giovedì 18 settembre 2014

#Pnlegge2014 - Mercoledì: scaldiamo i motori



Quest'anno, per la prima volta, CLetteraria è ospite di Pordenonelegge, per seguire gli eventi, ma anche per respirare l'aria tutta letteraria che macchia le vie della città del classico giallo-festival. Per celebrare il 15° anno del Pordenonelegge, una divertente iniziativa che ha fatto molto discutere: una casa-mostra con tutte le locandine di queste edizioni. Non solo una scelta artistica controversa, ma soprattutto un'occasione per ridiscutere ospiti e incontri dei quindici anni passati.

VENEZIA, DOVE L'EDITORIA MODERNA È NATA
Poteva esserci Pordenonelegge senza uno sguardo sull'editoria? E quest'anno la prospettiva è arretrata al XVI secolo, quando nella laguna veneziana Giovanni da Spira e soprattutto Aldo Manuzio hanno approntato la stampa moderna. La relatrice, Michela Dal Borgo, riconduce la fama e la fortuna di Venezia ad alcuni fattori favorevolissimi: accanto alla libertà di stampa (Da Spira la ottenne nel 1469, quando pubblicò le Epistolae ad familiares di Cicerone), una fitta rete commerciale, disponibilità di capitali e di carta. Poi, un alto grado di alfabetizzazione, che ha portato moltissime famiglie venete a possedere almeno un volume. Infatti, nella sola Venezia nel XVI secolo c'erano almeno 35milioni di libri!

In più, proprio a Venezia nascono anche i... bestseller! Sapete che in meno di vent'anni Giolito de' Ferrari ha stampato l'Ariosto in ben 28 edizioni?

Poi, tutte le grandi novità di Manuzio: dalla rilegatura "alla greca", all'invenzione del primo catalogo delle opere.

Insomma, un viaggio appassionante che non ha stancato anche un pubblico di non addetti ai lavori, ma anzi ha incuriosito molto, complice (forse) il forte attaccamento alla storia del territorio.



VIAGGI CHE NON SI DIMENTICANO

L'idea di viaggio come formazione torna nell'incontro con Monica Bulaj, scrittrice, fotografa, giornalista polacca, che ha intrapreso un affascinantissimo viaggio nell'Europa dell'est prima e nell'Afghanistan poi per scoprire la spiritualità  sottesa ai popoli. In una sala semi-oscurata, la bella voce carismatica di Monica ha accompagnato la proiezione di fotografie che, purtroppo, non rendono affatto nella mia riproposizione. Soprattutto perché qui mancano le emozioni di Monica, la voce rotta in qualche passaggio, la musica locale di sottofondo.



LA GRANDE ATTESA DI UN RITORNO


Foto di GMGhioni
Coda lunghissima al teatro Verdi. Un nome: David Grossman. Nell'affollatissimo ma silenzioso teatro Verdi, lo scrittore ha inaugurato ufficialmente la 15esima edizione del Pordenonelegge, insieme a Villalta.
Foto di GMGhioni
Prima di parlare dei suoi ultimi due libri, “A un cerbiatto somiglia il mio amore” e “Caduto fuori dal tempo” (entrambi editi da Mondadori), qualche domanda su come si è modificata la scrittura di Grossman nel corso degli anni. Lo scrittore racconta di aver sempre vissuto d'immaginazione: quando era bambino, passava i 9/10 del suo tempo a fantasticare mondi e persone diverse; e il piacere dell'inventare non se n'è mai andato. Infatti, questa abitudine a fissarsi su un singolo dettaglio e a metterlo insieme per creare nuovi personaggi è una sfida costante, ma ormai semplice, al punto che a volte gli sembra di "ricordare" le sue invenzioni. 

Venendo ai libri, in entrambi il tema della morte è scoperto, ma trattato diversamente. In "Caduto fuori dal tempo", un padre e una madre cercano di andare là dove è scomparsa la figlia, e di toccare il limitare tra vita e morte, pur di tornare a parlarle.
Infatti, secondo Grossman,

Dopo una catastrofe, sei come fossilizzato, solo paura e stanchezza. Poi cerchi di dare un nome alle cose.
E la scrittura per un uomo laico serve proprio a questo, a cementare rapporti disfatti dal tempo e dalla storia, a oltrepassare le barriere che la vita impone, superando la tentazione che spesso ci coglie di «vivere nella mediocrità, senza emozioni forti». Tant'è che l'arte - qualsiasi arte - aiuta ad avvicinarsi al confine tra vita e morte.

Allo stesso modo, la lingua influenza e deforma costantemente ciò che siamo: per questo l'ebraico ha per Grossman tantissime sfumature, alcune di derivazione biblica, altre di più moderna fattura, in un contatto sempre indissolubile tra passato e presente (costanti di cui si cibano i libri di Grossman).
Infatti, anche in un "A un cerbiatto somiglia il mio amore", il passato familiare e l'infanzia del figlio vengono rievocati dalla protagonista che, temendo di ricevere la notizia della morte del ragazzo, scappa dalle notizie. Il suo isolamento è in realtà un gesto di grande eroismo, secondo Grossman, e un'estrema forma di amore.
E la standing ovation del pubblico commosso conferma la sensazione iniziale: è valsa la pena aspettare Grossman. Ogni volta, a ogni incontro, un uomo che non ha paura di ammettersi fragile e forte al tempo stesso.


