venerdì 13 settembre 2019

#SpecialeSCUOLA - «È un'illusione pensare che il genere si possa appendere all'attaccapanni fuori dalla classe quando suona la campanella»: intervista a Rossella Ghigi

Fare la differenza. Educazione di genere
dalla prima infanzia all'età adulta

di Rossella Ghigi
Il Mulino, 2019

pp. 135
€ 11 (cartaceo)
€ 4,19 (ebook)
audiolibro disponibile su Audible

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Pochi sono gli argomenti che hanno infiammato tanto l'opinione pubblica come l'educazione di genere nelle scuole: dalle rimostranze pubbliche al ritiro di questo o quel libro da parte di dirigenti scolastici, fino alla decisione di cambiare scuola al figlio o alla figlia solo perché in classe sono stati affrontati questi argomenti "scottanti". Eppure non c'è proprio nulla di scabroso nel rispondere in classe ai tanti interrogativi che i bambini, fin da piccoli, pongono agli insegnanti. Semmai, è necessario essere preparati a dovere, conoscere come educare disincentivando i pregiudizi, gli stereotipi e andare, anzi, in direzione di un maggior rispetto dell'altro. 
In classe e a casa, occorre prestare attenzione alle parole che usiamo, e a come le diciamo, perché basta poco per instillare nei piccoli pregiudizi che saranno poi difficili da rimuovere, una volta cresciuti. 
Anche se il libro è pensato anzitutto per l'educazione della prima infanzia, non mancano riferimenti a come si potrebbero educare gli adulti. E cambiare una mentalità così radicata farebbe davvero la differenza... 
Per i temi di grandissima pregnanza presentati e per l'estrema attualità del saggio, abbiamo pensato di intervistare l'autrice, Rossella Ghigi, che insegna Sociologia della famiglia e delle differenze di genere presso l'Università di Bologna. 

***

«L’omofobia fa male a tutti, anche agli eterosessuali» (p. 27): è una frase che andrebbe appesa in casa e in classe. Ce la vuole spiegare? 
Il testo nasce innanzitutto con l'idea di dissipare alcune confusioni terminologiche che purtroppo circolano quando si parla in maniera non accurata di educazione di genere (o di "gender nella scuola"). Ad esempio, quella che confonde sesso, genere ed orientamento sessuale. Questi termini vanno distinti e va ben compreso in che modo possano o meno influenzarsi reciprocamente, con una attenzione ai dati di ricerca e non agli allarmismi ideologici. A partire dalla distinzione tra queste diverse dimensioni, il libro cerca di mostrare come, tuttavia, una educazione competente ed efficace, attenta a creare un ambiente inclusivo rispetto al genere possa avere effetti ampi e interrelati anche su più dimensioni dell'esperienza, non soltanto legata alla maschilità e alla femminilità. La differenza di genere è certamente cruciale nel definirci. Il genere è il tratto che più ricordiamo di una persona. È la prima parola che ci definisce. "Maschio o femmina?" È ciò che chiediamo a una donna in evidente stato di gravidanza. L'educazione attenta al genere è dunque la prima che possiamo prendere in considerazione, per poi aprirci alle altre: un ambiente che accetta la femminilità e la maschilità nelle loro possibili varianti, senza imporre il "giusto" modo di indossare queste identità si rivela un ambiente favorevole anche per altre forme di inclusione (dall'orientamento sessuale alla disabilità alla nazionalità etc.), che è altra cosa dalla confusione. L’approccio educativo che lo pone come obiettivo non intende destrutturare un percorso di crescita individuale, come talvolta è stato affermato, né far scegliere il proprio genere con un atto di volontà. L’idea, piuttosto, è di offrire degli strumenti perché l’individuo in crescita abbia un dialogo più aperto con le proprie aspirazioni. Molte ricerche empiriche mostrano che un ambiente che sanziona e stigmatizza la non conformità, di genere o di orientamento sessuale che sia, non solo comporta sofferenza per chi ne è l'oggetto diretto, ma depaupera il capitale sociale del gruppo stesso, la sua capacità di articolare qualsiasi forma di accettazione della diversità. E questa è una perdita per tutti e tutte, maschi e femmine, eterosessuali e non.

