giovedì 30 ottobre 2014

"Per quanto mi riguarda sono sempre innamorato" di Sandro Settimj: la mia malinconia è tutta colpa tua

Nel libro di Settimj  viene raccontato l’universo maschile attraverso l’unico modo possibile: le fiabe, l’ironia e le donne


Per quanto riguarda sono sempre innamorato
di Sandro Settimj
Mondadori, 2014
264 pagine
16 euro



Sono solo canzonette” cantava Edoardo Bennato ma nessuno ci credeva poi tanto: le canzonette non sono mai stato –ette, ma sono state cose tremendamente serie, almeno un tempo, in questo Paese. In un certo senso hanno fatto il Paese, ne hanno costruito l’immaginario, ne hanno plasmato i miti e gli interpreti più giusti, hanno fatto sentire i giovani “biologicamente diversi” da tutti quelli che non avevano 20 anni. E neppur le fiabe sono state una cosa “solo per bambini”. Basti citare i fulgidi esempi di Vladimir Propp oppure di Italo Calvino i cui studi, assieme anche alla rivalutazione proposta dall’Antropologia Cultura e dalla Psicoanalisi lacaniana, hanno fatto sì che le fiabe diventassero affari tremendamente seri. Infine sul tramonto dell’universo maschile è stato scritto praticamente tutto e da tutti (soprattutto da uomini, perché a quanto pare le donne non sono molto interessate all’argomento). A partire dal Primo Novecento con il dandy che pian piano trascolorava in personaggi oscuri e ambigui, sia in letteratura come nel mondo della pittura e del cinema, da Ulrich protagonista de “L’uomo senza qualità”, ai ritratti di Egon Schiele sino a Peter Lorre nei panni di “M- Il mostro di Dusseldorf”.

E Ugo, in questa danza da derviscio rotante fatta di nomi e paroloni, cosa c’entra?

Ugo è il protagonista, indiscusso si sarebbe detto una volta, del romanzo  “Per quanto mi riguarda sono sempre innamorato” di Sandro Settimj edito da Mondadori. Ugo è assieme quello che scritto ad inizio di questa recensione: è una canzonetta, un ragazzo eternamente giovane, anzi bambino, che crede nelle favole (anzi fino ad un certo punto della sua vita si svolge attorno ad una fiaba, non come una fiaba, ma attorno, differenza topografica sostanziale in casi come questi) ed infine è un uomo e oltre ad essere un uomo è anche un “maschio del nuovo millennio in crisi esistenziale”. Ora siamo pronti a stenderci sul lettino dello psicanalista assieme a lui e ad ascoltare le sue storie.

mercoledì 29 ottobre 2014

Storie sul crinale della grande Storia: il passo lieve di Molesini

Presagio
di Andrea Molesini
Sellerio, 2014

pp. 168
€ 12.00


- Perché, le signore sono da meno?
- Per noi essere attraenti è una necessità, senza l'attenzione degli uomini una donna è meno di niente... ma voi, e anche tu, caro Niccolò, voi siete incapaci di arrendervi alla verità.
- La verità?
- Sì, la verità, Wahrheit... la verità è che il mondo sa fare tranquillamente a meno di ciascuno di noi.
(pp. 51-52)

Un ultimo ballo all'hotel Excelsior, la sala che, muta, aspetta la notizia dello scoppio della Prima Guerra Mondiale, i cenni di quella aristocrazia decadente che già Mann ha saputo rintracciare in Venezia. 
La fine della Belle Époque si respira nella miseria delle calli veneziane, come nell'albergo di lusso che il proprietario, il commendatore Niccolò Spada, vede via via svuotarsi. I tentativi di ostentazione della bellezza e della ricchezza celano conti in banca con debiti e garanzie: e ne è vittima anche la marchesa Margarete von Hayek, bellissima libertina dal passato torbido, «fuoco e rapina» per Niccolò. E proprio questa dittologia è perfetta per delineare la donna dalla capacità incendiaria, che smonta le certezze del commendatore: lui così affezionato all'abito da sera; lei, che non teme di lasciare le scarpe eleganti in un vaso di fiori e immergersi con l'abito lungo nelle acque della laguna. La marchesa agisce "un po' per celia, un po' per non morire" potremmo dire, chiosando la Butterfly, opera lirica che accompagnerebbe molto bene la lettura di questo romanzo. 

martedì 28 ottobre 2014

#ScrittorinAscolto - Con Andrea Vitali alla rassegna trevigliese

Con Andrea Vitali alla biblioteca civica di Treviglio per la rassegna InChiostro, ideata e organizzata da Annarita Briganti


Cose che capitano, quando meno te le aspetti. Da queste trai un'energia che ti permette di fare tutte le cose che, drammaticamente, sai che ti aspettano, e ti aspetteranno finché non prenderai il coraggio a due mani. 
Di sicuro non mi sarei mai aspettata di presentare Andrea Vitali, autore tra i più noti e amati in Italia, che ha accompagnato momenti sì e momenti no: la sua ironia, il mistero sottile dei romanzi, i personaggi così caratterizzati, unici eppure tanto verosimili... Insomma, i suoi libri, con la piacevolezza di chi scrive per far far leggere e divertire, sottotraccia hanno rappresentato un punto fermo per me. A ogni titolo nuovo, una nuova gita a Bellano, tra personaggi noti e altri appena usciti dalla penna. 