GMGhioni

Essi vivono, e lottano contro di noi: "Stronzology" di Amleto De Silva

Stronzology. Gnoseologia della dipendenza dagli stronzi
di Amleto De Silva
LiberAria, 2014

pp. 175
€ 10,00


Quando andavo all'Università, erano quasi riusciti a convincermi che le parole servissero a capire le cose. Avete presente, no?, tutte quelle storie sul logos che è parola e anche ragione, e sul verbo che è anche Verbo e quindi Dio, e tutto il resto. Poi, lasciandomi alle spalle il fatato regno dell'Accademia per il più terragno mondo del lavoro, ho capito che il vero scopo delle parole è un altro: fregare la gente. Quando in ufficio senti dire: "Bisogna fare una chiacchierata con il cliente", significa che sta per arrivare un tizio il cui destino è essere avvolto da una nube purpurea di ciarle così fitta e densa e ottundente da prostrarne la mente ad un livello di prona obbedienza che non vada oltre l'articolazione di un semplice "Sì". È proprio la prima cosa che ho imparato negli uffici: "chiacchierata", nel mondo vero, sta per "inculata". Chi possiede il potere della parola, possiede il mondo. Già, ma chi possiede il potere della parola?

Semplice: gli stronzi.

Stronzology, il nuovo libro di Amleto De Silva, è un'indagine filosofica sul concetto di "stronzo" e le sue varie manifestazioni concrete, svolta non in forma di manualetto di auto-aiuto, ma nei toni e nelle modalità di una conversazione da aperitivo: multiforme, variegata e divertentissima. E proprio nel legame stretto e indissolubile che sussiste tra gli stronzi e l'uso accorto e sirenico della parola, che percorre il volumetto dall'inizio alla fine, sta uno dei fulcri dell'indagine.

mercoledì 17 settembre 2014

«Intrecci di ricordi che riescono a far lampeggiare immagini quasi reali al punto da provocare un'identificazione»: Matteo Nucci, «Le lacrime degli eroi»


Le lacrime degli eroi
di Matteo Nucci
Torino, Einaudi
2014



Le lacrime degli eroi di Matteo Nucci (Einaudi, 2014) è un libro straordinario, o meglio extra-ordinario: un libro che confonde, che infonde qualcosa. Un libro che trasuda umano: che apre prospettive (accademiche e non) su un mondo, quello greco, che, per troppo tempo, è stato ammantato dalla (futile) pretesa di essere stato scandagliato in ogni ombra e in ogni luce. 
È stato davvero detto tutto sui miti? È stato davvero detto tutto sui poemi omerici? 
Le lacrime degli eroi è la testimonianza che la risposta non può che essere negativa: ci sono ancora mondi inesplorati, che accompagnano il lettore in vortici di senso, in catabasi testuali, in spirali che non conoscono fine. 
Un libro che pone l’accento sull’umano troppo umano degli eroi, sull’umano deificato degli dei, e sulla letteratura che Omero, volente o nolente, continua a produrre. 
Una passeggiata tra epoche, che non risparmia nulla: c’è Platone, c’è Aristotele, ma ci sono anche Achille, Odisseo, Niobe, Demetra, Persefone, Adone. Tutti alla corte di un’intelligenza e di un’acribia, qualità intrinseche e mai velate, proprie di un magistrale Nucci. Che non pretende l’esaustività, e con un coraggioso atto di umiltà, accompagna le sue pagine a una bibliografia essenziale, ma mirata. Mirata a cosa? Non di certo a dire tutto. Mirata, piuttosto, ad aprire prospettive di ricerca inedite: echi che continuano, che contano, che si fanno fortissimi e prepotenti nelle pagine delle letterature mondiali che saranno e che si troveranno a fare i conti con la culla della civiltà. Con la Grecia. 

martedì 16 settembre 2014

#CritiComics | "La gigantesca barba malvagia": fiamme eterne e mostri tricotici

La gigantesca barba malvagia
di Stephen Collins
Traduzione di Leonardo Favia
Bao Publishing, 2014

pp. 240
€ 21,00 cartaceo

C'è una canzone delle Bangles che fa da colonna sonora a “La gigantesca barba malvagia” di Stephen Collins (Bao Publishing, 2014). “Eternal flame” confonde e consola: è una classica ballad anni Cinquanta contaminata però dai cori e dalle cotonature degli Ottanta che sembra partire come una canzone d'amore e poi si riveste se non di un tono religioso, almeno di un'atmosfera mistica. Gioca continuamente a rassicurarci con la sua classicità e a disorientarci con inaspettate virate moderne. Non si tratta però di un mix di elementi tra loro opposti al fine di ottenere uno strambo giocattolo, “Eternal flame” costruisce piani distinti che comunicano tra loro e si fondono sino a formare un'unica e inquietante entità da cui emergono in maniera indistinta i due elementi.

Anche il lavoro di Stephen Collins sembra un blob mutaforma in cui l'illustratore continua a sommare elementi alla premessa rendendo la sua creatura sempre più grande, sempre più varia e sempre più complessa. Eppure tutto sembra iniziare come una favola: il nostro protagonista vive in un mondo perfetto, l'unico problema è quel pelo che un giorno spunta sul suo viso glabro. Un pelo che ben presto diventa una barba ingovernabile che si espande per tutti la città come un mostro malvagio.

Tra un passato non deglutito e un presente indigeribile...