A partire dal suo lavoro di docente di Sociologia della famiglia e delle differenze di genere, ma anche facendo riferimento alla vita quotidiana, qual è il caso di pregiudizio verso l’educazione di genere che più l’ha turbata? 
Come spesso succede, il fuoco amico è quello che ci coglie meno preparati. Detto fuor di metafora, mi hanno colpito i pregiudizi verso l'educazione di genere e gli essenzialismi di persone che normalmente dovrebbero mostrare (almeno, a quanto dicono sondaggi ed esperienza) una maggiore apertura verso questi temi: ovvero donne, giovani, con un alto titolo di studio, politicamente vicine a visioni progressiste. Persone che magari nei propri consumi culturali si dimostrano assai aperte e inclusive. Ma a quanto pare, si può votare una persona transgender per un reality perché "tanto resta al di là dello schermo", ma "mai la si vorrebbe come insegnante per nostro figlio o figlia"
Faccio qualche esempio. Che tra le posizioni di studenti e studentesse (e qualche volta colleghi e colleghe, e di amici e amiche!) si trovino molti casi di c.d. sessismo benevolo (del tipo: "Le donne dovrebbero essere coccolate e protette dagli uomini") me lo aspettavo. Ero meno preparata all'idea che alcuni di loro pensassero che "L'educazione di genere possa creare turbe psicologiche a un bambino" o che "Se lasci un bambino giocare con le bambole, è facile che da grande diventi gay". 

Ecco, a proposito: se un bambino gioca con le bambole e una bambina con i soldatini, è legittimo farsi domande sul suo orientamento sessuale futuro? E soprattutto, ha davvero senso preoccuparsene? 
In tutta sincerità, credo che il fatto che l'accademia e alcune realtà intellettuali o politiche abbiano "snobbato" questo tipo di preoccupazioni tacciandole semplicemente per insensate o retrograde abbia lasciato libero il campo a chi ha poi dato risposte semplicistiche a queste paure, se non proprio infondate. Credo che ci si debba occupare dei genitori preoccupati, perciò dedico proprio un paragrafo del libro a questo tema. Le ricerche da decenni formulano diversi modelli di sequenza rispetto allo sviluppo sessuale (a seconda della risposta alla domanda: si sviluppa prima l'identità di genere o l'orientamento sessuale?) basandosi su studi prospettici (solitamente basati su campioni con bambini con schemi atipici di comportamento tipizzato di genere che vengono poi intervistati nell’adolescenza o nell’età adulta) e soprattutto su studi retrospettivi (in cui si chiede a campioni misti, eterosessuali e omosessuali, di ricordare alcuni comportamenti e sentimenti rilevanti rispetto al genere nell’infanzia, ad esempio: «a che giochi giocavi da piccolo (o da piccola)?». Nel libro mostro che si tratta di metodologie non prive di criticità, che non hanno portato a conclusioni univoche. Ma soprattutto cerco di uscire dalle trappole etiche e politiche della domanda "se gioca con le bambole sarà gay?" riflettendo piuttosto sul che ce ne facciamo poi della risposta. In che modo la risposta a questa domanda dovrebbe orientare il nostro comportamento come genitori o come insegnanti? Perché è più frequente porsela per bambini che giocano con le bambole che con bambine che giocano con i camion? La questione è che è la domanda ad avere delle criticità. Il che non vuol dire snobbarla, appunto, bensì analizzarne i presupposti taciti. 

