giovedì 24 aprile 2014

Le impari battaglie dell'abisso umano

Follia
(Asylum)
di Patrick McGrath
Adelphi, 1998 (1996)

pp. 296


Per una di quelle coincidenze astrali che solo i libri sanno regalare, mentre avevo deciso di leggere Follia”, anzi lo stavo proprio finendo, mi sono imbattuto in una discussione sui social avente per oggetto il romanzo di McGrath. Una gentile signora ne elogiava ogni riga, evidentemente folgorata, e i primi commenti restavano sulla scia dellentusiasmo:
Letto tanti anni fa, capolavoro; Bellissimo; Strepitoso; La battuta finale credo sia una delle migliori di tutta la storia della letteratura, obbligatorio.
E così via. Finché, in punta di piedi e con la premessa di un pardon, una ragazza lanciava un’opinione controcorrente
piuttosto appassionante sul momento, ma francamente mi ha lasciato davvero poco: uno di quei libri che nella mia memoria di lettrice perdono di consistenza...
Il vaso di Pandora scoperchiato: come una battaglia in cui le sorti si rovesciano all’improvviso quando pare tutto deciso, i detrattori ritrovavano fiato. Fino al cinismo, straordinario comunque, del commento conclusivo: 
Letto anni fa. Consigliato da un tipo che lo leggeva piangendo dopo che l’amata lo aveva abbandonato. Lasciato a metà, non ricordo nulla. Chissà come sta il tipo...

La potenza di un racconto lungo: "Voi non la conoscete" di Cristina Comencini

Voi non la conoscete
di Cristina Comencini
Feltrinelli, 2014

pp. 67
€ 9


Quante pagine servono per tirare un pugno? "Un pugno dove?", potreste chiedere. Sotto la cinta o in faccia? Nello stomaco? Lasciamolo generico: un pugno. Dove è impossibile determinarlo, perché il colpo che ti danno le 67 pagine di Voi non la conoscete è tanto forte da non riuscire a localizzarlo, né a pararlo.
La pluripremiata regista e scrittrice italiana Cristina Comencini è tornata: ricordiamo tutti La bestia nel cuore, che nel 2004 aveva sgominato le autodifese di tanti lettori e spettatori. Poi la Comencini non è rimasta inattiva - anzi!, ma è questo il racconto che più si avvicina alla forza dirompente della Bestia nel cuore. Una forza che nessuna quarta di copertina potrebbe mai spiegare, perché la narrazione è frantumata come lo spirito della protagonista Nadia, in carcere per un crimine che il lettore scopre via via (perché rivelarvelo già?). Non conta tanto il crimine in sé, ma che Nadia sia rimasta imbambolata fino all'arresto, presente sulla scena ma poco partecipe: e così sempre, nella sua vita di ogni giorno, una trappola gigantesca, senza vie d'uscita.

mercoledì 23 aprile 2014

I Residui solidi di Walter Tripi tra racconto e poesia

Residui solidi
Racconti e non

di Walter Tripi
Edizioni della meridiana, 2013)

Non è casuale che il sottotitolo del libro d'esordio di Walter Tripi, "Residui solidi", sia "Racconti e non", perchè queste narrazioni molto liriche, intrise di poesia, somigliano più a ballate, in cui l'autore lancia degli indizi, senza delineare vicende precise e dettagliate, ma lasciando che sia il lettore a definire i contorni delle storie a dare loro nitidezza e caratteri precisi.
Procedendo nella lettura mi sono venuti in mente quei disegni per bambini in cui sono tratteggiati solo i contorni e vanno riempiti di colore gli interni delle figure. Solo che nei tredici racconti che compongono questa raccolta accade il contrario: Tripi ci mette il colore delle emozioni e al lettore va il compito di tracciare il contorno.
La scrittura è accurata, in certi momenti addirittura ricercata, sempre molto evocativa e ricca di sfumature.
Sorpende un po' scoprire la giovane età dell'autore soprattutto in virtù di una vena amara e malinconica che serpeggia dal primo all'ultimo racconto.
Un bel preludio che lascia in attesa curiosa di ulteriori prove letterarie, magari di un romanzo che confermi la buona impressione suscitata da questa lettura.