Alta fedeltà
di Nick Hornby
"Le Bussole" Guanda, 2014

Prima edizione: 1995

pp. 401
€ 10



Hai bisogno di zavorrarti più che puoi per non andare alla deriva; hai bisogno di gente attorno a te, hai bisogno di vedere camminare le cose, altrimenti la vita è come girare un film e finire i soldi, così non ci sono più scenari, né riprese in esterni, né comparse, ma solo un tizio che fissa la cinepresa senza niente da fare e nessuno a cui parlare, e chi ci crederebbe mai a un personaggio così? Qui mi serve più roba, più frastuono, più particolari, perché ora come ora corro il rischio di precipitare nel vuoto. (p. 100)

Ci sono libri che attendono. Il momento migliore per lasciarsi aprire e portarti a riflettere sulla pelle degli altri, di personaggi che all'inizio ti fanno sorridere e poi ti fanno boccheggiare perché in quella situazione ci sei stato anche tu, e hai pensato le stesse cose... Libri banali? No, libri sinceri o scaltri, dipende dal grado di cinismo con cui li guardiamo. Libri che sanno pensare - e pensarti.
Questo accade con Nick Hornby e il suo Alta fedeltà, uno dei romanzi che hanno consacrato il suo successo anche in Italia, e non sorprende che Guanda abbia inaugurato la sua collana (bellissima!) delle Bussole proprio con questo titolo.

Robert Fleming (Rob) è un uomo comune e un io-narrante ironico e autoironico; si descrive senza falsa modestia, pur senza incensarsi. O meglio, si vanta di avere quel "talento per la normalità" raro a trovarsi:

lunedì 15 settembre 2014

#LibrinTrincea - Dalton Trumbo, "E Johnny prese il fucile"



E Johnny prese il fucile (Johnny got his gun, 1939)
di Dalton Trumbo
Traduzione dall'inglese di Milli Griffi
Bompiani, 2003 (prima edizione italiana 1949, edizione di riferimento per questa recensione 1972)

pp. 250



Lui era un uomo morto con una mente che sapeva ancora pensare. Lui sapeva tutte le risposte che sapevano i morti ma loro non potevano più pensarle. Lui poteva parlare per i morti perché era uno di loro. Lui era il primo soldato fra tutti quelli morti dall'inizio dei tempi che avesse ancora una mente con la quale pensare. Nessuno poteva avere qualcosa da ribattere. Nessuno poteva dimostrare che si sbagliava. Perché nessuno sapeva tranne lui.
Il nome di Dalton Trumbo è legato alle vicende della Commissione di inchiesta sulle "attività antiamericane" che lo interrogò durante il periodo della "caccia alle streghe" contro i nemici degli Stati Uniti (allora erano i Comunisti, prima lo erano stati i Giapponesi, oggi lo sono i terroristi, domani forse i Marziani); al pari di altri intellettuali che come lui si rifiutarono di rispondere alla Commissione, nel 1950 Trumbo fu incluso in una lista di proscrizione e condannato a un anno di prigione per oltraggio al Congresso.

Trumbo non risulta fra i grandi della letteratura americana contemporanea, avendo lavorato più che altro come sceneggiatore di film per l'industria cinematografica hollywoodiana, tanto che nel 1971 sceneggiò e diresse egli stesso il film tratto da questo libro.
Nonostante questo, E Johnny prese il fucile è forse il romanzo antimilitarista per antonomasia, comunque una delle opere più famose in cui vi siano il rifiuto della retorica patriottico-nazionalista e la condanna senza appello della guerra.
La prima guerra mondiale cominciò come una festa d'estate, tutta gonne al vento e spalline dorate. Milioni e milioni di persone sventolavano i fazzoletti dal marciapiede mentre le piumate altezze imperiali, le serenità, i feldmarescialli e altri idioti del genere sfilavano per le strade delle principali città d'Europa alla testa dei loro scintillanti battaglioni.
Era un momento generoso, il momento delle vanterie, delle bande, delle poesie, delle canzoni, delle innocenti preghiere. [...] Nove milioni di cadaveri si contarono alla fine quando le bande si zittirono e le serenità cominciarono a scappare, mentre il lamento delle cornamuse non sarebbe stato più lo stesso.

domenica 14 settembre 2014

Pillole d'Autore - l'universo poetico di Charles Simic


Hotel insonnia,
di Charles Simic
a cura di Andrea Molesini
Adelphi, 2002

pp. 191
€  11,50


Il mostro ama il suo labirinto,
di Charles Simic
Adelphi, 2012

pp. 149
€ 12

“Io scrivo poesie per annoiare Dio e far ridere la Morte. Perché voglio che ogni donna del mondo si innamori di me”.

Avvicinarsi alla poesia di Charles Simic significa entrare in un universo inafferrabile e sconfinato. Affrontare un viaggio senza ritorno. Perdersi senza bussola. In un mondo misterioso e affascinante, dove ogni cosa viene nominata, disegnata, raccontata, scoperta per la prima volta. Un mondo assoluto perché incomprensibile, al di fuori da ogni sistema di riferimento. Dove la mappa delle nostre conoscenze e delle nostre sensazioni viene riscritta e ricompilata. Un’esperienza che ti segna. Qualcosa che resta.

Forse proprio per questo Charles Simic ha un grandissimo successo negli Stati Uniti. È senz’altro uno degli scrittori più acclamati d’oltreoceano. Premio Pulitzer, poeta laureato del Congresso, ha all’attivo oltre venti raccolte. Amico intimo di Mark Strand e James Tate. Eppure autore senza precedenti, caso davvero unico. Personaggio inimitabile e irripetibile. Lontano da tutte le correnti americane del secondo Novecento, da tutte le convenzioni e le scuole, gli avanguardismi. Per lui si è parlato di “imagismo minimalista”. Ma è un’etichetta che proprio non regge.