Scritti vicino al lagno

Gli incantevoli scarti
di Eugenio Baroncelli
Sellerio, 2014

pp. 115


Fate attenzione a questo piccolo scrigno di “cento romanzi di cento parole”. Fate attenzione perché Eugenio Baroncelli viene direttamente dall’OuLiPo di Raymond Queneau e François Le Lionnais, il laboratorio di letteratura potenziale che indagò nuove strutture, anche di natura matematica, a servizio del romanzo. Probabilmente però, se glielo chiedete, vi guarderà in maniera interrogativa, magari negando tutto. Lo dico perché subito dopo avere letto questi suoi romanzi avari, mi è capitato di incontrarlo e di scambiarci qualche impressione.

Intanto mi ha fatto capire che il libro andrebbe tagliuzzato in tante parti quanti sono i romanzi, dunque 100, per ottenere una fila di documenti originali dove le 100 parole non riempirebbero che una minima parte, in alto, di un documento word. Cominciate a visualizzare questi fogli uno dietro l’altro, oppure uno davanti all’altro, e vi accorgerete che dinanzi a voi si manifesta un menabò asiatico: «un rotolo di Wang li, un fotogramma di Ozu, una veduta di Hokusai».

lunedì 27 ottobre 2014

#Scrittori in ascolto: con Emanuele Trevi

Marco Caneschi ed Emanuele Trevi


A costo di apparire pedante, non posso che partire da una citazione, quella di quarta di copertina di “Qualcosa di scritto”, perché non saprei fare di meglio verso un libro per il quale ho finito per nutrire una forma di rispetto (sottinteso anche per il suo autore). “Sono rarissimi, gli incontri, che davvero, come si dice, lasciano un segno. La maggior parte delle persone, che incontriamo, è triste dirlo, non determina in noi nessuna reazione profonda, meno che mai un cambiamento anche minimo. Saremmo perfettamente gli stessi senza averle mai conosciute. Ma questa deprimente regola non fa che rendere l’eccezione più pericolosa. Ci sono pur sempre degli individui che svolgono nella vita dei loro simili un ruolo che non saprei definire meglio che catastrofico”. Ecco, Emanuele Trevi a un certo punto della sua vita si trova a frequentare il Fondo Pier Paolo Pasolini e di sicuro vi avrà incontrato tante persone. Persone educate, allegre, stabili, amanti del proprio lavoro. Fra tutte però sceglie di riportare l’esperienza avuta con la Pazza, ovvero la cantante, attrice, intima amica di P.P.P., Laura Betti, che dirigeva all’epoca il Fondo, scaricando su tutto ciò che le capitava a tiro, uomini e cose, la sua rabbiosa follia e verso la quale l’autore, bersaglio privilegiato della donna, nutre un sentimento di repulsione e attrazione.

Antonio Tabucchi, "La testa perduta di Damasceno Monteiro"

Nome:   tabucchi.jpg
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Grandezza:  22.5 KBLa testa perduta di Damasceno Monteiro
di Antonio Tabucchi
Feltrinelli, 1997
pp. 239







"[…] ho l'impressione che fissare i nomi dei torturatori abbia un senso, e sa perché?, perché la tortura è una responsabilità individuale, l'obbedienza a un ordine superiore non è tollerabile, troppa gente si è nascosta dietro questa miserabile giustificazione facendosene uno schermo legale, capisce?, si nascondono dietro la Grundnorm."



Un cadavere decapitato viene trovato casualmente nei pressi di un accampamento di zingari alla periferia di Oporto. Il fatto stuzzica l'interesse di un giornale scandalistico di Lisbona, che invia sul posto un giovane cronista. Questi, aiutato – o forse sarebbe meglio dire manovrato, nonostante l'accezione negativa lo renda un termine ambiguo – da un bizzarro ma colto e abilissimo avvocato, riesce a tirare le fila della vicenda, che si scopre essere il risultato di un abuso da parte della polizia, permettendone l'approdo in sede giudiziaria.


domenica 26 ottobre 2014

Pillole d’autore: Cheikh Tidiane Gaye, l’umanesimo della parola.




