venerdì 26 agosto 2016

Eversori in corsia, a guardare oltre il cielo di carta della tradizione

Medici eretici
di Massimo Fioranelli e Maria Grazia Roccia
Laterza, 2016

con una presentazione di Giorgio Cosmacini

€18 (cartaceo)
pp. 136



Religione, pregiudizi e invidia: questi, i più grandi nemici della medicina nella storia. La paura del nuovo e il timore reverenziale nei confronti di Ippocrate, padre della medicina, si prolungano per secoli, e così i divieti papali rendono peregrina l'indagine anatomica sul corpo umano, legittimata solo alla fine del Quattrocento. Nel frattempo? Il medico vive in dissidio tra la fame di sapere e la paura delle ripercussioni. Ma niente ha vietato a Paracelso, ad esempio, di scoprire il laudano e di meritarsi almeno indirettamente il titolo di padre della farmacologia. E così anche Andrea Vesalio, come un "secondo Copernico", ha osato mettere in dubbio gli insegnamenti di Ippocrate, in tavole anatomiche di estrema bellezza, che osservano il corpo per quel che è, non per quel che si diceva. 
O ancora, Wells e Morton sostengono che l'uomo non debba necessariamente soffrire, perché le grida di dolore durante le operazioni non sono davvero funzionali a individuare dove operare; e così partono le sperimentazioni per individuare anestetici efficaci. Quando il gas esilarante sembra avere effetto, Wells decide di portare la sua scoperta al vaglio della comunità scientifica. Purtroppo l'esperimento fallisce: l'uomo che si è offerto come cavia è troppo corpulento per la quantità di gas somministrata, ed ecco che quando Wells gli cava un dente, la sala si riempie di grida di dolore del malcapitato e di sdegno da parte dei medici. Poco importa, la via era ormai stata aperta; e tuttavia si badi all'atteggiamento di chiusura e di rifiuto da parte dei colleghi, pronti a puntare il dito contro una possibile scoperta epocale. 

La buona memoria può essere feroce: le "Dieci donne" di Marcela Serrano

 Dieci donne
di Marcela Serrano

Feltrinelli, 2013 (2011)
traduzione di Michela Finassi Parolo e Tiziana Gibilisco

288 pp.
9,00 €


“Sapete cos’è che ammazza? Il silenzio. È questo che ti ammazza. [...] Anni e anni di silenzio. Dentro ti si forma una specie di nodo, una matassa, e non c’è modo di sbrogliarla. [...] Se la dottoressa adesso vuole che parliamo, ve lo dico per esperienza: ci farà bene.”

Donne, a 360 gradi. Donne giovani o anziane, ricche o povere, donne straniere e donne estranee. Sono le protagoniste di Dieci donne, romanzo corale scritto nel 2011 dalla cilena Marcela Serrano. Le loro vite si toccano senza mischiarsi una domenica mattina, quando ognuna di loro racconta la sua storia alle altre. Il luogo di incontro è lo studio di Natasha, la loro psicoterapeuta, ma non c’è niente di tragico nel racconto. Non si tratta di pazienti borderline, di casi irrecuperabili, ma di esistenze normali, incagliate in un ostacolo comune: la solitudine.

Questo sentimento per Simona, Juana, Lupe, Manè e le altre protagoniste non va quasi mai inteso in senso fisico. Molte di loro sono circondate di persone, hanno avuto diverse relazioni, figli, hanno viaggiato, ma portano con sé un segreto, un elemento di estraneità, per cui l’unica soluzione è stata, quasi sempre per caso, il lettino di Natasha. È così per Lupe, adolescente lesbica, per la quale “nascondere l’affetto che provi per qualcuno è complicato e angosciante”. È così per Layla, lacerata dall’interno dal ricordo della violenza, che rivive ogni giorno guardando un figlio che è incapace di amare. 
“La buona memoria può essere feroce. Ricordare tutto significa afferrare ogni giorno un coltello affilato e tirarsi via strati di pelle. Dobbiamo organizzare l’oblio”.
È così per Francisca, la cui madre “semplicemente non la amava”, e che per questo sente di non poter meritare affetto da alcuno, fino al punto di essere gelosa della sua psicoterapeuta. In altri casi a condurre le donne da Natasha sono vicende normali: la paura di invecchiare, la perdita della sfera familiare a causa del lavoro, o, viceversa, la paura di dipendere da un uomo.

