dorothy nel Regno di Oz con tutta la casa, Le ho mai raccontato del vento del Nord è il romanzo che, nel 2006, ha proiettato l'austriaco Daniel Glattauer in quell'Olimpo di Eletti dorato e ambiguo chiamato "Classifica dei Bestseller". Ed è anche il libro che, nella mia personale e assai irrilevante esperienza di lettore, mi ha portato ad affrontare per l'ultima di molte ultime volte a venire la trita questione del recensire "libri brutti". Perdonate la superficialità terminologica: se frequentate un po' le discussioni librarie sui social, saprete che i libri oggidì si dividono in "belli" e "brutti". E che parlare di "libri belli" riveste, agli occhi di chi ne scrive e legge, i contorni mistici di una missione social-spirituale di interesse collettivo, mentre occuparsi di "libri brutti" non è nient'altro che una sterile perdita di tempo con cui biechi individui poveri di impegni e ricchi di rancore (altresì noti come "rosiconi") si sforzano di sopperire alla vacuità della propria esistenza terrena sminuendo i successi altrui.

Individui come me.

venerdì 16 gennaio 2015

Dio di illusioni: il sorprendente romanzo d'esordio dell'autrice de Il Cardellino

Dio di illusioni
di Donna Tartt
Rizzoli, 2014

Traduzione di I. Landolfi

pp. 622
€ 11




Sono passati più di vent'anni da quando, nel 1992, Donna Tartt ha pubblicato questo primo romanzo; vent'anni e solo due libri dopo (celeberrima la dedizione totale con cui l'autrice si immerge nel suo lavoro) il nome della Tartt si è imposto sulla scena letteraria internazionale di un paio di anni fa, quando con il suo ultimo romanzo, Il cardellino, si è aggiudicata il premio Pulitzer per la narrativa. Un romanzo sorprendente, conferma di un talento eccezionale, che ha infiammato il dibattito nel mondo culturale, soprattutto sui social, portando alla riscoperta di un'autrice già molto amata dal pubblico e dalla critica ma che, insensibile ai meccanismi commerciali che sempre più regolano anche il mondo editoriale, ha preferito seguire i propri ritmi di scrittura, centellinando le apparizioni pubbliche e soprattutto dedicando dieci anni alla stesura di ogni romanzo. Dio di illusioni è il romanzo d'esordio con cui una ventottenne Tartt si impose a pubblico e critica internazionali e che rileggere oggi, dopo il successo dell'ultima opera pubblicata, sorprende per l'intensità della storia e una già notevole maturità stilistica e narrativa, premesse di un talento letterario che andava formandosi e di cui l'ultima prova si è rivelata una conferma. Se a questo si aggiunge la possibilità (di questi tempi sempre più rara anche tra i romanzieri contemporanei) di poter esaurire l'intera bibliografia di un autore nel giro di un paio o poco più di romanzi e averne così il quadro completo, in qualche modo allora il lettore più appassionato può consolarsi della lunga attesa per un nuovo romanzo della Tartt.

giovedì 15 gennaio 2015

Isabella Santacroce, "V. M. 18"


V. M. 18 
di Isabella Santacroce,
Fazi 2007

pp. 491
€ 17.50



A fine lettura non si può fare a meno di apprezzare e lodare l’indubbia ricchezza stilistica e immaginativa del romanzo, qualità letterarie che, di solito, nei casi non comuni in cui appaiono con tale dovizia, risolvono di per sé in senso positivo la valutazione del lettore. Insomma, mi verrebbe da dire che V.M. 18 di Isabella Santacroce sarebbe un bel, fors’anche ottimo, romanzo se…Per dare un senso al se è necessario saltare direttamente alle conclusioni, tornado magari poi indietro per soffermarsi sui dettagli e sulle puntuali rilevazioni critiche. La mia conclusione che rimane in ogni caso problematica e che non aspira a mettere il cappello sul lavoro della Santacroce è, al momento, questa: al di là della prolungata prodezza stilistica, non esente da limiti, e della lussureggiante rappresentazione immaginifica, nella quale l’orrido e il grazioso, il grottesco e il sublime si concedono a piene mani, al di là di tutto questo, dicevo, la sensazione finale rimane quella di una delusione, di qualcosa che manca, come se il romanzo non riesca a scavalcare il muro, tanto elaboratamente costruito dall’autrice, posto tra sé e il mondo, come se non riesca a trovar la sua funzione nel mondo del lettore.