TERRA MIA
All’alba
mi vesto del tuo odore
e mentre le stelle sfuggono al giorno
mi sveglio sotto la tua ombra
abbracciando il mistero del tuo calore.
Offrendomi alle tue mani
Cammino sui tuoi polmoni
Divoro il vento per volare nei tuoi occhi
A cantare il tuo dolce profumo di cachi.
All’alba
estraggo l’inchiostro dei tuoi spiriti
dall’albero magico, scolpisco la penna
per pitturare la tua anima
e la mia voce innocente intona i tuoi canti.
All’alba
Una voce ti diceva:
terra senza voci
voci che non sanno scavare il pozzo delle melodie
melodie che non rimano con le parole
parole senza profumo,
questa terra non sa piantare le lettere,
parole stonate
suoni senza fiamme:
fiamma, fumo e solo tenebre.
Terra che non sa contare
conto che ripudia l’aritmetica
racconto che non brilla. (da “Ode Nascente”, 2009)

Il senegalese Cheikh Tidiane Gaye non vuole essere etichettato come poeta della migrazione. Noi lo definiremmo piuttosto poeta borderline fra decolonizzazione e integrazione, fra passato e futuro. Forse è proprio il presente a stargli stretto.
Nato in Senegal nel 1971, ha pubblicato testi in prosa e poesia, fra i quali “Il giuramento”, “Mery principessa albina”, “Il canto del Djali”, “Curve alfabetiche”, “Rime abbracciate”, “Ode nascente”, “Prendi quello che vuoi ma lasciami la mia pelle nera.” Dichiaratamente s’ispira a Leopold Sèdar Senghor, primo presidente del Senegal e poeta di lingua francese, il quale, insieme all’antillano Aimè Cesaire, fu l’ideologo della negritude. Per negritudine s’intende la riscoperta della cultura africana, delle sue caratteristiche peculiari, come il senso del ritmo e la forza del sentimento. Il popolo nero va alla ricerca di sé, delle proprie radici, della propria specificità, all’indomani della diaspora che l’ha reso apolide, ramingo o non bene adattato.

sabato 25 ottobre 2014

CriticArte: Quattro stanze tutte per Virginia Woolf a Londra

‘I must be private, secret, as anonymous and submerged as possible in order to write’ (‘Devo essere privata, segreta, più anonima e sommersa possibile per poter scrivere’): queste le parole di Virginia Woolf (1882-1941) incise sulla parete di una mostra che si propone l’esatto contrario, cioè esibire la vita privata della scrittrice londinese. Questa la mostra ‘Virginia Woolf. Art, Life and Vision’, visitabile alla National Portrait Gallery di Londra fino a domani. Quattro stanze che formano un quadrato ospitano oltre centoquaranta oggetti: foto, ritratti, materiale archivistico, edizioni stampate e manoscritti che ricompongono i cinquantanove anni di vita di una delle principali figure letterarie del Novecento. Una splendida esposizione, che forse poco aggiunge al visitatore che già sa della vita e delle opere della Woolf ma che ha il grande pregio di sistemare i materiali in modo da accattivarsi la curiosità di chi li osserva. 
Virginia Woolf in una foto di George Charles Beresford
L’esposizione della vita riservata e schiva dalla mondanità della Woolf inizia dalla fine, dal traumatico momento del bombardamento della sua casa londinese di Tavistock Square nel 1940. La Woolf riuscì a recuperare i suoi diari dai resti della sua casa, che la prima foto dell’esposizione restituisce ai visitatori così come l’aveva ritrovata lei, sventrata dalla guerra. Da questa immagine-chiave si accede poi a un percorso cronologico, che inizia con le foto di quando la Woolf era ancora Virginia Stephen. Apparteneva a una famiglia numerosa e varia, imparentata con William Thackeray e con la fotografa Julia Margaret Cameron (che la Woolf rende anche personaggio della sua commedia Freshwater). I suoi genitori – Julia e Leslie Stephen – la fecero crescere nell’ambiente più stimolante e più culturalmente attivo della Londra dell’epoca. Virginia aveva fratelli, sorelle, fratellastri e sorellastre, con cui fin da bambina creò un vivace sodalizio e perfino un giornalino domestico che scrivevano insieme, l’ ‘Hyde Park Gate News’, di cui si possono vedere alcune pagine alla mostra. Seguono poi le foto dell’adolescenza e della giovinezza: quelle celebri di Beresford in cui Virginia mostra il suo delicato profilo, ma anche foto appartenute ad album di famiglia, come quella in cui Virginia e sua sorella Vanessa giocano a cricket. Compare nelle foto il volto di Leonard Woolf, e la sua firma in fondo ad un ironico biglietto in cui lui e Virginia annunciano ad un amico il loro fidanzamento, scrivendo solo ‘Ha ha’. Si forma il Blooomsbury Group, presente alla mostra attraverso le foto che ritraggono insieme i suoi membri, ma anche con i ritratti di Vanessa Bell e di Duncan Grant e Roger Fry.

venerdì 24 ottobre 2014

Fabio Pasquale, "Il lavoro della polvere"





Il lavoro della polvere
Fabio Pasquale

Editrice Zona 2013
pp 80
10,00



È raro che il romanzo d’esordio di un autore poco conosciuto sia così tagliente nei contenuti e lucido nella forma. “Il lavoro della polvere”, di Fabio Pasquale, è un noir scritto molto bene che ti tiene inchiodato dalla prima all’ultima pagina.
La storia è semplice nella sua anormalità. Un uomo uccide un sosia per fingersi morto e scappare con i soldi della ditta. Per farlo dovrà assumerne l’identità per alcuni mesi, in modo da non destare sospetti. Ciò è possibile in un mondo dove si ha poca attenzione per il prossimo, dove non ci si guarda negli occhi, dove non si ha contezza l’uno dell’altro ma si diventa intercambiabili. Sul suo cammino verranno a frapporsi degli ostacoli che egli eliminerà senza scrupoli o rimorsi.
Si può pensare che la tragedia stia nell’uccisione di un malcapitato, la cui unica colpa è somigliare come una goccia d’acqua al suo assassino. In realtà, la morte del poveretto di nome Manuel è asettica, chirurgica: basta un colpo ben assestato e tutto finisce senza emotività o eccessiva partecipazione. Quello che agghiaccia è l’esistenza stessa di Manuel, moderno travet talmente incolore che persino le commesse del discount lo identificano come sfigato.