Tra le storie, tutte narrate in prima persona, apparentemente non c’è dialogo: sono raccontate in un luogo, una mattina di un giorno di festa, ma le narratrici provengono da realtà così differenti che non si sono mai incontrate prima. Tuttavia a un livello di lettura più profondo si rintracciano alcuni elementi comuni: le difficoltà coniugali o le burrasche sentimentali; il senso di sradicamento; esperienze traumatiche nel rapporto con i genitori, violenze, la perdita di una persona cara.

Restando a livello di superficie, si incontrano nove donne convenute nello studio della loro dottoressa, che combattono la solitudine facendosi compagnia, come i cuccioli di un cane  “tutti ammucchiati” perché hanno “bisogno gli uni degli altri per sopravvivere”, per trovare il calore. In realtà quelle donne così diverse sono tutte la stessa donna, prima di uscire “si saranno cambiate d’abito perché non si sentivano a loro agio”, sotto il gilè nero o la camicetta rosa stavano “raccogliendo le energie per la giornata che le attendeva”.  Non è il fatto di incontrarsi in un luogo ad unirle, ma la scelta di mettersi a nudo, di raccontare le proprie ansie e insicurezze, ponendosi su un piano di parità sostanziale, giudicando ognuna le opinioni delle altre, ma con rispetto, senza escludere.

Le pazienti sono nove, e la decima donna a raccontarsi – anche se indirettamente, per pudore – è Natasha, la cui esperienza è, superficialmente, la somma di tutte le altre, in realtà è un po’ la spiegazione dell’intero libro. Natasha cerca una persona che la faccia sentire completa, una figura tramite cui riconnettersi con i suoi ricordi più antichi, riannodare le ferite lasciate dal tempo, dalla guerra, dalla migrazione. Questa persona è una donna.

Uno dei temi centrali del romanzo è il rapporto con l’uomo, che per qualcuna è la fonte della sofferenza, per altre un oggetto simbolico, una compagnia da cui la donna deve imparare a rendersi indipendente, per badare a sé, per bastare a sé. “Il valore degli esseri umani sta nella loro capacità… di essere indipendenti, di appartenere a se stessi”. In questo senso le donne di Marcela Serrano sono donne forti, o che vogliono esserlo, dopo essere state deluse da un uomo. Quando invece lo strappo, la ferita, viene da una figura femminile – una madre, una figlia – l’uomo diventa un compagno indispensabile, come per Francisca, “un luogo di solidità”, o un complice, come per Lupe.

In genere, comunque, l’appello di Serrano sembra andare in direzione di una maggiore indipendenza e libertà delle donne dagli uomini. Semmai, le donne possono trovare sostegno in una forma di solidarietà al femminile che la Serrano avrà vissuto in prima persona con le sue quattro sorelle, e che plasma nel libro sotto forma di una seduta collettiva di psicoterapia.  

I temi di Dieci donne sono molti più dei racconti, potenzialmente il libro avrebbe potuto continuare con infinite declinazioni di queste vite al femminile. Si tratta di un piccolo campionario di esistenze variegate, che allontanano la donna dallo stereotipo di casalinga o secondo sesso, in realtà da qualunque riduzione ad unum imposta da una sovra-cultura. Il racconto di questa narrazione prosegue in Adorata nemica mia (2013).
 

giovedì 25 agosto 2016

"Questa è la mia casa" di Paolo Bottiroli: Una casa ci vuole




Questa è la mia casa
di Paolo Bottiroli
Edizioni La Gru, 2016

pp.88
€ 11




"Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c'è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti".

Così scrive Cesare Pavese in uno dei suoi romanzi più belli, La luna e i falò, ritenendo fondamentale per ogni uomo l’importanza di avere un paese, in cui poter stare e poter ritornare in qualsiasi momento della propria vita. Paolo Bottiroli, come chiarisce già il titolo della sua raccolta di racconti, Questa è la mia casa, afferma la necessità per gli esseri umani di avere, oltre a un paese, anche una casa a cui essere legati, che di volta in volta, nelle storie raccontate, assume forme e dimensioni diverse. Può essere la roulotte di una famiglia circense che cambia paese quaranta volte all'anno e scopre un sacco di posti nuovi e di gente sempre diversa, circondata, ovunque vada, da musica, animali e mangiafuoco. O un piccolo appartamento destinato alla convivenza di una giovane coppia di fidanzati e ravvivato da un gatto un po’ stralunato che balla il tip tap. Può assomigliare a un gigantesco bus dei mari che raccoglie storie di emigranti di ritorno. O a una strada tutta bianca calpestata da due camminatori instancabili, che con i loro zaini in spalla e le loro borracce vanno in cerca di boschi e sentieri che profumano di gioia e libertà.