mercoledì 14 gennaio 2015

“Il caviale del Po” di Michele Marziani: una storia ferrarese born on the bayou

Il caviale del Po. Una storia ferrarese 
di Michele Marziani

Antonio Tombolini Editore, 2014

pp. 54
euro 10


Born On the Bayou è una delle canzoni più famose del gruppo blues-folk-rock Creedence Clearwater Revival. La band di John Fogerty & soci sarebbe proprio la colonna sonora migliore per Il caviale del Po del giornalista Michele Marziani. Il libro in questione è infatti un lungo viaggio attraverso un ambiente unico, pieno di storie e personaggi curiosi: quello sterminato habitat che è, anzi era, il mondo del Po, quell’intrico fatto di acqua e terra grassa, di pescatori e pesci misteriosi la cui capitale, signora delle acque dolci, era Ferrara, la città del fiume.

martedì 13 gennaio 2015

Mi raccomando: tutti a sorridere bene, con Sedaris

Mi raccomando: tutti vestiti bene
di David Sedaris
Mondadori, 2012

Traduzione di M. Colombo
1^ edizione originale: 2004

pp. 236
€ 9,50



Capisci che sei giovane quando qualcuno ti chiede dei soldi e tu lo prendi come un complimento. (p. 72)
Quando hai una famiglia stramba, che non ha orari per andare a dormire, né si lamenta che il giorno dopo hai scuola, ma semplicemente si sorprende per la tua inesauribile riserva di energie, hai di sicuro un'infanzia non convenzionale. Chissà perché mi torna in mente proprio questo dettaglio tra i tanti della spassosissima e ricca esperienza (quanto di vero e dove parte l'inventio?) di David Sedaris. Sarà che - forse forse, ma qui rischio di pestare i piedi alla psicanalisi - qualcosa di noi filtra sempre nel libro che leggiamo e, inevitabilmente, si confronta con l'Altro. E, per restare sempre nella disciplina ma spostandoci verso altri lidi, questo libro ha colmato pienamente il mio bisogno gestaltico di una storia geniale e accattivante, al tempo stesso beffarda e riflessiva. 
La scommessa di Sedaris è infatti tutt'altro che scontata: nell'universo del Duemila governato dallo strapotere dell'autofiction, David compie un colpo di mano inatteso. Innanzitutto, decide di raccontare di sé a sprazzi, segmentando l'autofiction in capitoli brevi e fulminanti, dall'infanzia alla maggiore età (forse al presente, difficile stabilirlo). Frammentario? Per forza, come frammentaria e imprendibile è la memoria depositata e poi rimestata per essere riproposta sulla pagina.

lunedì 12 gennaio 2015

#CritiCINEMA - L'ultimo fotogramma di Francesco Rosi

Io lo chiamo cinematografo
di Francesco Rosi

conversazione con Giuseppe Tornatore

Mondadori, 2014


Si spegne a novantadue anni Francesco Rosi, un grande regista, un maestro. Uno che il cinema l'aveva preso sul serio, come un mezzo per cambiare le cose, per contribuire alla presa di coscienza collettiva. Un modo di fare cinema militante, critico, scomodo, ma sempre basato su una minuziosa ricerca e documentazione, sulla voglia di approfondire e fare chiarezza. Come quando aveva deciso di raccontare la strage di Portella della Ginestra e quell'intreccio di mafia e banditismo in Salvatore Giuliano (1962), inaugurando il filone del film-inchiesta; o quando con Le mani sulla città (1963) aveva denunciato il dilagare della speculazione edilizia nella sua città, Napoli; o ancora quando aveva indagato nelle piaghe dell'Italia del dopoguerra per Il caso Mattei (1972). 