Manuel è un colore spento, di quelli da associare alla noia e scartare quasi subito.” (pag 9)     

Di professione Manuel fa il fattorino di pony pizza, consegnando pasti a domicilio col suo motorino sgangherato. Assumendone l’identità, il protagonista ne scandaglia la squallida esistenza che è, in parte, anche la propria. Se Manuel vive con timidezza e con rassegnata malinconia, il suo omicida si ribella, analizza spietatamente ciò che vede, evidenziando solo gli aspetti negativi: la desolazione, la miseria, il degrado, la noia, in una spirale sartriana di nichilismo e nausea.
Manuel vive in un brutto appartamento, con una vicina di casa che neppure nota. Per adescarlo e sapere di più sulla sua vita, l’assassino inventa un’identità virtuale, crea un profilo facebook a nome Ambra, spacciandosi per una ex compagna delle elementari divenuta con gli anni figa e affascinante. Inutile dire che, trascinato nel vortice della chat, Manuel s’innamora di Ambra, la sogna ogni notte e passa le giornate contando le ore nell’attesa di tornare a casa e connettersi.

giovedì 23 ottobre 2014

#ScrittorinAscolto - Presentazione Longbourn house di Jo Baker




Quando Einaudi chiama – un invito ristretto ad una manciata di addetti ai lavori di varia provenienza- la blogger risponde. L’occasione, anche se una visita nel quartier generale della storica casa editrice varrebbe comunque la pena, è data dalla presentazione del romanzo Longbourn House di Jo Baker, uscito per Einaudi il 21 ottobre.
Entrare dalla porta principale di uno dei colossi dell’editoria italiana e sbirciare negli uffici a porte socchiuse dove si intravedono scrivanie e scaffali colmi di libri, bozze, manoscritti, ha un fascino davvero irresistibile e l’ambiente elegante ma inaspettatamente più amichevole e informale di quanto ci si aspettasse ha reso l’incontro ancor più interessante. Intorno al tavolo delle leggendarie riunioni del mercoledì, una manciata di giovani blogger invitati a partecipare alla presentazione del romanzo della Baker di cui settimane fa si era iniziato a parlare sui social anche per via dell’ambientazione austeniana. Longobourn house è infatti la dimora della celeberrima famiglia Bennet e l’assonanza con Orgoglio e Pregiudizio aveva già incuriosito molti di noi. Al momento della presentazione, sul romanzo circolavano solo pochi dettagli: paragonato a Downton Abbey – e all’ispirazione letteraria della serie, il romanzo Ai piani bassi di Margaret Powell, anche questo edito da Einaudi- per la scelta di raccontare la storia dal punto di vista della servitù, dopo l’inequivocabile richiamo al romanzo della Austen – fatto al quale ammetto ho guardato non senza sospetto- era una delle cose che personalmente mi incuriosiva maggiormente.

mercoledì 22 ottobre 2014

#TreQuarti14 - Intervista a Stefano Piedimonte

Dopo la recensione di "L'assassino non sa scrivere", l'intervista esclusiva, a cura di Luna Orlando, a Stefano Piedimonte! 


Luna Orlando e Stefano Piedimonte a #TreQuarti14 (Libreria CLU, Pavia)
Foto ©GMGhioni



Ho letto che sei un ex musicista jazz. Deve molto alla musica la tua scrittura? 

Per diversi anni ho insegnato musica e suonato in giro per locali, il mio strumento era la chitarra semiacustica ma studiavo principalmente gli assoli dei sassofonisti come Charlie Parker, Sonny Rollins, John Coltrane. Devo moltissimo ai musicisti, sono loro (Rollins, in particolar modo) i miei principali maestri. Mi hanno insegnato il senso del ritmo, delle pause, delle attese, delle ripetizioni, degli "accenti". Tutto, praticamente.

L'assassino non sa scrivere più che un noir è una "favola nera": una storia affascinante che mescola fatti efferati a risvolti surreali e poesia, una storia che fa pensare a Pennac e a Benni, forse anche ad alcune atmosfere oniriche da "realismo magico". Per parlare della realtà più concreta bisogna passare dal sogno?

Il mistero, l'inquietudine, per rimanere tale ha bisogno di conservare sempre una parte di ignoto, di non svelato. In questo senso il sogno (cos'è il sogno? Come funziona? Quanta parte di vita reale porta con sé?) occupa un ruolo fondamentale nel mistero che sta alla base della nostra esistenza. Questo per uno come me, almeno, che guarda alla vita con una certa incomprensione, un certo agnosticismo.