Né scherzi né consigli "da prete": un manualetto di Diego Goso

Come non rovinarsi (troppo) la vita…
…e migliorare le proprie giornate.
Manuale per chi aspira alla felicità
di Diego Goso
Effatà Editrice, 2016

pp. 170
10,00 euro



Come non rovinarsi (troppo) la vita… e migliorare le proprie giornate è un libricino che si legge in un amen. Quasi duecento pagine che si sfogliano con agio addirittura nell’arco di un solo pomeriggio. Certo, dipende da quanto vi sta a cuore il busillis della vostra esistenza, e se, come da sottotitolo, aspirate (o meno) alla felicità. Io, evidentemente, parecchio. Oppure, viceversa, per nulla. Leggendolo mi è venuto spesso in mente un professore universitario, nonché critico letterario, di cui in un passato non troppo remoto ho avuto occasione di seguire i corsi. Per due ragioni: la prima riguarda la sua abitudine di citare una nota frase di Mario Soldati, tratta dalle Lettere da Capri, ovvero «ciascun uomo ha un bisogno d’infelicità pari almeno al suo bisogno di felicità» (ignoro se continui a citarla a più riprese); la seconda c’entra con il fatto che lui, ateo dichiarato e nel contempo firma di un diffuso quotidiano cattolico, ritenesse quella testata un’oasi di libertà assai superiore rispetto a certa stampa programmaticamente laica e democratica (confesso che non so se a tutt’oggi ci scriva ancora). Bene: che cosa c’entrano questi trascurabili ricordi personali con il libro di Diego Goso in questione? C’entrano, eccome. Innanzitutto per il discorso sull’ambizione al giubilo terreno o al suo contrario. Secondariamente perché questo volumetto, che scorre veloce (sebbene non automatico) come una preghiera, è scritto da un sacerdote.

mercoledì 24 agosto 2016

"Sono Dio": inquietudini e patemi della coscienza universale

Sono Dio
di Giacomo Sartori
NN Editore, 2016


pp. 217 
€ 17,00


È difficile descrivere Dio, ce lo ricordava pure Dante, che sul finire della terza cantica veniva sopraffatto dall’ineffabilità della meraviglia cui si trovava dinnanzi. È difficile persino per Dio stesso descriversi, costretto com’è a utilizzare uno strumento limitato come la lingua umana.

Bisogna chiarire ogni concetto, ogni parola:
“Sono Dio. Lo sono sempre stato, lo sarò sempre. Un sempre però con riflessi affilati di diamante, se senza corrispettivi nelle lingue degli umani. Quando un uomo dice ti amerò sempre tutti sanno che quel sempre è una pagliuzza che si libra fragile e inconsistente nell’aria. Un voto velleitario, […] in altre parole una menzogna. Se invece sono io a dirlo, sempre è davvero sempre. Va fatto uno sforzo per capirsi” (1).
Forse il modo migliore è dare una definizione in negativo, smascherare tutti i miti e le false credenze: “Sono Dio e non ho bisogno di pensare. […] Un dio non guarda, non aspetta, non ascolta. Non digerisce, non agogna, non rutta” (1-2). Non ha un corpo comunemente inteso, certo non ha una folta barba e un aspetto imperioso come vorrebbe l’iconografia tradizionale, si è messo a scrivere, ma non sa con certezza – pur ovviamente sapendolo perfettamente nella sua infinita sapienza – per quale ragione. È perfetto e passa le sue giornate a fare infinite cose senza farne nessuna. E, soprattutto, non ha nessuna predilezione per l’essere umano. Grande estimatore delle profondità celesti, in cui ama perdersi in estatiche contemplazioni, Dio considera l’uomo un essere infimo e non si spiega bene come abbia fatto, nella sua limitatezza, ad ergersi al di sopra delle altre creature della Terra: “mi sarei […] aspettato che fossero i leoni, o gli scorpioni, o qualche tipo di combattive formiche. Non gli avrei dato un soldo, a quegli scimmioni che perdevano sempre più peli e si davano sempre più un tono da intellettualini” (68).

