domenica 24 maggio 2015

#CritiComics | "Six-Gun Gorilla" e "Sam Zabel e la penna magica": a chi appartengono i personaggi?


Sam Zabel e la penna magica
di Dylan Horrocks
Bao Publishing, 2015
Traduzione di Michele Foschini
pp. 232
€ 21.00

Six-Gun Gorilla
di Simon Spurrier e Jeff Stockely
Bao Publishing, 2014
Traduzione di Leonardo Favia
pp. 160
€ 15.00





Sam Zabel è un fumettista in crisi creativa, con alle spalle un graphic novel di grande successo e un presente che lo vede alle prese con il reboot della celebre eroina Lady Night. Per dare voce a questo personaggio Sam ha smarrito la sua: dov'è finito l'autore? Dove la sua voce, il suo stile, i suoi temi?

In un futuro non troppo distante (o forse lontanissimo) dalle vicende che coinvolgono Sam Zabel, la Terra è un enorme platea di spettatori intenti a vedere una sorta di reality show ambientato sul pianeta Blister, dove gli umani possono recarsi per un suicidio legale ed epico a patto di diventare al contempo attori e telecamere di questo spettacolo. Blue è uno di questi uomini: deluso da una storia d'amore sbarca su Blister attendendo con trepidazione la sua morte.

Una morte che invece Sam Zabel non può nemmeno sognare, visto che la burocrazia della vita (divisa tra famiglia e le sceneggiature da consegnare all'editore) non gli permette di avere di questi pensieri. A destabilizzare il suo equilibrio (soltanto economico e quindi sofferto) arriva una penna magica capace di creare mondi cartacei completamente visitabili. Sam smette così di essere autore e diventa parte integrante delle Storie, cercando di utilizzare questa nuova prospettiva per risolvere i suoi problemi con il mondo del fumetto.

#LibrinTrincea - Paolo Rumiz, "Come cavalli che dormono in piedi"

 

Come cavalli che dormono in piedi
di Paolo Rumiz
Feltrinelli, 2014

pagine 261

disponibile anche in ebook










Qui c'è puzza di gente mia, signori, lasciatemi solo, voglio cercare in pace i miei dalmati, i miei istriani, goriziani, triestini; parlare ai miei sloveni e croati della costa, e soprattutto a loro, i miei italiani "in divisa sbagliata", di cui per quasi un secolo non si è potuto parlare.

Scrivere di guerra è sempre un compito arduo, poiché è un tema complesso che inevitabilmente si ramifica sviluppandone altri, in gran parte legati a sentimenti, valori e convinzioni personali. È quindi difficile mantenere una prospettiva sufficientemente distaccata in modo da permettere a chi ne scrive di mostrarsi affidabile e corretto nei confronti del lettore.
Lo stesso vale anche per chi si assume l'onere di recensire l'opera, che andrebbe analizzata con la dovuta equidistanza per analoghe ragioni di correttezza e credibilità.

Questo esordio con tono da professorino, in realtà, non ha altro scopo che quello di stabilire un principio per giustificarne il mancato rispetto, sia da parte dell'autore del libro sia da parte di chi scrive queste righe di commento. Va tuttavia precisato, a parziale discolpa, che il mancato distacco in questo caso si ha nei confronti della guerra in sé e non certo di chi ebbe il discutibile privilegio di combatterla da una o dall'altra parte, pertanto credo che la parzialità non solo sia comprensibile ma quasi un atteggiamento dovuto.