Foto ©GMGhioni
Veniamo al paesino di tremila soggetti («definirli anime sarebbe un'esagerazione») in cui tu ambienti il romanzo, chiamandolo con un certo coraggio "Fancuno"... Perché? dov'è? E soprattutto: cos'è?
E com'è che ne racconti il mito di fondazione in pagine molto divertenti e belle, quasi marqueziane, che fanno pensare a Macondo?

Fancuno è un posto lontano da tutto, un posto isolato, e i suoi abitanti sono come una pasta di lievito madre lasciata a fermentare dentro un barattolo. L'ho chiamato così proprio perché rappresenta per me un posto lontano, un luogo immaginario dove manderesti qualcuno che proprio non vuoi rivedere più. Il mito, la leggenda che sta alla base della sua fondazione, l'ho raccontato in alcune pagine pensando proprio a certi passaggi dei romanzi di García Márquez, e a Macondo in particolare. Mi piace quel modo di raccontare i miti come se fossero favole, senza che si capisca dove finisce la leggenda e dove, invece, comincia la realtà.

Nel tuo libro dimostri una gran cura dei personaggi, fin dai nomi (o meglio dai soprannomi, che spesso sono "nomi parlanti": il Bastardo e il Dottore, Naso e Ciorno, il cane Pitti, Siusy e le sorelle Verinàis). E molti dei tuoi personaggi interpretano le loro azioni come un modo di aver cura degli altri e della realtà. Cosa significa aver cura per te?

Presto molta attenzione ai personaggi. Per me sono il nucleo del romanzo. Una volta che li hai ben caratterizzati sono loro a decidere lo svolgimento della storia.
Il saluto di Stefano Piedimonte
sul guest-book di #TreQuarti14
Avere cura significa poggiare una mano sulla spalla di qualcuno e dirgli che capisci, che anche per te è così, che è tutto uno scherzo, ma che se ci si stringe la mano diventa più facile fare buon viso a cattivo gioco.

La domanda più semplice e terribile di tutte: perché scrivi libri? E perché vorresti che gli altri li leggessero?

Scrivo romanzi per parlare con le persone. Davvero: è tutto lì. Sta tutto nel fatto di voler avvertire, in un certo qual modo, una vicinanza, una condivisione, una possibilità di comunicare con lentezza.


_________________
Intervista a cura di Luna Orlando

#TreQuarti14 - "L'assassino non sa scrivere" di Stefano Piedimonte

Ringraziamo Luna Orlando (clicca qui) per aver presentato Stefano a #TreQuarti14 e per averci poi inviato la presente recensione e l'intervista esclusiva che leggerete sul sito questo pomeriggio! 


L'assassino non sa scrivere
di Stefano Piedimonte
Guanda, 2014

pp. 251
€ 17.00




Immaginate una serata di chiacchiere e bevute colossali seduti a un tavolo con Stephen King, Stefano Benni, Tim Burton e il musicista jazz Sonny Rollins che accompagna il tutto con generosi assoli di sax.
Così, con questa immagine perfetta che sembra già l'incipit di una storia, Stefano Piedimonte potrebbe descrivervi i miti all'origine della sua scrittura. E in particolare il mix che ha dato vita al suo nuovo libro («Il libro più mio») L'assassino non sa scrivere, uscito per Guanda da poche settimane.
Se dovessimo aggiungere dei convitati a questa favolosa serata di alcolica creatività, diremmo Márquez, Calvino, Pennac... E un qualche arguto autore di satire, un abile scrittore comico antico o moderno, considerata la compagnia potrebbe andar bene anche un epigrammista godereccio e puntuto come Marziale.

martedì 21 ottobre 2014

#TreQuarti14 : intervista a Sara Rattaro




Debora Lambruschini e Sara Rattaro alla Libreria CLU (Pavia)
per #TreQuarti14
Foto ©GMGhioni



Niente è come te di Sara Rattaro è un romanzo che si interroga su un tema importante e urgente, la sottrazione internazionale di minori; con delicata poesia e senza cedere ad eccessivi sentimentalismi, l'autrice porta ai lettori la voce di Francesco e Margherita, un padre e una figlia che lentamente cercano di conoscersi.

Hai affrontato un tema molto delicato, probabilmente mai esplorato prima in un romanzo italiano. Da dove è nato il desiderio di raccontare una storia che ha al centro il tema della sottrazione internazionale di minori?

È nato da una storia vera. Ho avuto la fortuna di incontrare il vero Francesco che non vede sua figlia da moltissimi anni. Quando lui mi ha parlato della sua volontà di seguire la legge per evitare altra violenza a quella già subita dalla figlia, ma per questo suo corretto comportamento non vedrà più sua figlia, ho capito che quella storia doveva essere raccontata.