"La mia canzone parte da lontano, parte che è una melodia semplice e innocente, poi lentamente si costruisce, si avvera come morula del tempo, come se ognuna di quelle note stesse solo aspettando il momento giusto per farsi ascoltare nonostante fosse lì in attesa da sempre, una nota che gira il mondo e che una sola melodia può afferrare e sferrare, trascinare con sé, dentro, di un rosso nascosto in sangue. E io aspetto, aspetto il finale perché so che non sei cambiato, aspetto il finale in cui sorriderai, l’arpeggio che anticipa la chiusura e durante il quale sempre, ogni volta, apri il viso, lo spalanchi e sorridi."

Il Salotto – “Prima che la notte”. Intervista ai 'carusi' di Pippo Fava


Prima che la notte
di Claudio Fava e Michele Gambino
Baldini&Castoldi, 2014

€ 16,00
pp. 152


A trent’anni dalla morte di Pippo Fava molto è stato detto e molto è stato scritto.
Recentemente la Baldini&Castoldi ha pubblicato un breve libro, “Prima che la notte”, scritto a quattro mani da Claudio Fava e Michele Gambino. Due giornalisti, due amici di lunga data, e due figli. Il primo figlio anche di sangue, ma entrambi figli del giornalista e dell’uomo che li ha pescati carusi, e li ha fatti diventare fucina di pensieri e di parole nelle redazioni del “Giornale di Sicilia” prima e dei “Siciliani” poi.
“Prima che la notte” non è la storia della morte di Pippo Fava, ma di come quei ragazzi hanno vissuto quella notte e si sono risvegliati, al mattino, orfani. È un libro che parla delle scelte da prendere quando si diventa adulti e quando lo si fa in una città come Catania. Della differenza che c’è, come scrive Gambino, tra il combattere e l’odiare, tra il comprendere e l’accettare. Non viene raccontato l’eroe, nelle pagine dei due amici, ma l’uomo con le sue abitudini e la sua grande umanità, e un rapporto di filiazione non sempre facile.
Le pagine alternano le diverse prospettive di Fava e di Gambino. Le loro parole incrociate hanno il dono di far emergere non l’oscurità di una morte, ma l’amore per una professione e l’energia che la ricerca e la scrittura della verità comportano.
Dice che è arrivato il momento di essere padroni del nostro destino. C’è qualcosa di più bello da dire a un ragazzo di ventitré anni con la testa piena di confusione fantasie su se stesso? Stiamo per dichiarare una guerra.

martedì 22 aprile 2014

Scrittori in Ascolto - L'incontro "segreto" con Carletti e Kasper, autori di Supernotes

Tardo pomeriggio. Il cielo è quello anonimo che si stiracchia tra lo zenit e il tramonto. Via Alessio di Tocqueville, pieno centro della movida milanese. Una piccola sala riunioni, ideale per raccogliere una mezza dozzina di blogger letterari. Tutto molto riservato. Quasi segreto, che bella parola. In quel po’ di anticamera che precede l’incontro ci guardiamo tutti negli occhi con l’aria smarrita delle prime volte. Nessuno ha mai incontrato un ex agente segreto. Nessuno è mai entrato in contatto diretto con la storia che si nasconde sotto la storia.
Dentro la sala ci sono già Luigi Carletti e l’agente Kasper, gli autori di Supernotes, il romanzo di spionaggio internazionale pubblicato da Mondadori per la collana Strade blu. Entriamo e ci stringiamo le mani. Hanno dei volti molto accoglienti. Breve introduzione. Poi ci dovrebbero essere le nostre domande.