Ecce Homo, Ecce Divinus: Il Cacciatore Celeste di Roberto Calasso


Il Cacciatore Celeste
di Roberto Calasso
Adelphi Edizioni, 2016


pp. 439
€ 27





Già nel 1969 Émile Benveniste nel suo Il Vocabolario delle istituzioni indoeuropee si scontrò con la difficoltà di rintracciare una parola comune per indicare il termine "dio" in avestico, greco e latino: "La grammatica comparata, per il suo stesso metodo, porta ad eliminare gli sviluppi particolari per ricostruire il fondo comune. Questo modo di procedere lascia sussistere solo un numero molto ristretto di parole indoeuropee: non ci sarebbe così nessun termine in comune per designare la religione stessa, il culto né il prete, e nemmeno nessuno degli dei personali. Non resterebbe insomma alla comunità se non la nozione stessa di "dio". Quest'ultima è bene attestata solo nella forma *deiwos il cui senso proprio è 'luminoso' e 'celeste'; in questa qualità il dio si oppone all'uomo che è 'terrestre' (tale è il senso latino homo)". Da questo presupposto, da questa difficoltà e mutevolezza di rintracciare un termine comune per "dio", parte il libro Il Cacciatore Celeste di Roberto Calasso, uscito per i tipi Adelphi. Il Cacciatore Celeste è una peregrinazione, ora oscura ora luminosa, fra le storie sugli dei che, attraverso i secoli e toccando svariati popoli, sono arrivate fino a noi.

martedì 23 agosto 2016

Un Padrigale al giorno, prima del ritorno: il "canzoniere da tinello" di Salvatore Satta

Padrigali mattutini
di Salvatore Satta
Nota introduttiva di Valerio Magrelli
Ilisso, 2015

pp. 123

Euro 7,00



«Potrebbe continuare, ma non continua
essendo arrivata l’alba.
Ma la storia è veridica, ahimé.
Spero di tornare presto, e vi abbraccio».


Fate uno sforzo di memoria e provate a ricordare come era la vostra vita, specie dal punto di vista delle comunicazioni, prima che sms, chat e mail la rivoluzionassero senza misericordia. Provate a pensarvi ex novo (e pure ex abrupto) senza smartphone, senza tablet, senza PC. Immaginate ora di volere o dovere lasciare un messaggio a una persona, magari a qualcuno che abita con voi – genitore, coniuge, prole assortita e così via: vi sentireste perduti o tornereste naturalmente al classico binomio di carta e penna? E che cosa, e come lo scrivereste? Corsivo? Stampatello? Prosa nominale stile lista della spesa? Prosa criptica tale da mettere a dura prova la decodifica a chi non conosca il codice di riferimento? E poi: sentireste il bisogno di apporre un autografo? Una firma veritiera? Un soprannome che vi siete dati o che vi è stato affibbiato? Tali domande non vi paiano oziose, anche se siete tra coloro che non si stancano di scrivere “ti amo” sullo specchio del bagno perché il/la partner lo legga al risveglio o se fate parte di quella categoria di persone che ancora inviano cartoline dalle vacanze invece che spammare un detestabile selfie su tutti i social direttamente dall’“ombelico del mondo”. Meglio: queste interrogazioni non vi parranno più così ovvie dopo che avrete letto quelli che con una formula audace si potrebbero definire i deliziosi “pizzini” di Salvatore Satta, raccolti da Ilisso in un prezioso volumetto il cui titolo – Padrigali mattutini – annuncia già la natura ibrida di questa forma di comunicazione domestica tra il noto giurista e scrittore nuorese e la sua adorata famiglia.

