martedì 17 settembre 2019

#SpecialeSCUOLA - Grazie a tutti i nostri insegnanti indimenticabili!



Cari lettori,
siamo giunti alla fine di questo lungo percorso di #SpecialeSCUOLA, iniziato il 2 settembre, con approfondimenti, recensioni e interviste. Ora sappiamo di più sul mondo e sul modo di pensare dei nativi digitali con Giuseppe Riva e ci siamo fatti raccontare una storia sull'apporto della robotica nel futuro con la storia di Ada, Alan e i misteri dell'Iot, abbiamo esplorato le tante possibilità ludiche o meno per rendere la scuola un luogo di sperimentazione con Alex Corlazzoli, abbiamo trattato la sostenibilità attraverso le fotografie e i dati aggiornati del prezioso volume Un mondo sostenibile in 100 foto, ma anche attraverso la forza del nuovo libro di Safran Foer. Quindi, abbiamo letto del bisogno di rivoluzione della scuola dentro al pamphlet-lettera di Susanna Tamaro e all'appassionato saggio di chi la scuola l'ha vissuta dall'interno come insegnante e preside, Mariapia Veladiano. Se nel passato ci sono stati maestri e professori che hanno osato ribellarsi al regime, come ci ripropone Massimo Castoldi, oggigiorno le sfide sono diverse e bisogna ogni giorno misurarsi con la parola-chiave "integrazione", di cui abbiamo discusso con Vinicio Ongini, e abbattere i pregiudizi sulla "educazione di genere", come ci insegna Rossella Ghigi. Per non parlare del lavoro quotidiano per arricchire il lessico dei ragazzi, ridando, per dirla con Vera Gheno, "potere alle parole" e potenziando la padronanza linguistica, anche attraverso preziosi strumenti come le risposte della Crusca. E cosa dire della cultura, così a lungo bistrattata? La cultura, a dispetto di quanto sostengono alcuni, può decisamente salvare la vita, e lo abbiamo (ri)confermato grazie al nuovo libro di Enrico Castelli Gattinara.

A grande richiesta, visto il successo della rubrica, di tanto in tanto torneremo ad arricchire lo #SpecialeSCUOLA con altri contributi anche durante l'anno scolastico, in modo tale da continuare a suggerire nuove letture e strumenti d'aggiornamento per gli insegnanti e per tutti coloro che desiderano capire di più del mondo della scuola. 
È facile sentire parlare dei problemi della scuola attuale, ma vogliamo ricordare e ringraziare chi, nonostante le difficoltà e la remunerazione del tutto modesta, ha portato in noi ricordi indelebili. Perché, in fondo, per quanti anni possano passare, ci ricorderemo sempre del nostro insegnante preferito, che è stato in grado di rivelarci qualcosa del mondo e - perché no?! - a volte anche qualcosa di noi. Proprio con questo spirito oggi ricordiamo qui sotto i maestri e i professori indimenticabili. 

E grazie a tutti gli autori ed editori che hanno collaborato proponendoci i loro libri! 
La Redazione