Purtroppo in Italia non è stato pubblicato molto. Anche se Adelphi ha colmato negli ultimi anni questa lacuna con una splendida antologia del 2002, Hotel insonnia, titolo che dava già il nome a una raccolta del 1992. Il volume è stato curato e tradotto da Andrea Molesini e offre un’ottima prospettiva di tutto il lavoro del poeta serbo-statunitense. A questa si aggiunge, sempre per Adelphi, una raccolta di riflessioni, uno zibaldone edito nel 2008 negli Stati Uniti e nel 2012 in Italia, dal titolo quanto mai significativo, Il mostro ama il suo labirinto (traduzione di Adriana Bottini). Lì è messo in bella mostra tutto il Simic che c’è in Simic.

sabato 13 settembre 2014

#FestLet incontra #LectorInFabula: le fiabe dei grandi autori del '900 in digitale


E chi ha detto che un festival della letteratura deve occuparsi solo degli autori presenti? L'operazione di quest'anno a Mantova è decisamente nuova: riprendono vita le fiabe d'autore del '900! Sapevate che Morante, Munari, Landolfi, Calvino, Chiara (solo per fare qualche nome, ma la bibliografia è vastissima) hanno scritto fiabe?



Bene, durante il Festival della Letteratura è stato possibile visitare una "biblio-mostra" davvero nuova, che ci permette di improvvisare un neologismo.

Nel "Palazzo delle fiabe", in collaborazione con i bibliotecari della provincia di Mantova, sono state raccolte numerose fiabe di autori del Novecento, che i visitatori possono consultare, sfogliare, ma anche sedersi a leggere. L'atmosfera, scaldata da lampade a terra e simpatici cuscini, è decisamente invitante, e non è affatto strano, tornandoci in momenti diversi, trovare bambini e anziani seduti lì, a pochi centimetri, con le fiabe tra le mani.

Anche i titoli, del resto, attraversano tutto il Novecento: da Capuana a Benni, da Imbriani a Camilleri, da Lussu a Nori, da Sciascia a Soldati... Accanto a loro, i più autori di fiabe: Pitzorno, Piumini, Lodi, Rodari.
E poi si scopre che anche tanti poeti si sono cimentati con la forma della fiaba: basti pensare a Morante, Montale, Gatto, Lamarque, Porta, Raboni, Zanzotto.
Un insospettabile? Gadda, che ha scritto Il mio primo libro delle favole (Garzanti, 1976).

venerdì 12 settembre 2014

Un impero bianco fondato su sangue e petrolio

Il figlio
(The Son)
di Philipp Meyer
Einaudi, 2014 (2013)


pp. 546




Prima di Houston e Dallas c’è una storia, sia chiaro a tutti. Prima di grattacieli, petrolieri e famiglia Bush possiamo andare a ritroso, più o meno in prossimità dell’infanzia del mondo. Scoprire che c’erano i Mogollon. E chi sono? Non si sa: spariti all’improvviso, pare, tipo i dinosauri. Erano umani e avevano fondato una civiltà, sembra, niente male. È l’America precolombiana, ma non aztechi e incas bensì... el norte. Sì, perché oltre il Rio Bravo, o Rio Grande, dipende da quale sponda ci si tuffa, stavano abitanti autoctoni.
Comunque a un certo punto i Mogollon si dissolvono e arrivano gli indiani, proprio quelli dei film: Apache, soprattutto. E via, un altro impero. Dopo gli Apache ecco i Comanche che scacciano i primi letteralmente a calci e a colpi di ascia. Gente, ardimentosa, tosta, neppure gli spagnoli che intanto fondano colonie a ripetizione ne riescono ad avere ragione e queste colonie spagnole sono tutte Messico, su su fino al… Texas. Perché in questo libro siamo in Texas.

giovedì 11 settembre 2014

Arrivano i pagliacci, l'ultimo romanzo di Chiara Gamberale

Arrivano i pagliacci
di Chiara Gamberale
Mondadori, 2014

pp. 216
€ 15

Durante un trasloco dovete stare molto attenti a quello che ficcate negli scatoloni, a quello che buttate nell’immondizia, a quello che lasciate, a quello che regalate alla portiera e a non finirci voi negli scatoloni, nell’immondizia o dalla portiera.”

Inizia così il romanzo di Chiara Gamberale che non è nuovo al pubblico. La prima stesura è infatti del 2003 ma ora, a distanza di 11 anni, l'autrice ha deciso di rimettere mano a questo testo, a rivisitarlo, e a ripubblicarlo.

È una storia che parla di traslochi, come si intuisce dall'incipit. La protagonista è Allegra, la voce narrante, che prima di trasferirsi e lasciare la casa ai futuri inquilini scrive una lunga lettera, una sorta di manuale di istruzione. Dove a parlare sono gli oggetti che lascia volontariamente in questa casa. E consegna tutto al nuovo arrivato, questa coppia in dolce attesa, i signori Godalla, che forse nemmeno esistono e Allegra solo se li immagina. A loro affida la storia della sua casa e della sua famiglia.

Chi è Allegra, che in questo nome così bello tiene chiuse tante sfumature? Allegra Lunare è una giovane ragazza che il 20-02-2000, quando scrive, compie vent'anni. È l'anno zero dice lei, ed è un problema serio: “il 2 del giorno e quello del mese si eliminano a vicenda e così anche il 2 dell’anno e il 2 dei miei anni e viene fuori ZERO. ” I suoi venti anni, traguardo importante, potrebbero farle un brutto scherzo e chiuderla in uno scatolone e spedirla chissà dove. Invece Allegra scrive e lascia il suo messaggio al futuro.