Un Dio in rovina: una vita ordinaria, la letteratura che crea bellezza

Un Dio in rovina
di Kate Atkinson
Editrice Nord, Maggio 2016

Traduzione di Alessandro Storti

pp. 456
euro 18.60 (cartaceo)

Mi ritrovo ad osservare la pagina bianca prima di scrivere questa recensione decisamente per un tempo più lungo di quanto sono disposta ad ammettere. Cercavo le parole più adatte per introdurre degnamente un romanzo come Un dio in rovina dell’autrice inglese Kate Atkinson, già nota a pubblico e critica soprattutto per il suo lavoro precedente, Vita dopo vita, a questo piuttosto strettamente collegato. È chiaro, a questo punto, che le parole davvero giuste in effetti non sono arrivate, ma ci sono così tanti aspetti da analizzare, così tante chiavi di lettura e temi in questo romanzo che vale la pena buttarsi direttamente al cuore della questione. Atkinson con quest’opera, pubblicata in italiano pochi mesi fa ancora una volta da Nord Edizioni, si conferma autrice dallo stile ricercato, la sensibilità non comune e un’attenzione al dettaglio, la ricerca meticolosa ai fini della precisa ricostruzione storica, che è sempre qualcosa di ammirevole. Il romanzo precedente, incentrato sulle innumerevoli vite della protagonista, Ursula Todd, che drammaticamente si intrecciavano alla storia del primo Novecento, si era rivelato una lettura intrigante, capace di conquistare per la particolarità dell’espediente narrativo scelto, la prosa raffinata e le domande che inevitabilmente stimolava nel lettore, pagina dopo pagina, vita dopo vita.

lunedì 22 agosto 2016

Troppo jet-lag può dare alla testa: Diplomatico per caso di Guido Nicosia


Diplomatico per caso
di Guido Nicosia
Di Renzo Editore

pp. 208
14 




Quanto è bella, sia a livello ideale, come dal punto di vista umano ma anche retributivo la carriera del diplomatico? Ognuno di noi, se scruta a fondo nella lista delle proprie conoscenze (e, perché no, anche del proprio intimo), può citare sicuramente almeno un paio di persone a testa che, nel corso degli anni, hanno espresso il desiderio di intraprendere la carriera diplomatica. Ciò è molto più facile a dirsi che a farsi, in special modo in un Paese come il nostro in cui, per tutta una serie di motivi storici, sociali e antropologici, la carriera del diplomatico è stata sempre poco considerata e comunque a totale appannaggio della nobiltà (grande o piccola) o dei raccomandati oppure ancora dei protetti dei politici. Questo libro, Diplomatico per caso di Guido Nicosia edito da Di Renzo Editore, racconta invece la storia, un po' sui generis, di un diplomatico che ha fatto carriera senza "avere il sangue blu", senza ricevere spinte, almeno palesi, da questo o quel gran barone o ricevere favori da parte di certi politici. Un homo novus, come spesso ebbe modo di dire il suo stesso padre. Quindi, direte voi, un libro positivo, ideale per chi sogna di viaggiare per il mondo portando, fiero, la bandiera del proprio Paese e affinando la difficile arte della diplomazia? No, tutto il contrario: Diplomatico per caso è un libro modesto che infrange i sogni anche del più inguaribile dei romantici.

L'egoismo dei rapporti postmoderni

La trama del matrimonio
di Jeffrey Eugenides
Mondadori, 2011

Traduzione di Katia Bagnoli

pp. 480
€ 20 (cartaceo rilegato)


All'inizio pare un viaggio nelle università americane degli anni '80, quando i corsi di semiotica impazzano, la letteratura si apre al postmoderno, mentre Derrida, Eco e Barthes diventano argomenti di conversazione tra i giovani studenti. E in effetti è proprio Barthes dei Frammenti di un discorso amoroso a colpire la protagonista, Madelaine, fino ad allora cullata dalla letteratura inglese ottocentesca, e da un'idea di amore vittoriano e idilliaco. Ma la turris eburnea di Madelaine è destinata a lasciarsi espugnare, e questo a partire dall'incontro con Leonard, uno studente geniale e logorroico, che pare una caricatura dell'intellettuale snob dell'epoca. Leonard è sogguardato da tutte le donne con malizia, perché al campus le sue doti amatorie sono note; gli altri uomini, invece, vedono in lui un avversario da battere, magari facendo leva sulla sua stranezza... Anche Mitchell la pensa così, lui che è continuamente combattuto tra l'amore idealizzato per Madelaine e la tensione spirituale, inappagata e perciò indirizzata a tentoni verso quella o questa religione. 