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Alessandra ricorda la sua maestra di italiano
Dalle elementari sino all'università ho sempre eletto, tra i vari docenti, il mio preferito. Lo consideravo, guardavo e a parole, con gli altri studenti, lo proteggevo come un punto di riferimento, come un mentore ma anche come un familiare a cui rivolgermi qualora avessi mai avuto bisogno di parlare, confidarmi, sfogarmi (di fatto, non ho mai avuto bisogno). Una persona fidata insomma, sulla quale avrei potuto contare in caso di necessità o di problemi.
Alle elementari la mia preferita era l'insegnante di italiano, maestra Nuccia, la quale ci faceva svolgere un esercizio per il fine settimana da presentare il lunedì mattina alla prima ora: consisteva nel leggere il quotidiano venerdì, sabato e domenica, scegliere gli articoli giornalistici che più ci avevano colpito per poi ritagliare e incollare il pezzo in una pagina del quaderno a righe e riscriverlo a penna, con parole nostre, nelle pagine seguenti. C'era chi faceva, come si suol dire, “il compitino” e presentava un articolo e chi, come me ne presentava più d'uno. Avevo il record di articoli letti, rielaborati e riscritti. Era in assoluto da bambina, semplicemente perché mi piaceva tantissimo, il mio compito per casa preferito. E maestra Nuccia ha avuto il fondamentale ruolo di farmi scoprire, tra complimenti, ottimi voti e commenti positivi l'abilità della scrittura che ad oggi è ancora una mia grande passione (insieme alla lettura).
Alle medie invece misi sul mio intimo trono la professoressa F. di storia e geografia. Meno interessata alla storia in quegli adolescenziali anni, mi affascinava assai la geografia con la mia atavica voglia di viaggiare, di spostarmi e di conoscere. Ma più della mia inclinazione, penso abbia influito la dolcezza, l'elegante passione e voglia di trasmettere saperi come era in grado di fare lei.
Al liceo la (mia) regina indiscussa era la docente T. di latino e greco: riconosciuta collettivamente come istituzione per la scuola, sopra le righe e messa in discussione da altri docenti, anziana, alternava compiti in classe con traduzioni impossibili di livelli di classi successive per noi e tesine su tragedie greche e commedie latine, ogni tre mesi, da presentare scritte e da argomentare, dopo la sua correzione, oralmente. Anche in questo caso per me arrivò il grande insegnamento (o conferma): sono tanto portata per lo scritto (presentavo tesine da oltre 100 pagine – la media dei compagni era di 30/50 pagine - così precise, certosine e minuziose da prendere sempre 10), ma molto meno per l'orale (complice ahimè l'ansia tipica degli studenti che nulla ha a che vedere con il sapere, con lo studio e con la conoscenza dell'individuo, trattasi bensì di mero blocco emotivo).
Infine all'università ho avuto l'onore e il piacere di conoscere la docente G. tanto competente e colta quanto elegante e professionale. Le sue serene lezioni hanno trasmesso a tutti dolcezza umana e passione per la curiosità e per la ricerca del sapere. Giornalista pubblicista, tiene con maestria conferenze mantenendo un soave e leggero mantello di modestia e semplicità. Una donna in grado di mettere a proprio agio qualsiasi studente (ma non solo), comprensiva e materna. Seguire le sue lezioni, parlare e sostenere esami con lei significa toccare con mano la passione di una persona verso l'insegnamento e verso il piacere di trasmettere conoscenza ai giovani. Senza nulla togliere a tutte le insegnanti menzionate, il mio ricordo in assoluto più bello legato all'istruzione rimane comunque quello per maestra Nuccia e dunque alla scuola primaria, perché tutto parte da lì, dalle basi, dai primi anni di scuola.  