L’incontro è stato organizzato da Mondadori per coinvolgere il mondo dei blog letterari nella promozione di una delle loro ultime pubblicazioni. Il romanzo che è un romanzo, un thriller, ma è anche una storia drammaticamente vera, una testimonianza fortissima. L’agente Kasper è il coautore del libro, ma è soprattutto il personaggio principale. L’uomo che ha vissuto in prima persona quelle vicende. L’uomo riemerso dall’inferno per raccontarle. Da carabiniere del Ros Kasper – nome in codice utilizzato durante l’operazione – stava indagando sui “supernotes”, i dollari “veri ma falsi”, stampati in estremo oriente sotto il controllo dei servizi segreti americani e poi immessi nel mercato mondiale. È stato scoperto, fatto arrestare con un pretesto fasullo e spedito nel campo di concentramento di Prey star in Cambogia. Lì è stato prigioniero per tredici mesi. Ha vissuto esperienze terribili. Kasper doveva sparire e invece è riemerso dall’abisso. E ha raccontato la sua storia.

Ci salveranno le vecchie zie? - un titolo che parla ancora all'oggi

Ci salveranno le vecchie zie?
di Leo Longanesi
Longanesi, 2005

1^ edizione - 1953
€ 12
pp. 116

Il Dopoguerra è stato segnato da tante solitudini di moralisti (per parafrasare il titolo di uno studio Palermo e Giammattei). L'aspetto più interessante è che ognuno ha vissuto a suo modo la corsa alla rinascita e l'incontro con la nuova generazione borghese: se Flaiano ha scelto la via dell'aforisma e dell'aneddoto pungente del Diario notturno (tanto pe dirne uno), Alvaro non contemplava l'ironia per criticare sempre più seriamente società, politica e religione in Ultimo diario

Dove si colloca questo Ci salveranno le vecchie zie? di Longanesi? In parte aiuta il sottotitolo, (i borghesi stanchi), che fin da subito indica due aspetti del libro: il profondo dubbio di Longanesi sul salvataggio da parte delle vecchie generazioni, ma anche lo sconforto verso una borghesia stanca, abbarbicata dietro tante parole. Il tutto, poi, denunciato con l'ironia salace e provocatoria, quasi irridente, che si conosceva già per gli aforismi longanesiani di Parliamo dell'elefante, che nel 1947 aveva scatenato grandi gozzoviglie sui quotidiani. 

lunedì 21 aprile 2014

Tra Nazismo e arte contemporanea: l'ultima provocazione di Massimiliano Parente

Il più grande artista del mondo dopo Adolf Hitler
di Massimiliano Parente
Mondadori, 2014

pp. 402
€ 18.00


Cos'è l'arte contemporanea? Difficile dare una risposta soddisfacente a questa domanda, anche per gli esperti: tra critici, appassionati e semplici curiosi gli atteggiamenti più diffusi sono l'adesione entusiasta o la sospettosa distanza, reazioni comprensibili verso un mondo che sembra sempre vicinissimo e lontanissimo dallo spettatore, offerto al suo sguardo ma sottratto alla sua comprensione, figlio del mondo comune ma ad esso totalmente estraneo. In questo clima costantemente teso tra perplessità e sberleffo si fa strada Massimiliano Parente, collaboratore della pagina culturale de Il Giornale noto per le sue provocazioni e per la sua costante critica al perbenismo e ai modelli comportamentali costituiti.


Il suo quarto romanzo, uscito quest'anno per Mondadori, procede proprio in questa direzione: grazie ad una storia surreale incentrata sulla vita di un bislacco artista contemporaneo, Parente si lancia in una graffiante satira sul mondo dell'arte trasformata in mercato ed evento mondano, senza risparmiare nemmeno la controparte necessaria di un tale Olimpo decadente, ossia un'Italia bigotta e qualunquista che foraggia i portatori di scandalo con un'indignazione che nasconde sempre il più morboso interesse. 
La vicenda de Il più grande artista del mondo dopo Adolf Hitler (già il titolo è tutto un programma) comincia proprio così, con lo scandalo di una statua irriverente eretta a ridosso del Colosseo. Autore dello scempio è l'artista Max Fontana, uno spirito mediocre ma pieno di autoironia e cinismo, il cui successo è sorretto da una creatività deviata e da una fascinazione adolescenziale per l'estetica del Nazismo. Il romanzo è l'autobiografia dell'artista, dettata al registratore di un iPod e piena di episodi esilaranti, ma soprattutto di sconcertanti esternazioni teoriche. Su tutte quella secondo cui, appunto, Hitler avrebbe fallito come politico ma sarebbe stato comunque il più grande artista del '900.