sabato 23 maggio 2015

#SalTo15 : riflessioni post Salone

Anche da questo Salone ne siamo usciti – più o meno – vivi. Cinque giorni di incontri, stand, laboratori, spettacoli, che abbiamo condensato in una giornata sfiancante, un tour de force dal quale tornare, ancora una volta, storditi ma soddisfatti. Non vi fornirò qui la cronaca di incontri e presentazioni: troppo frammentaria la mia partecipazione ed esiguo il numero degli eventi a cui sono stata presente per rendere davvero giustizia ad anche uno solo di essi. Ma voglio condividere almeno impressioni e foto di una blogger, di una lettrice, che ogni volta torna da questo travolgente festival del libro con un notevole carico – anche letterale – di cose, storie, pensieri.
Partiamo proprio dal mio ruolo di blogger: quest’anno per la prima volta il Salone anche ufficialmente si apre ad una categoria professionale non sempre da tutti supportata ma che molto spesso, in ambito editoriale, porta insieme alla passione anche competenze specifiche, al pari degli altri professionisti del settore che godono però di una considerazione diversa; penso in primo luogo ai giornalisti e ai loro – circoscrivendo il discorso a quest’ambito, sia chiaro – privilegi: pass di accesso ad ogni area, posti riservati, file separate, convenzioni varie. Ecco, da quest’anno al Salone anche noi blogger abbiamo potuto saggiare parte di queste possibilità, almeno simbolicamente, mediante l’accredito professionale e l’ingresso a prezzo ridotto, fiduciosi che con il tempo non siano solo le singole case editrici a dimostrare fiducia nel nostro lavoro ma il sistema editoriale in genere.

#CritiCinema - Il racconto dei racconti di Garrone e l'oscura fantasia del "made in Italy"

Le fiabe non sono per bambini. 
Le fiabe sono posti pericolosi, grotteschi, irreali. Più della Napoli della camorra (Gomorra, 2008) e di quella della povera gente che sogna il riscatto del Grande Fratello (Reality, 2012), sembra suggerirci il regista Matteo Garrone. 
Che nel suo Racconto dei racconti in concorso a Cannes 2015, distilla dall'opera secentesca di Giambattista Basile Lo cunto de li cunti (1643-46) un'essenza di instabilità, come fosse una lunga camminata funambolica su un filo sospeso nel vuoto.
È un film in bilico, dove il fantastico ha la parvenza della realtà ma lo spirito dei sogni (talvolta, degli incubi).
 
Quello che muove ciascun personaggio, come in una fiaba che si rispetti, è la quête, desiderio e ricerca: che sia di una maternità regale, o dell'amico-fratello da cui si è stati separati, o per la perduta giovinezza e il cuore di un principe, o del necessario coraggio di diventare grandi e di uccidere l'orco. 
E anche la macchina da presa sembra vagare nei racconti (tre episodi liberamente tratti dalla raccolta di Basile: La regina, La pulce e Le due vecchie) che si intersecano alla ricerca di uno sguardo che sfugge, di un'oggettivazione di una materia impalpabile e incantata.

venerdì 22 maggio 2015

Ribeyriana #3: Gli Scritti apolidi: un inventario di enigmi per una realtà in frammenti

Scritti apolidi
di Julio Ramón Ribeyro
La Nuova Frontiera, 2015

Traduzione: allievi scuola di traduzione editoriale Tuttoeuropa

pp. 131
€ 15,00


Dopo il romanzo I genietti della domenica e gli otto racconti di Solo per fumatori, la recente traduzione degli Scritti apolidi completa una sorta di ideale "trilogia ribeyriana", aggiungendo alla nostra conoscenza dell'opera di Julio Ramón Ribeyro un terzo, fondamentale elemento: la scrittura frammentata e dispersa del pensatore aforista. La raccolta comprende duecento pensieri, bozzetti, riflessioni e soliloqui che ci restituiscono il volto di Ribeyro nella sua essenza più autentica: l'osservazione della realtà svincolata da sovrastrutture narrative e ridotta a puro sguardo. Un volto i cui tratti combaciano perfettamente con quelli del ritratto in quarta di copertina.

Nella foto Ribeyro fuma, e distoglie gli occhi dall'obiettivo. Sembra distratto. Il bello è che non ha l'aria di essere una posa, un'espressione posticcia assunta così, tanto per aderire all'immagine stereotipa dello "scrittore riflessivo": sembra davvero distratto. Come se un attimo primo fosse stato lì, concentrato, a pensare al momento, al fotografo, a dare un altro tiro alla sigaretta, e un attimo dopo, di colpo, la sua mente si fosse sintonizzata su lunghezze d'onda del tutto diverse, remote: il bicchiere di Bordeaux sul tavolino, la sonata barocca ascoltata la sera prima, la ragazza in jeans attillati incrociata quella mattina mentre andava al lavoro, i mille scalini della spiaggia dei Faraglioni di Capri al tramonto, la portinaia con cui aveva scambiato le solite quattro parole di rito sulla soglia della sua tristissima loge, i complessi di inferiorità degli scrittori peruviani, i complessi di superiorità dei critici, quei due giovani innamorati in Place Falguière...