Giuseppe Tornatore gli aveva da poco dedicato un libro-intervista, edito Mondadori: Io lo chiamo cinematografo (2014), in cui raccontava gli esordi come sceneggiatore e aiuto-regista per Visconti e ripercorreva un percorso professionale entusiasmante e appassionato, culminato con il conferimento del Leone d'oro alla carriera in occasione della 69° Mostra del Cinema di Venezia, nel 2012.

domenica 11 gennaio 2015

Ma cos'è quello che gli uomini chiamano amore: dai “classici” secondo Roberto Vecchioni

Il mercante di luce
di Roberto Vecchioni

Einaudi, 2014


Un celebre e molto citato articolo di Italo Calvino, apparso su «L'Espresso» il 28 giugno 1981, recava il forte titolo, parenetico: Italiani, vi esorto ai classici. Vi si declinavano quattordici definizioni di classico destinate a divenire notorie ed emblematiche agli occhi di tutti i frequentatori delle letterature antiche e moderne. Questa esortazione, che è anche un deciso ammonimento dinanzi alla crisi delle lettere nel tempo attuale, ritorna, in altra forma, nell'ultimo libro di Roberto Vecchioni, Il mercante di luce (Einaudi, 2014). In una recente intervista per la televisione, il cantautore milanese rivela di aver impiegato ben dieci anni per scrivere quello che ha chiamato “il romanzo della sua vita”, la sua vita di uomo e quella di insegnante di letteratura greca al liceo, che molto spartisce con la contemporanea attività di cantautore. 

sabato 10 gennaio 2015

#CritiCINEMA – L'amore bugiardo di Flynn e Fincher

Quando penso a mia moglie, penso sempre alla sua testa. Immagino di aprirle quel cranio perfetto e srotolarle il cervello in cerca di risposte alle domande principali di ogni matrimonio: a cosa pensi? Come ti senti? Che cosa ci siamo fatti?

La sequenza iniziale ci mostra una mano maschile che accarezza una testa bionda. La voce suadente dell'uomo che pronuncia fuori campo queste frasi. E lo sguardo, indecifrabile, della donna che si volta a guardarlo negli occhi. 

La duplicità e l'apparenza sovvertita sono la cifra iniziale del film Gone girl - L'amore bugiardo, di David Fincher, uscito in Italia nel dicembre 2014. La tenerezza apparente di un momento di intimità in una coppia, contraddetta da espressioni forti come “aprirle quel cranio” e “srotolarle il cervello”. E l'angoscia delle domande, a cui il volto perfetto e inespressivo non risponde.

E andando avanti la situazione si complica, il racconto dell'apparentemente perfetta felicità della coppia di bellissimi e sorridenti Amy e Nick si incrina col montaggio parallelo della scomparsa di lei e della pesante accusa di uxoricidio.

venerdì 9 gennaio 2015

PagineCritiche: «Da Pascoli a Busi», immergersi per rivoluzionare

Da Pascoli a Busi. Letterati e letteratura in Italia
di Matteo Marchesini,

Quodlibet, 2014

pp. 520
Euro 28

Il libro di Matteo Marchesini provoca.
La recensione potrebbe concludersi in questo modo, perché chi scrive è fortemente convinta che un critico (per di più militante) ha il sacro compito di docere, movere, delectare. Alle funzioni del discorso enunciate da Quintiliano bisognerebbe aggiungere, forse, un altro verbo: interrogare. E Marchesini soddisferebbe anche il quarto criterio.
Il giovane scrittore non si pone in cattedra, non si ammanta di auree fittizie e false, non prende la bacchetta, non comincia a dispensare verità critiche come se solo dalla sua bocca potesse uscire oro colato, non polemizza in maniera sterile, non distrugge nulla. Semmai costruisce. E costruisce interrogando e interrogandosi. Costruisce rischiando e sfidando(si).