"L'inverno dell'alveare", di Devis Bellucci



L’inverno dell’alveare 
di Devis Bellucci,
A&B Editrice, 2010

pp. 149

Proteggere e desiderio erano le parole importanti, pensò lungo la strada. Allora si ricordò dei suoi primi giorni di vita. Quando aveva chiesto alla Nutrice perché l’avessero messa una settimana a guardare fuori dalla porta, lei aveva risposto: perché tu imparassi a trasformare i sogni in desideri. “Per superare l’inverno  bisogna coltivare un desiderio” scrisse la piccola esploratrice. “Bisogna proteggerlo” scrisse ancora. “Bisogna trasformarlo in un sogno” concluse.[1]
Questo racconto, ambientato all’interno della società delle api, è simbolicamente soprattutto un colloquio irreale  tra una “buona Nutrice” e una lei indefinita, tra un’ “adulta” e una piccola e curiosa ape esploratrice. Il plot della favola si svela lentamente, tanto che, nei primi capitoli, al lettore sembra di entrare in un immaginario percorso finale di un embrione in gravidanza.  Alla scoperta della vita, la piccola esploratrice instaura un rapporto privilegiato con la Nutrice che la accompagna nelle prime fasi di crescita, nel suo inserirsi come soggetto vivente all’interno della comunità; la circonda la bellezza della Natura e l’esploratrice vive tutte le gioie e le insicurezze peculiari al periodo infantile, come ad esempio la paura del buio:
Dettaglio o no, era il buio che non la lasciava dormire, e se nel buio si sforzava di pensare al polline non riusciva a dormire lo stesso. «Nutrice, anche tu hai paura del buio?» «Certamente. Però ricorda, non ti devi preoccupare del buio. Il buio non ti riguarda». Poi s’alzò, s’allontanò e scomparve. Non sembrava che Nutrice avesse paura del buio. Era una bugia, ecco che cos’era. Allora la piccola cominciò a tremare di vergogna perché era ben diversa da Nutrice.[2]  

domenica 20 aprile 2014

Pillole d'Autore: "1913. L'anno prima della tempesta" di Florian Illies

I dodici mesi che hanno preceduto la tempesta: il 1913 è un anno chiave nella storia occidentale, dentro il quale si riconoscono i primi segni di tutto quello che sarebbe stato il XX secolo. Anno spartiacque, chiude i conti con l’800 classicamente borghese e preannuncia movimenti artistici, correnti di pensiero, assetti politici che avrebbero sconvolto l’Europa e il mondo.
Il 1913 ha i contorni dei disegni di Kirchner, Matisse e Picasso, la musicalità dirompente di Stravinskij, il tono di voce dei racconti di Franz Kafka e del primo romanzo di Virginia Woolf, la forma dei pensieri di Freud e Jung, il respiro del primo volume di Alla ricerca del tempo perduto. Il 1913 è elegante come i primi modelli di Coco Chanel, irriverente come la ruota montata sullo sgabello da Marcel Duchamp, sensuale come la Lady Chatterley di David Herbert Lawrence, passionale come la relazione tra Oskar Kokoschka e Alma Mahler, vedova di Gustav.
Nel 1913 arriva a Vienna, zoppicante e vestito di stracci, un trentaquattrenne russo che si faceva chiamare Stavros Papadopoulos e che presto diventerà Iosif Stalin. Si chiude in un appartamento a scrivere un saggio dal titolo Il marxismo e la questione nazionale e nelle pause va a sgranchirsi le gambe nel vicino parco del castello di Schönbrunn. Ogni tanto incontra un uomo, un pittore fallito e rifiutato dall’Accademia, che nel tempo libero disegna acquerelli e cerca di venderli ai passanti. Ha ventitré anni e il suo nome è Adolf Hitler. Due delle future più importanti personalità politiche del secolo si incontravano, senza saperlo, sullo stesso prato innevato della capitale austriaca.  

