Emil Cioran (1911-1995),
scrittore romeno – francese, non è autore da incontri formali o accademici.
Rifiutò tutti i premi letterari,
di cui aveva evidentemente una pessima opinione (Sainte-Beuve, Combat, Nimier,
Morand, ecc.), tranne il Rivarol nel 1949, che accetterà giustificandolo come
un’esigenza finanziaria.
Ci trovava troppa vanità, troppo
formalismo, troppa inutile autocelebrazione.
Non frequentava nessun ambiente
accademico, non partecipava a convegni o simili e l’unica concessione alla malinconica
girandola di promozioni letterarie cui si assiste con un certo smarrimento tutt’oggi,
sono state le straordinarie interviste raccolte dalla Gallimard nell’anno della
sua morte e tradotte in italiano nel 2004 dall’Adelphi sotto l’evocativo titolo
di “Un apolide metafisico. Conversazioni”.
Con tali premesse, si può ben
comprendere che Cioran non è autore che si concilia con un fenomeno di massa come
è una fiera del libro.
Già l’anno scorso, nonostante la
sua fama ormai ampiamente riconosciuta in tutto il mondo e nonostante uno dei
due paesi ospiti fosse la Romania, nel Salone internazionale del libro di
Torino era totalmente e incomprensibilmente assente, ma tutto sommato anche ciò
era in linea con il personaggio.
Quest’anno invece Cioran “appare”
nel padiglione 3 del Salone, nell’area
Incubatore
dedicata alle case editrici emergenti, per la presentazione del libro della
Mimesis Edizioni,
Lettere al culmine
della disperazione (1930-1934), che fa il verso al suo primo saggio scritto
(in romeno) nelle notti insonni della giovinezza,
Al culmine della disperazione.
Il libricino (98 pagine) riprende
la corrispondenza di Cioran negli anni della sua giovinezza (tra i 19 e i 23
anni) con alcuni suoi amici romeni, in particolare con Bucur Ţincu (amico
d’infanzia), Petre Comarnescu (promotore di una nota associazione e rivista culturale
dell’epoca, “Criterion”) e Mircea
Eliade, storico delle religioni e componente della celebre triade
romeno–francese, di cui, oltre Cioran, faceva parte anche Eugène Ionesco,
esponente di spicco del teatro dell’assurdo e autore de La Cantatrice Calva.

Nelle lettere, pur in uno stile
ancora acerbo, sono presenti tutte le tematiche cioraniane: la sofferenza e il
dolore, la disperazione, la morte, lo scetticismo e il cinismo e sopra tutto l’incredibile
lucidità e l’arguta capacità di osservazione (“per me tutto si riduce alla
comprensione della vita”, pag.27) che hanno fatto di Cioran uno dei più grandi pensatori del Novecento, pur nella sua assoluta
umiltà (in una lettera a Mario Andrea Rigoni, pubblicata nel libro “Mon cher
ami”, lo pregava perentoriamente di togliere in un commento la parola “grande”
da “grande scrittore del novecento”).
L’incontro, dopo una breve
presentazione di Giovanni Rotiroti, psicanalista e professore di Lingua e
Letteratura romena presso l’Università di Napoli (autore di altri libri su
Cioran) che ha curato questa antologia, si trasforma in un reading avvincente.
Emergono così alcuni particolari
fin qui sconosciuti: il suo iniziale proposito di scrivere una tesi su Kant (la
scriverà invece su Bergson) o il suo disinteresse per il giornalismo:
“tutti i
giovani di una certa cultura, che entrano nel mondo del giornalismo, iniziano
prima a discutere con incredibile passione di problemi lontani dall’attualità,
ma poi finiscono con effimeri reportages”.
Coerentemente con l’impostazione
del libro (dove ha scritto la postfazione), conclude l’incontro Antonio Di
Gennaro.
Il suo intervento è una sorta di indagine
psicologica sulle motivazioni della disperazione cioraniana: “ho la
disperazione nel sangue; in me non è un sentimento o un atteggiamento, ma una
realtà fisiologica, per non dire fisica” (pag. 89).
Per Di Gennaro,
“Cioran, privato
dalla gioia (illusoria, effimera, momentanea) dell’amore, racconterà per una
vita intera, la desolazione (reale, fattuale) di una vita senza amore” (pag.
91).
Una tesi affascinante, ma a mio
avviso un po’ forzata, che riprende perfino un episodio del primo amore - e dunque la prima grande delusione amorosa -
di un Cioran adolescente.
Non so se ha senso cercare di scoprire
“la causa prima di tanta sofferenza”…quello che più interessa il lettore credo
invece sia lo stile “feroce” di Cioran che nei Cahiers (Quaderni, 1957-1972) non a caso affermerà:
“In letteratura, tutto ciò che non è spietato è noioso” (pag. 535).
[
E. Cioran, Lettere al culmine della disperazione (1930-1934), a cura di Giovanni Rotiroti, Mimesis Edizioni, 2013]