Carolina ricorda il suo professore di storia e filosofia
È difficile per me scegliere, perché la mia carriera scolastica è stata costellata di buoni maestri, di persone che sono state fondamentali per la mia crescita, modelli umani prima che intellettuali. Ci sono stati i prof di matematica del biennio e del triennio, che ho ammirato ogni giorno per il loro spessore e la loro integrità, nonostante la mia scarsa predisposizione per la materia. Poi l'insegnante di greco e latino, con la sua testa di capelli rossi, che in quarta ginnasio mi diede una sonora strigliata e mi fece capire che non potevo avere la pretesa (e l'arroganza) di capire tutto e subito, che dietro alla comprensione, all'apprendimento, c'erano tanto labor limae, tanto tempo e tanta fatica spesi sui libri, e che mi ha lasciato un metodo - e un'idea forte che avrei portato con me negli anni successivi. Poi il professore di italiano dell'ultimo anno, con la sua viva passione per la parola, ancora adesso amico e professionista stimato. Non è però di loro che voglio raccontare. 
 Racconterò piuttosto del professore di storia e filosofia. Era arrivato nella mia scuola giusto in tempo per raccogliere la mia classe, che passava dalla quinta ginnasio alla prima liceo. Un uomo serioso, con un sorriso sghembo che gli aleggiava solo a tratti sul viso e che a noi sembrava senza età (pur essendo, in realtà, piuttosto giovane). Lui sapeva tutto, ci diceva tutto, pretendeva tutto. I primi tempi, dal mio posto in primo banco, covavo rancore: parlava velocissimo, di cose che ci risultavano completamente nuove, impedendo a noi studenti modello di prendere i nostri bravi appunti sul quaderno. Io scrivevo tutta l'ora, coi crampi al polso, e nel frattempo pensavo cose terribili. Al momento di studiare per le verifiche, ricoprivo fogli volanti di date ed eventi, nel tentativo di dare un ordine (almeno cronologico) alla infinita sequela di fatti storici o di concetti filosofici. A me piacevano le storie dei personaggi (già allora ero impastata di letteratura), lui cercava invece di rivelarci i cicli, i processi, le trame nascoste nel tempo. È bastato poco tempo perché, quasi senza accorgercene, tutti prendessimo il suo ritmo, ci inserissimo nel solco dei suoi pensieri e iniziassimo a capire cosa stava facendo. Perché passassimo dalla rabbia alla devozione. A quell'uomo devo la mia passione per Borges (con una delle sue poesie, indimenticata, ci ha introdotto allo studio di Spinoza), la cognizione di come si possa e si debba insegnare la storia perché abbia un senso, il ricordo persistente di una cultura aperta, trasversale. Grazie a lui ho conosciuto l'etica e la dialettica. Qualche anno fa, all'inizio della mia carriera da insegnante, sono andata a trovarlo. Passeggiavamo nel cortile della scuola, che mi sembrava piccolissimo, a distanza di quasi un decennio, e gli raccontavo delle difficoltà a convincere i miei giovani tecnici dell'utilità delle materie umanistiche. Lui mi ha guardato e, con la solita flemma, mi ha detto: "Male, Carolina, male. Non è dell'utilità che dovresti parlare, o almeno non solo, non per cominciare. Dovresti cercare di trasmettere l'idea che la cura, l'acribia, l'impegno, il metodo, hanno un peso fondamentale nel nostro essere uomini e donne nel mondo". Da allora, ogni anno che inizio con una nuova classe, comincio sempre da lì, da Borges e dall'etica. 

Federica ricorda la sua maestra di italiano
Sono sempre stata una bambina particolare, lo ammetto senza vergogna. Tra le peculiari stranezze che mi contraddistinguevano, ce n’era una che faceva sgranare gli occhi ai miei coetanei, spingendoli a chiedersi come fuggire da un mostro mascherato da bambina riccioluta. L’ultimo giorno di scuola non vedevo l’ora fosse già settembre per poter tornare a sedermi al mio banco e riprendere da dove avevo appena lasciato. In misura diversa, questa stessa voglia mi è rimasta sempre, qualunque grado di istruzione mi trovassi ad affrontare. E se in quei momenti non avevo l’esigenza di chiedermi da cosa nascesse questo mio strambo desiderio, oggi riflettendoci riesco anche a risalire alla motivazione, celata dietro un nome: maestra Rosaria. L’insegnante di italiano delle scuole elementari era stata in grado di farmi identificare la scuola con quel luogo dove la fantasia era la protagonista, non i noiosi compiti di grammatica o gli esercizi di sillabazione. Le sue lezioni erano infatti un concentrato di creatività e gioco, dove accanto ai tempi verbali e alle preposizioni ogni giorno ci veniva chiesto di inventare delle storie e nel modo più disparato possibile: a partire da due parole, da un disegno, da una frase, dalla fine del racconto ideato il giorno prima dal compagno di banco, da un fatto di cronaca, da un passo delle lettura fatta insieme in classe. Insomma, non si finiva mai di sperimentare in quel laboratorio permanente che era la “sezione A”. E la cosa strabiliante (me ne rendo conto solo adesso) è che in questi compiti non c’era un alunno più o meno bravo. Nessun voto incasellava la produzione scritta: solo una serie di punti esclamativi, ribattezzati campanelline, suggellavano il patto stretto tra noi bambini e la storia che avevamo ideato. L’assenza di competizione rendeva l’attività un semplice gioco, un esperimento. Ecco, in quei momenti di condensata fantasia trovo la ragione del perché io abbia sempre adorato la scuola. Nonostante le future ansie e i periodi di inevitabile sofferenza (penso agli anni del liceo) per me i banchi erano e rimangono ancora quel luogo magico dove tutto è possibile e dove gli individui in crescita trovano le risposte alle domande che affastellano la loro mente. 