sabato 19 aprile 2014

Il Salotto: intervista a Camilla Ronzullo



Se dico Camilla Ronzullo e dico Zelda was a writer molti tra voi avranno capito quale sarà l’ospite del Salotto di oggi, ma vorrei spendere qualche parola per quelli che ancora non la conoscono.
Camilla è prima di tutto una persona adorabile, questo va detto. Uno di quegli esseri umani, in tempi di crisi sempre più rari, che sono in grado di metterti di buon umore nel giro di pochi minuti. Per capirlo basta leggere il blog che cura, Zelda was a writer appunto, in cui raccoglie le sue impressioni quotidiane sul mondo, soprattutto sull’arte e sul bello. Si legge di letteratura, teatro, fotografia e creatività a trecentosessanta gradi e - per i fortunati milanesi – sono pubblicati gli ultimi aggiornamenti sui progetti che sta seguendo nella città: vedere, ad esempio, alla voce Bookeaters Club. Il suo lavoro infatti non è mai autoreferenziale, ma sempre teso alla ricerca di un contatto con il lettore. Ben lontana dall’immagine del blogger che vive nascosto dietro un alter ego digitale, fa della rete il punto di partenza per creare legami più profondi e analogici.

venerdì 18 aprile 2014

#Scrittori in Ascolto - Con Alberto Garlini

Alberto Garlini e Marco Caneschi

Organizza da 15 anni PordenoneLegge.it, il più importante festival letterario italiano con quello di Mantova e nel 2012 ha pubblicato “La legge dell’odio”, Einaudi Stile Libero: è Alberto Garlini scrittore e poeta che si è voluto cimentare con la “meglio gioventù” del neofascismo italiano, stretta tra i suoi miti e gli anni di piombo.

Un libro coraggioso, anche antropologicamente, che immagino ti abbia impegnato sul piano della ricerca storica.
«Pensa che volevo scrivere un libro sull’idea antropologica di nomadismo, incentrata su Chatwin, e mi sono ritrovato con il suo opposto, ovvero i miti della terra, della razza, del suolo. Sono arrivato a raccontare la vicenda del camerata Stefano Guerra prima pensando di mettere in conflitto nomadismo e stanzialità, una delle partizioni primarie dell’antropologia. Per un nomade l’immagine stessa di città equivale a un cimitero, alla morte, mi viene in mente Gengis Khan che non a caso ne radeva al suolo una ogni volta che la incrociava nei suoi spostamenti. Per un fascista, la città, la terra più genericamente, è tutto e va difesa a ogni costo. Ho cominciato così a leggere molto sugli anni “nomadi” di Chatwin ma allo stesso tempo tanta pubblicistica di destra e biografie di fascisti, infine ho notato una foto di Valle Giulia, il primo grande atto di rivolta universitaria italiana e ho notato che in prima fila in attesa degli scontri c’erano 21 fascisti acclarati. Per cui a questo momento, storicamente caratterizzatosi come patrimonio della sinistra, ha partecipato attivamente l’estrema destra. Con gli scontri a Valle Giulia ho deciso di aprire il libro che oramai era diverso dal progetto iniziale tanto che a Chatwin ho lasciato un cammeo, una piccola parte marginale. Come vedi la genesi di un romanzo è molto complessa».

Federico Fascetti: la mia voce, il mio fiato, la mia corsa, le mie parole

Tutti i chilometri che servono 
di Federico Fascetti
Fermento, 2012


Ci sono in noi infiniti segni che si sono incisi
e la memoria opera tra questi scegliendo misteriosamente,
forse secondo il senso che ognuno vorrebbe dare alla propria esistenza
(Giuseppe Zigaina)

Il sottotitolo del romanzo di Federico Fascetti potrebbe essere: «…e anche tutte le parole». 
Ed è strano per  un romanzo che si basa interamente sul non detto, sul taciuto, su muri che si ergono, continuamente, in un attrito incessante e che tende all’accumulo. 
Perché servono le parole, così come servono i chilometri? Perché entrambi sono una strada, un cammino, una fatica: ma, allo stesso tempo, anche un riscatto, un’accettazione del limite, e la volontà potenziale di superarlo. Le parole, come i chilometri, esigono una responsabilità, una scelta iniziale, un fiato che regga, un cuore che pompi. 
Ma i chilometri e le parole possono incontrarsi? E, in caso affermativo, dove? 