Quanto bisogna sorvegliare il nostro linguaggio quotidiano, davanti a un minore? Quanto espressioni, modi di dire, rischiano di alimentare i pregiudizi? 
Una pratica educativa che intende dare riconoscimento e legittimità alla varietà delle esperienze e delle soggettività non può prescindere da un lavoro sul linguaggio, verbale e non verbale. Non si tratta di considerare solo cosa diciamo, ma anche come lo diciamo. La lingua riflette e partecipa a una rappresentazione del mondo, è essa stessa uno strumento di percezione e di classificazione della realtà. L’italiano, da questo punto di vista, aiuta a restituire la sessuazione della realtà perché è una lingua sessuata (prevede cioè la possibilità di declinare al maschile o al femminile sostantivi, aggettivi, pronomi e participi) il che obbliga a una scelta tra la marca morfologica del femminile e del maschile per indicare il genere del referente. Questo permette, se lo vogliamo, di dare forma e riconoscimento alle esperienze. E di ragionare sui termini che usiamo. Diciamo ministra o ministro? Come mai si fa fatica a utilizzare il femminile per termini riferibili a titoli professionali o a ruoli istituzionali di prestigio, come ingegnera o avvocata, mentre non ci sono dubbi su termini come operaia, cameriera o parrucchiera? Quanta storia, ma anche quale visione del cambiamento c'è dietro al nostro uso della lingua? Stessa cosa vale per la scelta delle parole. Perché per un padre presente e accudente parliamo di "mammo"? 
La questione linguistica però non deve nemmeno diventare l'unica questione, l'alibi per non occuparsi di questioni legate alle disuguaglianze di genere più profonde. Va quindi inserita in un percorso più ampio che intenda ragionare criticamente sulle rimozioni, sui silenzi, su ciò che diamo per scontato quando raccontiamo la storia, quando descriviamo il mondo, quando indichiamo il possibile. 

Perché può essere utile partire dal proprio vissuto, dalla propria biografia di uomo o donna, per poi aprirsi all’educazione di genere? 
L'educazione di genere, specie in contesto scolastico, si realizza nel nostro paese secondo tre filoni, come spiego nel testo. Uno di questi ha come fuoco principale, per ragioni storiche e culturali precise, il "partire da sé". Ovvero compiere una riflessione sulla propria biografia come uomo o come donna (o al di fuori di questo binarismo), sulla lezione che si può trarvi e sui contenuti della propria lettura sessuata del mondo, quando di entra in una relazione educativa con gli altri su questi temi. Il che significa prendere coscienza della propria biografia dal punto di vista del genere, valutare le asimmetrie che abbiamo conosciuto, riflettere su ciò che vogliamo trasmettere, uscendo dell'idea del docente come soggetto disincarnato che emana il proprio sapere dall'alto (e che spiega cosa sia la femminilità o la maschilità giuste e quelle sbagliate). È un passaggio cruciale, ad un tempo epistemologico, relazionale ed educativo. 

Venendo alla scuola, cosa ne pensa dell’attuale distribuzione di uomini e donne nel corpus docente? Trova che sarebbe significativo avere maggiore equilibrio? 
Per alcune pedagogiste, specie quelle legate al "pensiero della differenza", lo spazio della scuola e soprattutto quello dei servizi 0-6 anni, così fortemente femminilizzato, rappresenta per questo motivo una opportunità: un luogo privilegiato dove le donne possono prendere e darsi parola, dare riconoscimento alla propria soggettività, creare legami magistrali al femminile (tra docenti e alunne), lasciando così emergere saperi e relazioni che non hanno a modello quello maschile, in un mondo che, al di fuori di questi contesti, prende il maschile a misura dell'universale. Personalmente riconosco il valore e il ruolo storico di questo pensiero. Tuttavia, forse perché figlia della tradizione anglosassone dei gender studies, credo che una maggiore presenza del maschile nei contesti di cura ed educativi non possa che far bene. Agli uomini e alle donne, ai bambini e alle bambine. Non si tratta di conferire prestigio a una professione mascolinizzandola, né di togliere alle donne uno spazio di manovra e di riconoscimento importanti. Ma di dare enfasi alle molteplici possibilità del maschile, sia per gli adulti, sia per i bambini e le bambine che stanno imparando a dare un senso alle identità di genere. È dunque importante partire da sé, riconoscere che il proprio punto di vista è in relazione alla materialità della propria esistenza e dunque alla propria esperienza di genere, comprendere quanto il proprio sapere sia sempre situato. Ma questo vale anche per il maschile, su cui c'è molto lavoro ancora da fare, a livello individuale e collettivo. Penso ad esempio che avere più educatori uomini nei servizi 0-6 anni, nei contesti educativi dove più mancano cioè, permetterebbe di ripensare l'identità di genere, riconoscere la dimensione della cura, mostrare modelli di maschilità nuovi a chi, da grande, sarà marito e padre. Significherebbe fare un passo avanti nella decostruzione di antiche stereotipizzazioni e nella distribuzione del lavoro di cura. Non si tratta di disfare la differenza: ma di contrastare la disuguaglianza. 