Era fatto così, Ribeyro: si distraeva sempre.

giovedì 21 maggio 2015

#SalTo15 - Christian Raimo e Nicola Lagioia dialogano sui libri da non perdere al Salone del Libro di Torino




Il Salone del Libro di Torino è sempre una splendida vetrina per i libri che sono appena usciti, eppure alcune voci autorevoli hanno dedicato un incontro a quei titoli che, per qualche ragione, sono finiti nel dimenticatoio pur essendo autentici capolavori. Christian Raimo, scrittore e docente, ha dialogato con Nicola Lagioia, editor per minimum fax e autore, (candidato al premio Strega col suo La ferocia), insieme a Giuseppe Culicchia, autore e traduttore.

L'incontro inizia all'insegna di una riflessione: in questo periodo un libro fa presto a invecchiare. È un pensiero diffuso anche tra librai, che devono aggiornare a ritmi sostenuti le loro proposte, adeguandole alle nuove uscite e alle presentazioni televisive. "Se un libro non lo hai letto in bozze, è già obsoleto", dice Raimo, "e scompare dalle vetrine e dai giornali dopo poco tempo, stritolato dal mercato". Approfondisce poi la sua analisi, considerando i responsabili dei grandi gruppi editoriali dal catalogo ampio che negli ultimi anni hanno presidiato librerie e distributori, acquistando sempre più spazi; le librerie rendono certi libri in poco tempo e, sempre più spesso, la critica letteraria recensisce in anteprima; anche sfogliando il programma eventi del Salone, si può notare come alcuni libri usciti poco tempo fa non siano stati presentati.

#CriticaNera - In questo sperduto Far West che ci ostiniamo a chiamare Milano

Il colosso di Corso Lodi
di R. Besola, A. Ferrari, F. Gallone
F.lli Frilli Editore, 2015


Torna in libreria il trio noir Besola-Ferrari-Gallone. Dopo il successo di Operazione Madonnina e il poco convincente Operazione Rischiatutto, con Il colosso di Corso Lodi i tre autori milanesi si mettono su binari meno scivolosi dei precedenti, con una storia che vede come investigatori il commissario Malaspina e il giornalista di nera in congedo Dino Lazzati, detto Fernet. Vanno momentaneamente in panchina Angelo, Lorenzo e Osvaldo, i tre delinquenti degni de I soliti ignoti che avevano animato i primi due romanzi.

mercoledì 20 maggio 2015

Il Salotto - "Cade la terra": intervista a Carmen Pellegrino


Cade la terra
di Carmen Pellegrino
Giunti, 2015

pp. 220
€ 14,00 



Cade la terra è il romanzo d'esordio di Carmen Pellegrino, scrittrice e studiosa già nota per la singolare quanto suggestiva occupazione di 'abbandonologa'. In un Sud profondo e remoto che è più un luogo dell'anima, Estella, la protagonista di questa storia, tornando dopo anni di lontananza al suo borgo natale, decide per un atto di vocazione di farsi custode di una memoria che, come la terra del titolo, rischierebbe altrimenti di franare per sempre, e con essa quella linea d'ombra, quella soglia impossibile e indefinibile che separa (e unisce) i vivi e i morti. 
Di questi spunti di lettura ne abbiamo parlato con la stessa Carmen Pellegrino.

Cade la terra è in fondo la storia di un nòstos, della protagonista Estella nel suo borgo natale ma anche di coloro che quel borgo non lo hanno mai lasciato e sono rimasti come ombre. E, va da sé, il nòstos implica una necessaria nostalgia. Qual è dunque la radice della sua nostalgia per questa «terra» e per le storie dei personaggi che la popolano?

Estella ritorna nel suo paese d’origine, dopo gli anni della lontananza, sperando di trovare un posto in cui stare. Se di nostalgia parliamo, quella di Estella è nostalgia dell'inaccaduto: un ritorno a ciò che non ha mai avuto, una famiglia, una casa. La terra, solo quella le è famigliare, ma non è una terra madre, piuttosto è una terra malsicura, tremolante. Così si appropria della casa di Marcello, dai cui genitori viene assunta come istitutrice. È una ladra d’affetti, sebbene ignori cosa sia quest’affetto che le manca. In fondo ha solo una certezza: la voragine che la muove. La stessa voragine che minaccia la terra dove è nata. Dunque Estella porta i segni della sua terra, forse è la sua stessa terra. E che disordine c’è in quella terra, che disordine.