giovedì 17 aprile 2014

Le Lettere appassionate (e alcuni altri scritti) di Frida Kahlo de Rivera


Dal 20 marzo al 31 agosto 2014 le Scuderie del Quirinale ospitano una retrospettiva dedicata alla pittrice messicana Frida Kahlo (1907-1954), curata da Helga Prignitz-Poda. Molti anni fa, quando la storia dell'arte vantava maggiore autorevolezza e dignità nei nostri licei nazionali (perfino quelli meno gloriosi della provincia) seguii una lezione con film-documentario sulla vita e le opere di questa leggendaria, pasionaria Frida. I semi della sua arte fecondarono la mia nozione del mondo e mai avrei previsto una sua esposizione in Italia, già immaginando di partire alla volta di Città del Messico e della sua casa blu, dove lei nacque e morì, e nel 1958 divenuta Museo Frida Kahlo ovvero, secondo le volontà di Diego Rivera, eredità del popolo messicano. Non mi avventuro qui in considerazioni di natura tecnica sull'opera di Frida, sui periodi della sua produzione né sulle operanti – se pure lo fossero – suggestioni dei vari -ismi del primo Novecento sul suo stile (dal Pauperismo al Realismo magico attraverso il Surrealismo); le quali, in ogni caso, varrebbero a ben poco e sarebbero disorganiche o tutt'al più parziali.

#LectorInFabula - Il richiamo della foresta e la riscoperta degli istinti primordiali


Il richiamo della foresta
Titolo originale: The call of the wild
di Jack London
Oscar Mondadori

pp. 115 

Chiacchierando con un amico, qualche sera fa di fronte ad un aperitivo, è venuta fuori l’annosa questione della differenza tra maschi e femmine. Invece di concentrarci sugli stereotipi del “voi maschi curate più la macchina che la fidanzata” e “non capisco come voi donne possiate avere delle borse così grandi”, siamo andati a scavare nelle nostre memorie infantili e ci siamo resi conto che le nostre differenze di sesso cominciano già dalla favola della buona notte.
A me leggevano “Piccole donne” (e anche l’Inferno di Dante, in realtà) a lui “Ventimila leghe sotto i mari”; Per me è inconcepibile non conoscere la storia de “Il giardino segreto”, lui rideva pensando che di Salgari ho letto solo l’improbabile, e poco riuscita, “Figlia del Faraone”. Fin qui tutto bene: dove mi sono sentita veramente in fallo è stato quando ha nominato Jack London e a come mi ha guardato quando gli ho rivelato che, benché lettrice accanita, io non abbia mai aperto “Zanna Bianca” o “Il richiamo della foresta”. Come prevedibile reazione, anche per orgoglio femminile, sono andata subito a ripescare dalla biblioteca “Il richiamo della foresta”. E mi sono resa conto che le mamme dovrebbero rivedere la scelta delle favole della buona notte.

mercoledì 16 aprile 2014

"L'uso dell'uomo" di Aleksandar Tišma

L'uso dell'uomo
(Upotreba čoveka, 1976)
di Aleksandar Tišma
traduzione italiana di Lionello Costantini
Jaca Book, 1986

pp. 326

€ 16.53

La letteratura sulla tragedia dell'Olocausto è decisamente ricca, ed è difficile orientarsi in questa selva di voci potenti quanto desiderose di raccontare. La prosa di Tišma, in questo contesto, si pone certamente come un caso singolare, animato dall'esigenza del ricordo quanto dalla volontà di non rinchiudere la vena poetica entro i confini angusti della denuncia e della commemorazione. L'effetto è un romanzo monumentale, il più famoso dello scrittore serbo, ritradotto quest'anno negli Stati Uniti e forse rappresentativo di un'intera tradizione letteraria, quella della Jugoslavia novecentesca. 