La sua famiglia è ordinaria e straordinaria allo stesso tempo, come tutte. Una “famiglia normale” come si dice sempre, con qualche elemento assolutamente speciale.

Suo padre Ettore negli anni settanta voleva la rivoluzione, studiava filosofia ma crescendo (o invecchiando) si smussa e si adagia sulla sua poltrona in vimini, sostituisce L'Unità col Corriere. È un uomo che “nella classifica delle cose belle della vita mette Suzanne di Leonard Cohen perfino davanti alla sigaretta dopo il cappuccino”.

Sua mamma è americana e viene in Italia da giovanissima per un'offerta di lavoro per una campagna pubblicitaria. Ma come in ogni storia d'amore qualcosa va storto e la quattordicenne Patty si innamora di Ettore, che ha 10 anni in più di lei.
Da quella notte mia madre fu per mio padre la sostenitrice instancabile, al suo fianco sempre e comunque per appoggiare con il silenzio ogni sua mossa, per poi – una volta compiuta – trasformarla in un palloncino con fiumi di chiacchiere inutili e farla volare via”.

Nei primi anni della loro unione vivono in un appartamento con Adriana e Matilde, compagne nella vita e presenze costanti nella vita della famiglia Lunare.
Papà ci mise poco ad affezionarsi a quelle due e ancora meno ci misero quelle due a diventare le sorelle maggiori di papà, le sue più accanite fan in qualunque casino lui si ficcasse, primo fra tutti il rimbambimento per l’americanina con miliardi di lentiggini e quattordici anni.”

Presto il primo figlio, si chiama Giuliano detto Giù, ed è nato con la sindrome di down. E poi, poco tempo dopo, arriva Allegra ed è allora che si trasferiscono nella loro casa.
Almeno quel giorno la scena fu tutta di questa bambina nuova che arrivava e che per un momento sembrava dire che il cancro la Dc l’handicap e il ventisette del mese erano solo degli scherzi, di cattivo gusto sì, ma comunque degli scherzi”.

E poi ci sono tutti gli altri: amici, amori, affetti. Cambiamenti, addii. Tutto è intrinsecamente legato alla casa e agli oggetti che la popolano, che non sono semplici cose vuote di significato, ma un lascia passare ai ricordi e alle esperienze più toccanti della sua giovane vita.

Ci sono le ali di cartapesta, fatte da Allegra per la recita scolastica, il momento in cui capii che da grande avrebbe recitato. Tre piatti rotti da suo padre in un momento di crisi e sconforto. La sedia di vimini su cui si sedeva. Le foto incorniciate, ricordo di momenti sereni, il calendario dei Beatles. Peluches, un orologio, posters. Tutto ha qualcosa da comunicare sotto la guida attenta di Allegra.

Fa pensare a tutte le cose che riempiono le nostre case: quante hanno qualcosa da dire? La verità, le bugie, la tenerezza, le lacrime. Le paure, le risate, le canzoni . Tutto ciò che fa della nostra una vita vissuta.

Di colpo qualcosa si rompe, l'equilibrio si incrina. Già nelle prime pagine del romanzo abbiamo degli accenni, qualche indizio. Si parla, così, dal nulla, di Vera Salesani. Chi è questa donna e perché la foto della sua laurea è appesa a una parete della casa di Allegra? Lo scopriamo piano piano. Vera è una psicologa molto brava che prende in cura Giù in un momento difficile. Non solo. Anche Ettore va ad una seduta dalla dottoressa e come talvolta accade Ettore si innamora di questa donna, così colta e così lontana dalla sua “americanina”. La sposa, la porta a vivere a casa sua. Ettore vuole ricominciarsi e questo Allegra non lo può superare, e mentre il padre trova un nuovo lavoro e crede di stare meglio Allegra non vive serenamente. La sua vita cambia senza che lei lo abbia chiesto, una nuova donna lascia il suo cappotto sulla porta, la sua mamma è andata in India.

La vita è fatta un po’ così, che tu ti affanni a pensare se in quel punto lì starebbe meglio un pezzettino di lego blu da due o due rossi da uno e, mentre pensi e ripensi, la costruzione si fa da sé, così ti svegli una mattina e in quel punto lì ci trovi un pezzettino verde da tre”.

Ma anche se la vita va avanti per il suo corso bisogna portare pazienza. Come le ha insegnato il suo amico Francesco, che conosce il circo, dopo il numero dei trapezisti, così pericoloso, arrivano i pagliacci. Arrivano i pagliacci e si può tirare un sospiro di sollievo. Come un mantra Allegra si fa forza così, anche quando arriva il peggio (che lasciamo alla vostra lettura) e che spinge Allegra ad un gesto del quale mai avrebbe immaginato le conseguenze.

Ancora una volta Chiara Gamberale entra nelle case dei suoi protagonisti, nelle loro vite. A noi il piacere di ritrovarci nelle “case degli altri”, ognuna così unica ma ognuna con qualcosa in comune. Fosse anche una lista di oggetti inanimati che lasciano il posto ai nostri ricordi.
Come un fiume in piena la penna dell'autrice segue il percorso della sua protagonista, diventando ogni tanto un vortice intenso che non lascia spazio a riflessioni esplicite, solo allo scorrere degli eventi, troppo grandi per essere compresi.

Una vita nella quale il dolore ha le fattezze del tormento dei vent'anni. I vent'anni di Allegra e i vent'anni di Chiara quando per la prima volta pensò a questa storia. Quei vent'anni che ti fanno stare sospesa, tra un'infanzia antica e una maturità quasi raggiunta. Dove molte cose della vita non si è in grado di capirle, ma ci basta pensare che “non c’è quasi niente, tutto sommato, che si debba a tutti i costi capire. A volte, nella vita, succedono cose” e che queste cose, in fondo, non possono essere decise. E che se fanno male, basta aspettare i pagliacci.