martedì 19 maggio 2015

#PagineCritiche - "L'uomo e la morte" di Edgar Morin


L’uomo e la morte 
di Edgar Morin,
Traduzione e cura di Riccardo Mazzeo
Trento, Erickson, 2014

pp. 370

Di Edgar Morin, sociologo francese e interprete autorevole di una trasversalità disciplinare che include la sociologia, l’etnologia e la semiologia, viene presentata una nuova traduzione di L’uomo e la morte, del 1951. Morin, nella prefazione, in un dialogo con il critico Riccardo Mazzeo, spiega come abbia trovato sempre nuova linfa per una riconsiderazione globale del problema della morte. Se sono cambiate notevolmente le relazioni che intercorrono tra la vita e la morte e anche la biologia e la genetica hanno contribuito in modo esponenziale ad un miglioramento e prolungamento della qualità della vita, essa è ancora un fenomeno inevitabile, un “susseguirsi di un accumulo di errori a cui neppure i batteri possono sfuggire”. Nel proprio “eterno” peregrinare Morin ha cercato le risposte alla morte; l’incontro con studiosi importanti, come i biologi Leslie Orgel e Jean Claude Ameisen, colloca ad un livello comparativo i progressi della scienza biologica  in stretta correlazione con le esperienze sociali e culturali di aspettativa di vita.

lunedì 18 maggio 2015

Canto d'amore per una madre. L'esordio di Marco Peano




L'invenzione della madre
di Marco Peano
Minimum Fax (Nichel) 2015

pp. 252
€ 14

Dopo la morte della madre Mattia si sente «il primo e ultimo orfano della storia dell’umanità». Perché  il dolore è un fatto privato che, quando arriva, non vuole essere condiviso con nessuno. E la perdita della propria madre è un dolore che non si spiega.
L’invenzione della madre, il romanzo d’esordio di Marco Peano, è il susseguirsi di scene di un film che non si riesce a vedere, in cui coprirsi gli occhi e aspettare siano passate.
Madre-letto, madre-braccio, madre-occhio. Mattia, ventisei anni, commesso di una videoteca di provincia, scandaglia la lunga malattia della madre, iniziata con un tumore al seno che si è espanso fino al cervello.
Da quando la situazione è peggiorata la vita di Mattia e del padre è cambiata in funzione delle esigenze della donna. Si dice di là per indicare la stanza di casa adibita alla sua degenza. La malattia porta con sé un nuovo vocabolario che impedisce di chiamare le cose con il loro nome: Mattia e il padre sanno che quello è il luogo in cui, una volta dimessa dall’ospedale, trascorrerà il tempo rimastole. Julian Barnes in Livelli di vita, il memoir scritto dopo la morte della moglie, trova inappropriato l’uso del termine 'spegnersi' per riferirsi alla morte: «come un abat-jour? come una radio»? si domanda. Allo stesso modo Mattia annota le espressioni di circostanza che si utilizzano in caso di malattia, a partire dal divieto di pronunciare la parola ‘cancro’, ma anche i termini scientifici, le etimologie, il linguaggio ambiguo dei medici.

venerdì 15 maggio 2015

#ScrittoriInAscolto: incontro con Carine McCandless

Milano, 14 Maggio 2015
h. 16.00

Chris mi ha insegnato che niente è più importante della verità.