La famiglia in ogni sua forma, gli affetti, sembrano essere tematiche ricorrenti nei tuoi romanzi; e poi i padri, assenti (non sempre per loro volontà), imperfetti, mancati. Scegliere di raccontare un legame tanto complesso e speciale come quello tra padre e figlia, qui complicato dai lunghi anni di lontananza, non deve essere stato facile: come sei riuscita a restituire al lettore tutta la complessità di questo rapporto?

Che io ci sia riuscita, devono dirlo i miei lettori. Quello che ho fatto è stato semplice. Francesco mi è stato raccontato dal vero protagonista mentre Margherita è venuta fuori da tutte le paure di bambina che ogni donna si porta dietro anche da adulta.

#TreQuarti14 - "Niente è come te" di Sara Rattaro

Niente è come te
di Sara Rattaro
Garzanti, 2014


pp. 200
€ 14.50

Perdonami, Margherita. Non ero preparato. Ho sempre creduto che il mio compito sarebbe stato difficile, ma non così. Potevo spiegarti la matematica, insegnarti a saltare la corda e andare in bicicletta, magari mi sarei annoiato ai tuoi saggi di danza e ti avrei sgridato se non avessi rispettato gli orari o avessi iniziato a fumare. Credevo che mi sarei limitato a spiegarti cos’è l’amore anche quando tutto ti fosse sembrato impossibile, e che le persone migliori al mondo spesso possono fare molto male, o sbagliare, ma questo non le rende peggiori di noi; che mi sarei seduto in prima fila il giorno della tua laurea e che, tra milioni di giovani donne, tu mi saresti sembrata la più bella e che magari un giorno ti avrei accompagnato all’altare e avrei fatto tutte quelle stupide raccomandazioni che fanno i padri a un ragazzo con gli occhi terrorizzati ma pieni di te. Ti avrei spiegato il significato del fallimento, della perdita e della resa, ma avrei condiviso ogni tuo successo, ogni tua scelta e ogni tua vittoria. […] Come sembrano banali ora tutti questi pensieri e come sanno fare male se li allinei uno dietro l’altro.
Francesco e Margherita: un uomo a cui viene negato il diritto di essere padre, una figlia adolescente la cui vita viene improvvisamente sconvolta dalla perdita della madre e dall’arrivo di quel “papà italiano” che non conosce dopo che, dieci anni prima, la ex moglie aveva lasciato l’Italia e l’uomo con cui era sposata per tornare in Danimarca, impedendo a Federico ogni contatto con la figlia amatissima. Un caso di sottrazione internazionale di minore come sporadicamente ci racconta la cronaca, quando magari un coniuge esasperato dalla situazione in stallo decide di compiere un gesto estremo; Sara Rattaro, col suo tradizionale misto di poesia e potenza, sceglie di raccontare una storia ispirata alla realtà di quei padri mancati, che un giorno si vedono sottratti i propri figli, spariti dietro la burocrazia di un paese straniero e abbandonati dalle istituzioni italiane che non riescono ad intervenire. Sarebbe stato facile per uno scrittore inventare colpe, rancori e liti che hanno portato alla rottura del matrimonio, immaginare quegli anni di vuoto che Francesco ha passato facendo la spola tra l’Italia e la Danimarca, gli sporadici incontri permessi con la figlia sotto la supervisione degli assistenti sociali, la frustrazione e la rabbia di un uomo a cui è stata portata via, improvvisamente e senza motivo, una figlia che lentamente si sta dimenticando di lui. Sarebbe stato facile, ma forse anche scontato.

lunedì 20 ottobre 2014

#TreQuarti14 - Intervista a Valentina D'Urbano




Dopo la recensione di "Quella vita che ci manca", l'intervista esclusiva a Valentina D'Urbano, che ha partecipato a #TreQuarti14. 

Gloria Ghioni e Valentina D'Urbano alla Libreria CLU (Pavia)
per #TreQuarti14
Foto ©Cletteraria
Il tuo nuovo romanzo torna alla Fortezza, così come l’avevamo lasciata nel Rumore dei tuoi passi: stessi paesaggi scartavetrati, ma con l’aggiunta di un tocco di modernità, centri commerciali e vita nuova, che forse tra cent’anni… Forse… Dove ti aspettavano i fratelli Smeraldo? Nella piazza della chiesa, all’anfiteatro, al bar o…? E cosa hai provato al primo incontro con loro?

La famiglia Smeraldo l’ho incontrata per la prima volta proprio in una notte d'inverno, davanti a quella porta appena scassinata che è la prima cosa che appare nell’incipit. Stavano lì a congelarsi, ho capito che non potevo farli aspettare ancora a lungo, ho capito che volevo stare un po’ con loro, raccontare di loro.
  
Due protagonisti nel Rumore, tre in Acquanera, il tuo secondo romanzo, almeno quattro in Quella vita che ci manca. Quali sono le difficoltà di avere a che fare con tanti personaggi? I fratelli Smeraldo sono nati tutti “insieme”?