domenica 21 agosto 2016

Dalla croce greca a quella latina con sfondo di mezzaluna: Itinerari italo-greci in Sicilia di Giuseppe Reina

Itinerari italo-greci in Sicilia
di Giuseppe Reina
Marsilio, 2016


pp. 161
€ 15




C’è stato un tempo in cui la bussola della Storia pareva come impazzita: poco dopo l’anno Mille, se si cercava il Nord si doveva andare a Sud. I normanni, un popolo fiero e battagliero proveniente dalla Penisola scandinava, da poco tempo convertitosi al Cristianesimo, “liberò” infatti la Sicilia dalla dominazione araba, ormai vecchia di un secolo. Questo Itinerari italo-greci in Sicilia. I monasteri basiliani  di Giuseppe Reina (noto storico dell’architettura che insegna all’Università di Catania), edito da Marsilio, è un libro utile a comprendere una ben selezionata porzione della questione, delimitando una precisa area di ricerca sia tematologica che geografica (i monasteri di culto greco ortodosso nell’area del Valdemone) per consegnarci un quadro, va detto abbastanza fedele, di quei tempi che ci appaiono così confusi ma anche così istruttivi per noi. Se è vero che dopo l’Anno mille l’ago magnetico della bussola della Storia per segnare il Nord si spingeva a Sud, di quel mondo “sottosopra” noi ritroviamo alcune tracce, indelebili, ancora ai giorni nostri, in special modo per quel che concerne l’incontro/scontro di culture.

sabato 20 agosto 2016

Il dolore di diventare grandi: "La meccanica del cuore" di Mathias Malzieu

La meccanica del cuore
(La mécanique du coeur)
di Mathias Malzieu

Feltrinelli, 2013
pp. 147  
€ 8,50

traduzione di Cinzia Poli





In equilibrio tra i toni della fiaba non edulcorata e quelli della narrativa surrealista, il testo di Mathias Malzieu (su cui ha già scritto diffusamente qui anche Giulia Pretta) fa scattare un cortocircuito che riporta immediatamente il lettore a La schiuma dei giorni di Boris Vian. Con questo capolavoro della letteratura francese della prima metà del XX secolo, la storia di Little Jack e Miss Acacia condivide la dimensione visionaria e l’attenzione quasi clinica all’andamento sinusoidale di una relazione amorosa, nonché il riuscito incontro – a livello stilistico e linguistico – tra la poesia e la realtà quotidiana. Ma il confronto finisce per risultare impietoso e il romanzo può essere apprezzato davvero soltanto una volta che si trova il coraggio di mettere da parte l’ipotesto e di considerare l’opera nella sua specificità.

venerdì 19 agosto 2016

L'Atlante dei luoghi maledetti, ovvero l'antiguida per le vostre vacanze

Atlante dei luoghi maledetti
di Olivier Le Carrer - Sibylle Le Carrer
Traduzione di Mara Dompé
Bompiani, 2014


pp. 134
21,50 euro



Mi sono concessa un salto in libreria dopo il lavoro per fantasticare un poco sulle ferie. Ho puntato dritto alla sezione dedicata alle guide turistiche, nel vano tentativo di evitare la consueta emorragia che subisce il mio conto a ogni ingresso in libreria. Il proposito era dei migliori: organizzare un minimo itinerario di viaggio – qualcosa di più del mio solito “arriviamo là e vediamo”. L’Atlante dei luoghi maledetti se ne stava in piedi, tra le guide turistiche, cellofanato. Troppo tardi. Ormai l’avevo visto. Il richiamo di tutto ciò che è elenco, compendio, inventario è per me più irresistibile di qualunque proponimento. È così che l’Atlante viene a casa con me, ancora sigillato dal cellophane. 