Foto di Debora Lambruschini
È nel rispetto di questo insegnamento che Carine McCandless ha scritto Into The Wild Truth e che oggi, ospite in casa editrice Corbaccio a Milano, ne ha condiviso con alcune blogger emozioni e brani, ben disposta a rispondere alle nostre domande. Accompagnata dalla sorella Shawna, questa bellissima quarantenne americana resta con noi per più di due ore, durante la quali riflette attentamente sulle nostre domande rispondendo con gentilezza e mai avara di parole, il ricordo sempre a quel fratello amatissimo precocemente scomparso. Verità, dicevamo, è il fil rouge che attraversa le pagine e l’incontro con la sua autrice, che a vent’anni dalla morte di Chris ha «deciso di scrivere questo libro per completare la storia di Into the Wild», un testo che continua a conquistare lettori in tutto il mondo - in parte grazie anche allo straordinario film girato da Sean Penn - adottato come lettura obbligatoria in più di tremila scuole americane come ci ricorda l’autrice.
Sono state, forse, anche le domande di tutti gli studenti che negli anni si è trovata ad incontrare a convincerla infine a scrivere il suo libro, spinta dalla «necessità di raccontare la verità». E, subito chiarisce, non è un libro in difesa di Chris e della sua scelta – intorno alla cui storia sono state fatte negli anni differenti speculazioni e critiche spesso feroci, soprattutto, ci ricorda Carine, negli Stati Uniti – ma qualcosa che doveva fare in nome di quella verità troppo a lungo distorta dalla fitta trama di bugie intessuta da Walt e Billie, i suoi genitori, ben prima della morte di Chris. Ha dato loro il tempo necessario per elaborare una perdita tanto terribile, sperando ancora una volta che potessero cambiare e perchè, ci confida Carine, «i miei genitori avevano diritto al tempo per capire cosa era successo» e, magari, smetterla una volta per tutte di rifugiarsi in quella realtà distorta di una vita riscritta secondo le loro regole. È stato molto triste per lei rendersi conto purtroppo del fatto che tale cambiamento non è stato possibile, che Walt e Billie sono incapaci di ammettere i propri fallimenti; ma, ancora una volta, appare chiaro nelle parole di Carine come il suo non sia un atto di accusa nei confronti dei genitori, che sono solo esseri umani e come tutti imperfetti: hanno fatto sbagli, alcuni davvero terribili e irrimediabili, e forse non è più tempo di sperare possano cambiare, imparare qualcosa dalla storia di Chris. E, molto partecipe, Carine sottolinea «non li incolpo della morte di Chris». Ma della sua scomparsa, si: della scelta di tagliare ogni legame con la famiglia e partire per un viaggio solitario lungo due anni per avventurarsi fino nelle terre estreme d’Alaska dove, tragicamente, ha trovato la morte. Perché tutto il male che Walt e Billie hanno fatto a Carine e Chris, e agli altri fratelli e sorelle nati dall’unione con Mascia, la prima moglie di Walt, ha lasciato un segno indelebile in ognuno di loro e ha spinto suo fratello ad allontanarsi e trovare la felicità, la serenità, in quella natura bellissima e crudele.

Ribeyriana #2: "Solo per fumatori", poco fumo e molto Ribeyro

Solo per fumatori
di Julio Ramón Ribeyro
La Nuova Frontiera, 2013

Traduzione di Nicoletta Santoni

pp. 168
€ 15,50


Nel 2011 leggevo per la prima volta I genietti della domenica di Julio Ramón Ribeyro, scrittore peruviano che non avevo mai sentito nominare e di cui avevo cominciato quel romanzo solo perché il protagonista, all'inizio della storia, di colpo interrompeva il lavoro, cacciava un urlo lancinante nel silenzio dell'ufficio, scriveva una lettera di dimissioni e diceva addio alla Grande Impresa in cui aveva sudato e sbadigliato negli ultimi tre anni della sua vita. Che era precisamente quello che sognavo di fare io ogni giorno, da quando mettevo piede in ufficio al mattino fino a quando, la sera, spegnevo il pc per trascinarmi sul treno diretto a casa. Non ho mai imitato l'urlo di Ludo, ma sono arrivato alla fine della sua storia con la consapevolezza di aver letto uno dei romanzi più intensi e potenti della mia vita di lettore; tra i pochi che negli anni ho riletto e a cui spesso faccio ricorso, come una specie di bussola.

Uno degli aspetti curiosi del romanzo è il sovrano disinteresse per la coesione strutturale della narrazione, che procede per accumulo di episodi. Nel complesso sembra quasi di avere per le mani, più che un romanzo organico, una raccolta tematica di racconti. All'epoca la cosa mi aveva colpito; non sapevo ancora che Ribeyro non era stato solo "uno dei pilastri del realismo urbano latinoamericano", come recita la quarta di copertina, ma uno dei più grandi autori di racconti dell'America Latina. Tanto da essere di norma accostato, in una specie di "trinità dei racconti", ai due numi tutelari della letteratura ispano-americana: Borges e Cortázar. E non lo sapevo perché nessuno in Italia aveva mai tradotto mezzo racconto di Ribeyro.