Francesca Romana ricorda il suo professore di inglese 
Tra i tanti insegnanti fantastici che ho avuto la fortuna di incontrare a scuola, credo che una menzione speciale vada al mio professore di Inglese del liceo; non solo per i metodi innovativi che usava (per cui sono sicura che un po’ mi invidierete!) ma perché, grazie alla sua modernità, è rimasto nel cuore di tutta la classe. Fin dal primo giorno, le sue ore sono state quanto di più lontano dalla "noiosa" lezione frontale possiate immaginare: forse per le esperienze all'estero, forse per la sua sensibilità personale, aveva capito che il miglior modo per insegnare (e per garantire un apprendimento duraturo) è andare oltre i voti e le nozioni. Così aveva trovato un modo per incuriosire, divertire, coinvolgere proprio tutti. Era il 2004, ma il mio professore aveva creato per le sue classi una didattica basata su giochi, barzellette, canzoni e scenette teatrali, da ripetere tutti insieme, sfidandosi e collaborando. Era sempre possibile sapere in che classe stesse insegnando grazie ai cori che riempivano i corridoi, quando i suoi studenti, a gruppi di cinque oppure in versione “sinfonica”, intonavano “Bobby Sue” e “Sixteen Tons”. Molto prima dei social e degli smartphone, il professore aveva creato per i suoi corsi una piattaforma (oggi diremmo un'app) dove "giocare" a tradurre, completare espressioni idiomatiche e allenarsi con la grammatica e il dizionario. Io ci passavo almeno un’ora al giorno, anche al di là delle consegne, e sono sicura di non essere stata l’unica. Avevamo persino dei nickname e una classifica di punteggio! Certo, sulle verifiche non faceva sconti, ma con questi metodi anche i più pigri erano contenti di imparare… Ancora oggi, quando sono soprappensiero, mi scopro a canticchiare le canzoni imparate 15 anni fa.

Gloria ricorda il suo professore di arte e la sua maestra di italiano
Ho sempre amato la scuola (a parte quel drammatico primo giorno in cui dovevo disegnare le gocce di pioggia sull'ombrellino di una ranocchia e mi sono rifiutata a lungo di farlo). In particolare, ho amato gli insegnanti che mi hanno insegnato a guardare "oltre": oltre i miei limiti, oltre quel che la realtà ci offre. Tutto è partito con la maestra di italiano, una donna che amava il suo lavoro e noi bambini ben oltre quanto è doveroso da parte di un'insegnante: lo faceva con dedizione, affetto, attenzione particolare, per cui sembrava che lei ci fosse in modo speciale per ognuna delle venti testoline che aveva davanti. Quando abbiamo iniziato a scrivere qualcosa che andasse oltre il classico pensierino, un bel giorno ci siamo trovati con una mela sulla cattedra. Il compito prevedeva di descriverla, dopo averla guardata con tutta una serie di attenzioni che nessuno di noi aveva mai dedicato a un frutto. E poi, quella mela ha anche iniziato a prendere vita e nei nostri temi è diventata la protagonista di una storia: non ci sono limiti alla fantasia, né alla nostra capacità di inventare. 
Qualche anno dopo, alle scuole medie, ho avuto la fortuna di incontrare un professore che ha fatto la stessa cosa con le opere d'arte: lui, pittore a sua volta, ci ha insegnato prima a vedere e poi a guardare, e ancora adesso, quando cammino per i corridoi di una mostra, sento l'eco delle sue parole su come osservare, scomporre e analizzare il quadro e come lasciarsi poi trasportare da quel che arriva, da altre memorie e interpretazioni. 
Ringrazio tanto entrambi perché sono passati anni, ma il loro esempio è ancora una bussola e spero di riuscire un giorno di entrare in classe e raccogliere a mia volta il loro testimone. Andare oltre, in fondo, è la formula magica per continuare a migliorarsi.