Elena Sizana

#SpecialeScuola - Scrivere nella scuola secondaria. Una guida per gli insegnanti

Scrivere nella scuola secondaria. Una guida per gli insegnanti.
di Valerio Camarotto e Tommaso Testaverde
Le Monnier - Mondadori Education
2014


pp. 121
€ 9,90



All'interno del progetto sulle scritture contemporanee diretto da Paola Italia ed edito da Le Monnier in collaborazione con Mondadori Education, Scrivere nella scuola secondaria. Una guida per gli insegnanti di Valerio Camarotto e Tommaso Testaverde si presenta come un utile, chiaro e agile vademecum per tutti quei docenti che proprio in questo periodo dell'anno si trovano alle prese con la stesura di testi e documenti 'tecnici' inerenti la loro attività didattica.

Soprattutto va riconosciuto a questa guida di Camarotto e Testaverde il merito di fare ordine e chiarezza sul panorama legislativo italiano dell'ultimo decennio, frastagliato e in evidente difficoltà a tenere il passo con il quadro generale della normativa europea. Si è assistito, in questi ultimi anni, a una vera e propria rivoluzione copernicana del sistema di insegnamento nazionale e transnazionale che può ben essere sintetizzata nel lemma-chiave di competenza, ovvero quella "capacità di rispondere a esigenze individuali e sociali [...] avvalendosi di abilità non solo cognitive, di attitudini, motivazioni, valori, ecc." (p. 2). In linea con questo nuovo assetto normativo, le teorie pedagogiche più recenti in Europa hanno spostato il focus delle loro riflessioni dal processo di insegnamento a quello di apprendimento. Al centro di questa dialettica spicca la figura dell'alunno o discente che ha un ruolo attivo nella costruzione del sapere e verso cui vanno rivolte le attenzioni dell'insegnante. In questa prospettiva, dunque, la singola nozione non va più considerata come un'acquisizione statica da parte del soggetto apprendente bensì, all'apposto, deve inserirsi in un contesto di apprendimento dinamico capace di fare leva sulle esperienze e sulle acquisizioni pregresse del discente. L'inseganante diventa allora "un organizzatore di situazioni di apprendimento" (p. 11) a cui si richiede una grande capacità di progettazione del sapere in relazione al contesto personale, sociale, motivazionale del singolo.

mercoledì 10 settembre 2014

Al #FestLet - domenica 7 settembre (seconda parte)

Prospettive nerd #FestLet
©GMGhioni

Ve lo dicevo che la domenica al Festival di Mantova è stata fittissima, da non riuscire a fermarsi un attimo, per seguire più eventi possibili!
Dopo una mattinata e un primo pomeriggio intensissimi (leggi qui la cronaca), ecco che scelgo l'appuntamento con una riflessione sulla figura dell'"eroe" nella narrativa contemporanea.
Il tema è, infatti, di grande attualità, dal momento che il termine è inflazionato sui quotidiani, a celebrare una retorica in larga parte stanca e infantilistica. Come ha fatto notare Stefano Jossa, brillante accademico, all'eroe non è mai concesso errore, né caduta o ripensamento. Non gli è concesso neanche un raffreddore; l'eroe diventa tale solo da morto, ovvero quando si è completamente certi della sua struttura monolitica. Insomma, perde parte della sua umanità: davvero vorremmo un mondo politico così, che non accetta l'errore e la sua riparazione?
Ma siamo in San Sebastiano non per scervellarci sulla presenza massiccia di 'eroe' nella quotidianità giornalistica, ma per chiederci per quale ragione la narrativa contemporanea, invece, si interessi sempre più agli anti-eroi. Forse (ipotesi che ci sentiamo di sottoscrivere) perché la letteratura è globale, e non ha bisogno di trincerarsi dietro a false retoriche; vuole conoscere l'uomo nella sua interezza, studiando quegli anfratti che lo rendono più credibile, a tratti quasi reale.

Licia Troisi, Stefano Jossa e Francesco Piccolo
Foto ©GMGhioni
Per affrontare l'argomento, Jossa ha chiesto a Licia Troisi e a Francesco Piccolo di scegliere due eroi (o anti-eroi) che hanno amato nella letteratura contemporanea.

#ScrittoriInAscolto - "L'istinto di narrare": incontro con Jonathan Gottschall

"Dio creò l'uomo perché gli piacciono le storie", ha scritto Elie Wiesel ne Le porte della foresta, e l'uomo invece crea le storie come segno, talmente pervasivo da risultare quasi tangibile, della propria strana presenza nel mondo. 

Jonathan Gottschall non ha dubbi: l'uomo è "un animale che racconta storie" e lo fa dall'alba dei tempi, nei modi più diversi ma sempre con la stessa capacità naturale di creare, immagazzinare, rielaborare narrazioni. Professore di Letteratura inglese presso il Washington and Jefferson College in Pennsylvania, scrittore e giornalista, Gottschall ha presentato alla Fondazione Giangiacomo Feltrinelli a Milano il suo primo libro tradotto in italiano e da poco edito da Bollati e Boringhieri, L'istinto di narrare. Come le storie ci hanno reso umani. 
La lecture, introdotta da un intervento di Stefano Salis, si inscrive nel ciclo di incontri che la Fondazione dedica al tema "Il futuro del libro" ed è anche di questo che abbiamo parlato in un vivace andirivieni tra passato e presente,  cinema e letteratura, fotografia e pittura.

martedì 9 settembre 2014

Al #FestLet: domenica 7 settembre

Ci sono Festival che ti mancano, quando per qualche ragione manchi. E i festival itineranti, legati a luoghi particolari di una città (penso a Mantova, Pordenone, Pietrasanta,...) hanno quel tocco in più, che trasforma e integra parole e urbanistica, architettura e storia, ricordi e presente. Così per Mantova. Mancavo da un po', e ho accolto con particolare felicità l'invito degli organizzatori del Festival (che ringrazio).