In realtà, due dei quattro fratelli, Alan e Vadim esistevano nella mia testa già da diversi anni. Certo, avevano nomi diversi, caratteristiche diverse, ma in qualche modo erano loro. Gli altri sono arrivati dopo, quando ho deciso di scrivere un romanzo che parlasse di nuovo di dinamiche familiari in un quartiere difficile.
Riuscire a far vivere così tanti protagonisti in contemporanea non è stato un lavoro facile perché ogni volta dovevo cambiare personalità e pensieri per risultare credibile, ma di certo è stato molto divertente!

#TreQuarti14 - "Quella vita che ci manca" di Valentina D'Urbano

Quella vita che ci manca
di Valentina D'Urbano
Longanesi, 2014

pp. 334
€ 14.90





Tu per me sei puro istinto, sopravvivenza. Tu sei il pezzo di vita che mi manca.

Una regola d'oro che mi impongo sempre (e a volte, credetemi, è proprio difficile) è non recensire mai i libri su cui lavoro. Stavolta cedo, e per due motivi: Valentina D'Urbano è stata ospite di #TreQuarti14, e poi sono una lettrice-fan di Valentina dai tempi del suo primo "Il rumore dei tuoi passi", con cui ha vinto il torneo IoScrittore.
Insomma, il ritorno alla Fortezza, quartiere degradato dove ogni giorno bisogna lottare per sopravvivere e mettere insieme il pranzo con la cena - il ritorno, lo aspettavo proprio. Non vedevo l'ora di ritrovare questo luogo (ben più di un posto) che ti scartavetra, plasma, scortica, smussa, forma e, forse deforma.
Valentina D'Urbano ci torna con penna decisa, sposta il tempo narrativo agli anni '90, e sceglie un incipit che ammazza qualsiasi riserva: un uomo (ma chi?) sta tornando a prendere un vecchio amore («L’idea di rincontrarti mi mette una smania addosso, qualcosa che non riesco a controllare, è come avere un ferro rovente ficcato in gola»). Due paginette corsivate, che fanno capire cosa vuol dire amare alla Fortezza: è tutto molto fisico, concreto, e risponde alla regola di sbranarsi a vicenda
L'amore è sopraffazione, lì, ma è anche la difficoltà mista alla volontà di addomesticarsi; ci si ama malgrado le resistenze e le autodifese, e non ci si lascia più. O, se ci si lascia, resta il pensiero: 
Era per questo che pensava ancora a lei: perché avevano un conto in sospeso. 

domenica 19 ottobre 2014

#TreQuarti14 - Intervista ad Alessandro De Roma

Laura Ingallinella e Alessandro De Roma alla Libreria CLU
con #TreQuarti14
Foto ©GMGhioni

Alessandro De Roma (1970), già autore di quattro romanzi - Vita e morte di Ludovico Lauter, La fine dei giorni, Il primo passo nel bosco (Il Maestrale, 2007, 2008 e 2010), Quando tutto tace (Bompiani, 2011) - ha pubblicato quest'anno La mia maledizione (Einaudi 2014), che presto uscirà in Francia per Gallimard. Ho avuto il piacere di presentare Alessandro e il suo nuovo romanzo al festival pavese TreQuarti di weekend lo scorso 11 ottobre. Alcune delle cose che ci ha raccontato in quest'occasione le troverete in quest'intervista.

Il tema centrale di La mia maledizione è un'amicizia su cui il lettore è spinto a interrogarsi continuamente, perché nasce sotto una dicotomia irredimibile – quella tra schiavo e padrone. Emilio Corona potrebbe vivere (come uomo, ma anche come personaggio) senza un Cosseddu?
Penso che nessuno potrebbe vivere da solo e gli incontri che si fanno condizionano tutte le nostre possibilità esistenziali; delimitano i confini di ciò che possiamo diventare o che potremmo diventare se ne avessimo il coraggio. Cosseddu per Emilio Corona è in negativo ciò che lui stesso potrebbe essere se non godesse di tutti i vantaggi sociali con cui è nato, ossia l’ultima ruota del carro, un inetto, uno scarto; dall’altro, in positivo, è ciò che Emilio potrebbe essere se avesse il coraggio di non curarsi delle opinioni della gente, di non vergognarsi dei suoi sogni e della sua stessa giovinezza. Cosseddu è l’arco di tutte le potenzialità di Emilio e per questo certamente, senza di lui, Emilio non potrebbe vivere. In ogni caso io non lo avrei potuto raccontare. Ogni volta che Cosseddu sparisce, nel libro, Emilio arranca.

#TreQuarti14 - "La mia maledizione" di Alessandro De Roma

La mia maledizione
di Alessandro De Roma

Einaudi, 2014


A chi mi chiede che genere di libri preferisco, rispondo sempre in modo secco e deciso: quelli in cui ci sono opposizioni violente, geometrie forti. Vi racconto questo aneddoto per due motivi: primo, perché la persona che mi ha insegnato ad amare questi elementi in un romanzo condivide con Alessandro De Roma la passione per la filosofia; e secondo, perché di geometrie e opposizioni La mia maledizione, il suo ultimo romanzo, è così mortalmente intessuto da impedirmi di fare altrimenti.