Come diavolo era possibile, mi chiedevo, che nessuno lo avesse mai pubblicato prima?

giovedì 14 maggio 2015

Into the Wild Truth: la verità dietro la storia di Chris McCandless

Into the wild truth
di Carine McCandless
Corbaccio, 2015

traduzione italiana Rita Giaccari

pp. 374
euro 17,60

Datemi la verità, invece che amore, denaro o fama. Sedetti a una tavola imbandita di cibo ricco, vino abbondante e servi ossequiosi, ma alla quale mancavano la sincerità e la verità; partii affamato da quel desco inospitale. L’ospitalità era fredda come i gelati.

[Henry D. Thoureau, Walden ovvero vita nei boschi, passaggio sottolineato da Chris]


Non è per niente facile parlare di questo libro. L’intensità e la sofferenza delle vite rievocate sono un pugno allo stomaco e giudicare – che parola inappropriata – questo memoir in termini di critica letteraria, cercando di prendere le distanze dal coinvolgimento emotivo derivato dalla lettura, è complicato. E forse, in fondo, nemmeno necessario.
Non lo farò quindi, preferisco parlarvi di come le 374 pagine della storia narrata da Carine McCandless portino la traccia evidente delle emozioni dell’autrice che racconta per la prima volta in un libro la verità sulla propria famiglia e soprattutto su quel fratello amatissimo dalla cui morte sono passati già vent’anni ma che, ancora oggi, rimane un esempio per tanti giovani sognatori, ribelli, idealisti che hanno conosciuto Chris tramite Into the wild, il racconto del giornalista Krakauer poi ripreso da Sean Penn nella bellissima trasposizione cinematografica.

mercoledì 13 maggio 2015

#CritiMusica - Un lettore d’eccezione: Johannes Brahms

Album letterario o Lo scrigno del giovane Kreisler
di  Johannes Brahms
EDT, Torino, 2007

Traduzione italiana di Artemio Focher

pp. XXXIII-207
16 euro

Da parecchi anni tengo dei quadernetti dove mi appunto frasi, parole e tematiche tratte dai libri che leggo. Penso sia un’abitudine abbastanza diffusa. Si vuole intrappolare quel pensiero che, benché formulato da qualcun altro, calza perfettamente al nostro ego. Carta e penna, veloci a trascriverlo prima che voli via, tra lo scorrere delle giornate e l’avvicendarsi di altri libri. E quale meraviglia, anni dopo, nel rileggere quegli appunti! Ci si interroga su promemoria diventati indecifrabili – eppure l’ho scritto io!, mentre altre note strappano ancora quel sorriso, quel moto d’animo che avevano fatto guadagnare loro un posto nel nostro quaderno. L’ho sempre trovato un esercizio confortante. La comunanza delle idee, l’affinità dei pensieri non sono forse l’unica – vera – cura per la solitudine? 

martedì 12 maggio 2015

Eureka Street


Eureka Street
di Robert Mcliam Wilson
Fazi editore, 2015

traduzione italiana Lucia Olivieri

pp. 388
Euro 18.50

Tutte le storie sono storie d'amore

Un incipit folgorante apre Eureka Street, il romanzo più celebre di Robert Mcliam Wilson da poco riedito da Fazi per il pubblico italiano, e immediatamente rivela al lettore una delle numerose chiavi di lettura del romanzo mentre, capitolo dopo capitolo, sentenze e brani non dissimili per il grado di partecipazione che sanno suscitare nel lettore, si susseguono nella storia. Ed è, almeno per la sottoscritta, un romanzo di contraddizioni, tali sono i sentimenti contrapposti che questo libro ha fatto nascere in me: la cruda bellezza di alcune pagine, il difficile contesto storico sociale mirabilmente evocato dall’autore che diventa a tutti gli effetti protagonista del romanzo, quella Belfast degli anni Novanta in cui il quotidiano è scandito da attentati e paura, mi hanno catturata totalmente; mentre non con la stessa partecipazione ho seguito la vicenda personale dei due protagonisti, Chuckie e Jakele cui vite si intrecciano a tanti altri personaggi sopra le righe, bizzarri e disperati in un fiume difficile da arginare di abbandoni, alcol e risse, famiglie disfunzionali, violenza e povertà, milionarie imprese fondate sul nulla, amori incredibiliUn microcosmo popolato da personaggi improbabili per cui è difficile non provare un certo affetto, ma dalle cui vicende dopo un po’ si finisce anche per essere sopraffattiDove la storia di questi trentenni non riesce a conquistare fino in fondo il lettore – o forse solo me, chi può saperlo? – le incertezze e i sogni di questi stessi uomini che dal caos di un quotidiano scandito da attentati e violenza cercano in qualche modo di non farsi sopraffare sono per me ciò che rende la commedia umana messa in scena da Wilson una piccola perla da riscoprire.