#CriticaNera - Un noir esistenzialista: "La citta dell'oblio" di René Frégni

La città dell'oblio
di René Frégni
Meridiano Zero, 1999

Traduzione italiana di Alberto Pezzotta

pp. 159
€ 7,00

Ralph gestisce un gruppo di scrittura per detenuti. Sin da bambino per lui la prigione ha significato “sotterraneo”, “bara” e “cimitero”. Lavorare in carcere doveva quindi essere un modo per comprendere questo mistero, ma dopo tanti anni ha scoperto “che non si addomestica la morte”.
Solitario, lasciato dalla moglie un anno prima, il protagonista condivide coi prigionieri un senso di isolamento, di alienazione rispetto al mondo esterno.
Quando non possono segare le sbarre, affilano la loro crudeltà. Ma quando la notte cala sulla prigione, in fondo alla propria cella ciascuno di loro piange pensando alla propria madre.

giovedì 18 agosto 2016

La successione di eventi non fa per forza un romanzo

Caffè amaro
di Simonetta Agnello Hornby
Feltrinelli, 2016

pp. 348
18




La storia: il classico amore eterno fra due persone che passano un bel pezzo di adolescenza e giovinezza a sfiorarsi senza capire la vera natura del loro sentimento. Nel frattempo lei si sposa con un altro senza essere convinta al 100% mentre lui appare e scompare. Ma la passione resta in agguato ed esploderà. Carnalmente e intimamente. Il marito di lei morirà e passata la più buia tempesta, quella della seconda guerra mondiale, i due potranno coronare il loro sogno. Un qualcosa di già visto, no?
C’è di più: il romanzo vuole essere, anche in questo l’autrice predilige un tipico sfondo, l’affresco del paese dove si svolge la vicenda: l’Italia, ma principalmente la Sicilia. Dall’epoca dei Fasci siciliani e del socialismo isolano alla guerra di Libia, dalla prima guerra mondiale al fascismo, dalle leggi razziali ai bombardamenti terribili che subì Palermo prima dello sbarco degli alleati. Così, mentre fai il tifo per gli amanti, ripassi anche un po’ di storia.

Discrasie amorose: Il malinteso di Irène Némirovsky

Il malinteso
di Irène Némirovsky
Adelphi, 2013

pp. 190  
€ 12,00

Titolo originale: Le Malentendu
Traduzione di Marina Di Leo



Yves e Denise si incontrano nel 1924 durante una villeggiatura estiva nella elegante cittadina di Hendaye, ed è subito amore. Lui è un ricco parigino decaduto, segnato dalla guerra appena trascorsa, costretto a un modesto e noioso lavoro impiegatizio per mantenere – sempre a fatica – un tenore di vita sopra le righe; ha “belle mani, fatte per l’ozio e per l’amore” e occhi trasparenti che a volte diventano “cupi, pieni di tedio e di malessere, insondabili come l’abisso” (22). Lei è moglie e madre, innocente e sensuale al tempo stesso, risata sbarazzina e caschetto di capelli neri. Yves la vede per la prima volta in spiaggia, mentre gioca con la sua bambina, e non riesce a non provare “una lieve, del tutto fugace, sensazione di angoscia” (17) quando la vede allontanarsi. Non gli è di alcun ostacolo conoscere personalmente il marito di lei, Jessaint, uomo gentile ed ex commilitone, nonché compagno di convalescenza in un ospedale da campo anni prima.

mercoledì 17 agosto 2016

"La regina Ginga" di José Eduardo Agualasa

La Regina Ginga
di José Eduardo Agualasa
Lindau, 2016

Traduzione di Gaia Bertonieri

pp. 214
€ 17


In alcuni casi le storie, sia esse vengano raccontate attorno ad un fuoco oppure lette su di un libro oppure su un ebook-reader, sono una somma di diverse storie. Magari, ed accade in pochi casi ma sono quelli i casi più da serbare nella memoria, questi gruppi di storie che formano una storia sono spiegati in modo semplice e dolce, come il chiaro gorgogliare di un torrente nel verde della campagna. Questo è il caso di La regina Ginga e come gli africani inventarono il mondo di José Eduardo Agualasa, uno dei più importanti scrittori angolani in lingua portoghese della sua generazione. La Regina Ginga è la storia di Francisco José da Santa Cruz, prete fresco di seminario sbarcato in Angola del 1620. Assieme a lui diventiamo protagonisti di un mondo, quelle delle colonie portoghesi del 1600 fatto di orizzonti tropicali, oceani che si attraversano in lungo e in largo e tutto l’esotismo e il fascino della cultura dell’Angola, anche chiamata Etiopia occidentale. La Regina Ginga e come gli africani inventarono il mondo è quel genere di storie che, alla stregua di una fattura o di un incantesimo ben riuscito, ti avviluppano e tengono strette a te, come un amante geloso o come la più coraggiosa delle madri: questo libro è un viaggio attraverso i continenti e gli animi degli uomini.