Geometrie e opposizioni quasi teatrali, anche a vedere i personaggi principali di questa storia: sul palco di una Sardegna degli anni Novanta le luci sono puntate con violenza sul solo Emilio Corona, protagonista della storia, e sul suo amico assurdo, sul suo impossibile amico Cosseddu. Difficile che i due non possano essere visti se non come improbabili altari a due mondi opposti. 

sabato 18 ottobre 2014

#TreQuarti14 - Intervista a Sergio Garufi





Ringraziamo Sara Bauducco (visitate il suo blog!) che, dopo aver incontrato Sergio Garufi a #TreQuarti14 a Pavia, ha intervistato in esclusiva l'autore per noi! 

Sara Bauducco e Sergio Garufi alla Libreria CLU
con #TreQuarti14
Foto ©GMGhioni


Sergio Garufi (1963), già autore di Il nome giusto edito da Ponte alle Grazie nel 2011, è uscito quest’anno con un nuovo romanzo che sta riscuotendo consensi da parte di lettori e critica: Il superlativo di amare, sempre per la stessa casa editrice. Il titolo contiene - non a caso - un gioco linguistico che riassume il dizionario interiore e la vita del protagonista Gino, traduttore cinquantenne che altalena tra collaborazioni precarie e ricerca la pienezza di una relazione affettiva stabile, e degli altri personaggi grazie ai quali si declinano anche amicizia, attenzione e affetto. Ho avuto il piacere di presentare lo scrittore al festival TreQuarti di weekend a Pavia, sabato 11 ottobre ed ecco ora l’intervista.   

Come è nato Il superlativo di amare? Quale è stata la scintilla che ha dato il via alla narrazione?

È nato tutto da una frase, che era presente già nel mio primo romanzo, e che in quest’ultimo ho utilizzato come esergo. La frase è: “che tutti i tuoi desideri si possano realizzare”, ed è un’antica maledizione gitana. Mi ha sempre colpito perché è precisamente il testo più comune degli sms che ricevo per gli auguri a Natale. Da noi è un auspicio, per i gitani una maledizione. Da questa frase mi è venuta voglia di raccontare la storia di un uomo che “ce la fa”, che riesce a realizzare i propri sogni, e di quanto salato sarà poi il conto da pagare.

Nel romanzo tratteggi diverse sfumature dell’amore, da quello più romantico a quello più passionale e persino disincantato. Cosa rappresenta per te l’amore e come lo definiresti? 

Foto ©GMGhioni
Nel romanzo metto in scena diversi modi di intendere l’amore, ma i due principali sono quelli di Gino, il protagonista, e di Martino, il suo migliore amico. Per certi versi queste due concezioni quasi opposte ricalcano il modello dialettico degli Asolani di Pietro Bembo. Gino è un sentimentale. Pur essendo single da molti anni e portando avanti un surrogato di amore, rappresentato dalla relazione adulterina con una donna sposata che incontra saltuariamente, lui continua a crederci, a pensare che l’amore sia il motore del mondo, l’amor che move il sole e l’altre stelle. E in un certo senso fa bene a crederlo, perché proprio l’incontro con una donna di nome Stella imprimerà alla sua vita monotona e grigia una svolta decisiva. Martino è un po’ il suo contraltare, un dongiovanni, un cinico sciupafemmine che considera la passione anzitutto un patire, una sofferenza, qualcosa da temere perché ti rimette in discussione, sconvolge ogni equilibrio. Da che parte sto io non saprei dire. Dipende dai momenti. Cercare un autore nei suoi personaggi è come cercare l’amido nel pane: sta dappertutto. Per molti versi la penso come Gino, e quello che è capitato a lui è capitato anche a me. Se oggi faccio quello che ho sempre sognato, e cioè scrivere di professione, lo devo a una donna, la mia fidanzata, che mi ha incoraggiato e sostenuto in ogni modo, ma allo stesso tempo non mi nascondo che la costruzione di un amore è un’impresa ardua, roba da spezzare le vene, come dice una bella canzone.

#TreQuarti14 - "Il superlativo di amare" di Sergio Garufi

Ringraziamo Sara Bauducco (clicca qui per visitare il suo blog) che, dopo aver presentato Sergio Garufi a #TreQuarti14 a Pavia, ci offre questa recensione e l'intervista che sarà online dalle 15. 


Il superlativo di amare
di Sergio Garufi
Ponte alle Grazie, 2014

pp. 309
€ 16.50





L’amore e la letteratura, l’amicizia e la ricerca di una stabilità professionale, l’attenzione ai piccoli gesti e alle parole sono i grandi temi che si incontrano nel romanzo “Il superlativo di amare” di Sergio Garufi, edito da Ponte alle Grazie. Eppure c’è molto di più in questo libro che racconta la vita del 50enne Gino come una parabola: tanto è vero che, come afferma l’autore attraverso il personaggio di Martino, “i libri emanano un odore ma si impregnano anche dell’odore di chi legge”, quanto che il lettore si ritrova avvolto dalla narrazione di Garufi per giorni cercando il proprio “superlativo di amare” e definendo il proprio dizionario interiore.