L'uso dell'uomo è la storia di tre ragazzi, della loro crescita nella cittadina serba di Novi Sad e delle loro disavventure provocate dallo scoppio della guerra, dalla follia nazista e dalle inevitabili asperità cui va incontro ogni esistenza individuale. Le vite di Vera Kroner, Milinko Božić e Sredoje Lazukić sono accomunate dalle lezioni di Tedesco presso la signorina Anna Drentwenscheck, malinconica insegnante che riversa la propria solitudine sulle pagine di un diario rosso. Quello stesso diario, decenni dopo, sarà l'unico ricordo di gioventù dei ragazzi sopravvissuti, girovaghi in una terra dilaniata dalla guerra. È in questo modo che il dramma della Shoah, che investe la giovane Vera e la segna per sempre con il marchio dell'umiliazione, si intreccia alle alterne vicende della Resistenza jugoslava, in cui Milinko e Sredoje militano con spirito e sorti divergenti.

Scrittori in Ascolto: #BrunchSophia a Milano con Giorello e Regazzoni

Simone Regazzoni e Giulio Giorello a #BrunchSophia
13 aprile 2014, h. 12,00
Longanesi, via Gherardini 10, Milano

Dove può arrivare la filosofia? E quali sono davvero gli animi liberi? Con queste due domande è iniziato il #BrunchSophia, la scorsa domenica in Longanesi. Simone Regazzoni e Giulio Giorello, non solo famosi accademici ma anche filosofi "pop", hanno presentato i personaggi storici che hanno l'animo libero. Nella loro selezione, un po' di tutto: da filosofi impegnati a scienziati, scrittori, registi e... Minnie e Iron Man! Tante, le curiosità: ad esempio, sapevate che Diogene è stato il primo a fare... il dito medio ai sofisti? O che Spinoza ha collezionato moltissime scomuniche? Una risata contagiosa ha accolto la slide con i personaggi preferiti: Regazzoni ha scelto Iron Man perché è politicamente scorretto e irriverente, pur restando sempre ammaliante; Giorello ha proposto Minnie, perché la fidanzata di Topolino ha sempre una soluzione pronta: ad esempio, mentre cade un aereo, riesce a fare un paracadute con le sue mutande! 


Insomma, un inizio che alterna fin da subito "pop" e filosofia ad alto livello, a dimostrare che la filosofia raggiunge i suoi obiettivi senza annoiare. Anzi, uno dei problemi più grandi dei filosofi secondo Regazzoni è quello che aver "teorizzato e legittimato la pallosità"! I due filosofi qui con noi hanno fatto di tutto per sconfessare questa equazione filosofia = noia: Regazzoni ha scritto Pornosofia e Lost. La filosofia; Giorello, da parte sua, ha accostato un'opera come La filosofia di Topolino a Senza Dio

martedì 15 aprile 2014

Scrittori in Ascolto: a Bellano con Andrea Vitali

A Bellano con Andrea Vitali

Quando si pensa a Lecco, viene sempre in mente "Quel ramo del lago di Como..." manzoniano. Da un po' d'anni a questa parte, a pochi chilometri da Lecco, un autore ha movimentato la vita di Bellano, un paesino di circa tremila anime, che probabilmente altrimenti avrebbe vissuto di turismo domenicale. Invece, è arrivato Andrea Vitali a ripopolare le stanze chiuse, i palazzi abbattuti (purtroppo per fare appartamenti asettici e anonimi) di vite passate e di vitalità estremamente presenti.

Una targa simpatica ma forse un po'... prematura?!
Per questo, l'idea di una gita a Bellano con Andrea Vitali come guida d'eccezione è stato un richiamo troppo forte per chi, come me, si rifugia nei suoi libri nei momenti di stress, quando c'è bisogno di lasciar parlare un mondo che fu, più semplice per certi versi, ma con contorcimenti e ipocrisie profondamente umani! Insomma, uno dei punti che sempre fanno breccia nei cuori dei lettori di Vitali è proprio la spontaneità. La stessa spontaneità con cui l'autore ci ha accolto alla stazione la mattina del 12 aprile, e ci ha portati per le vie del paese, salutando a destra e a manca conoscenti, amici, parenti.