lunedì 11 maggio 2015

Dall'inferno attraverso la vita: Bibi, la morte, la realtà, la rinascita


Dall'inferno si ritorna
Christiana Ruggeri
Giunti, 2015 

pp. 240
€ 14.90




La tempesta perfetta si verifica quando tutte le dimensioni di una crisi si influenzano e si aggravano a vicenda. La storia di Bibi è l’esempio di una tempesta perfetta.
Una storia vera, o meglio, più vera del vero, perché guardata dall’innocenza e dalla mancanza di filtri di una bambina.
Un viaggio che inizia dalla fine, dalla morte, e alla morte spesso ritorna, nella memoria, nei distacchi, negli abbandoni: una morte che aleggia sempre, pronta ad afferrare l’infanzia e la vita di Bibi, la quale diventa strumento per sconfiggere la signora con la falce, ma anche simbolo eterno di una piaga storica e politica, che ha sconvolto un paese, il Ruanda, senza guardare in faccia nessuno.
Christiana Ruggeri si fa da parte, si mette dietro le quinte, rinuncia al ruolo di cronista di una storia drammaticamente vera, drammaticamente reale, fatta di ossimori, di paradossi, di crudeltà, ma anche di umanità.

sabato 9 maggio 2015

#CriticaLibera - "Ossola bella e buona", di Alberto Paleari e Livia Olivelli

Ossola bella e buona
Sentieri e sapori dal Monte Rosa alla Val Formazza
di Alberto Paleari e Livia Olivelli
Monterosa Edizioni, 2015

pagine 264


La terra rischiarata dal sole pareva d'oro, rendendo più belle le piccole piante il cui coraggio spingeva a sfidare queste rocce selvagge e questi precipizi paurosi.
(Sebastiano Locatelli, Voyage en France: moeurs et coutumes françaises, 1664-1665)

Era una mattina davvero splendida nella Val d'Ossola e fra le rupi di Ponte Creola, dove abbiamo lasciato la strada del Sempione; incantevole oltre ogni dire l'imboccatura della Val Formazza: una fuga quasi all'infinito di chiese e viti, con un torrente cristallino che scorre fra le rocce.
(John Rifkin, Viaggio in Italia, 1845)

Le testimonianze degli innumerevoli, illustri viaggiatori che lungo i secoli, valicato il Sempione, sono transitati in Val d'Ossola, sono caratterizzate da un generale e condiviso senso di meraviglia per quella che fu definita "giardino delle Alpi": una valle incuneata fra i Cantoni svizzeri di Vallese e Ticino, che seguendo la piana del fiume Toce conduce al Lago Maggiore. Stendhal, Dickens, Flaubert, Henry James, Théophile Gautier e tanti altri ne hanno descritto l'aspetto selvaggio eppure piacevole; le stampe dei Lory père et fils e del Brockedon ci restituiscono le immagini di un paesaggio che dall'asprezza delle gole di Gondo muta repentinamente in vallate rigogliose, morbidi prati e deliziosi paesini.

venerdì 8 maggio 2015

Ribeyriana #1: L'eterna domenica dei genietti di Lima

I genietti della domenica
di Julio Ramón Ribeyro
La Nuova Frontiera, 2011

Traduzione di Nicoletta Santoni

pp. 256
€ 16,50


Il mio amico Ludo impazzì sul far della sera.