Dunque, mattinata partita con la fatidica domanda: da dove cominciare? Tantissimi appuntamenti, come sempre scanditi benissimo e in diversi luoghi della città. Il prossimo anno mi organizzerò ufficialmente con una bicicletta per riuscire ad arrivare a San Sebastiano con i giusti cinque minuti di ritardo, e non il quarto d'ora accademico e il fiatone ma... ne vale sempre e comunque la pena! Tanto più che con il pass-stampa si può saltare la coda, per infilarsi al più presto agli eventi.

FOCUS ON: INTESA VINCENTE

"Mi ricordo" di Joe Brainard: una potente, semplice e rivoluzionaria macchina dei ricordi


Mi ricordo
di Joe Brainard
Edizioni Lindau



Joe Brainard è stato un pittore, poeta e scrittore americano che probabilmente non avrebbe lasciato grandi tracce se un bel giorno dell’estate del 1969, quando aveva solo ventisette anni, non avesse inventato quella che Siri Hustvedt definisce una vera e propria "macchina del ricordo". Il meccanismo di questa macchina è molto semplice e ce lo spiega con parole efficaci Paul Auster: "Scrivete le parole -Mi ricordo-, fermatevi per un momento o due, date modo alla vostra mente di aprirsi, e inevitabilmente ricorderete, con una chiarezza e una specificità che vi stupirà". Chiunque  può fare questo esercizio di memoria e di scrittura, riuscendo a rievocare momenti particolari di esperienze ormai lontane nel tempo. Ma il merito di Joe Brainard consiste nel fatto che, oltre ad aver scoperto questa potente macchina della rievocazione, egli la sa usare in modo impeccabile e incantevole. Quelli di Mi ricordo, infatti, sono dei meravigliosi e sorprendenti pezzettini di prosa che brillano per originalità e fantasia, e dimostrano quanto bravo sia l'autore a raccontare dei frammenti di vita vissuta con uno stile semplice ma coinvolgente che fa sì che il lettore resti, quasi ipnotizzato e attaccato alle pagine del libro.
I quasi millecinquecento ricordi del libro trattano degli argomenti più svariati, evidenziando gli innumerevoli interessi di Brainard, uomo curioso di tutto ciò che lo circonda.Tra le pagine di questo piccolo capolavoro si trovano ricordi legati a esperienze di ogni genere: Mi ricordo è infatti un contenitore e un collage di memorie in cui si può trovare qualsiasi cosa.

lunedì 8 settembre 2014

Festivaletteratura: sabato 6 settembre 2014

Anche per questa attesa diciottesima edizione di Festivaletteratura Mantova si ripresenta rete fittissima di eventi da seguire e luoghi affascinanti da cercare sulla mappa della rassegna.
Scegliere non è facile, impossibile seguire per ogni giornata gli appuntamenti che, ogni anno, portano nella città dei Gonzaga, le voci più interessanti dello scenario internazionale, dalle conferme che non necessitano di introduzoni fino alle voci nuove che a Mantova trovano un pubblico sempre accogliente.
La mattinata ha inizio con Lavanya Sankaran in dialogo con Piero Zardo. Della scrittrice indiana Marcos y Marcos ha quest’anno pubblicato La fabbrica della speranza (si veda anche Tappeto rosso. Storie di Bangalore), un successo editoriale che mette in luce le mille contraddizioni di Bangalore, la città di cui Sankaran è originaria. Bangalore è allo stesso tempo testimonianza di una cultura millenaria e culla dell’innovazione più sfrenata in cui povertà e ricchezza dimorano l’una accanto all’altra, una dualità che il romanzo esplora attraverso le storie dei suoi protagonisti. 

Proseguendo con gli appuntamenti, Mantova ha visto la presenza dell’irlandese Colm Toíbín che insieme a Ranieri Polese ha presentato il suo discusso Il testamento di Maria (Bompiani). Il romanzo racconta il volto inedito della Madre di Gesù, una donna, oramai anziana, che piange il figlio morto nel più crudele dei modi. Non c’è la tensione religiosa che dovrebbe animare la Maria che tutti conosciamo, la quale nel romanzo sembra persino regredire al culto pagano delle origini, ciò che resta è  la rabbia per un figlio ‘scapestrato’ che se ne va di casa per gettarsi in qualcosa più grande di lui.
L’opera di Toíbín ha destato molte perplessità nell’ambiente di formazione cattolica che ha criticato la scelta quasi blasfema dello scrittore sottovalutando, invece, la capacità dello stesso di umanizzare la figura di Maria.

#LibrinTrincea - Il diavolo in corpo di Raymond Radiguet



Il diavolo in corpo
di Raymond Radiguet
Einaudi

1^ edizione: 1923







In questo romanzo non c’è trincea, né battaglie, né soldati al fronte o strategie belliche. Non ci sono amori lasciati a casa e la speranza di ritrovarli custoditi. Nulla a che fare direttamente con la guerra, eppure, il primo grande conflitto mondiale è presente più che mai, vissuto dalla parte di un adulterio.