Perché, a suo parere, è ancora tanto diffusa la crociata dei no gender, impegnati a chiedere che il genere non debba entrare a scuola? 
Nel testo rintraccio l'origine e lo sviluppo dei movimenti no gender, cercando di raccontare quanto le ricerche sul tema hanno rivelato rispetto alla loro composizione e alle relazioni con diversi gruppi già esistenti sul territorio. Il fatto che abbiano un grande seguito in alcuni contesti è ricollegabile alla questione detta prima: per troppo tempo movimenti e accademia hanno trascurato domande comuni, paure e dubbi legati a tacite stereotipizzazioni. D'altra parte, in altri casi, un certo allarmismo è stato anche consapevolmente sollecitato, anche per ragioni politiche. Ma è una pia illusione pensare che il genere si possa appendere all'attaccapanni fuori dalla classe quando suona la campanella. La scuola è già pregna di significati di genere: dalle parole che si usano, alle relazioni tra insegnanti e alunni e alunne, ai libri di testo che si studiano, ai programmi ministeriali che vengono presentati. Far sì che la scuola non se ne occupi in maniera esplicita si traduce nel lasciare che altre agenzie di socializzazione propongano indisturbate i propri modelli di maschilità, di femminilità e di relazione tra i generi. 
Certo, il genere offre un repertorio per le nostre performance identitarie di lunga sedimentazione. Non si tratta di "neutralizzarlo", quanto di renderlo il più possibile ricco e aperto. Di fronte a un mondo complesso, avere gli strumenti per valorizzare la molteplicità delle esperienze diventa parte di un percorso di educazione alla cittadinanza. Ad esempio, non precludere a priori la possibilità di misurarsi con compiti di solito associati o comunque svolti dall’altro genere significa aprire delle porte, non chiuderle, ma neanche forzare gli altri a entrarvi. 

È forse il caso di iniziare a educare anche gli adulti e non solo i bambini? Come? 
Buona parte del testo affronta l'approccio educativo di genitori e insegnanti coi bambini e le bambine. Ma, come anche il sottotitolo anticipa, è possibile fare educazione di genere anche per adulti. Non è mai troppo tardi per occuparsene: quando una azienda propone programmi che non si limitano alla mera conciliazione lavoro-famiglia (peraltro auspicabili comunque), ma si estendono a una riflessione sulle relazioni di genere, per esempio dentro e fuori il lavoro, oppure quando l'università offre dei corsi non soltanto che informano sul genere, ma danno strumenti di approccio critico sulla base del genere, quando i servizi propongono corsi di prevenzione della violenza nei legami di coppia non soltanto sollecitando misure precauzionali ma intervenendo su forme di sessismo e sui presupposti culturali della violenza, si fa educazione di genere. Lavorare con gli adulti allora può fare una… bella differenza.

Ringraziamo Rossella Ghigi per la sua disponibilità e vi ricordiamo che Fare la differenza è possibile, anche grazie al suo libro, che si trova già in libreria o che potete comprare anche cliccando qui.

Intervista a cura di GMGhioni