È il 31 dicembre, a Lima fa caldo, le macchine dell'ufficio legale ticchettano senza sosta, ogni giorno da tre anni lo stesso ticchettìo, ogni giorno da tre anni lo stesso autobus, la stessa strada, tre, quattro volte al giorno. Ludo si annoia, ha sete, non ce la fa più, basta.
... Ludo lascia perdere l'istanza di pignoramento che sta scrivendo e lancia un sonoro gemito, che deve avere qualcosa di simile a quello che emettono gli impiccati, gli squartati. Un centinaio di teste, per lo più calve, si girano a guardarlo e, poco avvezzi quali sono alle novità, tornano a concentrarsi sui loro scrittoi. Ludo strappa l'istanza e, al suo posto, scrive una lettera di dimissioni. Il capo cerca di dissuaderlo con melliflue argomentazioni ma, verso sera, Ludo si lascia per sempre alle spalle la Grande Impresa, dove ha sudato e sbadigliato per tre anni consecutivi nel fiore della gioventù.

L'urlo di Ludo non terrorizza l'Occidente, in effetti non terrorizza neanche i suoi colleghi di scrivania, ma è abbastanza potente da aprire una crepa irreparabile tra il rispettabile passato della sua famiglia ormai decaduta e il futuro di deriva bohémien che attende lui e il suo gruppo di scalcagnati amici: i "genietti della domenica" che danno il titolo al romanzo di Julio Ramón Ribeyro, capolavoro del realismo urbano latinoamericano datato 1965 e portato per la prima volta in Italia nel 2011 da La nuova frontiera (nella traduzione di Nicoletta Santoni).

giovedì 7 maggio 2015

Il Salotto | Intervista ad Alessandra Arachi




Dopo la lettura di Non più briciole (Longanesi, 2015) e la recensione (clicca qui), Mattia Nesto ha rivolto dieci domande ad Alessandra Arachi per parlare del nuovo romanzo e delle tematiche forti che l'autrice tratta con grande senso della misura e schiettezza d'intenti.

1. “Non più briciole” ovvero la vita va vissuta tutta intera, non ci si può accontentare o addirittura imporsi che “bastino” solo le briciole. Il suo libro è anche un inno alla vita “tutta intera”?

Mi piace l’idea che questo libro sia un inno alla vita. Che va vissuta tutta intera, certamente. Ma il titolo di questo libro ha anche un significato “politico”: smettiamola di usare i vezzeggiativi per questa malattia chiamata anoressia, perché è una malattia importante.

2. Marta, la madre e Loredana, la figlia. Più Marta che Loredana mi viene da dire è la protagonista o comunque la mia impressione è quella, per questo libro, di una specie “di dialogo interrotto e poi ripreso, dopo un giro immenso e doloroso” tra una madre è una figlia. È così?

Marta, la mamma, è certamente lei la protagonista di questo libro. Una mamma normale, non certo perfetta, con i suoi difetti e le sue frustrazioni. Ma piena d’amore. Non è facile avere un dialogo con una figlia adolescente, praticamente impossibile se questa figlia ha una malattia come l’anoressia. Ma la risposta alla domanda è senza dubbio: sì. Il dialogo tra Marta e Loredana viene ripreso propri dopo un immenso giro doloroso. Ma quando riparte è un dialogo talmente profondo che, a questo punto, è destinato a non interrompersi mai più.

FanteCavalloeRe: una pedalata nella vita


FanteCavalloeRe
di Luisa Menziani
Edizioni Artestampa 2015
Acquerelli di Giuliano Della Casa
pp. 171
€ 18,00



FanteCavalloeRe, per usare le parole dell’autrice Luisa Menziani, è una pedalata nella vita, un racconto lungo un anno durante il quale viviamo insieme all’io narrante le avventure di una quotidianità fatta di giri in bicicletta immersi nella natura, gite mitteleuropee e viaggi a bordo di Lucilla il taxi inglese.
Definire questo libro semplicemente come romanzo pare abbastanza riduttivo, i livelli di lettura possono essere molteplici. Si può ad esempio vedere la storia come una fiaba: i personaggi hanno nomi allegri e colorati, i luoghi sembrano usciti da un racconto per bambini, come Ponte Ghiotto, e si resta inoltre catturati dalla sensazione di leggerezza che accompagna ogni riga, sottolineata dagli acquerelli di Giuliano Della Casa. 
Ma FanteCavalloeRe è anche un diario: la voce narrante, femminile, racconta le storie in prima persona. Non ne conosciamo il nome, ma si presenta offrendo direttamente i pensieri che elabora al giudizio del lettore. Il suo punto di vista filtra tutti gli eventi che sono così descritti attraverso un’ottica che definisce il senso generale della storia, la cornice entro la quale inquadrare ciò che accade.