Narrato in prima persona, senza mai conoscere il nome del protagonista, Il diavolo in corpo è stato pubblicato nel 1923, rendendo subito l’autore – il ventenne Raymond Radiguet – uno dei più famosi e discussi autori di Francia. Un genio? Un ragazzo prodigio? Oppure un personaggio costruito sapientemente per scatenare il fenomeno letterario?

Da Il diavolo in corpo, tra passione e razionalismi, si libera la storia d’amore tra il protagonista dodicenne e la signorina Marthe, più grande di lui, promessa sposa a Jacques, costretto al fronte. Cos’è la guerra per un ragazzino così giovane se non il pretesto per non andare a scuola e amoreggiare?

domenica 7 settembre 2014

Pillole d'Autore - Osservare il mondo con gli occhi di David Sedaris

Difficile definire un libro come Quando siete inghiottiti dalle fiamme, raccolta di racconti autobiografici in cui David Sedaris, al suo solito, ci racconta un sacco di storie, episodi e aneddoti tutti a prima vista indipendenti l'uno dall'altro, se non per il fatto di ruotare sempre intorno a lui. Quella volta, per esempio, in cui girò mezza Parigi alla ricerca di un autentico scheletro umano da regalare per Natale al suo compagno Hugh (Memento mori). Oppure la volta in cui la casa estiva dei due in Normandia fu bersagliata da uno stormo di fringuelli che voleva a tutti i costi sfondare le finestre (Creature del cielo). Oppure ancora l'irresistibile storia della convivenza condominiale con la terribile Helen, la vicina di casa di David e Hugh a New York, arrogante, egoista, razzista e sessista (That's Amore).

Eppure, anche nella loro autonomia, a riunire ogni esperienza in un insieme narrativamente omogeneo ritroviamo sempre lo stesso minimo comun denominatore: il punto di vista imparziale, cinico e sempre travolgentemente divertente a cui Sedaris sottopone ogni avvenimento della sua vita. Già il titolo della raccolta, per una volta, ci cala perfettamente nello spirito del libro: Quando siete inghiottiti dalle fiamme è la paradossale intestazione di un opuscolo sulle misure di sicurezza di un hotel di Hiroshima in cui Sedaris soggiornò durante un viaggio in Giappone, e diventa la chiave perfetta per interpretare tutta una serie di avvenimenti quotidiani, tra il surreale e il grottesco, che Sedaris analizza sempre e comunque con lo sguardo impietoso e il finto distacco di chi si muove nel mondo cercando di comprenderlo e, al tempo stesso, di sopravvivergli. E l'unico modo per sopravvivere al mondo è capire le differenze tra lui e noi, e riderci su.

sabato 6 settembre 2014

#ScrittoriInAscolto - Internet e futuro: incontro con Jeremy Rifkin

Allora, quanti di voi hanno letto il mio libro? Potete dire la verità, nemmeno la mia famiglia li legge per intero. 
Jeremy Rifkin è entrato nella sala del Four Season di via Gesù a Milano e ha esordito con un'ironia gentile, la leggerezza tipica delle grandi personalità che sanno mettere a proprio agio gli interlocutori. 
Economista, scrittore, attivista politico e consigliere di numerosi governi e federazioni del mondo, è in Italia per promuovere il suo ultimo libro, La società a costo marginale zero (Mondadori), e per diffondere il suo credo scientifico, frutto di decenni di studi sull'impatto che l'innovazione e le tecnologie hanno sull'economia, l'ambiente, il lavoro, la società e le relazioni umane. Avevamo tante domande da fargli ma prima gli abbiamo chiesto di introdurre il suo lavoro e lui ce lo ha raccontato con cura, chiarezza, trasmettendo tutto il proprio entusiasmo. 
Questo è un momento molto importante della mia visita a Milano, mi trovo a parlare con persone che si occupano di web e Social Media. Voi siete alcuni degli attori di cui parlo nel mio libro.

venerdì 5 settembre 2014

Grant Allen, "Questi barbari inglesi"




Questi barbari inglesi
di Grant Allen
Traduzione di Nicola Leporini
Marchetti Editore, 2014


pp. 138
10,00



Questi barbari inglesi”, traduzione di “The British Barbarians”, di Grant Allen, edito da Marchetti, apre la collana “Dodo d’oro”, formata da opere in lingua inglese che, per vari motivi, sono scomparse della memoria culturale e quindi non sono mai state tradotte in italiano prima d’ora.
Come afferma l’autore stesso nella prefazione, “Questi barbari inglesi” mira a “rappresentare punti di vista (…) nella narrativa romantica piuttosto che in saggi ponderati”. E il romanzo, in effetti, è una commistione di tre generi: blanda fantascienza, narrativa sentimentale e pamphlet. In realtà, propende verso la terza via, le altre due sono solo dei pretesti per rendere più accattivante la materia.
Charles Grant Blairfindie Allen è nato in Canada nel 1848 ed è vissuto tra Stati Uniti, Francia e Gran Bretagna. Vicino di casa di Arthur Conan Doyle, agnostico e socialista, amico di Spencer, sostenitore dell’evoluzionismo di  Darwin e delle teorie antropologiche di Frazer, molte delle sue opere, a partire da “The Woman Who Did” – che narra la vicenda scandalosa e drammatica di una ragazza madre – sono animate da un prepotente spirito critico nei confronti della società britannica, inquinata dal culto della rispettabilità a tutti i costi e dal moralismo ipocrita dei borghesi sepolcri imbiancati.