A passeggio con Tiziano Fratus: esplorando l'Italia "paradisiaca" dei parchi e dei giardini

L’Italia è un giardino.
Passeggiate tra natura selvaggia e geometrie neoclassiche
di Tiziano Fratus
Laterza, 2016

pp. 215
Euro 18.00

La persona che scrive questa recensione ha una fobia, piuttosto comune, per gli insetti. Non limitante come altre paure, certo, ma evidentemente foriera di inquietudini, specie nella bella stagione. Se fino a poche settimane fa si era affidata all'efficace esorcismo delle stampe e della bigiotteria a tema entomologico, ora, dopo la lettura di L’Italia è un giardino di Tiziano Fratus, si è persuasa di avere trovato un valido incentivo a vincere i suoi timori con una terapia d’urto che prevedrebbe la visita (meglio: la sosta prolungata) nei luoghi descritti dall’autore. E se pure mette in conto di scoprirsi ancora più vigliacca al cospetto di animaletti striscianti o volanti (magari con l’aggiunta di rinverdite allergie dell’infanzia più lontana) dubita però che potrebbe pentirsi di avere passeggiato in alcuni dei parchi e dei giardini – disseminati su tutto il territorio nazionale – che più mirabilmente godono delle cure dell’uomo da decenni e decenni. Da secoli, addirittura.

martedì 16 agosto 2016

“Non si muore a questa vertigine”: la poesia densa di Pietro Russo

A questa vertigine,
di Pietro Russo
Italic, 2016

pp. 67
12,00€

Prendendo in mano la prima raccolta di poesie del catanese Pietro Russo svanisce il ricordo scolastico di cui la poesia è intrisa nell’immaginario di molti lettori, anche dei più forti. A questa vertigine è una raccolta densa. La patina che ricopre ogni componimento esala continui echeggi e rimandi letterari: le scelte retoriche e di composizione fanno scivolare il contenuto da un verso all’altro, tanto da esigere una forte concentrazione per scandire bene i testi fitti di cesure ed enjambement strategici. Eppure la lettura non si affatica perché in ognuna delle sei sezioni in cui la raccolta è suddivisa si avverte una forte compente di quotidianità e vita reale in grado di strappare il concetto stesso di poesia dall’iperuranio dove spesso viene relegata, per avvicinarla alle sensazioni semplice provate da chiunque. Una raccolta vicina anche a chi è digiuno di poesia, quindi, uno punto di partenza dal quale scoprire le meravigliose anse del fiume dei versi che scorre imperituro nella storia letteraria ma che sovente viene ignorato dalle generazioni più giovani.
Alcuni dei testi sono stati (seppur in versioni più o meno modificate rispetto a quelli della raccolta) ospitati su Poetarum Silva, L’Estroverso, Carteggi Letterari o in 4x10, a testimonianza di una lunga gestazione di un figlio che, una volta venuto al mondo, sembra esplodere nel suo carattere esplorativo.

Quando un romanzo si fa dipinto: "La gentilezza" di Polly Samson

La Gentilezza 
di Polly Samson
Unorosso, Parallelo 45

Traduzione di Daniela Di Falco
€ 15
pp. 290
D'ora in poi questa sarà la mia vita: ricordare invece di vivere.
Julian è rimasto solo. Si aggira per la tenuta di Firdaws, la vecchia casa di famiglia nella campagna inglese, passando da una stanza in disordine all'altra con ripiani pieni di bottiglie di alcolici vuoti. Eppure, fino a poco tempo prima, lì risuonavano le chiacchiere della moglie, Julia, e le risatine della figlia, Mira. Ora non rimangono che poche tracce rivelatrici di quella vita precedente: un ornamento per capelli in seta tra le pagine di un libro e una scarpina in cuoio rosso sul fondo di un cassetto. Pochi fili che fanno riemergere ricordi di una vita passata: cosa è successo per far crollare tutto? Come mai Julia e la piccola Mira non ci sono più?
Non è la fine della tua storia, né l'unica. Hai avuto tanti doni, una fervida immaginazione, la capacità di scrivere (...) Hai conosciuto la felicità e ora il dolore. Ma, credimi, ci sarà ancora felicità.