La crociata in Terra Santa parabola del viaggio verso se stessi


Il Pellegrinaggio
di Tiit Aleksejev
Atmosphere Libri, 2013

€16,00

Il pellegrinaggio, già per i primi cristiani, era simbolo di un viaggio spirituale, condotto presso la città santa, nella speranza di rivivere con la fede i luoghi in cui era nato e vissuto Cristo. Divenne un'usanza fissa a partire dal 313 d.C. con l'editto di Costantino, e con la libertà di culto nell'Impero Romano. Tanti erano gli esempi presenti all’interno del Vecchio e Nuovo Testamento, e il rituale del mettersi in viaggio, da parte del peregrinus o homo viator (termini molto simili ma con implicazioni diverse, il primo era colui che si recava fuori dalla città e da straniero cercava di trovare il “suo” cammino, il secondo si metteva in viaggio con una missione personale, un compito che a lui era stato affidato e che doveva portare a termine), inizialmente era solo un fenomeno individuale. Verso la fine del primo millennio, invece, prende corpo il pellegrinaggio collettivo, mentre addirittura nel VII secolo si cominciò a prescriverlo come pratica votiva, come penitenza per i peccati mortali. Nel corso del secolo XI, dall’Europa i pellegrini si recavano in Terra Santa e considerando i benefici economici portati dalla loro venuta, durante il dominio dei califfi Abbasidi di Baghdad, i cristiani erano liberi di visitare i luoghi santi; sbarcando ad Haifa, si recavano così a Gerusalemme. Ma nella seconda metà dello stesso secolo i turchi Selgiuchidi si impossessarono della regione ed iniziarono le stragi.

lunedì 14 aprile 2014

...E alla fine arrivano i Dodici: notizie dal Premio Strega



I dodici finalisti del Premio Strega hanno un nome, un cognome e soprattutto un titolo. 
Tra conferme dei pronostici, e smentite, di seguito le opere selezionate dal Comitato direttivo, presieduto da Tullio De Mauro e composto da Giuseppe D’Avino, Valeria Della Valle, Simonetta Fiori, Alberto Foschini, Paolo Giordano, Enzo Golino, Melania G. Mazzucco, Edoardo Nesi, Luca Serianni, rese note venerdì 11 aprile 2014:

1. Non dirmi che hai paura (Feltrinelli) di Giuseppe Catozzella (Presentato da Giovanna Botteri e Roberto Saviano)

2. Lisario o il piacere infinto delle donne (Mondadori) di Antonella Cilento (Presentato da Nadia Fusini e Giuseppe Montesano)

#SaveTheBook: una campagna della Fondazione Feltrinelli

Quando ho visto circolare su Twitter l'hashtag #SaveTheBook ne sono rimasta incuriosita. Sulle prime ho pensato si trattasse di uno dei tanti hashtag letterari che spingevano gli utenti a confrontarsi dichiarando il proprio libro preferito. Invece ho subito scoperto che #SaveTheBook i libri permette di salvarli davvero, materialmente e non solo col cuore e l'immaginazione. 

Giovedì 10 aprile il progetto #SaveTheBook è stato presentato nella sede milanese della Fondazione Giangiacomo Feltrinelli che con questa campagna, in collaborazione con Feltrinelli Editore, laeffe, laFeltrinelli e Scuola Holden,  porta avanti una delle sue tante attività di ricerca e intraprende un importante cammino di digitalizzazione. 
Tra i preziosi libri che costituiscono il patrimonio della fondazione ci sono anche gli storici volumi dell'Universale Economica della Colip (Cooperativa del Libro Popolare di Milano). I volumetti tascabili (editi dal 1949 al 1954) contraddistinti dal celebre simbolo del canguro e venduti al prezzo di cento lire l'uno, nascevano con lo scopo di diffondere la cultura presso tutti gli strati sociali, divulgando la conoscenza dei grandi classici della letteratura e del pensiero. La Colip era una collana simbolo di impegno politico e sociale, fatta di libri che anche un operaio, alla fine della giornata in fabbrica, avrebbe potuto comprare. 
Destinando il 5x1000 (il codice fiscale è: 800410901529) o tramite donazione diretta su savethebook.fondazionefeltrinelli.it, tutti gli amanti dei libri possono diventare 'booksavers' adottando personalmente uno dei testi della collana.